Brittany aveva sempre nutrito una discreta passione per il molo. Rappresentava una parte fondamentale dell'industria di Metropolis. Le rotte commerciali importavano ed esportavano beni. A volte suo padre la portava al parco sull'altra sponda del fiume e si mettevano ad osservare le enormi navi che entravano in porto. Cercavano anche di indovinare cosa ci fosse dentro ai vari container colorati.

Quando era piccola era convinta che dentro a quelle scatole di metallo ci fossero unicorni e gatti parlanti, ma in seguito apprese che oltre agli affari, c'erano i veri affari. Quelli loschi. Il genere di affari su cui avrebbe scritto articoli una volta diventata adulta. Era al molo che aveva fatto il suo primo scoop, avendo assistito all'affare di droga del secolo, che aveva fatto incarcerare alcuni esponenti della polizia locale.

Era stato il suo primo scoop e da allora Brittany aveva iniziato a sentirsi più a disagio ad aggirarsi in questa zona della città. Non che non sapesse come muoversi, la sua famiglia non veniva dal quartiere benestante della città ed aveva imparato a badare a se stessa. Ma questa volta forse aveva un po' esagerato.

Brittany non aveva capito che razza di persone stesse spiando fino a che non le avevano lanciato un container addosso. Un container per le spedizioni. Un enorme container per le spedizioni di trenta metri e cinque quintali. Quel tizio lo aveva sollevato come fosse un Lego e glielo aveva lanciato contro. Perché quella non era gente che tirava fuori le pistole, era gente che lanciava container.

Mutanti.

"Cazzo," Brittany osserva il container muoversi verso di lei, persa in una inquietante scena al rallentatore dalla quale non può scappare. Pensa che se ci fossero davvero degli unicorni nel container, renderebbero la sua morte meno sgradevole.

Il container colpisce il suolo, e inizia a rotolare con una tale forza distruttiva che la ucciderà all'istante, e non accenna a rallentare. Si stringe contro la fredda parete di cemento dietro di lei e si chiede, se per caso Santana non fosse stata in ferie, se sarebbe riuscita a convincerla a restare a casa stasera. Forse era stato un po' troppo rischioso?

Probabilmente no, ma almeno qualcuno avrebbe saputo dove si trovava o dove cercarla quando non si sarebbe presentata al lavoro il giorno successivo.

Chiude forte gli occhi, nascondendo il capo fra le braccia, ascoltando l'orribile sferragliare del container che rotola. I capelli volano intorno al suo viso nell'ultimo secondo prima che la raggiunga, e la terra si muove sotto le sue gambe tremanti. C'è un frastuono tremendo, un impatto che riesce a sentire nelle ossa, la parete dietro di lei si sbriciola, il metallo stride, poi tutto diventa nero.

Le serve un minuto intero per rendersi conto che sta ancora respirando, e che è addirittura ancora in piedi. Apre lentamente gli occhi, sbatte le palpebre un paio di volte per orientarsi, è ancora molto buio. Il suo respiro è sottile, debole, e non è l'unico. Il suono del respiro di un'altra persona riecheggia intorno a lei, e rimbalza fra il container di metallo e la parete dietro di lei.

Guarda verso l'alto, spaventata e sentendosi ancora in pericolo di vita. C'è qualcuno vicino, troppo vicino, al buio non riesce distinguere altro che la sagoma di una persona di fronte a lei, con entrambe le braccia che la circondano, e decisamente troppo vicino, "Chi–"

"Shh," cerca di confortarla la persona estranea, e c'è qualcosa di familiare nella voce, delicata, femminile, vagamente roca, "va tutto bene, sei al sicuro."

"Che cazzo succede?" Brittany cerca di divincolarsi, ma le braccia dell'estranea di fianco a ciascuna delle sue spalle le impediscono di muoversi. E' troppo buio, il container si è schiantato sulla parete su entrambi i lati dei loro corpi, intrappolandoli contro l'edificio in una tomba di metallo e cemento. Inizia a sentirsi claustrofobica, è stata quasi uccisa e non ha la più pallida idea del perché non è morta o su chi diavolo sia la persona—

"Superwoman?" prova a chiedere sperando di avere ragione, "Sei tu?"

Chi altro potrebbe fermare un container di due tonnellate con la schiena?

Gli occhi di Brittany si sono quasi adattati alla poca luce, è esattamente quello che è successo. La donna si è posizionata davanti a lei e ha preso in pieno la botta del container, l'inerzia ha fatto piegare il metallo intorno a lei creando una tasca abbastanza grande per tenere in vita Brittany. Brittany si guarda a destra e a sinistra, le mani della supereroina sono sepolte dentro la parete quasi fino al gomito. Le è servito a rallentare il container e a mantenersi in piedi, in modo da proteggere Brittany.

Di sicuro non è stata un'impresa facile. Riesce a sentire il fiato della donna sul suo mento, per la prima volta le sembra che stia respirando affannosamente.

"Già," risponde la voce debolmente, quasi esitante. Non è il tono vivace e sicuro di sé al quale Brittany è abituata. "Sono io."

"Oh, grazie al cielo," il corpo di Brittany si rilassa, appoggiandosi distrattamente contro la parete, "credevo di essere spacciata."

"Che cosa ci fai qui?"

Avrebbe dovuto aspettarsi un rimprovero, "Io, ehm, avevo una pista, e—"

"Sei da sola?" non sta cercando di essere condiscendente, vuole solo far capire a Brittany che non è stata proprio una buona idea. Che forse avrebbe potuto non arrivare in tempo per salvarla.

"Già," Brittany si chiede se l'altra riesca a sentire il calore emanato dal suo viso, data la loro vicinanza.

Superwoman non dice niente. Resta lì ferma, ansiosa nel silenzio. Brittany si muove nervosamente, la sua spalla sfiora inavvertitamente l'avambraccio dell'altra donna. Ha sentito un improvviso breve respiro o se l'è immaginato? Il goffo strisciare di una scarpa sul suolo?

"Stai," non è sicura di poterlo chiedere, "stai bene?"

"Presto se ne andranno," dice Superwoman invece di rispondere alla domanda, "preferisco che pensino che tu sia morta in modo da poterti allontanare inosservata, piuttosto che darti la caccia per aver visto quello che non avresti dovuto. Non ti hanno vista bene in faccia, giusto?"

"No," Brittany scuote il capo, "credo di essere stata troppo lontana."

"Bene," l'ombra del suo capo annuisce brevemente.

Piomba di nuovo un silenzio imbarazzante, si ascoltano respirare, cercano di non muoversi troppo o rischiare di toccarsi. Brittany aspetta ben un minuto intero prima di dire quello che ha in mente, "Puzzi un po' di fattoria."

"Se me l'avesse detto chiunque altro, l'avrei preso a pugni," sbotta l'altra, ma Brittany riesce ad avvertire imbarazzo dietro al sarcasmo del suo tono, "ma lascerò correre per questa volta."

Quando è ovvio che non avrebbe argomentato oltre, Brittany chiede, "Ti trovavi in una fattoria prima di venire qui?"

C'è un pesante e forzato silenzio, e Brittany pensa che forse era una domanda un po' troppo personale, "Scusami... io..."

Superwoman scuote il capo e, nella pallida luce che viene da sopra di loro, Brittany è in grado di scorgere una coda di cavallo, "È così. Ero davvero in una fattoria. Probabilmente ho sterco di vacca sotto gli stivali, mi dispiace. Non ho pensato a cambiarmi, dovevo solo... beh, dovevo arrivare qui."

"Non mi sto assolutamente lamentando," assicura Brittany con onestà, solleva le mani in un gesto avventato e le nocche delle sue dita strofinano contro il tessuto dei... pantaloni di Superwoman? O è una maglietta? O... no.

Le sue labbra si sollevano in un sorriso, le sue dita passano sul tessuto che copre il ventre dell'altra donna. Non le sfugge il leggero contrarsi dei suoi addominali, "Indossi una salopette?"

Superwoman non risponde, ma le sue spalle si irrigidiscono e Brittany sente uno scricchiolio nel cemento alle sue spalle.

"Non ti sto prendendo in giro," le spiega gentilmente, il suo sorriso si affievolisce in un'espressione intenerita: la supereroina è imbarazzata ed lo trova adorabile. "Ti prego, scusami, è solo che non me lo sarei mai aspettato."

Sente la tensione allentarsi, ma non sparisce del tutto.

"Non sono sempre Superwoman, sai," la supereroina la sorprende con quell'ammissione, è la prima volta che parla del suo alter ego.

"Sei una contadina in segreto?" Brittany sa di essere un po' ficcanaso, e non è sicura di quello che faccia essere l'altra più a disagio: le sue domande o le sue dita che giocano gentilmente con il tessuto della salopette. "Quanto dista la fattoria dalla città?"

"Posso attraversare il paese in tre secondi," sussurra Superwoman, "quindi potrebbe trovarsi ovunque da qui e alla costa ovest."

"Vero," annuisce Brittany, i suoi occhi seguono le forti braccia fino alle spalle, la luce ora mette in evidenza le spalle dell'altra donna, la linea dei suoi bicipiti. Si lecca le labbra, la punta delle dita trova l'orlo del jeans, quel punto in cui il davanti e il dietro si incontrano sotto il braccio. Si chiede cosa indossi al di sotto. Nella poca luce riesce a malapena a vedere le maniche di una t-shirt, il colore è scuro. "È tua la fattoria?"

"No."

Fa un respiro, lento e attraverso il naso, cercando di cogliere indizi sull'habitat segreto di Superwoman. L'odore di fieno, forse un camino, e sicuramente concime. È davvero tutto americano il dolce e leggero odore di fattoria, di erba appena tagliata e campi aperti.

"Superwoman sbarca il lunario come contadina?" Brittany solleva un sopracciglio, la sua voce è bassa data la vicinanza. Si stava comportando in modo audace, spudorato, così come le sue dita che avevano raggiunto il morbido tessuto della maglietta sotto alla salopette. Un respiro affannoso da parte dell'altra donna è abbastanza per farla fermare un momento, e poi proseguire.

"Non mi pagano," spiega Superwoman in modo sbrigativo, come se si stesse concentrando su qualcos'altro oltre alle dita che scorrevano sui suoi fianchi.

"Lavori gratis?" chiede Brittany sorpresa quanto impressionata, "Beneficenza?"

"Faccende," si corregge, scuotendo il capo e cercando di non agitarsi troppo al tocco delle dita di Brittany. "Do una mano... di tanto in tanto. È la stagione della mietitura."

Questo attira l'attenzione di Brittany, quasi quanto la sagoma del reggiseno di Superwoman che le avvolge la cassa toracica. "Quindi la tua famiglia vive in una fattoria?"

Superwoman non risponde subito, mentre Brittany traccia il tessuto sotto alla sua t-shirt, "Una... dei milioni di fattorie di questo paese."

"Non lo dirò a nessuno," dice Brittany onestamente.

"Perchè no? C'è gente che ucciderebbe per un'informazione del genere."

"Non sono nel giro degli omicidi," Brittany desidera oltrepassare le barriere che sembrano far soffrire così tanto l'altra donna, così forte eppure così vulnerabile.

"Sei nel giro dei ficcanaso," Superwoman si prende la rivincita riacquistando un po' della sua spavalderia, "è così che sei finita in questo casino."

"Non lo chiamerei proprio un casino," Brittany afferra il tessuto della salopette di Superwoman, facendo scivolare i pollici sui bottoni delle fibbie, che brillano nella luce fioca. Deve assolutamente farle un'altra domanda, "Hai volato fin qui solo per salvarmi?"

Sente l'altra donna deglutire.

"Come... come facevi a sapere che ero nei guai?"

"E' il mio lavoro saperlo," risponde semplicemente.

Per quanto riguardava Brittany, era sufficiente. Superwoman salvava le persone. Salvava migliaia di persone. Brittany non era niente di speciale. Eppure, Superwoman era solita rispondere, seppur vagamente, a domande di questo tipo? Arrivava senza uniforme per chiunque?

"Sapevi che ero io?" Brittany le chiede cautamente, quasi timorosa della risposta, "O sapevi solo che qualcuno era in pericolo?"

Sembra combattuta, intrappolata in una oscura gabbia di metallo e cemento con queste domande. Il suo piede scivola contro il suolo e il pollice di Brittany le accarezza la clavicola, nella speranza di tranquillizzarla. Farle capire che può abbassare la guardia. Che può fidarsi di lei.

"Sapevo che eri tu," distoglie lo sguardo mentre lo dice e la luce illumina il suo profilo, rivelando un'espressione corrucciata ed un ombra sopra i suoi occhi che danza anche sulle sue guance. L'attenzione di Brittany viene attirata immediatamente dalle sue labbra, tirate in una smorfia combattuta. "Cioè, salverei chiunque, è quello il mio lavoro, ma... ma tu sei diversa."

Il cuore di Brittany prende a batterle nel petto, incerta se stia succedendo davvero, "Ah, sì?"

"Sei molto diversa, Brittany."

Abbassa il capo imbarazzata con se stessa. Non solleva lo sguardo fino a che la mano di Brittany non le scivola sul collo, le prende la guancia e le solleva il mento.

La voce di Brittany quasi si rompe quando chiede, "Conosci il mio nome?"

"Sì," Superwoman cerca nuovamente di guardare altrove ma, sorprendentemente, Brittany riesce a tenerla ferma.

"Conosci il mio nome?" Brittany deve ripeterlo perché l'altra non ha capito quanto significhi per lei. Che non è solo un'altra bionda anonima che si mette sempre nei guai, che non è una delle centinaia di persone in città che hanno una cotta per la Donna d'Acciaio.

"Non sei una semplice damigella in pericolo, sei speciale per me."

Brittany quasi sviene. Le sue ginocchia tremano, e le sue labbra formano un sorriso compiaciuto. Sa che Superwoman è in grado di avvertire le sue guance arrossite, dato che sono così vicine. Così vicine e in procinto di avvicinarsi di più. Brittany non è certa di cosa sia stata colpa, se della sua mano o dell'intensità del momento.

Le sue labbra sono assurdamente morbide: più morbide di quanto la natura indistruttibile del suo corpo dovrebbe permettere, quello inferiore sta tremando contro a quello di Brittany, timido e nervoso. Brittany è felice di farle capire che va tutto bene, più che bene, magnificamente. Mette una mano sulla parte bassa della schiena di Superwoman e l'altra scivola sul retro del suo collo, attirandola a sé. L'ultimo momento di esitazione svanisce e Superwoman si avvicina, usando il suo corpo per intrappolare Brittany contro la parete, i suoi baci sono più decisi, più bisognosi, più umidi.

A Brittany gira la testa, la solida forza della donna contro di lei, l'aria che si scalda così come i loro corpi. Lo spazio è sempre molto ridotto, buio, scomodo in un modo in cui quell'esperienza non è. E' intrappolata qui perché qualcuno ha provato ad ucciderla ed è abbastanza speciale da avere qualcuno che ha voluto salvarla. Si sente calda, più calda dello spazio fra la t-shirt di Superwoman e la patta posteriore della sua salopette. Le sue mani scivolano sui forti muscoli e sulla sua spina dorsale.

L'eroina fa un minuscolo suono, avvicinandosi ancora di più e il cuore di Brittany batte nel suo petto. Sta succedendo davvero. La piccola alcova è riempita dai loro respiri affannosi, deboli suoni, ed un leggero fruscio. Il cemento si sta sbriciolando dietro le sue spalle e Brittany non se ne preoccupa nemmeno per un attimo. Superwoman non permetterebbe a nulla di farle del male. Si sta fidando completamente, mossa da una connessione che non riesce a giustificare dati gli sporadici incontri e le brevi conversazioni.

Sente come se conoscesse questa donna, e che significhi qualcosa per lei, ed è tutto ciò di cui ha bisogno al momento.

Di quello e di altri baci, ma Superwoman si allontana. Brittany fa il broncio e l'eroina le dà un ultimo, prolungato bacio.

"Devo," per la prima volta, Brittany la sente senza fiato, "devo rallentare."

"Okay," annuisce Brittany arrossendo.

"Mi dispiace," Superwoman sembra più imbarazzata per avere bisogno di fermarsi di quanto lo sia Brittany per voler continuare, "È... è che devo fare attenzione."

"Che vuoi dire?" chiede Brittany.

"Se perdo concentrazione, perdo il controllo," ammette fra respiri profondi, "potrei farti del male."

Brittany rabbrividisce per una ragione completamente diversa, ma conferma la sua teoria: Superwoman non le farebbe mai del male.

"Copriti gli occhi, potrebbe esserci della polvere," la istruisce Superwoman e Brittany esegue senza fare domande. Sente l'altra donna estrarre le mani dalla parete, ci sono delle schegge dietro di lei ma rimane ferma. Sente un fruscio e si chiede se Superwoman si stia scuotendo via la polvere dalle mani. "Okay, ora sei a posto, ed il molo è libero quindi posso portarti a casa."

Brittany si leva le mani dagli occhi, "La mia auto—"

"Sarà nel tuo parcheggio domani mattina," la rassicura.

"Va bene."


Deve promettere di tenere gli occhi chiusi tutto il tempo, perché non è appropriato vedere un eroe fuori dalla sua uniforme, ed in salopette a maggior ragione, ma a Brittany non importa. Volare in cielo fra queste braccia forti è una benedizione a prescindere. Le sue braccia sono strette intorno alle spalle di Superwoman, una mano sta giocando con la fibbia della sua salopette, e l'eroina non se ne lamenta.

Brittany è quasi sorpresa che Superwoman sia in grado di trovare il suo edificio avendole dato solo un semplice indirizzo, e l'eroina recepisce dove vada la sua auto con un breve cenno di assenso. Atterrano sul tetto, Brittany tiene gli occhi sbarrati mentre i suoi piedi toccano il suolo.

"Posso aprire gli occhi?"

"Non ancora," c'è un sorriso nella sua voce, "conta fino a tre, okay?"

"Okay."

"Me lo prometti?"

Brittany sorride, quasi in estasi per il piccolo scambio confidenziale, "Te lo prometto."

"Grazie," sussurra Superwoman, poi c'è quella inconfondibile sensazione di labbra premute contro la guancia di Brittany, "buonanotte, Brittany."

Le gira la testa, quindi è a malapena in grado di rispondere, "Anche a te."

Conta fino a cinque per stare sul sicuro e, come pensava, quando apre gli occhi è da sola in compagnia delle stelle sopra di lei. Stanno brillando come se conoscessero il segreto e Brittany ricambia il sorriso.