Dopo che Castle se ne fu andato, lasciandola sola, Beckett rimase a lungo a fissare il vuoto.
In un ultimo tentativo di fare qualcosa di utile, cercò di concentrarsi su date e numeri che lei stessa aveva scritto sulla lavagna, ma senza riuscirci.
Tutto si dissolveva davanti ai suoi occhi, come se fosse incapace di fissarsi su un singolo dettaglio.
Nel suo lavoro doveva essere capace di chiudere le sue emozioni in un cassetto, e mettersi a disposizione dell'altro, delle vittime, delle loro famiglie.
Solo se riusciva a creare il vuoto dentro di sé, poteva avvicinarsi a loro e aiutarli concretamente. Avevano bisogno di fatti e di giustizia ed era compito suo darglieli. Con il tempo questa abitudine era diventata automatica: prendere le distanze, anestetizzarsi dalle emozioni, essere lucida anche quando il mondo sembrava andare in frantumi. E funzionava soprattutto nella sua via personale. Non era sano, ma la faceva andare avanti.
In questo momento, tutto quello che aveva imparato, non serviva più. Non riusciva a usarlo. Non riusciva a mettere questo pensiero in un angolo della sua mente, da cui non avrebbe potuto farle del male. Neutralizzarlo.
Non voleva cedere alla stanchezza, perchè non voleva ammettere che quello potesse essere un sintomo, ma si sentiva esausta. Non osava nemmeno guardarsi per non vedere, improvvisamente, un'estranea.
Non riusciva a dirlo ad alta voce. Sarebbe stato come dargli anche solo una possibilità di esistere. E, invece, non esisteva. Fine del discorso.

Passò molto tempo immobile, seduta sul bordo della scrivania, a braccia incrociate. I pensieri erano confusi e volavano via prima che riuscisse a diventarne consapevole.
A un certo punto, però, il buon senso e un po' dell'antica determinazione, che sembrava averla abbandonata, le vennero in soccorso.
Doveva agire. Era sempre stata brava a farlo. Era inutile figurarsi una realtà più spaventosa di quella che, sicuramente, era. Raccolse le sue cose, prese la borsa, spense le luci, e uscì nella notte.
Salì in macchina e, dopo un breve momento in cui tenne le mani sul volante senza riuscire a muoversi, si scostò i capelli dal viso, si fece forza, e mise un moto.
Il traffico a quell'ora della notte era finalmente scorrevole, e non fece fatica a trovare un supermercato aperto tutto la notte.
Dicendosi che prima avesse affrontato la situazione, e prima si sarebbero potuti mettere questa storia alle spalle, entrò e vagò negli scaffali, insieme ad altri animali notturni come lei.
Trovò quello che stava cercando e, sentendosi come avesse sulla testa una freccia a indicarla, afferrò qualche scatola a caso, senza neppure leggere le etichette. Del resto non sapeva nemmeno quale marca fosse la migliore, o come funzionasse la procedura.
Era presto? Era tardi? Doveva fare le analisi? Doveva chiamare il suo medico?
Calmati, si disse. Stai correndo troppo con il pensiero. Fai questo test, e poi sarà finito tutto.
Con la sensazione che tutti la stessero fissando, si avviò verso la cassa, dove depositò il malloppo con una certa apprensione.
Smettila. Ti stai comportando come se stessi comprando droga sottobanco. Lo fanno tutte le donne, almeno una volta nella vita. Lei no, a dire il vero, ma questo perchè era una persona responsabile e, come tale, infatti, non poteva essere... non poteva essere quella cosa che diceva Castle.
Poi, lui, un uomo, come poteva saperne più di lei? Tentò di convincerci in un incessante dialogo con se stessa che cominciava a sfinirla, mentre pagava e tornava in macchina.
Di sicuro come donna doveva sentirlo, no? Doveva scendere su di lei una specie di... di consapevolezza superiore, ecco.
Non glielo doveva dire qualcuno da fuori. Se lei non sentiva niente, era perchè non c'era niente da sentire.
Era la natura. Doveva attivarsi qualcosa, che le faceva immediatamente venire voglia di piangere davanti a pagliaccetti azzurri e biberon, no? Non avrebbe dovuto commuoversi alla vita di neonati nella culla?
A lei non stava accadendo niente di tutto questo, quindi era in salvo. I suoi ormoni erano saldi e gli stessi di sempre.
Castle si sbagliava. Probabilmente si trattava di una sua proiezione, di un desiderio inespresso, ma lei non voleva sapere niente dell'inconscio altrui e della voglia di paternità della gente.
Stava bene così com'era.

Arrivò a casa, molto più calma di quando era uscita dal distretto, convinta ormai di aver sbagliato a dar retta alle fantasie sfrenate di Castle, che l'avevano inutilmente spaventata, ma che erano di fatto solo fantasie, pure e semplici. Così tipicamente da lui. Anzi, proprio sapendo che erano da lui, avrebbe dovuto evitare di farsi coinvolgere in questo modo. Lui esagerava, sempre. La CIA, giusto? Ecco, stavamo parlando di una persona del genere.
Allineò i test che aveva comprato sul tavolo della cucina, prima di andare a farsi una doccia, senza degnarli di un'altra occhiata.
Si tolse la camicia e non poté fare a meno di dare un'occhiata veloce in basso.
Era tutto come prima, visto? Era la stessa di sempre. Nessun cambiamento in vista.
Lasciò i capelli ad asciugare all'aria, tanto faceva abbastanza caldo, si mise le prime cose pulite che trovò nel cassetto, e si sedette sul divano, decisa a ignorare a tutti i costi quello che sembrava chiamarla dal tavolo.
Non avrei dovuto neanche comprarli, si disse. Adesso li metterò in un cassetto e li terrò come monito per la prossima volta in cui Castle tenterà di convincermi di una stramba teoria.
Ma non poteva fare a meno di sentirsi inquieta, e di girarsi ogni tanto a dare una rapida occhiata.
Cosa penso che mi facciano? Che mi tendano un agguato?
Aveva voglia di bere qualcosa di forte. E a questo pensiero spalancò gli occhi. Aveva bevuto alcool nell'ultimo periodo? Preso medicine? Fatto qualcosa di tremendamente sbagliato, senza saperlo?
Smettila, si disse per l'ennesima volta. Puoi bere quanto vuoi, al massimo danneggerai il tuo fegato, e nient'altro.
Alla fine, non riuscendo più a fare finta di niente, si alzò, li prese in mano, cercò il telefono nella borsa e, adirata con se stessa perchè non riusciva a smettere di pensarci, richiamò il numero di Castle.
Lui rispose al primo squillo, come se non stesse aspettando altro.
"Sono io", si presentò, come se fosse necessario.
"Kate", rispose preoccupato e insieme sollevato nel sentirla.
"Puoi... venire qui?", chiese passandosi una mano tra i capelli, stringendoli in un nodo che si scompose appena li lasciò andare.
"Arrivo subito", le promise. Lei sentì dei rumori in sottofondo, indovinò che stava prendendo le chiavi e sentì sbattere la porta di ingresso. Il tutto nel giro di qualche secondo, come se stesse aspettando di farlo da ore.
"Castle... è tardi e magari stavi già dormendo, io... non so neanche che ore siano. Magari ci vediamo domani?", propose improvvisamente pentita di avergli chiesto di raggiungerla.
Lui tagliò corto davanti alle sue scuse e le disse solo: "Il tempo di arrivare", e il telefono fu muto e lei lo guardò un istante prima di lanciarlo sul divano, abbandonandosi contro i cuscini.
Doveva essersi addormentata, perchè, quando Castle suonò il campanello, si svegliò di soprassalto, disorientata. Si alzò intontita e andò ad aprire la porta. Vederlo le diede un'immediata sensazione di sollievo e si protese verso di lui.
Castle allungò le braccia in automatico e lei si abbandonò contro il suo corpo, permettendosi di ricevere il suo sostegno e grata di non essere da sola.
Lui la baciò tra i capelli, cullandola e lei avrebbe voluto rimanere così per sempre, ma poi la realtà fece capolino e lei si scostò per farlo passare, indicandogli i test sul tavolo.
Lui li guardò per un attimo, e poi estrasse un sacchetto dalla tasca della giacca, e allineò il contenuto sul tavolo. Li fissarono entrambi.
"Cosa dici? Li vendiamo al mercato nero? I tuoi sono più colorati, dove li hai trovati?", le propose sorridendo e lei, a un tratto, pensò che forse questa situazione non era il dramma che pensava. Era sempre l'effetto che le faceva Castle.

Lei lo fece sedere sul divano, non ancora pronta a sapere la verità e intenzionata, prima, a fargli un discorso.
"Voglio solo precisare che penso che la tua ipotesi sia assurda. Ma siccome non ti convinceresti in altro modo, ho deciso di essere molto, molto ragionevole, e di fare un test. Promettimi che, dopo stasera, non ne parleremo più", gli disse solennemente.
"Se è negativo", obiettò Castle.
"E' negativo", lo corresse Kate, senza lasciare spazio a nessun'altra possibilità.
"Ok. Se è negativo. Quindi, lo fai ora?", acconsentì Castle diplomaticamente.
Lei lo guardò smarrita e frustrata al tempo stesso.
"Castle, non so neanche come funziona!", sbottò con una nota di panico nella voce.
"Dai, Beckett, non dirmi che...".
"No".
"Ma..."
"Non andare neanche avanti con il discorso!".
"Ok. Vuoi che ti... spieghi?". Propose Castle, sentendosi leggermente ridicolo. Doveva dirglielo lui?
"No, grazie. Ho letto le istruzioni, e più o meno ho capito. So che dovrei aspettare domani mattina, ma non c'è nessuna possibilità che io aspetti delle ore. Non se ne parla. Quindi... ", si alzò in piedi. "Adesso vado di là, facciamo questa cosa, e poi andiamo a dormire. Va bene?".
Si chinò per prendere tutti i test dal tavolo, e si diresse verso il bagno. Castle si alzò per seguirla, ma lei lo fermò sulla soglia.
"Dove credi di andare?", gli chiese sospettosa.
"Vengo con te, facciamo il test insieme", le spiegò come se fosse la cosa più normale del mondo.
"No. Tu non mi guarderai fare pipì sopra un bastoncino", affermò con decisione, prima di chiudergli la porta in faccia.
"Beckett, se questa cosa va avanti, dovrai rivedere un attimo le tue aspettative di privacy", replicò, alzando la voce per farsi sentire.
"Castle! Non sei di aiuto!", la sentì gridare da dentro.

Castle si sedette vicino alla porta, appoggiato alla parete. La sentì muoversi e, dopo un tempo che gli sembrò infinito, finalmente lei uscì e si lasciò scivolare esausta accanto a lui, la schiena contro il muro come lui e le loro teste a toccarsi
"Quindi?", chiese Castle al colmo dell'impazienza, incredulo che non gli stesse svelando il responso.
"Non ho guardato. Ho solo... fatto", gli spiegò come se fosse ovvio.
"E adesso stiamo qui ad aspettare che mettano radici e diano frutti?".
"C'è bisogno di un po' di tempo, no? Non c'è tutta questa fretta. Non scappano".
Rimasero per un po' in silenzio, si sentiva solo il ticchettio di un orologio, da qualche parte nell'appartamento, che lo stava facendo impazzire.
"Hai mai immaginato che saremmo finiti in una situazione del genere?", gli chiese dopo qualche tempo.
Lui fece una pausa, prima di rispondere, e lei capì che sì, ci aveva pensato.
"Castle!", esclamò in preda all'orrore. "Era una domanda retorica! Quando... avresti pensato... a questo? O forse la domanda giusta è 'Perché'?".
"Beckett... scrivo libri su di te. E' il mio lavoro... immaginarti", cercò di difendersi Castle.
"E, quindi, immaginandomi, eri arrivato proprio a questo scenario esatto?".
"Sai una cosa? Dovremmo finire qui, prima che questo discorso cominci a degenerare", le rispose con la voce che via via si abbassava di tono, sotto al suo sguardo severo.
Ancora silenzio. Ancora attesa.
"Quanti ne hai fatti?", si informò più per dire qualcosa, che per reale interesse.
"Tutti".
"Tutti? Direi allora che il primo è pronto!".
Lei fece un respiro profondo.
"Castle, puoi smettere di essere così precipitoso, calmarti un attimo e aspettare... i tempi?".
"Ok".
Pausa. Di nuovo silenzio.
"E quanto sarebbero questi tempi?"
"Castle!", lo zittì al colmo dell'esasperazione. Non stava mai zitto?
Dopo aver passato qualche altro minuto a fissare le righe delle tende, lei non ce la fece più ."Ok, basta, devo saperlo".,
"Grazie al cielo, pensavo di dover star qui tutta la notte!", rispose lui balzando in piedi. Lei non si mosse dalla sua tana.
"Non vai a prenderli?", le chiese sorpreso.
"No, vai tu". Rispose lei faticando a trovare la voce.
"Tu non vieni?".
"No. Ti aspetto qui".
"Per precisare meglio la questione, vuoi che vada dentro a prenderli soltanto, o posso anche guardare? Non vorrei che poi, in futuro, uscisse questa cosa e io venissi colpevolizzato per...".
"Castle", lo interruppe irata. "Vuoi anche girare un video?!".
"Posso farlo?", volle sapere lui, già rallegrandosi dell'idea e pronto a prendere il telefono.
"Certo che no! Vai dentro e prendi quei dannati test e facciamola finita", gli ordinò.

Lui entrò, lasciando la porta aperta, si avvicinò al lavabo e, cercando di calmare l'ansia senza successo, ne prese in mano uno. E poi due. E poi tutti.
Si diede una lunga occhiata allo specchio, e poi si fece forza e uscì, ostentando una certa calma, a suo beneficio.
Si sedette di nuovo al posto di prima, senza dire niente.
"Sei pronta?", le chiese dolcemente, coprendole una mano con la sua.
Lei aveva la testa tra le ginocchia e il "No" che le uscì era a malapena udibile.
"Allora mi metto qui e dimmi tu quando...".
"Dimmelo!", gli ringhiò addosso.
"Ok. Kate", iniziò, prima di fermarsi per fare una pausa a effetto.
"Avremo un bambino!", le comunicò facendo finalmente esplodere l'entusiasmo che aveva cercato di trattenere davanti a lei.
Lei guardò ammutolita quel viso pieno di gioia, e aspettativa, e futuro, si prese la testa tra le mani e gemette: "Mi viene da vomitare".
Lui le tolse i capelli dalla fronte. "E' la nausea? Perché non provi le liquirizie? Ho letto in un sito che funzionano... Mi sono fermato a prenderle, prima di venire qui", le comunicò, sollecito.
"Metaforicamente", puntualizzò Kate con voce tagliente, prima di rimettersi la testa tra le ginocchia.

Le girava la testa. Voleva rimanere da sola. Non voleva rimanere da sola. Non osava incrociare i suoi occhi per non leggere la sua felicità e non potergli rispondere con altrettanta gioiosa aspettativa. E doveva ricordarsi di eliminare dal vocabolario tutte le parole che avevano a che fare con qualsiasi cosa che riguardasse l'aspettare.
"Ma... come?", riuscì soltanto a dire. "Come è successo?".
"Oh, in quanto a quello, presumo nel modo classico", rispose Castle con una nota divertita nella voce.
Era chiaramente di buon umore e non si rendeva conto che lei non era sulla sua lunghezza d'onda.
"Sì, ma... è impossibile. Si saranno sbagliati. E' uscito per tutti lo stesso risultato?". Kate non aveva nessuna voglia di scherzare e cominciava a trovarlo irritante. Erano questi gli ormoni? L'improvvisa voglia di tirargli un vaso in testa?
Lui li guardò attentamente, uno per uno. "Uhm, credo che questo non sia del tutto chiaro".
"Davvero? Quale?". Kate alzò la testa di scatto, aggrappandosi alla minima speranza.
"No, scherzo. Guarda. Tutti positivi".
A questo punto forse il vaso di fiori non era la scelta adatta. Molto meglio una colata di cemento. In gola.

Castle tornò serio, rendendosi conto che non si trattava solo dello shock della notizia inaspettata, ma c'era qualcosa di più. Kate era veramente sconvolta. Non che lui non si sentisse infilato a forza in una centrifuga, ma non la stava prendendo così male. Lui ci credeva, alla magia della vita. Stava solo prendendo una strada che non si era aspettato, ma era convinto, grazie al suo innato ottimismo, che sarebbe andato tutto bene. Dovevano solo prenderci le misure. Abituarsi all'idea. Si amavano, no? O, almeno, lui l'amava. Lei... era sulla buona strada, ne era convinto.
Ma in questo momento la sentiva su un altro pianeta, così lontana da non riuscire a raggiungerla, e, anzi, aveva la sensazione che si stesse aprendo sotto ai loro piedi un vuoto che non sarebbe stato possibile colmare.
"Kate", la scosse fisicamente per costringerla a tornare a contatto con lui.
"Andrà tutto bene...", cercò di rincuorarla, con il bisogno di dire qualcosa, qualsiasi cosa, per farla uscire dal torpore.
"Non andrà tutto bene, Castle. Non va tutto bene. Non usare queste frasi fatte con me".
Castle quasi si ritrasse fisicamente, colpito dalla veemenza della sua risposta. Era più grave di quello che pensava. Lei era davvero sconvolta.
"Ok, non va bene, ma..."
"Niente 'ma'. E' la cosa peggiore che mi potesse capitare. Che 'ci' potesse capitare", continuò furente.
"Dai, Kate. E' un bambino. Non è un drago", cercò di alleggerire il momento, per aiutarla.
"Preferirei fosse un drago", fu la replica asciutta.
Ok, forse parlare non era stata una buona idea.
"Non pensi alla mia carriera? Non pensi che è già stato un azzardo iniziare a frequentarci? Non pensi che distruggerà tutto? Me, noi? Come possiamo sopravvivere a un colpo del genere?".
Dire che non l'aveva presa bene, era l'eufemismo del secolo, ma gli sembrò che stesse deragliando senza motivo. Non era una condanna a morte.
"Io non sono pronta, Castle. Non sei pronto nemmeno tu. E' una cosa che si deve scegliere. Non una cosa che capita. Soprattutto a due adulti. Tutti i bambini meritano di essere voluti, non di arrivare per caso".
Lui cominciò a intuire quale sarebbe stato l'epilogo di tutte queste lamentele, messe in fila una dopo l'altra.
Decise di dirlo lui per lei, di tirar fuori l'indicibile.
"Kate. Tu non lo vuoi", le disse con una voce spenta, sentendosi svuotato e incapace di metterci dentro un minimo di calore.
"No". Non era una risposta. Era una sentenza.
Lui si sentì come se qualcuno l'avesse fatto finire in un pianeta freddo e ostile, e la sensazione di vuoto si allargò dentro di lui. Era un vuoto così grande che sentiva fischiare il vento.
"Ok. Lo sai che non sei da sola in questo, vero? Qualsiasi cosa deciderai...", e gli cedette la voce per un attimo, ma fu pronto a recuperare. "Sarò dalla tua parte, sempre".
Kate lo guardò negli occhi, vedendo molto di più lontano di quello che riusciva a fare lui.
"Rick. Lo sai cosa significa, se decido di non averlo, vero?", sorrise amaramente."Finirai con l'odiarmi".
"Oh, Kate", le passò un braccio sulle spalle, e la fece appoggiare contro di sé, baciandola sulla fronte.
"Non potrei mai odiarti", le sussurrò a bassa voce, sentendo che questa era la verità, nonostante la sofferenza che la sua decisione gli stava procurando.
"Ma tu vuoi il bambino". Non era una domanda. Era un'affermazione.
"Sì, lo voglio", disse più se stesso che a lei. "Ma voglio di più te". E, per quanto fosse spaventoso anche per lui, questa era la verità.
Non poteva vivere senza di lei. A nessun costo.

"E' tardi. E' stata una giornata lunga. Perché non cerchi di riposare e non ci pensiamo domani? Andiamo dormire", si approcciò a lei delicatamente, come se temesse di romperla. Anche se quello rotto era lui.
"No", rispose Beckett, ancora con il viso nascosto nel suo collo.
"Non voglio dormire e non voglio pensarci. Voglio rimare qui, così".
Cambiò posizione, appoggiando la testa sulle gambe di lui, rannicchiata sul pavimento.
Lui le accarezzò i capelli, guardando il soffitto sopra di sé. E rimasero così, senza parlare.