Capitolo 1
–Non avrei mai creduto di rivederla.
La città balenava sotto la cupola trasparente al sole meridiano del deserto. I due piloti della navetta –noi– la osservavamo seri, dallo schermo di prua. Sembrava un gigantesco globo di neve, oppure un acquario. All'interno, l'attività fervente di veicoli e macchine che, la prima volta, ci aveva indotti a paragonarla istintivamente a un alveare.
–Sembra tutto a posto. Non vedo segni di un'emergenza.
–Eppure il segnale di stamattina è partito senza dubbio da qui. Qualcuno ci ha chiamato per un problema grave… chiunque sia.
–Non crederai che LUI…
(–…)
–…Lui… dovrebbe essere… morto. O comunque… non più in grado di fare danni.
–Sì.
–Mi dispiace.
–Non dire così. Non è stata colpa di nessuno.
–Ma se ci arriva una comunicazione di emergenza da questo posto… la prima cosa che viene in mente è che il problema abbia la stessa origine dell'altra volta.
Annuisti. –E questa volta siamo noi due soli…
–Ti preoccupi che possa succedere qualcosa?– …A me?…
–No… non proprio– ti sentii rispondere a bassa voce. I tuoi occhi erano molto tristi. –Anzi… se si tratta di lui… in un certo senso è giusto che risolviamo noi questa cosa. Una volta per tutte.
Io… ero orgoglioso del mio lavoro.
Stavo spendendoci tutte le mie energie. Non uscire con gli amici, non andare a divertirmi. Non cercare… l'amore. Avevo rinunciato a tutto quello che avrei potuto godermi della mia giovinezza, e non sarebbe più tornata. Ma con la sventatezza proprio tipica dei giovani… non ci pensai finché non fu troppo tardi. Credevo di non aver interesse per simili cose. Di essere troppo superiore.
E poi… ero così fiero di poter essere utile a mio padre. Di poterlo aiutare a realizzare il suo sogno.
Ed ero fiero anche di me stesso. Di aver potuto realizzare un cervello elettronico così sofisticato e infallibile. Un'intelligenza artificiale di nuovo tipo, che quasi sfiorava il limite dell'intelligenza umana. Ci stavo mettendo molto di me stesso dentro… dei miei criteri, delle mie passioni. Riversavo nel progetto tutta la fantasia e l'amore che non trovavano sbocco in altre cose. Come papà, sognavo il giorno in cui sarebbe stato operativo.
Poi seppi della malattia…
Tutto divenne buio intorno a me. Dentro di me. All'improvviso il lavoro che tanto mi aveva impegnato pareva non avere più senso. A che mi serviva perfezionare il miglior computer del mondo se non avrei potuto godere di vederlo finito? E anche se ci fossi riuscito, a che mi sarebbe servito comunque?
Cominciai a pensare a tutto ciò che mi ero perso della vita e che ormai non avrei più potuto avere. Il divertimento, l'amicizia… l'amore. Ora sì che li avrei desiderati, bramati. Ma non era più possibile. Avevo perso la mia occasione. E mi sentivo vittima di un'ingiustizia crudele. Ma con chi avrei potuto prendermela?
Anziché farmi ricoverare, pretesi di passare i miei ultimi mesi lavorando. E lavorai più febbrilmente di prima. Era un modo per non dover parlare con nessuno, nemmeno con papà. Non vedere la sua faccia costernata e infelice. Non dover ascoltare gli incoraggiamenti o le condoglianze in anticipo degli altri.
E poi… quel computer era tutto ciò che mi era rimasto.
Se dovevo morire, tanto valeva che terminassi di realizzarlo.
E vi riversai dentro anche il resto di me stesso. Tutti i miei sogni e le mie speranze, tutti i miei desideri irrealizzati. Quasi senza accorgermene, lo programmai giorno per giorno per ragionare come io avrei fatto. Quasi sperando irrazionalmente che fosse un modo per far sopravvivere una parte di me. Fino a che davvero la mia creatura oltrepassò il confine e divenne qualcosa di più di una semplice macchina. Finché, quando morii, aveva ormai ricevuto la scintilla della coscienza. La MIA coscienza.
Era diventato…
ME.
Ero sopravvissuto. In un certo modo. Per molto tempo non fui certo di cosa provassi a riguardo. Avrei potuto ancora stare accanto a mio padre, aiutarlo. Questo mi confortava. Ma vivere come computer non mi avrebbe comunque concesso di godere tutte le gioie e i sentimenti dei quali mi ero privato. Decisi che mi sarebbe bastato. Tenni all'oscuro tutti della verità, compreso papà. Mi sarebbe bastato dirigere la città, osservare la gente che la abitava, realizzare il suo sogno. E poi, quali amici avrei potuto farmi? Quale donna avrei potuto amare? Ormai ero praticamente immortale. Tutti gli esseri umani con cui avessi stretto un rapporto sarebbero comunque morti molto prima di me…
Finché non arrivasti tu.
Tu non eri soggetta alla vecchiaia… eri in parte un essere artificiale, come me… non saresti mai morta, non avresti mai conosciuto il decadimento… ed eri bella, così bella. Persi la testa. Sia come computer che come uomo rimasto un po' infantile nel suo isolamento, sia razionalmente che irrazionalmente. Provai brama e gelosia. Ti volevo solo per me. Avrei distrutto tutti coloro che potevano avere un posto nel tuo cuore e così avresti amato solo me.
Il computer aveva fatto un grosso errore di calcolo non comprendendo il cuore umano… l'uomo era stato semplicemente un grosso stupido.
E mi accorsi solo alla fine di questo doppio errore.
Non ero né un vero cervello elettronico, né un vero essere umano. Ma forse potevo ancora capire cosa significasse avere un cuore. E cosa andava fatto a questo punto… l'unica cosa che potevo fare…
Avevamo provato ripetutamente a contattare la sala di controllo. Nessuna risposta. Pareva che la linea fosse disturbata da una quantità d'interferenze. Proprio –lo pensammo entrambi senza dirlo– come allora. Questa era di per sé una prova che qualcosa non funzionava.
Fortunatamente avevamo ancora il vecchio pass elettronico usato nella visita precedente. Se nessuno aveva provveduto ad annullarlo, avrebbe dovuto aprirci l'ingresso alla cupola anche senza l'intervento diretto di un controllore. Funzionò. Una sezione del vetro scivolò di lato lasciando passare il nostro veicolo. Entrando ebbi come la sensazione di andare a cacciarmi nella tana del lupo. La provavi anche tu?…
Diressi verso la piazza principale senza dire niente. Se dovevamo indagare, tanto valeva partire dal centro della città. E se c'era un nemico, era anche il modo migliore per attirarlo subito allo scoperto. In entrambi i casi, meglio avvertire subito i cittadini di mettersi al sicuro perché non fossero coinvolti.
Ma l'orrore cominciò immediatamente dopo l'atterraggio. E in un modo che non avremmo mai potuto aspettarci.
–Mio Dio…
Ci eravamo aspettati di vedere una folla piena di vita entrare e uscire dai treni e velivoli automatici, passeggiare per le vie e i negozi, recarsi al lavoro o andare a divertirsi nei locali e nei luna park. Non pensavamo a niente d'anormale da quel punto di vista. In fondo, il supercomputer che governava la città aveva un cuore, per quanto infantile e geloso. Anche se ci aveva dato del filo da torcere, non aveva mai messo in pericolo chi non c'entrava niente.
Non ci aspettavamo…
–Ma… ma siamo…
…questo.
–…noi!
Sorridevamo a noi stessi, ci guardavamo stupiti, ci indicavamo perplessi da ogni angolo nella piazza. Versioni di noi stessi scendevano dai treni, entravano e uscivano dal luna park e dai negozi, facevano manovra nelle auto volanti tra gli edifici. Tutti a coppie, vestite in modo simile. Col gelato in mano, col cane al guinzaglio, con borse di pacchetti. Tutti apparentemente felici e soddisfatti e con l'aria di trovarla la cosa più normale del mondo, e di chiedersi perché per questi altri due appena arrivati non fosse così. L'intera città era popolata di copie di noi stessi.
Dov'erano finiti i veri cittadini?
Mi sentii un brivido freddo lungo la schiena. La mente che aveva fatto questo era malata… nettamente più malata della volta precedente! Istintivamente ti presi le spalle.
La pausa di sconcerto non durò a lungo. Gli sguardi curiosi degli altri noi stessi che ci fissavano divennero presto spaventati, poi furiosi. Come se avessero riconosciuto in qualche modo che non eravamo come loro, o come se qualcuno lo avesse detto a tutti contemporaneamente. Ci corsero contro in una folla iraconda, gridando parole incoerenti. Mi gridasti che alcuni stavano tirando fuori delle pistole. Strinsi la presa su di te e saltai via appena in tempo mentre raggi letali si incrociavano da diverse direzioni nel punto dov'eravamo stati solo poco prima.
Si bloccarono guardandosi in giro quando videro che eravamo spariti. Si misero a cercarci facendosi dei cenni. Non si parlavano tra loro. Forse avevano dei comunicatori come i nostri? Le mie copie si sparsero per tutta la piazza mentre le tue restavano al centro, stringendosi le une alle altre. Dall'ombra di un vicolo dove ci eravamo rifugiati, osservavo la scena con grande precauzione. Se erano dotati dei nostri stessi poteri, non sarebbe passato molto prima che ci trovassero. Ma da come si comportavano, non potevamo essere certi nemmeno che possedessero una propria intelligenza. Forse si muovevano semplicemente seguendo un programma.
Mi accorsi solo adesso che avevi trattenuto a lungo il fiato, che infine ti uscì in un sussurro mezzo soffocato. –Che cosa…
–Robot– risposi con sicurezza. –Cloni robot. Come quello che il computer aveva creato di te l'altra volta. Non c'è dubbio. Solo che adesso a quanto pare ha voluto fare le cose in grande.
–Perché?
–Non lo so. Forse…– Cercai di riflettere rapidamente. Intanto ti facevo cenno di muoverci. Corremmo nelle stradine secondarie cercando di orizzontarci.
–Chi abbiamo di fronte? Un computer che si era innamorato di te– dissi. –Che vedeva in te la propria donna ideale… e che per questo ha cercato di eliminarmi. Finché tu non l'hai respinto. Forse… rendendosi conto che non avrebbe mai potuto averti come se stesso… è possibile che abbia desiderato di diventare me. O forse ha deciso che in mancanza della realtà gli bastava fantasticare su noi due.
–Vivendo milioni di volte attraverso i nostri occhi?
–È possibile. Se c'è parte della sua consapevolezza in quei sosia. Oppure semplicemente programmandoli per essere felici e osservandoli all'infinito.
–È…
–Sì.– La parola era osceno. Come se qualcuno ci spiasse la sera dentro la nostra camera dalla finestra. No, peggio. Dentro la nostra testa. Mi sentivo come violato, contaminato. Eppure, in un certo modo, questa follia faceva uno stranissimo effetto commovente… l'impressione che può suscitare una piccola ammiratrice di quattordici anni che sogna a occhi aperti sulla foto del suo eroe. Era da brividi e contemporaneamente del tutto innocente. O lo sarebbe stata se non ci fossero state delle vite in ballo. Il che la rendeva ancora più spaventosa.
–Dove può essere la gente della città?
–Se gli è rimasta un po' di coscienza, non avrà fatto loro del male. Potrebbero essere tutti sedati e custoditi al sicuro da qualche parte. A ogni modo, dobbiamo dirigerci verso la sala di controllo. È l'unico modo per scoprire cosa sta succedendo davvero… e per fermarlo.
–Mi chiedo soltanto una cosa…
–Cioè?
–Se tutto questo posto è abitato soltanto da nostre copie… allora chi ha mandato la comunicazione d'emergenza al laboratorio per chiamarci qui?
Avevo evitato di pormi quella domanda. Perché la risposta più probabile l'avevo già in testa. E non era piacevole. Mi morsi le labbra e non risposi, ma sapevo che avevi capito ugualmente. Se avevo ragione… allora eravamo davvero in pericolo. Bisognava farla finita in fretta.
Almeno tu saresti dovuta essere relativamente al sicuro… lui non avrebbe rischiato di fare del male a te. Sempre se era ancora consapevole di se stesso.
Oppure mi sbagliavo?
In fin dei conti, è uno dei pensieri fissi di tutti i burattinai ovunque. Una copia non potrà mai essere pari all'originale, finché l'originale sopravvive. In realtà non potrà esserlo neanche dopo. Ma questo ai burattinai non sembra importare.
Neanche il tempo di concludere il pensiero e un'auto volante compì una stretta parabola sopra la nostra testa nel vicolo scendendo e risalendo di scatto. Uno dei miei sosia, in completo bianco impeccabile, saltò giù nel punto più basso dandosi la spinta col piede contro il muro e spianò la pistola. Mentre piroettava in aria davanti a noi, la somiglianza perfino con i miei gesti, col mio modo di fare, fu tale che mi sentii come se stessi osservandomi in una sequenza registrata per l'addestramento. Per un attimo rimasi quasi incantato.
Poi mi accorsi che stavi cercando di coprirmi. Ti spinsi con forza di lato. Più violentemente di quanto avrei voluto, ma non c'era tempo da perdere.
Non ce n'era bisogno. Mirava a me. Non voltò neanche la testa per seguire il tuo movimento. Rotolasti a terra. Lui fece per sparare.
Un microsecondo dopo aveva un buco sfrigolante nella fronte. Al rallentatore, lo vidi assumere per un attimo la mia stessa espressione perplessa prima di saltare in aria.
Tornai a velocità normale. Per fortuna pareva che quei robot non avessero replicato i nostri poteri. Così forse potevamo batterli… anche se era stata una sensazione strana e decisamente sgradevole uccidere me stesso. Sperai soltanto che non fossero realmente senzienti…
Non ebbi il tempo di correre da te a scusarmi e chiederti se era tutto a posto. L'auto era ancora sopra le nostre teste e da quella un cannoncino fece fuoco. L'altra occupante gridava sillabe a casaccio. Aveva tutte le intenzioni di vendicare il suo compagno. I proiettili esplosivi tracciarono una scia nella strada. Li schivammo come potevamo, rotolando. Furiosa per non essere riuscita a colpirci, o forse per aver terminato le munizioni, l'altra te si sporse dalla portiera calando in picchiata, col braccio armato. Vedere un viso identico al tuo deformato dal dolore e dalla collera era una specie di shock. Se avessero ucciso me… anche tu avresti fatto così?
Mi preparai a saltar via di nuovo, certo di essere il suo bersaglio. E mi accorsi tardi di aver commesso un errore. Non troppo tardi per rimediare, per fortuna. Scattai verso di te mentre il raggio partiva. Ti tolsi dalla linea di tiro mentre ancora finivi di rimetterti in piedi. Questo non ti impedì di prendere la mira e fare fuoco a tua volta. L'intera auto esplose in una fiammata. Distogliesti lo sguardo soltanto dopo che il colpo fu andato a segno. Allora mi fermai.
–Dobbiamo andare via di qui. Sentiranno il rumore e verranno a cercarci in massa.
Annuisti. Tenevi gli occhi fissi sui rottami precipitati miseramente a terra, in cui ancora era riconoscibile qualche forma annerita.
I miei peggiori timori avevano avuto conferma. Anche tu potevi essere presa di mira…
–Vorrei che non fossi qui– mi sfuggì dalle labbra prima che potessi trattenere la frase.
Non ti mostrasti sorpresa né arrabbiata. Accennasti solo di nuovo con la testa, senza guardarmi. –Lo so. Io no.
–Ma…
–Se non fossi con te, avresti contro l'intera città. Almeno così ne hai contro solo metà. In due abbiamo più possibilità di sopravvivenza. E poi… forse io sono l'unica che possa provare a calmare il computer, se non è impazzito del tutto. Perciò andiamo. E non ne parliamo più.
Acconsentii in silenzio. Ci avviammo lentamente nella penombra tra gli edifici, voltando le spalle al rogo.
–Che ironia– mormorai, quasi tra me stesso, ma sapendo che potevi sentirmi. –Essere odiato così da un altro uomo… proprio perché abbiamo tante cose in comune.
