Primo giorno

Quando si era svegliata, Charlene ci aveva messo qualche istante a ricordare dove fosse, i suoi occhi non riuscivano a mettere a fuoco nulla nell'oscurità della stanza e comunque non vi era niente di famigliare lì dentro che la aiutasse ad orientarsi, ma poteva sentire il respiro ritmico e pesante di Vinnie e Modo. Per quanto assordante il loro russare a cappella potesse talvolta essere, era anche uno dei suoni più rassicuranti esistenti al mondo: con due montagne di muscoli, estremamente protettive nei tuoi confronti, che dormono a 30 centimetri dai tuoi piedi, non ci sono poi molte cose in grado di preoccuparti.
La giovane terrestre si era stiracchiata nel letto e poi, con un po' di rammarico, aveva lasciato il tepore delle coperte per mettersi in piedi. Quindi a tentoni, tenendo gli stivali in mano e senza accendere la luce per non disturbare gli amici, si era mossa cautamente nella stanza buia, aveva cercato il touch-screen per l'apertura della porta ed era sgattaiolata fuori.
Non sapeva esattamente che ora fosse, ma c'era molta luce e il brusio che poteva sentire provenire dai corridoi e dall'esterno dell'edificio lasciava intendere che la base fosse ancora (o già? Quante ore aveva dormito esattamente?) in piena attività. Si ricordava più o meno il percorso che avevano fatto solo poche ore prima e ora lo stava ripercorrendo al contrario: voleva trovare il garage dove avevano lasciato le moto e poi doveva assolutamente individuare un bagno e la mensa, in quest'ordine.
A parte il fatto che la struttura era un dedalo (inserisci immagine di tane di topi terrestri per avere un'idea), il bagno per fortuna era stato in realtà facile da trovare: in questo selvaggio, pazzo universo c'erano poche cose su cui potevi contare -a parte cervelli, fratelli e moto- e tra queste una regola universalmente riconosciuta era che, indipendentemente dalla specie a cui appartenevi, c'erano delle "necessità" che dovevano essere rispettate nella pianificazione dell'architettura di un edificio. Il fatto che un bagno fosse vicino a dove dormivi, non era opzionale.
Charlene aveva trovato il piccolo locale fortunatamente vuoto e aveva provveduto a fare ciò che doveva e a lavarsi velocemente. Non si sentiva sufficientemente coraggiosa da approcciare, senza previa spiegazione, la doccia ad ultrasuoni. Lo aveva deciso nel momento stesso in cui l'aveva vista: una specie di gabbiotto metallico tipo gabbia di Faraday con paperelle gialle di gomma sulle mensole e che, per i suoi gusti, assomigliava un po' troppo ad un trasportatore. Per un qualche motivo aveva questa sgradevole sensazione che senza una qualche supervisione sarebbe finita disintegrata sul piano doccia. Pulita da morire, per così dire.
La ragazza aveva quindi optato per una sommaria "rinfrescata" usando delle salviettine umidificate che aveva miracolosamente con sé, sperando che per ora fossero sufficienti; il suo piano era, prima di sera, di riuscire a incastrare in un angolo qualcuno che le spiegasse come funzionava il sistema igienico di Marte, visto che la scarsità di quella particolare molecola chimica impediva l'uso di acqua a tale scopo. Magari una soldatessa le avrebbe mostrato quali dei diecimila bottoni e leve usare per potersi fare una "doccia". Charlene guardandosi allo specchio aveva sospirato: cavolo, le mancava già il suo bellissimo boiler elettrico. E quelle docce infinite, con l'acqua bollente che scorre sulla pelle e ti scioglie i muscoli…
"Ok, questo non un buon pensiero da fare il tuo primo giorno su un pianeta deserto. Sicuramente la doccia ad ultrasuoni è fantastica" aveva detto al suo riflesso, con tono un po' incerto "Sì… ripetitelo finché non ne sarai davvero convinta".

La mensa era stata un po' più difficile da trovare e aveva gironzolato a lungo per corridoi vuoti, ma poi, per fortuna, il suo olfatto aveva captato degli odori a cui il suo stomaco aveva risposto felice, gorgogliando in anticipazione. Aveva seguito il suo naso fino a trovare l'entrata ad una grande sala evidentemente destinata a scopo ricreativo: parecchi marziani erano radunati lì, più o meno tutti soldati a giudicare dalle divise, ma la loro postura era molto rilassata e le attività svariavano dal bighellonare al giocare a pallacanestro con delle bottiglie di plastica accartocciate e un bidone della spazzatura. In fondo c'era la mensa, una sorta di buffet "all you can eat" (la formula marziana della felicità) e due lunghe file di tavoli con poche persone che ancora si stavano attardando, consumando il proprio pasto.
Quando era entrata nella hall però c'erano stati dei problemi: nulla di grave per carità, ma all'improvviso tutti si erano interrotti a metà delle proprie attività e lo sguardo di due dozzine abbondanti di individui era converso su di lei. Tutti lì dentro sapevano già della presenza dell'umana nella base, ma quella era la prima volta che effettivamente la incontravano.
Charlene in realtà era, più o meno, preparata a quella reazione, ma era stato il modo con cui alcuni –pochi fortunatamente- l'avevano guardata a metterla a disagio: non era nulla di simile a qualcosa che avesse mai sperimentato in vita sua. Non era uno sguardo di curiosità intrigata, ne' di fastidio, non c'era nessuna "ostilità", ma nemmeno nessun segno di "riconoscimento". Stavano solo cercando di capire cosa fosse. Non chi. Cosa. Era stata quella la prima volta che, davvero, si era sentita un'aliena.
La ragazza era troppo abituata a interagire con i suoi ragazzi, che l'avevano sempre trattata come una di loro, mostrando talvolta persino palese apprezzamento per il suo aspetto, per riuscire a far finta di nulla.
Nel corso del tempo avrebbe poi scoperto che erano soprattutto i più anziani o chi era cresciuto più isolato, che aveva maggiori difficoltà con lei: era la sua pelle glabra, quella totale mancanza di pelliccia, che di solito li mandava in tilt. Quell'aspetto era istintivamente associato all'infanzia o a condizioni di malattia e vederlo su una femmina adulta era per alcuni orrendamente innaturale. La forma del viso, la sua bocca, l'assenza di antenne venivano in secondo piano. Ma la mancanza di pelo… quello poteva essere un problema.
Col tempo la voce che un'umana si aggirava sul pianeta si sarebbe probabilmente sparsa e ci sarebbero stati via via meno problemi. Superato il primo impatto probabilmente ci sarebbe rimasta solo curiosità nei suoi confronti, ma per ora si doveva abituare ad essere scrutinata e controllata.
Per fortuna, per una ragazza abituata a camminare sempre e comunque a testa alta e con orgoglio, in seguito non era stato un esercizio troppo difficile imparare a farsi scivolare addosso quegli sguardi senza esserne imbarazzata.
Ma quello era solo il primo giorno del resto della sua vita su Marte, la prima volta che si rendeva conto della reazione che il suo aspetto poteva causare e, parecchio imbarazzata dall'attenzione, aveva preso un vassoio, ci aveva buttato sopra le prime cose che aveva trovato e che, secondo lei, potevano rassomigliare a del cibo e un po' rigidamente si era seduta ad uno dei lunghi tavoli della mensa.
Nei minuti successivi aveva bevuto molto lentamente una bevanda spaventosamente simile ad un'orzata, tenendo lo sguardo fisso sulla tazza, mentre la sua testa andava su pensieri poco simpatici.
Quando però, per fortuna solo poco dopo il suo arrivo nella hall, aveva sussultato all'impatto di un corpo che si lasciava cadere, di peso, sulla panca accanto a lei, aveva sorriso senza aver bisogno di alzare lo sguardo: mentre un vassoio veniva poco discretamente lanciato sulla superficie metallica del tavolo con uno *sbleng* che aveva riverberato a lungo nella stanza, un braccio l'aveva contemporaneamente cinta da un lato per un breve, amichevole gesto d'affetto e poi era rimasto lì, pigramente (e un pochino territorialmente) drappeggiato sulle sue spalle.
Nuovamente, le panche avevano pietosamente cigolato sotto lo stress di altri due muscolosi corpi che si univano a lei al suo tavolo. Il rumore dei tacchi di Carbine, in rapido avvicinamento a falcate lunghe e decise, avvisava che il generale era poco distante.
"Blea! Ma perché diavolo mangi quella roba, tesoro?" Vinnie aveva esclamato disgustato, dopo aver allungato due dita e, senza farsi minimamente alcun problema, aver spiluccato nel suo piatto.
"Perché? Cosa ho preso?" aveva domandato la terrestre, guardando con diffidenza prima il contenuto del suo piatto e poi le dita di Vinnie, che scavavano e rimescolavano il suo cibo "Ehi! Non puoi smetterla? Questa sarebbe la mia colazione!"
"Colazione? Ha! Se lo dici tu" aveva risposto lui, allontanando la mano e ridendo.
"In effetti la tua è una scelta alimentare… interessante, Charley" aveva sorriso Modo, seduto di fronte a lei, con un vassoio enorme, stracarico di piatti e vivande.
"Cioè?"
"In pratica hai preso solo condimenti e… quello non è di solito per decorazione?" era intervenuto Throttle. Modo si era allungato verso di lei e con il coltello aveva arpionato quello che sembrava essere un baccello o uno strano frutto, l'aveva brevemente osservato e poi appoggiato di lato al piatto, sul suo vassoio.
"Sì, questo non è esattamente commestibile"
"Sei a dieta Charley?" il braccio di Vinnie era sceso lungo la schiena e le aveva dato un poco galante pizzicotto sul fianco, all'altezza della vita.
"E piantala!"
"Piantala di fare cosa?" aveva scherzato lui, mentre le sue dita si soffermavano più a lungo del necessario sul il sottile strato di grasso traditore che lei SAPEVA essersi accumulato sul suo girovita nell'ultimo anno. La ragazza stizzita si era scrollata di dosso quella mano maleducata e ora guardava gelida il ragazzo: se il suo sguardo avesse potuto uccidere, Vinnie sarebbe esploso in milioni di coriandoli pelosi.
"Devo iniziare a parlare della tua pancetta da birra Vinnie?"
"Tieni Charley" era intervenuta a quel punto Carbine. La donna si era seduta dall'altra parte della tavola e aveva spinto al centro il proprio vassoio, che per quantità e varietà di contenuto non sfigurava accanto a quello di Throttle, Vinnie e Modo, i quali sembravano voler fare scorte per l'inverno. L'enorme, insaziabile appetito dei suoi amici era sempre un po' sconvolgente per l'umana, anche dopo tanti anni.
"Quello nel piatto al cento è salato: è una sorta di... come lo definite voi? Salume?" aveva iniziato a spigarle la generalessa "Questi sono dei frutti e questa... non so come descrivertela. Immagina una cosa tipo pane, ma fatta di farina di tuberi e latte di gernoo. Mentre questo..."
"Gernoo?"
"Si, gernoo"
"É una specie di verme di terra di 5 metri" aveva aggiunto Modo, pieno di buona volontà "Brutto come pochi, ma se ti perdi nel deserto e sei abbastanza fortunato da trovarne uno, sei a posto per una settimana"
"Di solito sono la preda naturale dei Saber Squids" era stata l'aggiunta alla National Geographic di Vinnie, tra un boccone e l'altro.
"…Verme…"
"Verme"
"…E in realtà non stiamo parlando di latte, vero?"
"Bhe', i vermi non producono latte" era stato il commento, in tono è un dato di fatto, di Throttle.
"Charley, tutto ok? Sei un po' verde"
"…Io...Penso che vomiterò…"
Sapeva che con il tempo sarebbe venuta a compromessi con le pietanze e i cibi di quel mondo, non era né una viziata né una stupida, avrebbe presto apprezzato quello che di buono l'ecosistema e la cucina marziana potevano offrire, ma in quel preciso momento, guardando Modo mangiare con gusto quello che lei concepiva solo come "brioche alle secrezioni di verme", il suo stomaco era entrato in sciopero. I frutti e la pseudo-orzata sarebbero stati sufficiente per oggi. Forse anche per i giorni a venire... e non voleva nemmeno indagare eccessivamente sulla bevanda, giusto per non avere brutte sorprese: per rimanere sana di mente doveva poter credere che quella cosa che stava ingerendo fosse normale!

Avrebbe poi a lungo ponderato se in effetti la assoluta ossessione che i ragazzi avevano dimostrato nei loro anni sulla Terra nei confronti degli hot-dogs, un'ossessione che aveva eletto quel particolare cibo come unica fonte di nutrimento dei tre marziani, fosse in realtà dovuta ad una diffidenza nei confronti di alimenti per loro alieni e completamente sconosciuti e non, come aveva sempre creduto, ad una grave forma di diseducazione alimentare da maschio goloso.
Ovviamente la risposta era no: i ragazzi mangiavano hot-dogs perché erano la cosa più buona (e l'unica) che fossero oggettivamente in grado di cucinare. In effetti avrebbero mangiato ogni tipo di cibo spazzatura che si fossero trovati davanti, e solo quello, poco importava il pianeta su cui fossero in quel momento. Sia mai che qualche vitamina vera entrasse a tradimento nel loro organismo, che so, con un piatto di spinaci lessi...
A pensarci bene era uno dei grandi misteri dell'universo come riuscissero a mantenere quei corpi da atleti professionisti con un'alimentazione alla Homer Simpson.