Capitolo 2
La valigia è pronta. Domattina mi laverò i denti prima di partire, poi la chiuderò.
Pensavo spesso ad una vita altrove, al PPTH.
Gli ultimi anni lì mi avevano condotta a una cupa esasperazione. Quanti fallimenti, quanti dolori…
Amavo il mio lavoro e odiavo i suoi effetti su di me.
Ora sta per ricominciare la rinascita, mi sto dando fuoco nuovamente e spero di ritrovare qualche pallido tizzone della mia anima, sotto le ceneri.
L'ultima volta era stata colpa sua.
L'acqua sulle ceneri l'aveva gettata lui.
Avevo tanto cercato di amare Robert, mi ero spinta oltre ogni sofferenza, mi ero resettata pur di regalarmi qualche sprazzo di tenerezza che meritavo.
E lui lo aveva reso il mostro che divorava anche se stesso.
Ma lui potevo compatirlo. Robert, invece, era spinto dall'egoismo e dall'ambizione, non dal dolore.
Dissi addio a entrambi, perché non c'era modo di riportarli a essere qualcosa che potesse somigliare lontanamente a un'identità incorrotta.
Avrebbero distrutto, dilaniato e travolto anche me, e io non lo potevo permettere.
Credetti di aver sentito il cadenzato ritmo del suo bastone seguirmi qualche passo oltre la porta, ma non mi voltai a guardarlo.
Gli avevo appena confessato di averlo amato.
Gli avevo appena detto che per lui non c'era più speranza… forse aveva capito. E mi aveva lasciata andare.
…
Ripiego le magliette. Lo stetoscopio, i miei attrezzi sul fondo.
Ho fatto e disfatto la valigia già tre volte.
Non riesco a dormire.
Con un gesto convulso allungo la mano verso la pochette azzurra.
Il mio cervello mormora: "Allison, lo sai già che è lì…"
Il mio cuore, però, non smette di martellare alla folle idea che vada perduto, e con lui il mio segreto.
Lo cerco, le dita rigide dal nervosismo.
Le falangi sfiorano il suo metallo fresco e lo afferrano.
L'argento è ancora luminoso, un pigro bagliore sotto la luce lunare.
Al mio polso non risalta molto, per via della mia carnagione.
Lo allaccio e ricordo…
Quella volta nevicava.
Ero entrata nel suo ufficio per smistare la sua posta.
Sapevo che non avrei dovuto fargli un regalo, soprattutto non a Natale, l'unica festa che forse riusciva a detestare anche più del suo compleanno.
Eppure il mio pensiero mi era sgorgato dentro con semplicità, senza troppo riflettere.
Quando gli avevo porto il pacco regalo, il suo sguardo mi aveva congelata… non so se per l'apparente vacuità della sua espressione, la ben nascosta battaglia che lo tormentava dentro, come avrei capito poi, o semplicemente quell'azzurro troppo acceso che mi scuoteva come nient'altro.
Trovare quel pacchetto infiocchettato, con un biglietto sul quale "Cameron" era stato scritto frettolosamente con una biro blu, mi aveva acceso una luce dentro.
Indossai per mesi quel bracciale, con un certo orgoglio; lui non diede mai segno di notarlo.
Dopo qualche tempo, rassegnata, presi a nasconderlo nella tasca del camice.
Probabilmente non era stato nemmeno lui a sceglierlo.
Forse Wilson, chi lo sa?
Eppure l'ho sempre tenuto con me.
L'ho stretto forte nella tasca dei jeans, mentre camminavo lontana da lui.
L'ho tenuto vicino al cuore mentre, piangendo, dicevo a tutti che, in vita, era stato capace di amare.
Non mi separerò nemmeno ora da questa bugia argentata, morta mesi fa insieme a lui.
