«Quasi cinquant'anni e fa ancora paura, lo marcano stretto pure in una partita di beneficenza!», stava dicendo qualcuno poco lontano, commentando un'entrata difensiva su Baggio.
«Lui, quando gioca, gioca. Vive. E si aspetta che chi lo contrasta faccia lo stesso. E poi un fuoriclasse rimane tale a qualunque età.», si ritrova a bofonchiare Andrea, prima di ricordarsi che Roberto Baggio non ha certo bisogno di essere difeso.
«Tutto a posto, Andrea?», gli chiede il dottore seduto in panchina accanto a lui, sentendolo mugugnare, «È la gamba che ti dà fastidio?».
«No, va tutto bene», risponde lui, toccandosi il femore e sforzandosi di non pensare a quanto lo fa arrabbiare l'essere infortunato e non poter giocare un'ultima volta con Robi.
Anche se forse è meglio così. Meglio fare il Team Manager della sua squadra e guardarlo giocare da bordocampo. Chissà che cosa avrei combinato, così distratto a osservare lui. L'avrei fatto arrabbiare.
Il pensiero chiama un ricordo, e ad Andrea sfugge un sorriso.
La prima settimana al Brescia con Roberto non era filata liscia.
Erano sempre avversari nelle partitine d'allenamento e Andrea si rendeva conto di non giocare come sapeva. Non riusciva proprio ad essere lucido, era più forte di lui: quando Baggio prendeva la palla, lui si incantava a guardarlo, fermo in mezzo al campo. E quando si trattava di marcarlo lo lasciava sempre passare, troppo spaventato all'idea di fargli male.
Non si erano più parlati, e di nuovo Andrea non aveva il coraggio di guardarlo negli occhi.
A fine settimana il mister l'aveva preso da parte alla fine dell'allenamento.
«Allora, Andrea, me lo dici o no che te succede?»
«In che senso, mister?»
«Sentimi, non sto a fa' troppi giri di parole. Perché stai a giocare così? Sei poco concentrato, disattento. Io te conosco bene, m'accorgo che c'è qualcosa che non va.»
«Mi dispiace, mister. Lo so di non essermi allenato al meglio questa prima settimana. Mi dia solo qualche giorno per adattarmi. Immagino... di essermi concentrato... più sullo studio dei miei compagni che sul mio gioco. Farò meglio, glielo prometto.»
«Io me fido di te, Andrea. Ma adesso che te sei fatto un'idea più chiara sui tuoi compagni, tu fidati di più di loro. Soprattutto del tuo capitano. Me fa' piacere che hai rispetto, ma nun è fatto de vetro. Ci siamo capiti?»
«Io... credo di sì.»
«Bravo. Adesso va' a cambiarte».
Andrea si era avviato verso lo spogliatoio, indeciso su cosa pensare delle parole del mister. Lui si fidava già dei suoi nuovi compagni di squadra. Soprattutto del capitano. Santo Dio, era proprio perché si fidava così tanto del talento di Baggio se non riusciva affrontarlo con vera aggressività agonistica, per non rischiare di infortunarlo e così impedirgli di giocare domenica pomeriggio.
Ma il mister aveva anche detto...
Il flusso dei pensieri si era interrotto all'improvviso quando, appena entrato nello spogliatoio e guardato su, aveva notato Robi, seduto su una delle panche, che lo fissava.
Nella sorpresa si era dimenticato di tenere gli occhi bassi e aveva incrociato il suo sguardo. Per un attimo si era perso nelle profondità di due mari in tempesta.
«Hai parlato con il mister». Non era una domanda.
«Bene. Volevo solo dirti, Andrea, che del mio ginocchio mi occupo io. Tu non puoi, no, non devi!, farti distrarre dalla debolezza di chi hai di fronte. E non mi fai certo un favore se giochi al di sotto delle tue possibilità. Non mi è utile, e non mi diverte. Perciò non buttare le tue qualità perché provi pietà per me.»
Lo stupore aveva fatto di nuovo alzare gli occhi ad Andrea. Alla vista dell'aria ferita e delusa di Baggio aveva sentito scattargli dentro qualcosa, una lama calda che si infilava dolorosamente da qualche parte all'altezza del polmone sinistro, mozzandogli il respiro.
«Io non... la pietà non c'entra niente!», aveva replicato, alzando la voce che sembrava essersi bloccata in gola.
«Andrea, per favore. Ho notato come mi guardi.»
«Sì. Sì, ti guardo. Con ammirazione!»
«Quando un giocatore ne ammira un altro lo affronta fino in fondo! Allora sì che lo spinge ad eccellere: facendo a sua volta del suo meglio. E così l'ammirazione cresce, da ambo le parti, e l'abilità con lei. Se davvero ammiri un uomo devi dare tutto, per lui o contro di lui, non puoi risparmiarti. Se mi ammiri, se davvero mi ammiri, dimostramelo così. Devi... Andrea? Ma cosa fai, piangi?».
Roberto si era mosso istintivamente verso di lui, la rabbiosa tristezza immediatamente accantonata nella preoccupazione di aver esagerato.
«Ehi, non volevo spaventarti.»
«No, non sei tu, io... non... so cosa... scusami, io... non piango da...».
E Robi l'aveva abbracciato.
In un gesto paterno, naturale, l'abbraccio di un fratello maggiore che vuole confortare il più piccolo. Ma Andrea rabbrividiva, scosso da un'emozione senza nome, la lama calda che si faceva sempre più strada dentro di lui e gli squarciava il petto. E si era ricordato che l'ultima volta che aveva pianto era stata sei anni prima, quando, dopo un Mondiale splendido, proprio Roberto aveva calciato al cielo l'ultimo rigore della finale, la svasatura d'artista nel quadro perfetto, un tiro per Dio, aveva detto qualcuno, perché chi altro potrebbe parare i rigori di Baggio?, e aveva stretto il compagno, quell'uomo che rappresentava tutti i suoi sogni d'infanzia e che gli aveva appena dimostrato cosa fosse la vera passione per lo sport, singhiozzando come un bambino.
«Sssssh, ehi... va tutto bene...», ripeteva Robi dandogli leggere pacche sulla schiena.
Quando Andrea si era calmato, imbarazzato, e aveva fatto per scusarsi, Roberto l'aveva fermato dicendo: «Niente scuse. So io cosa ti ci vuole. Così potremo provare subito a mettere in pratica quello di cui parlavo prima!», e ridendo con la sua risata contagiosa l'aveva trascinato di nuovo fuori, in campo, dove avevano passato un'ora buona a dribblarsi a vicenda e dove Andrea aveva imparato una volta per tutte che avere a che fare con Roberto Baggio significava giocare a pallone come fosse vivere il tuo ultimo secondo di vita su questa terra e vivere con la stessa gioia, la stessa luce, la stessa intensità con cui giochi a calcio, qualsiasi cosa succeda.
Poi erano tornati dentro a ripulirsi. Entrato nei bagni Andrea si era improvvisamente accorto di star fissando il suo capitano. Osservava con attenzione le linee precise del corpo, sforzandosi di memorizzare la velocità esatta con cui il sapone scorreva sui muscoli, sulle gambe, sul petto compatto e snello... aveva subito aperto l'acqua, accecandosi con il getto bollente per impedirsi di vedere.
Ci manca solo questo. Come se non mi distraesse abbastanza il suo modo di giocare.
«Soddisfatto di me, "mister"?» aveva chiesto mentre finiva di asciugarsi, un sorrisetto ironico a sciogliere la sua eterna espressione seria, tentando di esorcizzare con lo scherzo i pensieri che gli si erano infiltrati in testa durante la doccia.
Roberto, già vestito e con la borsa in spalla, si era concesso a sua volta una risata prima di tornare serio, rispondere «Ho il sospetto che tu sia un fuoriclasse, Andrea Pirlo», poggiargli una mano sulla spalla umida e uscire.
Ancora oggi Andrea non saprebbe dire quanti minuti fosse rimasto immobile su quella panca, mezzo nudo e con un calzino infilato solo in punta del piede, a cercare di assorbire la sensazione esatta di quelle parole e di quella mano sulla spalla, a cercare di ordinare i pensieri e di ricucire il taglio netto della lama nel suo petto.
Il crescere delle grida d'incitamento nello stadio lo distoglie dai ricordi.
Neanche a dirlo, hanno appena servito un assist a Baggio.
Roberto si trova solo davanti alla porta: il portiere avanza per bloccarlo, lui si sposta la palla e, fluidamente, con lo stesso piede, la insacca in rete.
Il cuore di Andrea salta un battito e poi ruggisce, come quando era ragazzino e guardare Baggio giocare era la disperazione e la libertà, la speranza e l'illusione, tutto il suo mondo.
Poco dopo l'arbitro fischia la fine del primo tempo.
Andrea si sta avviando con le squadre nel tunnel, verso gli spogliatoi, quando Robi lo supera dicendo a mezza voce: «Soddisfatto di me, mister?».
Lui si blocca. Incredibile come continuino ad essere in sintonia anche adesso che si vedono tanto di rado. Ignora tutti i calciatori che gli passano accanto chiacchierando, ignora Gigi che si è fermato ad aspettarlo con aria interrogativa. Lento, Andrea, sei ancora lento, sempre lento, troppo lento per lui.
Di scatto decide di ribellarsi alla sua eterna inerzia e avanza, in tre falcate raggiunge Roberto, lo afferra per il braccio sinistro, lo costringe a voltarsi.
Lascia scivolare la mano fin nella sua e la stringe forte. È solida e calda come ricordava.
«Ho il sospetto che tu sia un fuoriclasse, Roberto Baggio» gli dice con un groppo in gola, e per questa volta si concede di non nascondere l'emozione infinita che pronunciare quelle parole gli fa crescere nel cuore.
