Quando ci lasciavamo non ci pareva di separarci, ma di andare ad attenderci altrove. C. Pavese
Kate si schiarì la voce.
"Ciao".
Fu tutto quello che riuscì a dire.
"Ciao, Kate".
L'impatto con la voce piena di calore con cui accarezzò il suo nome, che le risvegliò ricordi dolorosi, rischiò di farla deragliare dai solidi binari su cui si muoveva la sua prevedibile vita. Le sembrò di aver subito una brusca spinta verso un ignoto inarrestabile.
"It has been an ugly day. Tell me something beautiful". And he said her name.
Strinse i pugni in un gesto spasmodico. Non ricordava di aver letto quei versi e, soprattutto, non aveva idea del motivo per cui fossero trapelati da oscuri meandri della sua mente scossa.
Castle era rimasto ad aspettare a rispettosa distanza che lei si ricomponesse, preferendo un approccio meno invasivo e spumeggiante di quello che, ne era sicura, gli sarebbe venuto spontaneo.
"Io... c'è un omicidio qui in zona", lo informò, come se fosse fondamentale per lei specificare il motivo della sua presenza lì. Che cosa temeva? Che l'accusasse di pedinarlo?
"In biblioteca? È magnifico! Posso accompagnarti?".
Castle parlava in fretta e con voce troppo alta, Kate riuscì a notarlo anche in mezzo al vortice di emozioni e pensieri che le era impossibile dipanare. Significava che anche lui era nervoso, se pur all'apparenza in grado di gestire meglio la situazione di quanto non fosse lei.
Solo una volta che si guardò attorno si accorse con stupore che, camminando, era finita davanti alla biblioteca pubblica, il posto più ovvio dove incontrarlo. La borsa a tracolla doveva contenere le bozze del suo ultimo libro. Forse era lì per fare delle ricerche.
In ogni caso non era qualcosa che la riguardasse, lei doveva tornare al lavoro al più presto. Era stato molto piacevole, ma si stava facendo tardi.
"No", rise, sentendosi molto sciocca. Non c'era nessun motivo di farlo, a meno di non voler sembrare una ragazzina frivola incapace di darsi un contegno. "In un appartamento qui vicino. Non in biblioteca".
"Peccato. Ne sarebbe uscito un ottimo romanzo, arricchendo un po' la trama".
Castle era gentile e questo peggiorava la situazione. Cercò i suoi occhi, che lei incontrò solo per un breve istante, prima di abbassarli al suolo. Temendo che volesse comunicarle qualcosa di non verbale, si ritrasse d'istinto.
Era consapevole che, a quel punto, le più elementari norme di buona educazione le avrebbero imposto di informarsi con interesse della sua professione, ponendo qualche interrogativo cortese.
La verità nuda e cruda era che non era in grado di farlo, perché non aveva idea di come andasse la sua carriera.
Non aveva più letto i suoi libri. Prima per rabbia e per mettere la giusta distanza, e poi perché aveva sempre temuto il momento in cui avrebbe incontrato, tra le parole, un'idea di lei, di loro, che non esisteva più. O forse per timore di non trovare nessuna versione di loro due sopravvissuta all'addio.
No. I libri erano rimasti nelle vetrine che lei aveva imparato a schivare con tanta maestria da poterlo fare ormai a occhi chiusi.
Sentì un'ondata di malessere invaderla, prima che potesse fermarla, o che potesse difendersi. Era un completo disastro. Erano imbarazzati e a disagio. Non voleva che fosse questo il loro ultimo incontro. Lo dovevano a entrambi. Era necessario che si salutassero e se ne andassero ognuno per la propria strada, augurandosi il meglio e sostituendo il ricordo che aveva l'aveva infestata da quel giorno. Evidentemente non era ancora passato abbastanza tempo perché potessero vedersi e chiacchierare come due persone normali. O forse ne era passato troppo, e non avevano più niente da dirsi. Magari era la liberazione da un tormento che aveva sempre soffocato e che adesso poteva scrollarsi dalle spalle, finalmente in grado di mettere Castle nel posto in cui doveva stare. Da nessuna parte.
Fu Castle a prendere in mano la situazione, di fatto salvandola.
"Ho pensato tante volte a come sarebbe stato incontrarti di nuovo, e ne uscivo sempre meglio di così. Siamo terribili, non trovi?".
Kate si mise a ridere, questa volta in modo sincero, perché non poteva negare che avesse ragione. Anche lui quindi aveva immaginato di rivederla? E allora perché... ? Ferma. Quella strada le era preclusa.
Castle fece un passo in avanti. Kate si costrinse a rimanere immobile, invece di dar retta all'impulso che l'avrebbe spinta a dileguarsi.
"Dobbiamo abbracciarci", annunciò lui in tono solenne.
Non fu sicura di aver capito bene che cosa avesse proposto, finché non lo vide intenzionato a mettere in pratica il suo sconsiderato progetto. Non poteva parlare seriamente. Lei non aveva nessuna intenzione di abbracciare altri esseri umani, lui soprattutto. Era stato divertente, addio. Anzi, non lo era stato affatto e lei ne aveva abbastanza.
Castle si accorse della sua reazione contrariata.
"Dai, Beckett. È così che fanno le persone quando si rivedono dopo tanto tempo. È per rompere il ghiaccio".
Si costrinse a un sorriso di circostanza. Forse con gli anni quella vena di follia che lei gli aveva sempre riconosciuto era peggiorata, fino a esplodere. Forse andava in giro a offrire abbracci gratuiti agli sconosciuti. Motivo in più per congedarsi e ritornare nel mondo delle persone sane di mente.
"Mi ha fatto davvero piacere incontrarti, ma adesso devo proprio andare..."
Castke non sembrò dar peso alle sue parole, irritandola ancora di più.
"Se non lo facciamo saremo costretti a rimanere qui per sempre per cercare di migliorare un pessimo incontro, senza riuscirci".
Kate sorrise di nuovo, ormai era solo una smorfia con cui cercava di mascherare i suoi reali sentimenti. Cercò di calmarsi. Sarebbe andato tutto bene, del resto aveva una pistola.
"Sono in ritardo. E anche tu avrai delle cose da fare", si impuntò.
Lui era già pronto ad abbracciarla, come se lei stesse parlando a vanvera. Fu costretta a capitolare. Si disse che lo faceva solo per concludere quella farsa, ma la verità era che lui l'aveva pregata abbastanza da permettersi di accettare di malagrazia qualcosa che invece desiderava. È così che fanno le persone che non si vedono da molto, giusto?
"Deve essere una cosa breve. E poi ci salutiamo, perché io ho del lavoro da sbrigare".
Nel giro di pochi minuti erano già tornati alla loro solita dinamica in cui lei fingeva di tollerare a fatica stranezze che sotto sotto la divertivano.
"Certo". Annuì, come se anche lui fosse delle lo stesso parere. Era sicura di no.
Sarebbe stata una sprovveduta se si fosse aspettata, contro ogni probabilità, che lui si comportasse come un ospite educato e un po' formale, quasi senza sfiorarla e allontanandosi una volta fatto salvo il decoro. Non fu affatto sorpresa che lui la tenesse invece contro il suo corpo in una stretta delicata e decisa, senza permetterle di muoversi, o allontanarsi.
Fu sconvolgente, familiare e pericoloso insieme. Soprattutto quando lei fece per ritrarsi, non perché volesse ma perché doveva farlo - stavano già iniziando a tremarle le gambe e di quel passo non sarebbe riuscita a trovare una valida scusa davanti al suo tribunale interiore per giustificare tali reazioni. E lui invece la trattenne. Sentiva il respiro tra i suoi capelli. Fu come annegare. Era una sensazione che non aveva mai provato, ma era sicura che fosse proprio così, con l'acqua scura a chiudersi sulla sua testa, vorticando verso il basso, la gola che bruciava e la sensazione di caduta inarrestabile. Doveva tornare in superficie e riprendere fiato, pensò schiacciata contro di lui, nelle narici un'essenza che le scatenava memorie inopportune e travolgenti.
"Avevi detto breve", si lamentò con voce soffocata, sperando che non la prendesse in parola e continuasse a fare quello che stava facendo, di qualsiasi cosa si trattasse. Lei avrebbe dichiarato la resa.
Bastò il suono della sua voce perché lui la allontanasse bruscamente. Sembrò quasi che si fosse risvegliato da un torpore in cui, proprio come lei, aveva perso il senso della realtà.
Kate cercò di riguadagnare la sua solita compostezza nel modo più rapido possibile. Si lisciò invisibili pieghe della giacca, guardò altrove per non incrociare il suo sguardo e per non mostrargli le guance arrossate, che lui doveva aver notato.
"Bene. Ora possiamo andare? L'incontro ha rispettato le regole previste dal galateo?".
"No. Dobbiamo dirci qualcosa di cortese".
Kate non era una sprovveduta. Si rese conto benissimo che Castle stava cercando qualsiasi scusa pur di trattenerla e che lei ne era lusingata. Si sarebbe frustata più tardi. Stette al gioco e attese divertita quello che sarebbe arrivato.
"Ti trovo molto bene". Castle pronunciò la frase banale con serietà comica.
La risata di Kate dilagò. "Questa vince il premio banalità, Castle".
L'aveva fatto. Aveva detto il suo nome ad alta voce e le viscere della Terra non si erano aperte per inghiottirla. Era stata brava. Visto? Non succedeva niente. Poteva farcela, doveva solo continuare così.
Non le passò nemmeno per la mente il fatto che stesse perdendo minuti preziosi di quel tempo che era stata così ansiosa di impiegare in modo più proficuo.
"Smettila di commentare e dimmi qualcosa di carino anche tu", la sollecitò.
"Ok. Devo pensarci, però". Fu ripagata dall'occhiata di orgoglio offeso che le indirizzò.
All'improvviso Kate si rese conto acutamente, in un attimo di brutale onestà che le fece venire le vertigini, di dove fosse, cosa stesse facendo e di come si sentisse in sua presenza. Scacciò l'inopportuna consapevolezza.
Tornò al momento presente, fingendo di riflettere sulla questione, ma usandola come scusa per osservarlo con più calma, visto che era provvista di una solida giustificazione.
"Sei sempre molto...". La guardò con interesse. Lei non aveva idea di come concludere la frase. Si fermò prima di dire "bello", perché a quel punto la sua unica alternativa sarebbe stata farsi inghiottire dall'asfalto, anche se sarebbe stata la verità.
"Giovanile".
Fu deliziata dalla sua reazione di assoluta sorpresa, seguita da una di evidente insoddisfazione che cercò di camuffare.
Ostentò un grande sorriso. "Sarò molto generoso e fingerò di non aver notato che non ti stai attenendo alle regole. Non sei stata gentile".
Continuava a venirle voglia di ridere e temette che la cosa le sarebbe sfuggita presto di mano.
Non voleva ribadire l'ovvio, ma a quel punto il loro incontro poteva definirsi concluso, e lei, con animo molto più leggero, era pronta ad andarsene.
Tranne per il fatto che non lo era. Prese fiato, in modo ostentato.
"È stato bello incontrarti". Con grande audacia, per provare a se stessa che non le faceva alcun effetto, gli posò una mano sul braccio, forse per dimostrargli che era la verità e non la solita frase di circostanza.
"Ti va un caffè?". Castle la prese in contropiede e, per evitare che fuggisse, appoggiò una mano sulla sua.
"No, grazie, è davvero troppo tardi". Cercò di riappropriarsi della sua mano, ma lui non glielo permise.
"C'è un bar proprio dietro l'angolo dove vado sempre a fare pausa. È a due passi da qui".
Non poteva. Non perché non volesse, ma perché doveva correre al distretto e a tutto quello che l'attendeva.
"Un'altra volta, magari?", propose sapendo che non ci sarebbe stata nessuna prossima occasione.
"Con il tempo che sprechi stando qui a rifiutare avresti già bevuto uno dei migliori caffè di New York".
"È impossibile che sia il miglior caffè..." e che non l'abbia preparato tu. Si fermò in tempo. "E che io non lo conosca". Ma così facendo finì in trappola.
