I suoni non sembravano mai gli stessi durante il giorno come lo erano di notte. Nemmeno con il giorno artificiale generato dalle luci della nave, i suoi passi non lo avevano mai perseguitato in quel modo, mentre si nascondeva nell'oscuro corridoio, temendo che il rumore potesse svegliare l'intera nave. Non c'erano altri passi che potevano nascondere il rumore, nessun vociare che potesse attutirlo. C'erano soltanto lui e la sua silenziosa ombra, dirigendosi verso l'infermeria dove si trovava il suo obiettivo ignaro di tutto.
Non aveva mai voluto che accadesse tutto questo. Niente di tutto questo. Era la sua disperazione, il suo rifiuto inflessibile nel lasciar andare l'unica cosa che ancora contava qualcosa per lui, che li aveva incagliati tutti lì. Il suo egoismo (il suo desiderio di proteggere l'equipaggio?). La sua paura (il suo coraggio?). Quasi non lo sapeva più. Come lo descriveva? Durante la sua vita è stato chiamato in molti modi. Una cosa in particolare lo bloccava, una parola che lui disprezzava, una descrizione alla quale pensava non sarebbe stato mai associato.
Codardo.
Non era mai andato molto d'accordo con David Telford, ma quello era un colpo basso. Quel uomo davvero pensava questo di lui? Oppure stava cercando di contrastare l'Alleanza Lucian? Un codardo attraverserebbe un portale senza sapere cosa ci sia dall'altra parte? Un codardo si scontrerebbe faccia a faccia - e qualche volta testa a testa - contro un gruppo di persone dal quale era odiato? Un codardo rimarrebbe indietro intrappolato in una nave in procinto di esplodere per garantire la salvezza del suo equipaggio?
Oppure è stato quello stesso codardo a far in modo che iniziasse tutto questo? E lui ora cosa stava facendo, gli altri come lo avrebbero percepito?
Lui non era una persona che si arrendeva facilmente. Non si è arreso su nulla. Si era dedicato a questa missione con tutto il suo cuore e la sua anima. Da quando loro sono arrivati, ogni singolo giorno la fuori si è portato alla luce almeno una dozzina di modi per morire, e fino a questo punto sono riusciti a trovare una via d'uscita. Ci sono state delle perdite, ovviamente, e lui rimpiangeva ognuna di esse, ma i membri principali dell'equipaggio hanno dovuto sopportare l'impossibile, eludendo la morte e superando in astuzia un miliardo di cose, che a dirla tutta avrebbero dovuto sterminarli nel giro di una settimana. Se questa non era la prova che loro dovevano rimanere lì, lui non sapeva quale potesse essere. Tutti continuavano a ripetere che loro erano le persone sbagliate, che non appartenevano alla missione, che non era loro compito terminarla. E Nick aveva cercato troppo al lungo di persuaderli che si sbagliavano. Loro erano le persone giuste. Loro appartenevano alla nave. Loro erano qui per una ragione.
E per un incredibile, glorioso momento, lui ha pensato che loro lo credevano. Quando il suo lui dal futuro si presentò e raccontò di quelle poche persone straordinarie che avevano accettato di rimanere sulla nave, Nick era stato sopraffatto da una sensazione di sollievo e orgoglio. Loro si erano schierati dalla sua parte ed avevano dichiarato a gran voce che non c'era null'altro di più importante in quel momento di scoprire che cosa avessero voluto imparare gli Antichi così fortemente da inviare una nave come questa ad esplorare l'infinità dell'universo, sapendo che non sarebbero mai tornati indietro. Era stato il momento apicale della sua vita, ed era stata un grande prova della sua forza d'animo a rimanere nell'infermeria ed ascoltare il racconto e a non restare sopraffatto dal crescente senso di onore e gioia. La missione sarebbe continuata. Loro capivano.
Ed è stato strabiliante come velocemente gli abbiano voltato le spalle. Tutto cambiò un mese fa quando trovò un nuovo pianeta di classe Icarus, ed in quella stessa ora li aveva persi tutti. Aveva fatto tutto il possibile escludendo inginocchiarsi e supplicare, dato che si rifiutava di supplicare, per convincere queste persone a restare. Loro dovevano, perché lui doveva, e non poteva riuscirci senza di loro. Aveva bisogno di loro. Loro erano un team, gli aveva detto, ma non era servito. Loro lo avevano abbandonato. Si stava basando su di loro per poter rimanere sulla nave, allo stesso modo loro si stavano basando su di lui per cercare di scendere da essa. La situazione era precipitata così velocemente che quasi gli dava le vertigini, lasciandolo senza sostegno, barcollando per recuperare il terreno perso. Era difficile - impossibile - essere l'unico a cui importava veramente di qualcosa da desiderare che continuasse la sua corsa, e non aveva alcuna via di uscita. Non aveva alcun supporto. Era solo, completamente solo, abbandonato da ogni persona su cui pensava si potesse contare, ed ogni individuo sull'intera nave sembrava troppo occupato a sognare la Terra per notarlo. Forse aveva ragione dopo tutto. Loro erano le persone sbagliate. La delusione fu devastante.
"Ammettilo, Rush. Dopo tutto quello che è successo, hai paura che non ti lasceranno tornare."
Telford si sbagliava. Non aveva paura, ne era convinto. Sapeva senza alcun dubbio che una volta messo piede fuori dalla nave non gli sarebbe mai stato più permesso di ritornarci. Avevano trovato qualcun altro, e lo avevano fatto con gioia. Veramente non sapeva quando era diventato rimpiazzabile. Pensò che era stato nel momento esatto in cui aveva inserito il nono blocco invece di chiamare la Terra, oppure anche prima di quello, il momento in cui Eli risolse il dilemma delle armi di Dakara. Qualunque cosa sia stata, sapeva per certo una cosa: il momento in cui era diventato rimpiazzabile è stato il momento in cui è diventato irrilevante. E la rilevanza è uno dei desideri umani più elementari. Ognuno vuole sapere che conta. Lui aveva imparato tempo fa che se non riesci ad essere accettato, devi essere utile. Ed ora, lui non era nessuno dei due.
Non era stata una sua decisione abbandonare la missione. È una situazione nel quale lui è stato costretto, una delle cose che ultimamente non riusciva a controllare, e lui non aveva altra scelta che abbandonare ogni ultima cosa che gli poteva offrire qualsiasi tipo di futuro dignitoso. Come è interessante, pensò tra se, avanzando furtivamente nel corridoio, per ritrovarsi ora in un'altra posizione dove il suo futuro potrebbe essere strappato via; solo che questa volta era lui a dover prendere una decisione. L'ultima scelta. Un'ultima possibilità per fare qualcosa in questa breve esistenza, per avere qualcosa da dimostrare nel suo tempo qui, per rendere una differenza tangibile, e magari riprendere il controllo sulle sue scelte. Lui non si arrendeva, ma sentiva di aver fallito. Aveva intenzione di cambiarlo proprio adesso quando aveva ancora qualcosa da offrire.
Il tenente Johansen lasciava sempre la porta dell'infermeria aperta durante la notte, quindi non era sorpreso di vederla aperta adesso, mentre si avvicinava. Si mantenne vicino al muro appoggiato al bordo per scrutare all'interno. Era là, alla sua scrivania. Sarebbe stato facile.
In pratica.
Silenziosamente entrò nella stanza e senza far rumore si avvicinò a lei. Molto, molto gentilmente, controllò entrambi i polsi e l'incavo dei gomiti. Non trovando nulla, fece scivolare le dita sotto la sua mascella, dietro l'orecchio, tra i capelli, fino al l'altro lato. Lì. Subito dietro il lobo del suo orecchio destro c'era un rigonfiamento, solido e caldo al tocco; le spostò di lato i capelli e si avvicinò per dare una migliore occhiata.
Gli scappò un lungo sospiro. Il rigonfiamento aveva un brutto aspetto, gonfio e di un rosso ardente con striature scure che si univano con la pelle al di fuori dei bordi. Lo sapevo. Con l'altra mano toccò una protuberanza identica dietro al suo collo.
È così, quindi.
Si allontanò dal tenente e si diresse verso una mensola, prima osservandola con lo sguardo, poi frugando in ogni angolo in ricerca. Se doveva davvero farlo, doveva sbrigarsi, coraggio o no.
Era preoccupato mentre lavorava. Pensava a quanti sarebbero venuti al funerale. Si preoccupava di che cosa avrebbero detto. Si preoccupava di dove sarebbe stata seppellita la bara. Non sulla Terra, probabilmente. La decomposizione sarebbe già iniziata per aspettare tanto al lungo. Proprio quel pensiero lo fece fermare e diede una veloce occhiata a Johansen. Nessuno sarebbe stato in grado di visitarla. Nessuno avrebbe posto dei fiori sulla sua tomba. Lei non lo meritava.
Si umettò le labbra e scosse la testa, riprendendo la sua ricerca. Fili di cucitura, bendaggi, tubi, maschere per l'ossigeno. Niente di tutto questo gli era utile. Si abbassò verso una mensola inferiore e cercò nei contenitori. Dopo qualche altro minuto la trovò - una piccola bottiglia contenente un qualche agente paralizzante. Sfilò il coperchio, e spremendo fece uscire qualche goccia di liquido, e si avvicinò di nuovo a Johansen. Lei stava riposando sulla scrivania, le sue mani le facevano da cuscino sotto la testa, ed entrambe le braccia scoperte. Gentilmente, iniettò l'analgesico nel suo braccio sinistro. Lei era destra; quindi non l'avrebbe affetta al lungo. Lui aspettò un lungo, silenzioso, irrequieto minuto, poi estrasse una siringa dalla sua tasca togliendole il cappuccio. Dopo aver disinfettato l'area del braccio, le tenne ferma la spalla con la sua mano sinistra, e con la destra, iniettò l'ago premendo lo stantuffo. Si agitò lievemente di nuovo, ma lui aveva quasi terminato, e rimase fino a quando tutto il liquido non fosse stato inniettato, sperando che non si svegliasse completamente. Quando finì, un'ondata di nausea lo colpì allo stomaco come un pugno. Tremando, chiuse la siringa, la infilò di nuovo nella tasca e combattè la sensazione nello stomaco, insieme alla pelle d'oca che iniziava a farsi strada nel suo corpo.
Era finita.
Sarebbe morto.
Lui non si arrendeva mai. Ma allora perché aveva la sensazione di essersi arreso?
