II

SOLITUDINE

Non c'è nulla, là fuori.

Le onde non si infrangono sulla spiaggia.

I gabbiani non volano in bilico sul filo del vento.

Non c'è nulla, intorno a me. Queste pareti, bianche e sporche, sono solo apparenti.

Non c'è nulla, Shan-pu.

È tutta un'illusione. Una gabbia colorata e abbagliante per mettere alla prova la nostra anima.

Togli i colori, Shan-pu, sono ingannevoli.

Togli la luce, serve solo a celare la verità.

Sai cosa rimane? L'abisso. Un abisso oscuro e senza fine. Il nulla.

Perché questa è la verità. Le tenebre sono l'unica cosa reale che i nostri occhi percepiscono.

Anche il tuo corpo, che stringo contro il mio. Anche tu sei un'illusione.

Un'illusione che si aggiunge a miriadi di altre illusioni, morte come te.

E tutte urlano, Shan-pu. Mi implorano. Mi chiamano. Mi sorridono.

Sono tante. Troppe. E io non riesco più a tenerle incatenate.

Non sento più nulla, perché non sento altro.

Vago senza meta, in una realtà senza tempo e senza contorni, in cui ogni dolore, ogni gemito, ogni risata, ogni pianto si fondono e si smorzano, attutiti dalla bruma fitta e perenne che avvolge i sensi e ottenebra ogni istante di più le mie percezioni. Fino a dissolverle.

Una realtà ovattata e plumbea in cui niente sembra più in grado di toccarmi.

Niente.

"Onorevole Ranma?".

Spalancò gli occhi, furente. Nella stanza nulla si era mosso, a parte la lanterna appesa al soffitto che oscillava un poco emanando stanchi bagliori rossastri.

"Onorevole Ranma, possiamo entrare, ora?".

Socchiuse le palpebre, come a cercare di mettere a fuoco una a una le innumerevoli chincaglierie coperte di polvere di Shan-pu. La frescura aveva smesso di penetrare dalla finestra in timide folate. Il vento stesso doveva aver cessato di soffiare, perché le nubi gravide di pioggia avevano del tutto oscurato un cielo abbandonato anzitempo dal sole morente. Non un lampo, tuttavia, illuminava la sera che avanzava. Nessun ruggito cavernoso tranciava la calma immota preannunciando quello che sarebbe certamente stato un violento acquazzone. Un silenzio ovattato sembrava aver colmato l'aria umida attutendo ogni rumore, persino i gabbiani avevano smesso di strepitare per accaparrarsi un boccone di pesce, quasi fossero in attesa di un segnale per ricominciare a contenderselo.

Non si decideva a piovere. Avrebbe dilapidato volentieri la sua fortuna per poter udire, in quel momento, lo scroscio di un temporale autunnale. Il suo picchiettio l'avrebbe cullato in un abbraccio confortante, mentre il profumo di terra bagnata avrebbe carezzato la mente con la stessa freschezza di una mano immersa in una sorgente.

Invece un senso di spossante inerzia gravava sull'etere come una coltre di neve, imprigionando persino i granelli di polvere sospesi nell'aria e stritolando i sensi in una morsa di quiete assoluta. Che aspettavano quelle dannate nubi a riversare sulla terra le loro lacrime? Le sue, forse? Avrebbero aspettato invano, allora: da un pezzo non versava sale sulla pelle. Eppure lei era morta, lei che per anni era caparbiamente rimasta al suo fianco, perfettamente consapevole di quale sarebbe stato l'epilogo di quell'unione. Avrebbe dovuto lasciare che almeno una lacrima gli solcasse il volto.

Invece era rimasto lì, immobile, con la testa reclinata su quella di una vecchia che non c'era più e le braccia che perseveravano nel voler stringere a sé due spalle ossute. Perché, poi? Perché una speranza vana aveva sopraffatto la ragione nell'attimo in cui aveva avvertito la vita abbandonare il corpo atrofizzato di Shan-pu. Era rimasto lì, con la mascella serrata e il respiro mal trattenuto ad abbracciare sua moglie con tale veemenza che avrebbe potuto spezzarle le ossa, nell'attesa perfettamente inutile che la morte portasse via anche lui.

Invece sentiva ancora i capelli di lei solleticare la pelle. Sentiva ancora l'odore della salsedine invadere le narici e le onde del mare cercare di trascinare via la sabbia. Respiro dopo respiro la sua esistenza andava dannatamente avanti.

"Onorevole Ranma?".

Sollevò il capo dalla nuca di Shan-pu, volgendo lo sguardo alla porta chiusa. Rimase a fissarla incerto alcuni istanti, come se fossero state quelle quattro assi di pino inchiodate insieme a destarlo dalle sue riflessioni, imitando però il tono fastidiosamente acuto del grasso becchino.

Ansioso di mettere le mani sulla generosa somma che gli aveva promesso, lo scavafosse non aveva resistito oltre, evidentemente, bucando con la sua vocetta stridula la sottile parete mentale che fino a quel momento aveva tenuto Ranma in una sorta di limbo in cui i pensieri galleggiavano inerti sulla superficie gelata di un lago nero come pece. Pensieri appena distinguibili che avevano iniziato inaspettatamente ad agitarsi con sempre maggior frenesia per tentare di liberarsi da quel mare vischioso e putrido in cui aveva annegato la memoria. Forse avrebbe dovuto essere grato al flaccido omuncolo per averlo destato dal quella specie di agitato torpore, ma l'avversione che gli aveva suscitato sin dal primo incontro tornò a intaccargli i nervi.

"Entrate".

L'invito risuonò talmente cupo che Xiao Zhou esitò un momento nell'aprire l'uscio, ma il richiamo dei pezzi di rame prese possesso dei suoi arti e lo indusse a poggiare una mano sudaticcia sulle imposte, distanziandole quel tanto che bastava a gettare un'occhiata all'interno. Lo sterminatore di demoni se ne stava lì, stagliato contro il riverbero fiacco della luce morente.

Deglutì, mentre il cuore partiva al galoppo contro il petto, tanto da sospettare che fosse rimbalzato fin nelle orecchie. Null'altro riusciva a udire, infatti, all'infuori di una paura che gli stava assordando i timpani. Con un rapido cenno della mano dietro la schiena Xiao avvertì il suo assistente, immobile e sospettava senza fiato alle sue spalle, di non muoversi. E sentì questi che, a sua volta, intimava alle non meno impaurite lamentatrici di non fiatare, benché fosse certo che neppure una di loro avrebbe trovato in fondo alla gola il fiato per bisbigliare. Quello non era un semplice cliente, rifletté Zhou, ma una maledetta rogna. E le rogne vanno trattate con ogni accortezza possibile. Con una cautela che non sospettava di avere, il becchino distanziò maggiormente le ante in modo da poter mettere piede nella stanza, quindi si fermò.

Se ne stava disteso sul letto, apparentemente sprofondato nella più assoluta tranquillità a fissare il mondo fuori dalla finestra, mentre stringeva ancora a sé il cadavere della madre. Non dava segno di averlo udito entrare, ma era assai più probabile che lo stesse deliberatamente ignorando.

Xiao non poteva far altro che aspettare che lo sterminatore gli concedesse il permesso di parlare, perché aprir bocca in quel momento, di propria iniziativa, avrebbe quasi certamente significato dover celebrare due funerali: quello della venerabile Shan-pu e il proprio. Le voci che si diffondevano con la rapidità di un morbo sul conto di quell'uomo erano spesso contraddittorie o troppo fantasiose per prestar loro fede, eppure tutte parevano concordare sul fatto che l'onorevole barbaro nipponico dei suoi rispettabili zebedei non si limitasse a macellare demoni e che possedesse una ferocia che lo rendeva assai più temuto degli spettri stessi. Tuttavia, fu solo quand'era apparso sulla soglia della sua bottega tre giorni innanzi che aveva creduto all'istante alla quasi totalità di quelle voci. Le altre, quelle che l'avevano raggelato fino al midollo, sperò di non doverle mai appurare di persona.

Il sudore imperlava ormai la fronte e le tempie, ma Xiao si ostinò nella sua immobilità, pur desiderando più di ogni altra cosa sollevare la veste e scappare via di lì. Invece, nel tentativo di non farsi sopraffare dal terrore, abbracciò con sguardo rapace ogni particolare della stanza da letto: le pareti dall'intonaco appena scrostato, l'enorme specchio di bronzo argentato appeso su una di esse, i mobili in legno di rosa pregevolmente intarsiati, le statuine e i ninnoli di ogni sorta che li affollavano, la coperta ricamata con delicate peonie stesa sul materasso, le curve sinuose del fumo dell'incenso che usciva dai coperchi di due incensieri, uno di giada e l'altro di ametista. Tutta manifattura rara e costosa.

Il panciuto becchino stirò le labbra in una smorfia stizzita: l'uomo non accennava a degnarlo della minima attenzione. Prese allora coraggio, nonostante l'ansia martellante che aggrovigliava le viscere, e riempì i polmoni col respiro più profondo che gli riuscì, ma appena aprì bocca esalò solo un sospiro strozzato: lo straniero lo stava fissando. Lo fissava con quei due pezzi di ghiaccio acuminati come paletti che aveva per occhi. Xiao Zhou cercò vanamente di deglutire, mentre sentiva il sudore coprire come un velo la testa calva.

"Onorevole Ra…". Si schiarì immediatamente la gola, cercando di conferire alla voce un tono più dignitoso di quella specie di pigolio che aveva emesso. "Onorevole Ranma, vi prego di voler lasciare la vostra venerabile madre alle nostre cure, dobbiamo iniziare a preparare il corpo per… le esequie…", mormorò quasi tutto d'un fiato con un sorriso tirato. Udì il suo assistente informare sottovoce le prefiche e una di loro allontanarsi rapidamente per diffondere la notizia.

L'uomo sul letto frattanto era rimasto in silenzio, limitandosi a scrutarlo come cercasse di trapassarlo da parte a parte con lo sguardo. E Xiao ebbe d'un tratto la sensazione quanto mai assurda che la temperatura nella stanza si fosse di colpo innalzata, neanche le pareti trasudassero vapore bollente. Perché mai aveva accettato quell'incarico?

Ranma sembrò realizzare solo in quel momento il motivo per cui quella pulce fosse in casa sua: stava ancora stringendo fra le braccia le spoglie di Shan-pu. Da quanto era morta?

Abbassò un'ultima volta il viso su quello placido di lei e una ciocca sfuggita all'acconciatura scivolò come il ramo di un salice sul volto sorridente della moglie. Allora gli sovvenne che da viva sarebbe stata felice di quel fugace contatto: quante volte aveva letto nei suoi occhi il desiderio di carezzargli la chioma, di affondargli le mani nei capelli nella speranza di arrivare, un giorno, a sfiorargli il viso sfuggente? Quante volte quel desiderio l'aveva infastidito, spingendolo infine a sciogliere il nodo che tratteneva la coda per presentarsi davanti a lei con le ciocche strette in una treccia, fregandosene della sua espressione avvilita e dei suoi pianti furibondi? Per decenni Shan-pu aveva dovuto fare i conti con un volto granitico reso ancor più duro da due iridi nel cui mare nuotava un gelido risentimento. Non aveva mai compreso che l'astio che nutriva i suoi gesti non era dovuto al modo in cui lei l'aveva costretto a sé. Non più.

Le sfiorò delicatamente la fronte con la propria, gli occhi socchiusi. E finalmente, si decise a lasciarla andare.

Xiao Zhou si stava dimenticando di respirare. Era più alto di quanto ricordasse e anche più imponente. Strano poi come tutt'a un tratto la temperatura fosse precipitata, al punto che il freddo sembrava aver scalzato via il caldo.

"Desidero che mia madre abbia un funerale degno di lei".

Xiao osservò superficialmente il corpo della vecchia, sfregandosi mentalmente le mani mentre si profondeva in un ampio sorriso: la pericolosa professione di quel bastardo doveva rendere veramente bene, se era sul serio disposto a sborsare la cifra che gli aveva chiesto per l'inumazione. Magari la sepoltura fosse tornata in auge, così avrebbe smesso di guadagnare una miseria con le incinerazioni!

Zhou si volse di nuovo verso l'uomo per rassicurarlo sulla sfarzosità della cerimonia funebre, quando la lingua si paralizzò contro il palato e il respiro si trasformò in un refolo per poi restare impigliato in gola come le reti dei pescatori sugli scogli: un ostacolo grande quanto un armadio gli si era parato davanti, oscurandogli di colpo la stanza. Xiao sollevò cautamente lo sguardo, cercando di non posarlo sulle grosse mani contratte ad artiglio lungo i fianchi, tuttavia all'altezza del torace dell'uomo si fermò, le pupille incollate al simbolo della lunga vita intessuto con fili bianchi al centro della casacca nera. Fattura pregevole, pensò in preda alla confusione, ma dubitava fosse cinese, visto il profondo scollo verticale che lasciava intravedere le catenelle dorate di un pendaglio.

"Avete udito quello che ho detto?".

Il ringhio lo fece trasalire, convincendolo finalmente a guardare lo sterminatore dritto in faccia. Forse era vera anche la voce secondo la quale sarebbe stato capace di uccidere con lo sguardo. Non c'era di che stupirsi, allora, che non avesse ancora trovato moglie.

"Ma naturalmente! La vostra venerabile madre avrà un funeral…".

Non finì la frase che l'uomo gli lanciò tre filze di monete dritte contro il busto. Le mani di Xiao incespicarono tremanti prima di riuscire ad afferrarle saldamente.

"Allora non perdete tempo".

Furono le ultime parole che scandì, prima di avvicinarsi a una piccola credenza. Fece scorrere il chiavistello e aprì le ante, causando un prolungato lamento da parte dei cardini. La katana era sempre lì, poggiata su un elegante sostegno laccato e dipinto. Ranma l'afferrò senza troppo riguardo e se la legò sbrigativamente alla cintura, ma prima di lasciare per sempre quella stanza si volse a lanciare un ultimo sguardo a Shan-pu, felice nel suo sonno eterno. E invidiandola fino a odiarla, per questo.

Prese un respiro profondo e varcò la porta, incurante di Xiao Zhou che, rimasto sulla soglia con le pesanti filze di monete strette al petto, quasi incespicò nei propri piedi cercando di scansarsi. Il suo assistente si gettò letteralmente di lato onde evitare di essere scaraventato a terra, mentre le prefiche si dileguarono in preda al panico lungo il corridoio, che lui percorse a passo svelto e pesante facendo tremare le logore assi di legno, quasi che il pavimento gli scottasse sotto i piedi, del tutto incurante delle lamentatrici che emettevano gridolini disperati e inciampavano sull'orlo delle lunghe vesti variopinte.

"Onorevole Ranma, vi porgo le mie condoglianze…", proferì Hei Xien prodigandosi in un inchino.

Ranma si fermò davanti all'uscio, scrutando un punto imprecisato oltre la porta spalancata. La notte avanzava lenta e impalpabile come la nebbia.

"Cosa volete?".

Il mercante di perle si raddrizzò e sfoggiò un sorriso mellifluo.

"Sono venuto a porvi le mie condoglianze per la vostra venerabile…".

"Domani prenderete possesso della casa, non prima".

Ranma aveva arricciato le narici, sollevando le labbra sui denti come una tigre avrebbe fatto davanti a una preda. Il mercante di perle si schiarì la gola e inumidì le labbra, prima di porgere le sue più umili scuse per averlo disturbato in un momento tanto delicato. Poteva essere di qualche aiuto con le esequie?

Ranma osservò per qualche istante il cielo che appariva smanioso di sfogare sulla terra la sua frustrazione, sull'uscio di quella che dal giorno precedente non era più la sua abitazione. Il vento si alzò improvviso, sollevando e facendo ondeggiare il ruvido tessuto della casacca come le vele di un vascello. Senza rispondere, varcò la soglia per essere inghiottito dal crepuscolo.

Il viavai di gente che ogni giorno affollava le viuzze sudice e perennemente avvinte dalla penombra non meno che dagli odori più molesti lo investì in pieno: uomini con secchi d'acqua sulle spalle, venditori ambulanti delle più fantasiose mercanzie, mendicanti cenciosi, monaci erranti coi loro bastoni dagli anelli tintinnanti, prostitute con un trucco così spesso da poterselo sfilare come una maschera. E poi servi, facchini, tavernieri, ladri, guardie armate, esattori delle tasse. Si urtavano, si spintonavano, decantavano le merci esposte neanche fossero le più rare e preziose del mondo, imprecavano la malasorte, rubavano gli sprovveduti col naso all'insù, ridevano dietro le lunghe maniche dai colori sgargianti. La folla era un leopardo che gli affondava le zanne nel collo per soffocarlo con la sua vivacità e fargli credere che lui, un giorno, avrebbe fatto parte di quella stessa vitalità che lo circondava senza sfiorarlo. Detestava la calca, eppure c'erano volte come quella in cui gli capitava di cercarla, nella speranza che la confusione lo stordisse dal pensiero che morivano tutte, prima o poi, lo sapeva perfettamente che morivano tutte, ma restarne indifferente era sempre più difficile, anche quando aveva abbondantemente detestato la bellissima donna con cui aveva condiviso una piccola parte di quella che ancora si ostinava a definire vita.

Una ragazza con le labbra dipinte gli sorrise ammiccante passandogli accanto e in quel sorriso rivide per un istante fuggevole quello dell'ammaliatrice bugiarda che per anni era rimasta al suo fianco senza pretendere nulla. Col tempo era riuscito non senza fatica ad apprezzare le poche qualità che aveva: la forza, il carattere indomito, l'allegria anche se spesso sfociava nella volgarità e persino, di tanto in tanto, la sfacciataggine. Apprezzare e nulla più. Da tempo aveva bandito qualsiasi affetto o legame sentimentale dalla sua esistenza, ben prima di incontrare l'amazzone dagli assurdi capelli color lavanda. E pensare che un tempo aveva creduto sinceramente nell'esistenza dei nobili sentimenti vagheggiati da poeti e romanzieri, per poi rendersi gradualmente conto che certe suggestioni erano precluse a quelli come lui.

Si arrestò in mezzo alla marea umana e alzò gli occhi verso il cielo plumbeo. Le nubi si aggrovigliavano contorcendosi sopra la sua testa nel tentativo di fagocitarsi l'un l'altra, come lui era stato fagocitato dal karma. Si era burlato di lui scaricandogli addosso la peggiore maledizione concepibile, stentava a credere di esserne stato persino felice, un oceano di anni prima.

"Vieni con me, ti farò divertire per soli… cinque pezzi di rame!".

Riabbassò lo sguardo per individuare la vocina che nelle intenzioni avrebbe senza dubbio voluto risultare seducente e che invece alle sue orecchie era risuonata come un sussurro intimorito. La ragazza davanti a lui non doveva avere più di quattordici, quindici anni al massimo, nonostante lo spesso strato di biacca con cui avevano tentato di nascondere l'adolescenza. Cercava di rimanere eretta e di non tremare a ogni folata di vento, ma il vestito impalpabile che indossava non era fatto per coprire. Non ci avrebbe impiegato molto ad ammalarsi. Al volto della ragazzina dal sorriso tremolante si sovrappose quello ormai sbiadito ma altrettanto supplichevole di Ukyo sul letto di morte. Ranma scansò la giovane e riprese il suo incedere, risalendo la corrente umana a passo svelto. Forse non era stata una buona idea, forse avrebbe dovuto imboccare una stradina secondaria, deserta e silenziosa.

Anche Ukyo era morta fra le sue braccia col medesimo desiderio di Shan-pu. Di nessuna si era dimenticato, come avrebbe potuto? I loro sorrisi, i loro pianti, i loro occhi imploranti erano incisi nella memoria come gli intarsi di un ebanista su un mobile di legno. Aveva dimenticato i contorni, ma non ciò che li aveva resi vivi. E di tanto in tanto tutti quei frammenti di vita che non c'erano più tornavano a conficcarsi nella mente, a volte tanto in profondità da costringerlo ad annegarli nel vino di riso.

Maledetti ricordi. A volte gli sembrava di vivere solo dei pochi ricordi lieti che possedeva, erano stati quelli a fregarlo, non c'era dubbio: l'avevano illuso che un giorno avrebbe potuto trovare ciò che cercava, ciò che lo avrebbe fatto sentire completo, in pace. Col tempo avevano perso la loro forza di persuasione, ma non l'avevano mai del tutto abbandonato, rendendogli sempre più opprimente la sua solitudine, sempre più intollerante il pensiero che la sua condizione non avrebbe mai avuto fine, che avrebbe visto chissà quante volte ancora una persona cara morirgli davanti gli occhi. Avrebbe dovuto farci l'abitudine da tempo immemore, invece continuava stupidamente a soffrirne, perché coloro che lo avevano amato lo avevano fatto senza riserbo, pur sapendo che lui non sarebbe riuscito a ricambiare: il peso dell'eternità aveva svuotato la sua anima di ogni sentimento, schiacciandolo come se gli fosse franata addosso una montagna.

E anche quando aveva finalmente preso atto che il suo fosse un vuoto impossibile da colmare, era stato tanto vigliacco da non aver mai trovato il coraggio di togliersi la vita, forse nella speranza che un suo simile lo avrebbe prima o poi liberato da quell'incubo.

Invece vinceva. E vinceva. E vinceva ancora. Sempre. Perché lo stordimento che l'assorbimento della reminiscenza causava era diventato per lui ciò che l'oppio era ormai per i cinesi. Perché mettere in gioco la propria vita era l'unico momento in cui riusciva a tollerarla abbastanza da trovarla accettabile e tornare a sperare che la tanto vagheggiata e misteriosa ricompensa lo avrebbe salvato dal dolore. Ma quale ricompensa avrebbe potuto alleviare le sofferenze di un uomo dall'animo inaridito e dal cuore freddo come i ghiacci della Dimora delle Nevi Eterne…

"Incenso di prima qualità, glielo garantisco! Tutte le fragranze dell'Impero di Mezzo per soli dieci pezzi di rame il sacchetto!".

Ranma tornò bruscamente alla realtà e i ricordi si dissolsero come nebbia spazzata via dal vento. Scansò da sotto il naso la mano che reggeva i bastoncini profumati e superò l'imbonitore senza neppure rispondere alle ciarle, serrando anzi la mano sull'impugnatura della spada. Tutta quella confusione non faceva che accrescere un malumore già acuto e aumentare un'emicrania galoppante. Aveva sempre accuratamente evitato luoghi tanto affollati o prossimi all'affollamento in un immediato futuro come quel dannato porto di mare che era Yancheng, ma Shan-pu, cresciuta fra le montagne più impervie, aveva scoperto di amare quella distesa salata e infinita e aveva desiderato trascorrere gli ultimi anni che le restavano nella sua contemplazione. Cinque anni erano passati da che si erano trasferiti in quella piccola città costiera e lei era ormai troppo avanti con gli anni per presentarla come sua moglie. La giovane donna di polso, disposta alle peggiori bassezze pur di sposarlo, aveva lasciato da tempo il posto a un'inossidabile vecchietta che non aveva voluto credere che Ranma fosse ancora disposto rimanere accanto a lei nonostante sembrasse ormai sua nonna.

La pioggia iniziò a scrosciare violenta incollandogli le ciocche libere dei capelli al viso e la casacca al corpo senza che quasi se ne avvedesse, così come non badò alla gente che correva a ripararsi sotto una pergola, dentro una taverna o in una casa da tè. Ranma non aveva fretta, avrebbe anzi voluto sciogliersi con la pioggia, tanto che rallentò il passo in quella che si era trasformata in una distesa di fango e ricettacolo di immondizia senza più l'ombra di un essere umano.

Quando raggiunse il tugurio di mattoni di fango adibito a stalla, illuminato da un'unica lanterna in carta di riso lacera e sporca, un servitore stava finendo di strigliare il suo cavallo. Gli chiese se fosse tutto pronto e quello rispose sì, ho preparato le provviste e ogni cosa necessaria a un lungo viaggio, padrone. Ranma gli ordinò allora di sellare lo stallone e vi saltò in groppa.

"Ormai è buio pesto e sta piovendo, padrone, siete sicuro di voler partire adesso? La notte sarà molto rigida e voi non avete indosso nulla di pesante, siete anzi...".

"Che anno è, questo?".

"Non capisco, mio signore".

Ranma afferrò meglio le redini per trattenere la propria cavalcatura.

"Ti ho chiesto che anno è".

"L'anno della Tigre, mio signore".

"Lo so che è l'anno della Tigre, voglio sapere secondo la numerazione ufficiale".

"Questo umile servo non lo sa, mio signore."

"Non sono più il tuo signore, adesso il tuo padrone è Hei Xien, il mercante di perle".

"Sì, mio signore".

Ranma spronò il cavallo verso le tenebre e ancora una volta le tenebre lo inghiottirono.

Secondo il calendario cinese quello era l'anno 4383, quindi, se i suoi calcoli erano esatti, nel paese di Yamato era l'anno 2406, corrispondete all'anno dei barbari cristiani 1746. Mancava dalla sua terra natia da quasi dieci anni, ma dubitava fosse cambiato qualcosa: laggiù il tempo si era fermato da un secolo e mezzo, cristallizzando le forme di vita che lo abitavano. Una sola, tuttavia, era quella che a lui premeva incontrare di nuovo. Poi, avrebbe iniziato la caccia. Avrebbe stanato i suoi simili e li avrebbe fatti fuori tutti quanti, uno per uno: ricompensa o meno, avrebbe posto fine a ogni sofferenza.

In un modo o nell'altro.