1. Padri e figlie

-Lima, Ohio, 1 settembre 2012. Ore 18.00-

Era un luminoso pomeriggio estivo del ventunesimo secolo e la civiltà umana, a onta delle previsioni dei pessimisti e dei timori degli scienziati, aveva superato ormai da anni lo scoglio dell'anno domini 2000, entrando nel nuovo millennio con la scarsa preoccupazione per il futuro che le era propria. Questo genere di atteggiamento non aveva fatto altro altro che portare guai, ma ormai è assodato che gli esseri umani sono incapaci di imparare dai propri errori. E la punizione per questa mancanza di responsabilità non poteva essere lontana.

Erano questi i pensieri che in quel particolare pomeriggio impegnavano Clarissa Brennan, sessantanove anni, ex direttrice della biblioteca di Lima. Aveva appena indossato i suoi pantaloni sportivi preferiti e una polo bianca, pronta a uscire per la sua solita passeggiata. Una giornata talmente bella non avrebbe dovuto ispirare riflessioni del genere ma in realtà Clarissa pensava a queste cose in continuazione. Lei non credeva affatto a tutte quelle teorie sugli alieni e le cospirazioni e le organizzazioni segrete che tramavano per dominare l'umanità (mai e poi mai!) però… Clarissa non poteva negare che al mondo ci fosse qualcosa di terribilmente storto. E quando si è vissuto per anni in mezzo ai libri (e, soprattuto, quanto si è lettori voraci) non si può fare a meno di intravedere un qualcosa che lega certi fatti apparentemente privi di importanza, e unendo i puntini il disegno che si forma è inquietante.

E non era forse l'anno 2012 quello? L'anno cruciale in cui era atteso uno stravolgimento dello status quo? Clarissa non credeva a quelle teorie secondo cui la Terra sarebbe esplosa (che sciocchezza!) ma viste le atrocità accadute negli ultimi anni non l'avrebbe stupita se in effetti fosse accaduto qualcosa…

Max diede uno strattone al guinzaglio e all'improvviso Clarissa si rese conto di essere stata impegnata con quelle riflessioni per diversi minuti. Abbassò gli occhi su Max e il piccolo terrier ricambiò con uno sguardo che sembrava dirle: 'Allora? Mi porti fuori o no?'

Clarissa sospirò e varcò la porta della sua villetta, per poi chiudersela alle spalle. Imboccò Norton Lane e si avviò verso il parco con passo vivace – aveva sessantanove anni ma non era decrepita, grazie mille – intenzionata a godersi fino in fondo la sua passeggiata.

Il vento in quel piccolo sobborgo di Lima era dolce e profumato e portava con se' i suoni di un normale pomeriggio estivo: il rumore degli irrigatori automatici, l'abbaiare dei cani, risate lontane di bambini (venivano senz'altro dal parco giochi che si trovava un isolato più giù, all'angolo di Astor Street). La tranquillità assoluta dell'atmosfera di certo conciliava il sonno perchè le venisse un colpo se quello non era Alejandro Lopez, in calzoncini e maglietta, che se ne stava disteso su una sdraio nel prato di casa sua, probabilmente addormentato. Clarissa sbuffò. Quel ragazzo era un medico, avrebbe dovuto sapere che faceva male stare al sole durante certe ore del giorno. Ma stava dormendo davvero? Meglio sincerarsene.

"Buon pomeriggio, dottore!" lo salutò con tono squillante. Alejandro aprì immediatamente gli occhi (solo assopito, quindi) e si alzò a sedere in modo da poter guardare oltre la staccionata che circondava il suo giardino. Clarissa lo salutò con la mano mentre Max agitava la coda.

Alejandro le piaceva: al Lima General le infermiere più giovani non facevano altro che spettegolare su quanto fosse bello e affascinante il nuovo dottore, ma quelle erano solo delle oche. Quel giovanotto aveva la sua approvazione perché era gentile, educato, disponibile e nonostante fosse vedovo da molti anni aveva cresciuto due ragazze adorabili. Spesso la più giovane, Brittany, veniva a farle compagnia e Clarissa adorava la sua innocenza e la sua logica stravagante.

Alejandro si alzò in piedi in tutto il suo metro e ottantacinque di altezza e ricambiò il saluto, e Clarissa non potè fare a meno di rivolgergli un bonario rimprovero.

"Non si sarà mica addormentato, vero? Fa male stare fuori al sole. Rischia un raffreddore."

Lui sorrise di nuovo e le assicurò che, no, non si era addormentato, aveva solo chiuso gli occhi per un attimo. Era un po' stanco, ieri all'ospedale aveva avuto un turno faticoso e la giornata era così tranquilla che aveva deciso di rilassarsi un po'. Clarissa annuì solennemente (in effetti l'uomo aveva davvero una brutta cera) e disse che rilassarsi era una buona cosa, poi si allontanò dopo avergli fatto promettere di avere più cura di se stesso. A volte si chiedeva perché un giovanotto così carino e con una disposizione d'animo così dolce non avesse trovato un'altra donna da sposare. Il cielo lo sapeva che se lei avesse avuto trent'anni di meno gli si sarebbe buttata addosso come un'aquila sulla preda. Poi ricordò. Il dottor Lopez portava ancora la fede. Probabilmente era ancora innamorato della sua defunta moglie.

Clarissa sospirò e non potè fare a meno di chiedersi se la loro relazione fosse stata una di quelle epiche storie d'amore, come ce n'è una su un milione. Perché lei non credeva a quella roba delle anime gemelle (non era una ragazzina) ma sapeva che a volte tra le persone si formavano legami impossibili da spezzare. E questo genere di pensieri le avrebbero tenuto compagnia fino all'ora di andare a letto.

Alejandro rimase a guardarla mentre si avviava lungo Norton Lane con il cane che le trotterellava dietro, poi si stiracchiò e entrò in casa. Era un uomo alto, asciutto, con la pelle abbronzata e mani sottili. Si muoveva con la grazia di un ballerino, grazia ottenuta per mezzo di allenamenti massacranti. Aveva avuto una settimana orribile e tutto quello che desiderava in quel momento era addormentarsi. Solo per un attimo. Per dimenticare il dolore. Ma Spencerville, per quanto fosse un quartiere residenziale incantevole, tranquillo e ordinato, era anche pieno di vicini premurosi che non si facevano i fatti propri.

Sospirò aprendo la porta del proprio studio – lo chiamava 'studio' ma in realtà non era altro che la stanza in cui si rifugiava quando non voleva essere disturbato. Lungo tre delle pareti erano allineati scaffali che si piegavano letteralmente sotto il peso dei libri; la maggior parte dei volumi erano trattati di medicina, generale e specialistica, ma erano presenti anche titoli che trattavano di astronomia, storia, arte, oplologia, strategia militare in una sorprendente varietà di lingue: inglese, greco, latino, arabo, spagnolo, turco e italiano… e naturalmente Alejandro le parlava tutte. La parete di fondo era occupata da un'enorme finestra che dava sulla strada principale, lui si avvicinò e la chiuse, tirando anche le tende. Per quanto apprezzasse i suoi concittadini, quel giorno non aveva bisogno di altre interruzioni della sua quiete. Si guardò attorno, soddisfatto, prima di abbandonarsi sulla poltrona con un sospiro.

Si trovava bene lì a Lima. Gli avevano dato il benvenuto con calore, avevano fatto sentire accettati lui e la sua famiglia. I suoi vicini erano brave persone. Gli dispiaceva ingannarli.

Ufficialmente lui era il dottor Alejandro Lopez, giovane medico specializzato in medicina interna assunto da poco al Lima General. Vedovo, due figlie adolescenti, una avuta da sua moglie, l'altra ricevuta in affidamento.

Occupava quella bella villetta a due piani da nove mesi, pagava le bollette per tempo, portava fuori la spazzatura negli orari prescritti, falciava regolarmente il prato e le rose che aveva piantato in giardino avevano già ricevuto diversi complimenti. Salutava cordialmente i vicini e non si tirava indietro quando c'era bisogno di dare una mano, che si trattasse di aiutare a sgomberare una cantina o di fare biscotti per raccogliere fondi per il comitato di quartiere. Un uomo tranquillo, gentile, come ce n'erano tanti.

In realtà il suo vero lavoro non aveva nulla a che vedere con la medicina. Il suo compito era sporcarsi le mani al posto di chi era troppo innocente per farlo. Viveva nell'ombra per servire la luce. Era un Assassino.

Si nascondeva tra persone ignare come un serpente nell'acqua, pronto a colpire al primo segno di pericolo. Faceva un lavoro per cui non sarebbe mai stato ringraziato. O meglio… aveva fatto un lavoro per cui non sarebbe mai stato ringraziato.

La vita di Alejandro era un po' cambiata negli ultimi mesi. Ora interpretava il ruolo del padre amorevole (ma non recitava affatto: lui amava profondamente le sue ragazze) e del dottore in una cittadina di provincia (quello era più difficile: aveva la sua brava laurea con il massimo dei voti ma questo non significava che esercitare gli piacesse). In nome della sicurezza aveva scambiato il rischio e il duro lavoro per una breve parentesi di pace e tranquillità. Pace e tranquillità che si erano concluse qualche giorno fa. Era stato spettatore (e causa) di innumerevoli morti, ma quando si viene colpiti negli affetti la sofferenza e la rabbia impotente sono sempre intensi.

Non doveva andare così.

Non erano questi i piani.

Alejandro si era lasciato sfuggire quelle frasi due giorni fa, dopo aver ricevuto la notizia dell'incidente. Era molto imbarazzato per quell'esplosione di dolore e di frustrazione, perché indegna di un Priore dell'Ordine. Però, maledizione, quella era sua madre. Quelli erano i suoi amici.

Brittany era rimasta sconvolta. Santana non aveva versato una lacrima. Si era limitata a guardarlo con compatimento e gli aveva detto che la vita è quello che accade mentre sei impegnato a fare piani, quindi non era il momento di piangere sul latte versato ma di rimboccarsi le maniche e continuare a lavorare con impegno.

Latte versato.

Sua figlia aveva definito la morte di cinque persone 'latte versato'.

Lui non si faceva illusioni: sapeva che in realtà la sua piccola stava soffrendo profondamente per quelle morti. In quel gruppetto di affiliati in viaggio verso Lima c'erano stati dei cari amici e soprattutto la sua adorata nonna. Tutti morti in uno stupido incidente stradale, mentre tentavano di portare Alma De Lugo da suo figlio e sua nipote.

In quegli anni lunghi e faticosi Alejandro aveva cresciuto una splendida Assassina, ma non poteva fare a meno di chiedersi che genere di persona Santana stesse diventando. Avrebbe voluto che sua moglie fosse ancora viva. Maribel sarebbe di certo riuscita a spezzare il guscio in cui Santana stava richiudendo le proprie emozioni. Alejandro accarezzò la grossa fede d'oro che portava all'anulare della sinistra, un gioiello che chiunque avrebbe definito esagerato. Quell'anello era la testimonianza dell'amore che lo legava alla sua defunta consorte, ma aveva anche la funzione di nascondere il marchio che lo identificava come un Assassino. Ormai quasi tutti coloro che avevano ricevuto quel marchio erano morti: Mirzam l'Araldo, Akrab lo Scorpione, la sua amata moglie… Alnair la luminosa…

Appoggiò la testa allo schienale della poltrona mentre prendeva un profondo respiro, passandosi una mano fra i capelli neri che cominciavano a mostrare qualche filo grigio: aveva solo quarant'anni ed era perfettamente in salute ma le fatiche, lo stress e le notti insonni stavano cominciando a imporre il loro prezzo. La cosa lo irritò: la debolezza era un lusso che non poteva permettersi, non con la responsabilità che si era preso. Ma quel giorno si sentiva così dannatamente esausto, non solo per via dell'incidente che si era portato via i suoi cari, ma anche a causa di quello che aveva combinato sua figlia.

Il giorno precedente era stato di turno al pronto soccorso quando l'ambulanza aveva scaricato due adolescenti che sembravano aver litigato con Mike Tyson. Alejandro aveva suturato i tagli, disinfettato le abrasioni e sistemato le fratture, mentre loro deliravano sostenendo di essere stati picchiati da una ragazza che si muoveva alla velocità della luce. Erano pieni di anfetamine fino agli occhi così nessuno aveva dato retta alle loro farneticazioni, ma quando Alejandro aveva sentito quella frase il suo primo pensiero era stato: Santana.

Santana che aveva sfogato la propria rabbia e il proprio dolore per la morte di sua nonna su due ragazzi che stavano tormentando un gruppo di bambini al parco.

Lima era piccola e le voci correvano: ogni gesto inconsulto, ogni errore, potevano compromettere la Confraternita. Per questo quel giorno era rimasto a casa: come ogni Priore, aveva dovuto amministrare la disciplina nel minuscolo gruppo di Assassini di cui era responsabile.

Santana in quel momento era nel seminterrato, inginocchiata davanti ad uno stendardo con il simbolo dell'Ordine, respirando incenso e meditando sul Credo. Non era la prima volta che la costringeva a questo genere di punizione. Agli alti rappresentanti della confraternita sarebbe sembrato un castigo fin troppo lieve, ma Alejandro sapeva che sua figlia odiava l'immobilità e il silenzio, quindi per lei questa era la condanna peggiore.

Aveva diciotto anni, era una degli adepti più giovani ad aver raggiunto il grado di Maestro in quell'era confusa e tormentata. Tra due settimane avrebbe preso ufficialmente il proprio posto come Assassino, assumendo il nome di battaglia che aveva scelto: Algol. Alejandro era convinto che sua figlia fosse ancora troppo irruente per prendere sulle spalle quel genere di responsabilità, ma purtroppo il Nemico diventava sempre più potente ed erano necessari nuovi assassini… combattenti giovani e preferibilmente spietati. Due qualità che Santana senza dubbio possedeva.

Ma sua figlia tendeva anche a reprimere i propri sentimenti per sfogarli in battaglia, facendosi trascinare e prendendo decisioni affrettate; non era disponibile a scendere a compromessi e inoltre… come sua madre, era dotata di una lingua molto tagliente. Alejandro pensava che lasciare il rifugio di Denver fosse stato un bene: lontano dalle preoccupazioni della confraternita ora aveva più tempo per concentrarsi su Santana.

Lui e sua figlia, assieme a Brittany, erano stati i primi ad andarsene: era stato William Miles, Mentore dell'Ordine, a suggerire al Consiglio di cominciare a evacuare la comunità di Denver, considerata troppo numerosa per mantenerne la segretezza in modo efficace. Il piano era allontanare uno o due gruppi di adepti alla volta, per non dare nell'occhio, e spostarsi sparpagliandosi uniformemente per tutto il Midwest. Purtroppo gli incidenti di percorso (o gli incidenti stradali) non erano certo previsti.

Non aveva nemmeno potuto partecipare al funerale di sua madre: per timore che si trattasse di un attacco, Miles si era preso la responsabilità di recuperare i corpi e organizzare la cerimonia funebre. In quel momento Alma De Lugo riposava con gli altri adepti in una squallida cittadina a metà strada tra Lima e il Colorado e chissà quando avrebbe potuto visitare la sua tomba…

Due colpi lievi alla porta del suo studio lo distolsero dai suoi pensieri.

"Avanti."

La porta si aprì lentamente.

"Priore Thuban?"

Brittany Susan Pierce se ne stava in piedi sulla soglia dondolandosi timidamente sui talloni, vestita con una tuta da ginnastica nera e i lunghi capelli biondi raccolti in una coda. Come sempre, non osò entrare nello studio senza prima avere il suo permesso.

"Brittany… vieni avanti, bambina."

Per un attimo Alejandro si chiese se, in ossequio al rispetto di Brittany, non dovesse rivolgersi a lei con maggiore solennità: sarebbe stato opportuno, era una sua compagna, aveva raggiunto il grado di guerriero, si era sempre dimostrata affidabile – ma in quel momento la sua piccola famiglia era in lutto e quindi non poteva fare a meno di considerare Brittany semplicemente un'adolescente affidata alle sue cure. Le sorrise incoraggiante e lei ricambiò con un sorriso degno del nome che avrebbe adottato una volta diventata un'Assassina: Almeisan, la Splendente.

La ragazza fece il suo ingresso nella stanza, e osservando l'espressione sul suo viso Alejandro indovinò cosa stesse per chiedergli.

"Santana… è nel seminterrato già da tre ore, può venire su a mangiare qualcosa? Lord Tubbington è preoccupato per lei."

Quella ragazza così dolce, ma che sapeva anche essere terribilmente determinata, non pensava come le altre persone. Era una delle sue qualità migliori. Brittany abbassò gli occhi blu sul costoso tappeto persiano che copriva il parquet.

"E… anch'io sono preoccupata per lei."

Quella frase alleviò un po' le sue angustie. Perchè lui non riusciva a capire Santana e probabilmente non l'avrebbe mai capita, perché lui non riusciva a penetrare il suo cuore e la sua mente, ma Brittany non sembrava avere questo genere di problema. Alla giovane assassina dai capelli dorati bastava una parola, un tocco, e la tempesta che infuriava dentro Santana si acquietava come per incanto. Il fuoco nel cuore di sua figlia calmato dalla dolcezza degli occhi di Brittany. In quanto padre e in quanto Priore Alejandro non poteva che approvare.

Si alzò dalla poltrona con un sorriso e raggiunse la sua giovane protetta, passandole un braccio attorno alle spalle e stringendosela al fianco. Brittany ridacchiò, in quel momento lui era semplicemente lo zio Alejandro, uno dei tanti adulti che nella confraternita si era preso cura di lei e che l'aveva portata sulle spalle per farla ridere.

"Certo, chiamala pure. Io intanto vado ad apparecchiare. Ho voglia di pollo fritto, e tu?"

Brittany annuì con un sorriso luminoso e si affrettò verso la porta del seminterrato. Alejandro si diresse lentamente verso la cucina, riflettendo sul qui, l'ora e su ciò che l'Ordine si aspettava da lui.

E mentre l'insolita famiglia Lopez cominciava a prepararsi per la cena, tutti gli altri nuclei familiari della città si accingevano a fare altrettanto, dal periferico quartiere di Lima Heights fino alle lussuose residenze di South Wester. In quella zona, circondata da acri di prati ben curati e delimitata a sud dal country club di Lost Creek, il tempo sembrava scorrere con maggiore indolenza rispetto a quanto accadeva in altre parti della città.

Lì erano i domestici a occuparsi di faccende triviali come la preparazione dei pasti. Lì le case erano protette da alte mura bianche e le strade erano pattugliate da una forza di polizia privata i cui agenti sembravano uomini d'affari in pensione… ma chi avrebbe osato disturbare la quiete nell'area in cui viveva l'elite di Lima? Qui abitavano presidenti d'azienda, manager, banchieri, tutti bravi cittadini timorati di Dio. E anche qui, come a Spencerville, un padre si stava occupando di sua figlia. Ma Russel Fabray non poteva essere più diverso da Alejandro Lopez: era un uomo corpulento, dai capelli color zenzero, appesantito da troppe cene di lavoro in ristoranti alla moda, troppi sigari e troppi bicchieri di scotch.

Anche lui in quel momento era seduto nel proprio studio, una stanza arredata con mobili sobri, scuri, di legno massiccio, folti tappeti sul parquet, teche di vetro che custodivano sculture astratte. Su una mensola facevano mostra di sé i trofei che Russel aveva vinto nel ruolo di quarterback durante l'università. Era in quella stanza che venivano prese le decisioni importanti, che riguardassero le attività della sua azienda o i problemi della sua famiglia. Come in quel caso.

"Quanti cattivi pensieri, oggi, bambina?"

Quante volte aveva ripetuto quella domanda? Dopo la centesima aveva perso il conto. Però doveva farla. Per il bene di sua figlia.

Lucy Quinn stava in piedi in mezzo alla stanza, le braccia lungo i fianchi, lo sguardo puntato sul quadro appeso alla parete alle spalle di Russel. Era bella, la sua Lucy Quinn: lunghi capelli biondi, zigomi alti, naso piccolo e dritto, labbra armoniose. Certo, non era sempre stata tale, ma con un po' d'aiuto qualsiasi bruco poteva diventare una farfalla, giusto? Sua figlia si era quasi uccisa con diete e allenamenti per portare il proprio corpo alla quasi perfetta condizione fisica (mantenuta grazie al programma atletico per cheerleader della coach Sylvester) e lui era stato più che felice di dare il tocco finale dal punto di vista estetico. Erano stati soldi ben spesi.

A Russel piaceva pensare che nessuno meglio di lui sapesse come investire il denaro. E a guardare la sua prospera azienda di servizi di sicurezza si era tentati di dargli ragione. La Fabraytech, con lui alla sua guida, era cresciuta esponenzialmente nei profitti ritagliandosi una fetta molto ampia all'interno del mercato dei sistemi di sorveglianza. In quel momento, negli Stati Uniti, un privato su cinque aveva scelto uno dei sistemi di sicurezza Fabraytech per proteggere le sue proprietà. La percentuale si alzava a uno su tre se si andava a guardare le agenzie governative. Spesso si diceva che Dio aiutava chi lavorava con impegno e lui lavorava duro, si riteneva un ottimo marito e un padre eccellente, così dava per scontato che Dio l'avesse benedetto con tutta quell'abbondanza, abbondanza che amministrava con rigore.

Sì, Russel sapeva come gestire ciò che gli apparteneva. Così come sapeva che sua figlia non gli avrebbe mentito. Non aveva mai mentito a suo padre. Era sempre stata sincera, per questo l'anno precedente gli aveva confessato, in lacrime, la sua peccaminosa attrazione per le persone del suo stesso sesso, implorando il suo aiuto e la sua guida. E come ogni padre che si rispetti, Russel aveva preso in mano la situazione.

"Cinque, signore."

La risposta era uscita in un sussurro ma era stata comunque pronunciata con decisione. È così che aveva cresciuto la sua Quinn: una ragazza che mirava alla perfezione, ma capace di ammettere i propri errori con onestà e a testa alta, per poi lasciarseli alle spalle e lavorare con il doppio dell'energia per diventare una persona migliore. Doveva ammettere però che il contenuto della risposta non lo aveva soddisfatto. Sua figlia rimase in piedi, rigida, i pugni chiusi e le labbra strette. Anche lei sembrava delusa dalla propria debolezza.

"Sono profondamente spiacente, signore-"

Russel sollevò una mano per interromperla.

"Quinn. Quinn. È comunque uno meno di ieri. Non essere così delusa. Ce la faremo, ce la faremo insieme."

Sapeva di essere sulla strada giusta. Quando ne aveva parlato con il pastore della sua chiesa questi gli aveva consigliato un centro in Virginia in cui veniva praticata la terapia riparativa. Aveva letto gli opuscoli, avevano avuto un'alta percentuale di successi.

Tuttavia Russel non voleva ancora giocare quella carta. In realtà credeva che affidare questo problema a degli estranei non fosse il modo migliore per far guarire la sua Quinn. Se l'infezione nel cuore di sua figlia si fosse dimostrata particolarmente ostinata allora avrebbe parlato di nuovo con padre Gordon e si sarebbe accordato con lui, ma prima voleva provare a modo suo. L'amore di un padre poteva fare miracoli. Era accaduto in passato e sarebbe accaduto di nuovo. L'amore e, naturalmente, la mortificazione del corpo e dell'anima. Russel riflettè per qualche minuto prima di decidere la punizione di quella sera, mentre Quinn attendeva impassibile.

"Niente cena. Niente acqua. Questa sera dormirai nel seminterrato. Sai dove. Riscriverai cento volte il capitolo 20 del Levitico, versetti da 1 a 27 e verrai qui a recitarmelo prima di andare a letto."

Quinn distolse lo sguardo dal quadro e i suoi occhi color nocciola (gli stessi di sua madre) incontrarono quelli di Russel.

"Sì, signore."

Punirla a quel modo non gli piaceva. Un padre doveva essere uno scudo per sua figlia. Tuttavia sapeva che con amore e impegno, in un giorno non lontano avrebbe accompagnato Quinn all'altare, dandola in sposa a un uomo gentile, degno di lei.

La ragazza si rilassò leggermente, tirando un profondo respiro. Abbassò gli occhi sul tappeto, pronunciando la frase che sempre concludeva quegli incontri serali.

"Grazie per avermi dato l'opportunità di correggermi."

"Sono sempre qui, Lucy Quinn. Ogni volta che ne avrai bisogno."

Quinn annuì, cominciando a voltarsi, esitante, e Russel la incoraggiò con un cenno. La ragazza si voltò e posò la mano sulla maniglia, prima che suo padre parlasse di nuovo.

"Ti voglio bene, Quinn."

"Ti voglio bene anch'io, papà."

Saint Louis, Missouri, 1 settembre 2012. Ore 17.00

Seicento chilometri a ovest di Lima, nella la città di St. Louis, era l'ora del tè. Non che venisse rispettata. Anche se buona parte di loro erano di discendenza inglese, i bravi cittadini di Saint Louis non provavano alcun interesse per quella bizzarra usanza. Per loro lo spuntino pomeridiano spesso si riduceva a una ciambella accompagnata da un caffè, cinque minuti di pausa incastrati tra le incombenze della giornata. C'era però un posto a Saint Louis in cui il rituale del tè alle cinque veniva officiato con religiosa devozione: questo accadeva in uno dei collegi più esclusivi e prestigiosi degli Stati Uniti, un baluardo di sapere che rendeva onore a tutta la città.

Era il Saint Nicholas, un esteso complesso formato da eleganti palazzi di mattoni rossi, raccolti attorno all'edificio che ospitava le segreterie. Di fronte ad esso un grande piazzale ricoperto di ghiaia, in genere affollato da gruppi di studenti pronti ad affrontare un nuovo, faticoso semestre. Tuttavia, vista l'ora, al momento il cortile era deserto.

Oltre il corpo principale della scuola si trovavano i palazzi che ospitavano le aule, i laboratori, i dormitori e le sale riunioni, assieme al teatro e a tutte le strutture sportive che un collegio come quello poteva permettersi, immerse nel verde di un bellissimo parco.

Su quella serenità incombeva una fitta foresta, che occupava tutta la zona nord del campus. L'ingresso nel bosco era proibito per regolamento a tutto il personale, studenti inclusi. Divieto inutile, visto che quell'oscura, selvaggia macchia d'alberi era recintata da un'alta muraglia di pietra chiusa da un portone d'acciaio. Alcuni membri del consiglio di amministrazione ritenevano che lo spazio su cui sorgeva il bosco sarebbe stato meglio impiegato con la costruzione di nuovi edifici… ma sapevano anche che non era appropriato accennare all'argomento. Così la foresta restava al proprio posto, misteriosa e buia, in contrasto stridente con gli edifici che formavano il campus. Ma ormai gli abitanti del collegio avevano imparato a dimenticarla.

Ufficialmente il Saint Nicholas era un istituto che impartiva ai suoi iscritti un'istruzione severa ed elitaria. Era assolutamente vero: tutti i diplomati al collegio avevano un'ottima probabilità di essere accettati nelle università più prestigiose degli Stati Uniti. Però era anche vero che, a un ristretto gruppo di allievi (il cosiddetto Corso Speciale), la scuola offriva un'educazione un pochino più eterodossa.

Uno di quegli studenti speciali era Cheryl Gray, diciotto anni. I suoi genitori insegnavano al Saint Nicholas da una vita e la ragazza era praticamente cresciuta tra quelle auguste mura e tra i segreti che si trovavano fra di esse. Come il fatto che quella prestigiosa scuola fosse una copertura per il sacro Ordine degli Assassini. Cheryl era stata educata al Credo dai suoi genitori e dagli altri membri della Confraternita e durante il suo addestramento aveva dato prova di una propensione non comune per la raccolta di informazioni e le operazioni di hacking, argomenti che aveva studiato con piacere e profitto.

In quel momento era nella propria stanza impegnata a preparare la valigia: era una ragazza sempre ottimista e aveva un cuore coraggioso e generoso, ma fare le cose per tempo non era il suo forte. L'indomani sarebbe partita per Lima, quindi si stava affrettando ad infilare nella valigia tutto quello che le capitava a tiro con il suo solito, disorganizzato entusiasmo. Nel suo bagaglio erano già entrati, in ordine sparso, vestiti, biancheria, asciugamani, pupazzi di peluche, i suoi libri preferiti… la signora Gray, madre di Cheryl e docente di chimica (oltre che di Preparazione e Somministrazione dei Veleni nel Corso Speciale) sarebbe entrata di lì a poco e scuotendo la testa, avrebbe disfatto la valigia per rifarla daccapo.

A Cheryl non piaceva molto l'idea di allontanarsi dai propri genitori, ma dal giorno seguente avrebbe avuto la possibilità di frequentare un vero liceo assieme a una delle sue migliori amiche e questo la deliziava a non finire. Era convinta che sarebbe stato un anno fantastico.

Si sbagliava.

Nel frattempo, in un'altra stanza del dormitorio, l'oggetto dei pensieri di Cheryl stava dormendo. Il suo nome era Rachel Berry e i suoi sogni non erano lieti, ma di questo non è opportuno parlare. Rachel era anche uno dei pochi membri della Confraternita che poteva far risalire il proprio retaggio al grande Assassino Marco Giunio Bruto ma nemmeno di questo è opportuno parlare. In quel momento Rachel era solo un'adolescente che dormiva stringendo a sé un libro, un'adolescente che, come Cheryl, conservava sempre gli oggetti che le erano più cari… solo che, nel suo caso, erano già stati messi in valigia.

Su di lei stava vegliando Stephen Corcoran. Era il nonno di Rachel e fino a quel momento si era sempre preso la responsabilità di badare alla nipote ogni volta che suoi padri erano in viaggio per una missione. Si era quindi occupato di educare Rachel non solo alle vie del Credo, ma anche a quelle cose che rendevano più felice l'esistenza, come la musica, l'arte, la letteratura. E, tra parentesi, aveva fatto un ottimo lavoro.

Era venuto a chiamarla per il tè ma quando era arrivato nella sua stanza l'aveva trovata addormentata con un libro sul petto e gli auricolari nelle orecchie. Così le aveva spento l'Ipod (suonava Barbra Streisand, pensa un po' che sorpresa) e aveva deciso di lasciarla dormire. Domani l'aspettava un lungo viaggio.

Non era del tutto convinto che partire per Lima con Leroy e Hiram fosse un bene per sua nipote, ma la ragazza era entusiasta al pensiero di frequentare la scuola e Stephen fra qualche giorno si sarebbe recato in Italia per delle indagini. Naturalmente portare Rachel con sé era fuori discussione, quindi la cosa più sensata da fare era rimetterla nelle mani dei suoi genitori. Sperando che l'avrebbero aiutata a sviluppare i suoi doni quando sarebbe arrivato il momento.

Nel frattempo la guardava dormire e preoccupazioni oscure e informi, tutte collegate alla nuova città in cui la nipote sarebbe andata a vivere, si agitavano dentro di lui. Era la prima volta da quando la ragazza gli era stata affidata che sarebbero stati separati tanto a lungo.

Dopo un'ultima occhiata a quella stanzetta ormai spogliata degli effetti personali di Rachel, Stephen chiuse silenziosamente la porta e si allontanò lungo i solenni corridoi rivestiti di pannelli di legno lucido. Come tutti gli Assassini, possedeva una corporatura snella e forte e si muoveva senza far rumore sul marmo dei pavimenti. Come tutti gli anziani dell'Ordine vestiva di bianco (era troppo vecchio per rinunciare a portare il colore tradizionale della confraternita) anche se al posto delle lunghe vesti medievali e rinascimentali indossava un più comodo paio di pantaloni di tela abbinati a una camicia di cotone.

Uscì dal dormitorio femminile per entrare in giardino. Sui prati verdissimi attraversati vialetti di ghiaia bianca si affrettavano studenti e insegnanti, tutti presi dalle loro faccende quotidiane. Non tanto affaccendati, però, da dimenticare di salutare Stephen chiamandolo 'signor preside'. Alcuni di loro, coloro che erano a parte del segreto della scuola, al vederlo portavano furtivamente la mano al cuore, augurandogli salute e pace, come da tradizione.

Quella struttura mascherata da collegio era uno dei pochi baluardi dell'Ordine che ancora esistevano al mondo e una volta evacuato completamente il rifugio di Denver ce ne sarebbero stati ancora meno. Tuttavia era inevitabile: dopo la Grande Purga del 2000 e la continua evoluzione delle tecnologie delle comunicazioni era più che mai importante mantenere un basso profilo e agire a piccoli gruppi.

Stephen salì gli scalini che portavano all'edificio principale e si fece strada rapidamente attraverso l'atrio, per poi uscire nel piazzale e dirigersi verso la garitta che si trovava accanto al cancello della scuola. Le due giovani guardie lì presenti scattarono immediatamente sull'attenti, portandosi la mano destra al cuore.

"Salute e pace, Priore Sadalmelik."

"Salute e pace a te, Farras. Eltanin…"

I due sembravano nervosi. Stephen sapeva perché. Era lo stesso motivo per cui lui si sentiva inquieto. Accennò al telefono che si trovava nella garitta.

"Leroy e Hiram… hanno chiamato?"

Fu Eltanin a rispondere.

"No, signore. Tra un'ora chiuderemo l'entrata per la notte e ancora non abbiamo ricevuto alcun messaggio da loro."

Stephen strinse le labbra.

"Avrebbero dovuto essere qui due ore fa. Cosa sarà mai-"

In quel momento il rumore del motore di un'auto cominciò ad avvicinarsi rapidamente al cancello. Stephen si fece da parte mettendosi al fianco di Farras e facendogli cenno di prepararsi a ricevere il loro ospite, chiunque fosse. Nel giro di pochi secondi una piccola utilitaria nera si materializzò oltre la curva della strada che portava alla scuola, e si avvicinò sempre più senza dare segno di rallentare.

"Priore Sadalmelik!" gridò Farras, allarmato, spostandosi verso l'interno della garitta, dov'erano custodite le armi da fuoco. Stephen comprendeva la preoccupazione del giovane: avrebbe potuto essere un attacco. Ma l'istinto gli diceva che non era così e in tutti quegli anni all'interno della confraternita aveva imparato a fidarsi del proprio istinto.

"Aspetta."

La macchina sfrecciò attraverso i cancelli e si fermò al centro esatto del piazzale facendo un testacoda, sollevando una sventagliata di ghiaia (a Stephen ricordò lo spruzzo di neve alzato da uno sciatore che frena bruscamente), e i tre uomini corsero verso il veicolo per tirarne fuori l'occupante. Farras fu il primo ad arrivare, aprì bruscamente la portiera e si bloccò lì dove stava, fissando l'uomo che sedeva all'interno.

"Nobile Seiros!"

Stephen raggiunse la macchina e vide Leroy Berry al posto di guida, il volto cinereo e il respiro debole, che stringeva convulsamente il volante come se non si fosse reso conto che la macchina era ormai ferma. C'era sangue sui suoi vestiti, ma le macchie sembravano vecchie e l'uomo non sembrava ferito. Stephen tese una mano e lo prese per la spalla, a quel tocco Leroy sussultò e guardò il Priore come se non l'avesse riconosciuto. C'era solo lui nell'abitacolo.

"Leroy… respira, figliolo. Cos'è successo? Perché Hiram non è con te?"

Il suono del nome di Hiram sembrò risvegliare qualcosa nell'Assassino e quando Stephen guardò nei suoi occhi vi lesse uno sconfinato dolore. Capì in un attimo cosa questo significasse.

"M-morto."

Mio Dio.

Il suo pensiero corse a Rachel. Era così giovane… come avrebbe reagito? Ma c'era dell'altro. Leroy si aggrappò al suo braccio con forza disperata e portò un'ultima, terribile notizia.

"Denver… Denver è caduta."

Un po' di note sparse:

- per chi non ha mai giocato ad Assassin's Creed: altri dettagli sull'Ordine e sui suoi obbiettivi nei prossimi capitoli. Per il momento vi basti sapere che, come già detto, loro sono quelli che hanno deciso di sporcarsi le mani in modo che non siano gli innocenti a farlo.

- il grado di Priore per indicare un Assassino di alto rango non viene più usato già dal Medioevo. L'ho riesumato perché mi serviva un livello che stesse a metà tra Assassino e Mentore (capo supremo dell'Ordine), riutilizzando contemporaneamente i gradi delle confraternite rinascimentali: Santana è un Maestro, quindi un adepto di nono livello, il grado immediatamente inferiore a quello di Assassino, mentre Brittany ha raggiunto il livello di Guerriero (settimo rango).

- Algol: demone

Thuban: drago

Sadalmelik: la fortuna del re

Faras: destriero

Eltanin: la testa del drago

Seiros: ardente

i membri dell'Ordine non usano nomi di battaglia, ma mi è sembrato interessante introdurli in questo racconto. Forse qualcuno si è accorto che ho usato nomi di stelle, derivano in gran parte dall'arabo, ma anche dal greco e dal latino.

- nel gioco non viene mai detto quanto fosse grande la confraternita di Denver, ma mi fa comodo ritenere che ospitasse una sessantina di persone.

- le informazioni sulla storyline del gioco vengono, come già detto, da Assassin's Creed Wiki (versione inglese e italiana). Questo perché quando cerco di assassinare la gente non bado molto ai dettagli.

- secondo il canone di Assassin's Creed l'Ordine non ha un rifugio a Saint Louis. L'ho creato io per esigenze narrative.

- curiosità: a Lima, Ohio, il primo giorno di settembre alle ore 18.00 in genere c'è una temperatura media di 25 gradi e un'umidità relativa del 60%. Il calcolo si basa su misurazioni effettuate negli ultimi undici anni e potere trovarle sul sito . Utilissimo, tra l'altro, per scoprire esattamente che tipo di clima c'è nel luogo in cui volete ambientare la vostra storia. Inoltre a Lima il primo di settembre il sole tramonta alle 20.06. Questa informazione invece la trovate su . Per dire.

- scrivere dal punto di vista di Russel è come infilare una maglietta sporca. Ugh.

Ok, ora chiudo prima che mi vengano altre idee strane. Tipo un crossover tra Glee e Saint Seiya. O tra Glee e Mai HiME. O tra Glee e School Rumble. Non so quale sia peggio. Il prossimo capitolo a metà settembre. Forse prima. Spero di non avervi annoiati, i capitoli introduttivi hanno sempre la tendenza a diventare una palla. Salute e pace.