Abisso.

Il naufrago e le rose.

Non pensava sarebbe andata così.

Quando Shizune le aveva detto di chiamare Sasuke e di presentarsi con lui dall'Hokage, credeva semplicemente che fosse per una missione. E non ne era stata entusiasta.

Negli ultimi quattro anni, aveva cercato di evitare per quanto possibile il suo ex compagno di squadra. Guardarlo, solo guardarlo, era diventato doloroso.

Le ricordava la sua adolescenza, e lo struggimento che aveva provato quando era stato lui quello da inseguire e riportare a casa. Lui quello da convincere.

La disperazione che allora sentiva, però, era alleviata da un accecante sorriso e da due occhi fieramente determinati.

Ora, invece, aveva campo libero nella sua mente.

Non c'era più una roccia che le impediva di affogare. Non c'era più il calore di una volontà così forte da tenerla a galla. Non c'era più neppure l'aria.

C'era solo l'acqua. Che la uccideva lentamente rubandole l'ossigeno dai polmoni affaticati. Che penetrava come una lama nella carne della sua anima e la dilaniava. C'era buio.

C'era l'abisso della disperazione, che la tratteneva sotto e la tirava sempre più giù.

Sasuke … Sasuke non era mai stato altro che un puntolino lontano. Non era mai stato una roccia. Solo un'isola irraggiungibile.

Anche quando stavano cacciando Naruto, erano sempre stati due singolarità che percorrevano la stessa strada. L'affinità che avevano sentito, era stata superficiale. Irrisoria. Inutile per creare un legame abbastanza forte da sostenerla negli anni successivi.

Così lei si era adagiata su quella mancanza. Aveva pensato erroneamente, facilmente, che l'isola se la sarebbe cavata da sola. E aveva smesso di cercarla con gli occhi, mentre si sforzava di imparare a nuotare da sola.

Lo aveva evitato. E si era costruita una zattera con i relitti di quel mare impietoso.

Aveva perso molto, non voleva perdere di più. Era sopravvissuta. Non si era accorta che nel farlo aveva abbandonato la speranza di poter un giorno almeno rivedere quell'isola. E quell'isola si era spostata. Chiudendosi in un suo mondo e sprofondando in un diverso genere di mare.

Abbassò il braccio che aveva sporto per poter trattenere quel pezzo di mondo dall'andarsene ancora più lontano da lei.

- Tsunade-sama. – disse, fissando ancora la porta chiusa dietro la persona che stava rischiando di perdere di nuovo. Per sempre. Per colpa sua. – Perché il Kazekage è qui? Se fosse stato solo per avvisarci della vostra decisione, saremmo bastati io e Sasuke. Perché c'è tutto questo pubblico?

Shisho non le rispose, perciò lei strinse i pugni e si girò per affrontarla. – Voi vorreste proporre Sasuke al Consiglio, vero? Ma non siete sicura di come reagiranno le altre nazioni, perciò avete chiesto a Gaara se avrebbe continuato ad appoggiare Konoha anche dopo l'elezione di un Uchiha. Ma perché lui … no. LORO. Perché tutti loro sono ancora qui?

La sua maestra sostenne il suo sguardo per diversi secondi, prima di divergerlo e sospirare, appoggiandosi allo schienale della poltrona.

- Speravo di poter avere una conversazione più razionale e pacata con lui, se intorno a noi ci fossero state altre persone ragionevoli a fare da cuscinetto.

LUI.

Non VOI.

Lui.

Fu un duro colpo per Sakura rendersi conto ancora una volta che ormai neppure la sua sensei pensava che lei avrebbe dato di matto per quell'argomento.

Aveva abbandonato il suo migliore amico, e tutti lo avevano accettato come fosse la cosa più normale del mondo.

Aveva abbandonato il suo migliore amico, e nel processo di dimenticarsi di lui, aveva abbandonato anche quello che era rimasto della famiglia del suo … cosa? Roccia? Compagno? Forse fratello era la parola che più aveva esemplificato la sua relazione con Naruto.

Era entrata in quella gabbia solo un paio di volte prima di arrendersi all'evidenza che là dentro non c'era più suo fratello, ma un demone.

Sasuke ci andava su base regolare. Lo sapeva, perché tutti lo sapevano al villaggio. Tutti erano consapevoli che Uchiha-san era un ospite fisso per la prigione sotterranea più temuta ed evitata della città. Supponeva che questo avesse fatto pendere anche la bilancia in suo favore, con i loro concittadini. Una specie di "Beh, se riesce ancora a essere fedele al suo amico ritornato mostro, allora forse non è poi così irrecuperabile".

Chiuse gli occhi, sconfitta come si era sentita quando in passato avevano cercato di convincere Sasuke a tornare a casa. Come quando non erano riusciti la prima volta a riportare indietro Naruto. Avevano parlato, in quell'occasione. Sibilato. Implorato. Urlato. Ordinato. E lui, Kurama, li aveva sbeffeggiati crudelmente.

Stavolta però non era un ragazzo pieno di dolore e rabbia, non era un demone, quello che l'aveva battuta. Era lei stessa che aveva dato forfait. Lasciando Sasuke a combattere da solo.

Si domandò se non si sarebbe arresa anche la prima volta, se non fosse stato per Naruto.

In fondo, Sasuke non era mai stato il tipo da cercare l'aiuto di qualcuno. Mai era stato lui, quello a fare volontariamente "squadra". L'aveva subita. Sopportata. Vissuta, a volte. Ma mai era stato la sua forza. La sua determinazione.

La concentrazione di Sasuke era sempre stata a senso unico. Dritta e tagliente. Mai portata alla partecipazione o al coinvolgimento di una controparte, a parte le rare volte in cui Naruto era riuscito a costringerlo a farlo.

Forse, se fosse stato Naruto quello ad andarsene quando erano adolescenti, lei lo avrebbe abbandonato. Forse Sasuke avrebbe dovuto passare allora quello che lo aveva costretto a subire adesso. Avrebbe inseguito l'amico disperso da solo, struggendosi da solo, soffrendo da solo, bastandosi da solo. Non avrebbe sicuramente cercato LEI per rassicurarla, per scrollarla, per alleviare la sua sofferenza. Per alleviare la propria.

Forse era stata la fortuna, che le aveva permesso di cullarsi nell'illusione di essere diventata forte e di non essere più portata all'essere lasciata indietro. Forse tutta la sua vita era stata modellata da una forza di volontà che non era sua.

Si girò di scatto verso la porta.

- Sakura?

Con la mano sul pomolo della porta, e la mente già oltre, Sakura rispose all'ordine implicito della sua maestra.

- Tsunade-sama, potreste per favore rimandare di un altro po' la vostra decisione?

- Il villaggio ha già aspettato dieci anni, Sakura. – ribatté brusca la donna alle sue spalle.

Sakura strinse violentemente la maniglia, fino a che questa non cedette sotto la sua presa, e lei si ritrovò ad affondare le unghie nei suoi stessi palmi.

Che rabbia. Che rabbia! Sapeva che shisho aveva ragione. Era la stessa considerazione che l'aveva portata ad arrendersi. Le sue parole facevano eco ai suoi stessi pensieri.

Ma ora che l'illusione si era spenta, trovava inconcepibile semplicemente essere razionale.

Naruto non sarebbe stato razionale. Avrebbe combattuto con le unghie e i denti. Fino all'ultimo respiro. Fino a far diventare l'irrazionale razionale, l'impossibile possibile.

Pur di salvare un amico, avrebbe rivoluzionato il mondo intero.

Lei lo aveva dimenticato.

- Solo un po'. Non servirebbe comunque a nulla, se Sasuke non fosse d'accordo, non crede?

Un attimo di silenzio, poi il suo nome venne mormorato di nuovo. Con una traccia di pietà che le fece intendere che la sua rabbia era stata percepita chiaramente.

- Con permesso. – troncò la conversazione seccamente. Non avendo la forza, o il coraggio, di ammettere con le persone nella stanza che non era furiosa con loro. Che non disprezzava loro.

Marciò a passo spedito fuori dal palazzo, alla ricerca di un Uchiha fuori dalla grazia di ogni divinità conosciuta.

Loro … proprio non c'entravano nulla.

Era LEI. Lei ad essere sbagliata. Lei che era l'oggetto della delusione che provava.

Era scappata, perché la realtà era così agra che aveva deciso di ignorarla.

Aveva abbandonato, perché vedere il suo stesso dolore impresso nella carne di una delle poche persone che significavano il mondo per lei, era diventato più insopportabile che non vederlo affatto.

Si era rassegnata. Aveva scolpito una lapide, imprimendoci sopra i nomi di Naruto e Sasuke. L'aveva posata in giardino e poi vi aveva piantato davanti un cespuglio di rose bianche, non volendo vedere quando queste avevano assunto la tonalità rossa del sangue su cui erano piantate.

Il sangue di Naruto. Il sangue di Sasuke.

E il suo, di sangue? Perché il suo sangue doveva essere assorbito solo dalla terra? Avrebbe dovuto incidere anche il suo, di nome, su quella dannata lapide. Perché aveva deciso di estraniarsi da quel dolore? Anche sapendo che sarebbe comunque rimasto là a piantare le spine nella sua carne?

Si era proibita di provarlo. Si era vietata di consolarlo.

Ma non aveva fatto un singolo passo per andare oltre, quel dolore.

Era rimasta semplicemente a fissare il cespuglio, fingendo che fosse candido.

Ora però lo vedeva. Vedeva il rosso violento delle rose contrastare spaventosamente col verde delle foglie. E non lo avrebbe ignorato.

L'isola che aveva perso di vista, rischiava di non poter più essere trovata. E lei non poteva permetterlo. Lo doveva alla sua roccia. Lo doveva a se stessa, per ritrovare quel rispetto di sé che si era illusa di avere.

Naruto era perduto. Questa … era … una dolorosa verità.

Ma Sasuke era ancora là, che aspettava qualcuno che lo comprendesse, lo sostenesse e lo ritrascinasse a galla.

Forse lei non era un gran che come roccia, ma avrebbe fatto il possibile affinché l'isola perduta fosse ben visibile ad altri più capaci di lei, se necessario.

Varcò i confini del vecchio quartiere Uchiha, dopo aver cercato invano Sasuke per tutti i luoghi a suo parere significativi per lui. Determinata a vincere quella scommessa con se stessa.

Una forte esplosione la convinse a iniziare a correre verso est.