"Assolto. Da tutte le accuse" disse Harry lasciando cadere il giornale sulla tavola della cucina della Tana e se stesso nella sedia accanto.
"Beh, era quello che ci aspettavamo, no? Abbiamo pure testimoniato in sua difesa." Fece notare Ron in tono vagamente risentito. Evidentemente anche a lui la situazione non piaceva un granché.
"Era ciò che dovevamo fare. Non potevamo lasciarlo marcire in Azkaban quando tutto ciò che ha fatto è stato obbedire all'ultimo desiderio di Dumbledore – contro la sua stessa volontà, devo specificare – soltanto per passare mesi sotto copertura, aiutandoci nell'ombra proprio quando ne avevamo più bisogno e assicurandosi che i Carrow non trasformassero Hogwarts in un vero campo di concentramento. Potrà anche non piacervi come persona, ma Severus Snape è un eroe. Si meriterebbe un Ordine di Merlino!"
Harry e Ron si scambiarono uno sguardo rassegnato. Non era la prima volta che sentivano quel discorso. Sembrava che l'ardore che Hermione provava per la sua campagna in difesa degli elfi domestici, C.R.E.P.A., si fosse trasferito sulla difesa dell'eroico ex-Mangiamorte e coraggiosissima spia, Snape. Speravano solo che la cosa fosse temporanea.
"Non dico che non sia stato coraggioso," riprese Harry con una piccola smorfia scettica che fece ridere sotto i baffi Ron, "e so che testimoniare in suo favore era l'unica cosa giusta da fare, soprattutto dopo che ci ha mostrato il suo Patronus e Kingsley ci ha assicurato che i documenti lasciati da Dumbledore al riguardo erano autentici, ma..." si interruppe, cercando di trovare le parole. "Quello che non capisco è, perché? Perché ha fatto quel che ha fatto? Scusate se faccio fatica a credere che a spingerlo sia stata la sua nobiltà d'animo!" esclamò con uno sbuffo cui fece eco l'amico.
Hermione lanciò ad entrambi un occhiata tagliente, sospirò e rispose con l'aria paziente di qualcuno che deve spiegare ad un bambino la stessa cosa per l'ennesima volta.
"So che è difficile credere che abbia corso tutti quei rischi per mero altruismo e capisco che tu faccia fatica fidarti di lui, considerata la vostra storia personale e dopo quel che è successo la notte in cui Dumbledore...quella notte. Ma Dumbledore si è sempre fidato di Snape, ed evidentemente ha sempre avuto ragione. Gli esatti motivi per cui si fidava di Snape non sono affari nostri."
Harry sentì la rabbia montargli dentro. Hermione non capiva. E neanche Ron, in realtà. Erano tutti e due più o meno soddisfatti dalla spiegazione di Snape, convinti che adesso che Voldemort era morto e la guerra finita, tutti i problemi fossero stati risolti e lasciati alle spalle, ma lui non riusciva a fare altrettanto. Il suo istinto gli diceva che Snape nascondeva qualcosa, qualcosa di importante. Però non aveva idea di cosa, né aveva alcun modo per dimostrare che i suoi sospetti fossero in alcun modo fondati.
Sospirò, arrendendosi, almeno per il momento.
"Avete visto?" chiese Ron indicando la parte inferiore della prima pagina del giornale in un evidente tentativo di cambiare argomento. "Hogwarts riaprirà a settembre e la Preside McGonagall chiede aiuto di volontari per aiutare a riparare i danni."
Hermione posò la propria mano su quella del suo ragazzo e lo guardò preoccupata.
"Vuoi che andiamo ad aiutare?" Il suo tono sottintendeva l'argomento che si cercava sempre di evitare ma che era sempre presente, come un elefante invisibile nella stanza. Fred.
Ron abbassò il volto, cercando di nascondere la sua tristezza, ma annuì.
"Se potesse, lui sarebbe lì. Anche solo per riparare i passaggi segreti senza dare nell'occhio" disse con una piccola risata. Nessuno degli altri due chiese se ci sarebbe stato anche George.
Hermione annuì. "Allora ci andremo anche noi." Poi, come ricordandosi solo in quel momento, si voltò verso Harry e domandò con delicatezza. "Tu te la senti di venire?"
La risposta era no. Harry non era sicuro di poter rivedere così presto il luogo dove così tanti erano morti per causa sua, la Sala Grande dove aveva visto i cadaveri di Lupin, Tonks, Colin, Fred e tanti altri stesi per terra.
Ma rimandare sarebbe servito solo a ingigantire il problema fino a renderlo impossibile da affrontare. Non voleva che il suo ricordo di Hogwarts fosse quello di una strage. Hogwarts era la sua casa.
"Sì." Si sforzò di rispondere.
Hermione gli sorrise, si voltò per dare un bacio sulla guancia a Ron e cambiò efficacemente discorso.
o*o*o*o*o
Harry camminava sotto la volta degli alberi della Foresta proibita, al sicuro sotto il suo Mantello dell'Invisibilità, seguendo il suono dei passi di due Mangiamorte davanti a lui.
Pensava ai suoi amici e se li avrebbe visti mai più. Quello che stava facendo lo faceva anche per loro.
Chissà se si erano già accorti che lui se n'era andato? Probabilmente sì. Voldemort aveva concesso un ora per consegnare Harry Potter e loro non avevano preso in considerazione l'idea neanche per un istante. Speravano di poter trovare un incantesimo per spezzare la bolla protettiva intorno a Nagini cercando nella biblioteca, ma sessanta minuti non erano niente. Sarebbero passati in un battito di ciglia senza che loro avessero trovato nulla. Voldemort aveva di sicuro scelto un incantesimo complesso e poco conosciuto per proteggere il suo ultimo Horcrux.
Harry sapeva che era giunto il momento, quindi aveva lasciato che loro lo lasciassero indietro mentre correvano verso la biblioteca, si era avvolto nel mantello ed si era avviato verso la Foresta Proibita. I suoi amici non potevano più aiutarlo ed era tempo che lui si assumesse le sue responsabilità. Avrebbe affrontato Voldemort una volta per tutte.
Era arrivato ad una radura. Al centro c'era Voldemort. Alto, emaciato, pallido e troppo magro per sembrare sano, i suoi occhi rosso sangue scrutavano la foresta, intorno a lui un cerchio di Mangiamorte sussurranti.
Harry sentì un brivido scorrergli lungo la schiena. Di paura, certo, ma anche di rabbia, di odio. Per colpa di quell'essere il Mondo Magico stava vivendo la guerra più devastante nell'arco di secoli e tutto per la brama di potere di un pazzo psicopatico e fuori di testa.
Harry si nascose dietro il tronco di un grande albero e fece il punto della situazione. Aveva un piano. Non era un granché come piano, ma non c'era più tempo per rimandare. Il Fato lo aveva destinato come l'unico che potesse liberare il mondo dalla presenza di Voldemort, legando indissolubilmente il proprio futuro a quello di Riddle. E se il fato il fato voleva Harry vincitore, sarebbe venuto in suo soccorso come aveva fatto tante volte. Harry non sapeva che altro fare.
In poche parole, la sua unica chance era una gran botta di culo.
Inspirò a fondo cercando di sopprimere l'ansia che lo stava assalendo.
Il piano, doveva concentrarsi sul piano, e avere fiducia che sarebbe andato tutto bene. Altrimenti...preferiva non pensare a cosa sarebbe successo altrimenti.
Controllando che nessuno lo vedesse acquattato com'era tra i cespugli, si tolse il mantello e lo avvolse introno alla spada di Gryffindor, che poi si attaccò alla schiena con un incantesimo incollante.
Prese un altro respiro profondo, cercando di scacciare il nodo che gli stringeva la gola, e si alzò in piedi. Era pronto. O almeno tanto pronto quanto avrebbe mai potuto essere.
Fece i pochi passi che lo separavano dal bordo della radura uscendo in piena vista. Cadde immediatamente il silenzio e tutti gli sguardi si volsero verso di lui. Harry non se ne accorse quasi. Tutta la sua attenzione era incentrata su Voldemort, il quale ricambiò con uno sguardo intenso ed un lento sogghigno di trionfo.
"Ciao, Tom" disse Harry, cercando di suonare provocatorio, e non tremante di nervosismo. A giudicare dal lampo negli occhi scarlatti del suo nemico, aveva funzionato. Ma Voldemort recuperò presto pieno controllo sulla propria espressione e distese le labbra sottili in un crudele ghigno di benvenuto.
"Che piacere avere finalmente tra di noi il nostro famoso Harry Potter. hai finito di nasconderti dietro i tuoi amici, aspettando che muoiano per te? Che coraggioso, e generoso, da parte tua aver finalmente deciso di mettere fine ai loro tormenti. Ma non affliggerti. Ti prometto che, se ti comporterai bene, la loro morte sarà rapida e indolore. Temo però di non poter dire lo stesso per la tua."
Harry serrò i denti per la collera mentre quella pidocchiosa banda di smidollati tirapiedi ridacchiava alle parole del loro Signore. Gli striduli e infantili schiamazzi di Bellatrix in particolare potevano essere uditi al di sopra di tutti gli altri.
Con uno sguardo colmo di sfida e legittima furia, Harry sollevò la bacchetta di Biancospino che aveva vinto a Malfoy e cominciò a recitare il primo incantesimo che gli veniva in mente ogni volta che cominciava una battaglia.
Con i riflessi inumani di un serpente, Voldemort sollevò la Bacchetta di Sambuco e attaccò.
"Expelliarmus"
"Expulso"
Gli incantesimi si incontrarono a metà tra i due maghi ed esplosero.
Ma mentre la maledizione di Voldemort si sciolse nell'aria, l'incantesimo di disarmo di Harry proseguì indisturbato, colpendo la mano dell'altro mago. La Bacchetta di Sambuco schizzò via e volò dritta verso Harry, che l'afferro grazie ad un riflesso istintivo. Adesso aveva la bacchetta di Malfoy nella destra e quella di Sambuco nella sinistra.
Seguì un lungo, apparentemente infinito momento di silenzio. Harry, letteralmente a bocca spalancata, mosse lentamente il proprio attonito sguardo dalla Stecca della Morte nella sua mano a Voldemort, la cui espressione non era tanto diversa dalla sua.
Dopo un infinitesimo istante in cui i due semplicemente si guardarono negli occhi, Harry tornò in sé. Non aveva la minima idea di come il suo benedetto Expelliarmus fosse riuscito a disarmare il Signore Oscuro, ma non aveva intenzione di mettere in dubbio la sua fortuna, non adesso che sapeva esattamente cosa fare.
Puntando la Bacchetta di Sambuco contro Nagini, pensò 'Finite Incantatem' e la bolla protettiva scoppiò. Prima che il grosso serpente avesse tempo di toccare terra, Harry la Appellò a sé, meravigliandosi distrattamente di quanto bene la Bacchetta di Sambuco funzionasse per lui.
Nagini volò rapidamente nella sua direzione, dimenandosi e contorcendosi nell'aria. Harry lasciò cadere la bacchetta di biancospino e afferrò la spada da dietro la propria schiena, posizionandola davanti a sé giusto in tempo per tagliare a metà la serpe gigante. Con un tonfo sordo, le due metà ancora guizzanti dell'ultimo Horcrux caddero in terra mentre una spesa nebbia nera e uno strillo spaccatimpani colmarono l'aria.
Tutti gli Horcrux, dal primo all'ultimo, erano stati distrutti.
Harry era così sopraffatto dalla semplice idea che finalmente buona parte della sua missione era giunta al termine, da non notare che l'urlo, che ancora continuava, non era più quello dell'Horcrux morente, ma di Voldemort, disperato e fuori di sé dalla furia. Harry ebbe appena il tempo di scostarsi di lato, accorgendosi del lampo viola che si muoveva verso di lui, prima di sentire il proprio braccio destro letteralmente esplodere.
Urlò come non aveva mai fatto prima. Il dolore era peggiore di qualsiasi cosa avesse mai provato, gli bruciava come fuoco nella carne, lungo tutte le vene del braccio. Cadde a terra colpendo proprio il braccio sinistro e ululando per il dolore insostenibile.
Sanguinava copiosamente, la testa che galleggiava come in un mare mosso e la vista che si annebbiava. Non conosceva nulla se non il dolore in cui stava annegando, fino a quando un paio di stivali in pelle non entrarono nel suo campo visivo.
"Crucio"
Strillò ancora e ancora, mentre la sua mente si frantumava e si dissolveva al ritmo forsennato del suo cuore e delle sue urla strazianti. Non riusciva a pensare a nulla e un oscurità sempre più invitante lo circondava lentamente. Aveva fatto ciò che poteva, Voldemort era mortale. Sarebbe bastato un Anatema Che Uccide per eliminarlo, e anche se era ancora, probabilmente, il più potente mago vivente, qualcuno, da qualche parte, sarebbe stato in grado di completare il compito che Harry non era abbastanza forte da portare a termine.
L'oscurità era dolce, allettante. Prometteva pace e silenzio e avanzava costantemente, spiegando le sue braccia come una madre che aspetta il figlio. Harry sapeva che stava per morire, ma semplicemente non riusciva a preoccuparsene. Anche il dolore stava sparendo in lontananza. O era Harry che si stava allontanando?
Ma poi, con un crudele, spietato e accecante raggio di luce, era tornato, il corpo martoriato disteso nel terreno fangoso.
Contorno sul proprio fianco, Harry aprì gli occhi su una sostanza giallognola proprio affianco al suo volto. Vomito. E il fango su cui giaceva era in realtà terra intrisa del suo stesso sangue. L'odore che permeava l'aria gli diede un altro conato.
Si domandò lontanamente quale imperdonabile colpa avesse commesso perché non gli fosse permesso di morire nonostante tutto il sangue perso e il dolore che lo devastava in ondate sempre più frequenti. Ma naturalmente conosceva già la risposta.
"Bentornato, Potter" sussurrò la glaciale e sibilante voce del suo torturatore, la sua collera bruciante a mala pena tenuta sotto controllo dietro un falso, inquietante tono di scherno.
Harry non riusciva a muoversi, neanche a sollevare il suo sguardo sfocato per regalare a Voldemort un ultima occhiata di sfida e disgusto.
Sentì qualcosa si soffice e freddo sfiorargli l'orecchia e rabbrividì quando realizzò che erano le labbra di Voldemort.
"Non morirai qui, Harry." Promise l'alta voce sibilante, liscia e affilata come la lama di un pugnale. "E non morirai adesso. Hai ancora molte cose da vedere a questo mondo. La dolorosa e agonizzante morte di tutti coloro a cui tieni proprio davanti ai tuoi occhi impotenti, per esempio." Voldemort inspirò a fondo, come assaporando il delizioso aroma della sofferenza. "E quando sarà tutto finito, quando avrò goduto della tua disperazione e vergogna al punto di averle a nausea, ancora non morirai."
Harry tremava da capo a piedi, per la rabbia, ma soprattutto per il dolore e il terrore. Il pensiero di cosa attendeva i suoi amici per colpa sua gli portava le lacrime agli occhi, ma se ne rese conto solo quando una delle lunghe dita di Voldemort gliele carezzò via delicatamente, in un gesto quasi amorevole che diede ad Harry un conato di disgusto.
"Sai perché, Harry?" Voldemort sussurrò in quello che Harry realizzò dopo era Serpentese. "Perché mi hai insegnato qualcosa, oggi. Tu hai reso me, il grande Lord Voldemort, che più di chiunque prima è giunto vicino alla perfetta immortalità degli dei, mortale. Mi hai reso mortale, Harry. Confesso di non aver mai odiato nulla quanto la mia mortalità, eccetto forse te. E pensavo che se mai fossi stato privato dei miei carissimi tesori sarei stato debole e sconfitto nel mio proposito. Ma sai una cosa interessante, mia piccola, insulsa nemesi?" Voldemort chiese, e Harry serrò le palpebre contro la sensazione di denti affilati che scivolavano lungo la forma delicata del suo orecchio. Voldemort stava parlando con una fredda calma che Harry non aveva mai sentito sentito prima e che lo spaventava più di quanto avrebbero fatto urla furiose o uno scoppio di rabbia incontrollata.
"Hai miseramente fallito, mio sciocco, patetico, tremante piccolo nemico. Io non sono debole. Hai distrutto i miei Horcrux ma ti illudi se credi di avermi sconfitto. Le Arti Oscure possono tutto. E ci vorrà del tempo, forse, ma avrò indietro ogni singolo pezzo di me che mi hai strappato. E tu sarai lì per assistere al completo fallimento dei tuoi vani sforzi e allo spreco della vita dei tuoi cari. Mi fai quasi pena." Aggiunse con una falsa risata, e si rialzò.
Harry sussultò. No, non era possibile. Gli Horcrux erano stati distrutti, definitivamente. Non potevano essere riparati. No.
Annaspò disperatamente, istintivamente, affondando le dita nel terreno, cercando di trovare qualcosa che potesse ancorarlo nel vortice che lo stava inghiottendo. E le sue dita incontrarono un oggetto lungo e sottile.
Una bacchetta. A giudicare dalla superficie irregolare, la Bacchetta di Sambuco. Doveva essergli scivolata di mano quando era caduto e Voldemort doveva averlo creduto troppo debole per utilizzarla.
Harry ringraziò mentalmente il cielo per l'arroganza del Signore Oscuro, mentre si preparava alla sua ultima mossa. La sua ultima possibilità.
Voldemort lo stava ora levitando dietro di sé, dandogli la schiena e camminandogli in fronte con l'andatura regale del signore vittorioso. Per un attimo gli balenò per la mente che ciò che stava per fare non era per niente da Gryffindor e Harry se ne compiacque. Voldemort meritava il peggio.
Con le sue ultime forze, sollevò la bacchetta, pensando a tutto ciò che Riddle aveva fatto, a tutto ciò che stava per fare, e sussurrò le due parole.
"Avada Kedavra"
Vide il lampo di luce verde dirigersi verso il mago oscuro, e il suo viso, voltatosi rapidamente, brevemente illuminato dall'abbagliante anatema. Voldemort venne avvolto dalla luce verde, il suo volto congelato in un espressione di sorpresa, e cadde a terra.
Nello stesso momento, l'incantesimo che teneva Harry sospeso in aria si spezzo e lui cadde nelle tenebre.
o*o*o*o*o
Harry si svegliò di soprassalto, sedendosi di scatto sul letto, le lenzuola aggrovigliate strette attorno alle sue gambe.
Mosse lo sguardo miope intorno, scorgendo nel buio le forme famigliari della camera di Ron.
Era al sicuro. Era tutto finito. Solo un incubo.
O un ricordo, per essere più precisi.
Cercando di calmare il respiro affannoso, si passò una mano tra i capelli bagnati di sudore. Quando la riabbassò, ai fievoli raggi di luna che filtravano dalle persiane scorse le cicatrici.
La mano sinistra e tutto il braccio erano percorsi da profonde e lunghe cicatrici dai bordi slabbrati e in rilievo, che percorrevano la sua pelle altrimenti liscia come solchi di aratro in un campo lasciati da un contadino ubriaco.
La maledizione con cui Voldemort lo aveva colpito aveva letteralmente fatto esplodere il suo sangue nella zona colpita, facendo scoppiare tutti i vasi sanguigni superficiali verso l'esterno. Il sangue aveva raggiunto una temperatura tanto alta da cauterizzare la ferita, che quindi aveva smesso di sanguinare relativamente in fretta, ma aveva reso pressoché impossibile eliminare le cicatrici, anche perché a lasciarle era stato un Incantesimo Oscuro.
La maledizione era pensata per debilitare un nemico e possibilmente lasciargli dei segni indelebili, ma non ucciderlo. Per questo le arterie non erano esplose e l'emorragia si era fermata relativamente in fretta. Ma il calore dell'esplosione serviva anche per rendere tutto più doloroso.
Secondo i resoconti dei Mangiamorte che erano stati catturati, dopo la morte di Voldemort la maggior parte dei suoi seguaci era caduta nel caos. Bellatrix aveva cercato inutilmente, nel mezzo di un pianto isterico, di rianimare il suo Signore, e quando aveva fallito aveva tentato di sfogare la sua rabbia su Harry. Ma Narcissa Malfoy l'aveva fermata, dicendole che Potter era già morto e che il modo migliore per punire l'assassino del suo amato padrone era uccidere tutti coloro cui Potter aveva tenuto. Bellatrix le diede ascolto e insieme ad alcuni altri seguaci fanatici si era scagliata su Hogwarts, dando di nuovo inizio alla battaglia.
Ma a quanto pareva, Narcissa Malfoy aveva mentito a sua sorella. La versione ufficiale della stampa, abilmente manipolata dal denaro dell'antica famiglia purosangue, era che Narcissa e suo marito, resisi conto che Harry Potter era ancora vivo dopo essersi avvicinati al suo corpo, avevano appositamente sviato la violenza dei loro compagni Mangiamorte per proteggere la vita del Salvatore, che sconfiggendo Colui Che Non Deve Essere Nominato li aveva liberati dalla loro penosa condizione di schiavi involontari dell'Oscuro Signore, il quale aveva tenuto loro e il loro unico figlio ostaggi nella loro stessa casa per quasi un anno.
La versione cui Harry credeva era che i Malfoy avessero capito all'istante che la nave di Voldemort stava colando a picco e che dovevano cambiare barca il più presto possibile. E quale modo migliore per assicurarsi, se non il perdono, almeno l'indulgenza dei loro futuri accusatori che salvare la vita del Salvatore? Harry era sicuro che non fosse stata la gratitudine a guidare le loro azioni, ma il fatto rimaneva che senza il loro intervento, se non avessero preso il suo corpo esanime e non lo avessero portato d'urgenza al San Mungo, Harry sarebbe morto.
Bellatrix si era lanciata contro i difensori di Hogwarts e Molly Weasley l'aveva affrontata per vendicare suo figlio, riuscendo a ferirla gravemente. Harry avrebbe davvero voluto godersi la scena in prima persona.
Un grugnito di protesta giunse dal letto di Ron. "T'tto b'ne?" Biascicò.
Harry annuì prima di rendersi conto che al buio l'amico non l'avrebbe visto e rispondere a voce.
"Tutto ok. Solo...solo ricordi."
Ron rimase in un silenzio comprensivo. Anche a lui capitava di avere incubi.
"Hai voglia di parlarne?"
"No" Harry scosse la testa, passandosi di nuovo la mano tra i capelli. Era sfinito. "No, è meglio se torniamo a dormire. Domani abbiamo del lavoro da fare, giusto?" fece notare, cercando di trasmettere un po' di allegria al suo tono.
Sentì Ron inspirare a fondo. "Sì, infatti. Non sarà una giornata facile." Sospirò. "Buona notte" disse, ed Harry lo sentì voltarsi dall'altra parte nel letto.
" 'Notte" sussurrò in risposta, tornando a sdraiarsi anche lui.
La mattina dopo li attendevano le rovine di Hogwarts.
o*o*o*o*o
Hogwarts era...Harry non sapeva se era messa meglio o peggio dell'ultima volta che l'aveva vista. Certo, la mancanza di cadaveri disseminati in terra e pozze di sangue in cui scivolare era indubbiamente un vantaggio. E i cumuli di macerie accumulati negli angoli avevano un aria piuttosto ordinata, nella misura in cui un cumulo di macerie può essere ordinato. Ma la visione dei muri crollati, delle statue distrutte e delle pareti ricoperte di bruciature da incantesimo che altri incantesimi non erano ancora riusciti a cancellare era sconfortante.
Harry sapeva, quando aveva deciso di venire, che la scuola era ridotta abbastanza male da indurre la Professoressa MacGonagall, ora Preside, a mettere un annuncio sul Profeta per richiedere l'intervento di volontari. Evidentemente, gli elfi domestici, che pure si vedevano indaffarati in ogni angolo, per una volta disposti a mostrarsi mentre lavoravano anziché farlo mentre nessuno guardava, non erano sufficienti. Non potevano occuparsi di ricostruire le barriere magiche che Voldemort aveva abbattuto prima della Battaglia, quello era un lavoro da maghi.
Ed erano molti i maghi e le streghe che quel giorno di Agosto si erano radunati in Sala Grande per mettere a disposizione il loro potere e alimentare il Cuore delle Barriere, come si chiamava la pietra fondante delle difese di Hogwarts. Voldemort non era stato in grado di apportare danni permanenti al Cuore, ma lo aveva indebolito. Per questo era necessario l'intervento dei volontari per "ricaricarlo come una pila", aveva detto Hermione quando aveva spiegato loro il procedimento. Una volta "ricaricato" il cuore, le Barriere sarebbero tornate a funzionare esattamente come prima.
Nella folla, Harry scorse pressoché tutti i membri dell'Ordine, escluso Kingsley Shakebolt, che evidentemente era troppo impegnato con il suo incarico di ministro. Hagrid non poteva partecipare al rito, non essendo legalmente autorizzato a fare magia, ma li aveva accolti all'ingresso con un abbraccio stritola ossa.
C'erano molti adulti che Harry non aveva mai visto e anche vari suoi coetanei, tra cui Ernie, Susan, Hanna, Justin, persino quel rompiscatole di Zacharias Smith. Le sorelle Patil, Cho Chang, Lavender, Dean Thomas, molti altri Gryffindor. E in un angolo, separati dagli altri in modo piuttosto evidente, persino un paio Slytherin. Harry era abbastanza sicuro che si trattasse di Zabini e Dafne Greengrass, ma andava più che altro per esclusione. C'erano anche altri Slytherin, ma erano tutti più giovani: dei coetanei di Harry, alcuni non si erano presentati, altri non avrebbero potuto anche volendo, come Crabbe ovviamente, ma anche come Goyle, già rinchiuso ad Azkaban, o Malfoy, in attesa di essere processato. Della Parkinson naturalmente (fortunatamente) non se ne vedeva l'ombra.
Il rito di "ricarica" del Cuore fu molto più semplice e rapido di quanto Harry si fosse aspettato. Sotto la guida sicura e pratica della Professoressa MacGonagall, tutti i volontari si disposero in cerchio e alzarono le loro bacchette, recitando come da istruzioni quanto la Preside stava dicendo. La formula era abbastanza semplice da essere pronunciata senza problemi da tutti quanti. Quando tutti ebbero ripetuto le parole magiche, Harry avrebbe potuto giurare di aver sentito la magia fuoriuscire da sé e dagli altri astanti, concentrarsi nel centro esatto del cerchio e poi scendere verso le fondamenta del castello. A conferma delle sue percezioni, si sentì subito più stanco, buona parte della sua energia scesa a rimpolpare le difese di Hogwarts.
Per ringraziare chi era venuto a dare il proprio contributo per permettere la riapertura di Hogwarts in settembre, la Preside MacGonagall aveva fatto preparare agli elfi domestici uno spuntino da servire ai volontari come un buffet. Piccoli tavoli ricoperti di sandwich, salatini, fette di pasticci di carne e di torte di tutti i tipi spuntarono nella Sala Grande, insieme ad abbastanza sedie e panche per permettere a tutti di sedersi. Era una piccola festa e la gente cominciò ad avvicinarsi ai tavoli e a chiacchierare.
Harry, Ron ed Hermione si unirono ai loro coetanei, parlando di come si stavano riprendendo dalla guerra ma cercando di mantenere un tono leggero. Harry fu sorpreso di vedere come per molti di loro non fosse difficile. Molti dei presenti avevano passato ad Hogwarts tutto il precedente anno scolastico e avevano potuto sostenere i M.A.G.O. nonostante i disordini causati dalla fine della guerra, e si approntavano dunque a cominciare la vita da maghi e streghe diplomati. Ernie aveva trovato lavoro al ministero, Susan stava cominciare il corso per divenire Auror, volendo seguire le orme della zia Amelia Bones.
Avevano tutti quanti superato il trauma della guerra e si apprestavano ad andare avanti.
Harry era davvero l'unico ad avere l'impressione che non fosse finita? Possibile che nessun altro sentisse quell'inquietudine, come se il pericolo continuasse ad attendere dietro l'angolo, celato ma non meno presente? Voldemort era morto, dannazione! Perché non riusciva a rilassarsi e andare oltre come facevano gli altri?
Persino i Weasley ce la stavano facendo. Il lutto per Fred era stato terribile. Harry aveva visto varie volte la Signora Weasley, e anche il Signor Weasley, sull'orlo delle lacrime, soprattutto quando cominciavano una frase dicendo 'Fred e George' solo per poi accorgersi che uno dei due gemelli se n'era andato per sempre. Ma avevano comunque trovato la forza per continuare le loro vite. George, anche se non era tra i volontari, aveva riaperto il negozio di Weasley's Wizarding Wheezes e aveva chiesto a Ron se voleva dirigerlo insieme a lui. Il Signor Weasley aveva potuto assumere una carica di una certa rilevanza nel Ministero, dipartimento per le Relazioni con i Babbani. Naturalmente, il suo nuovo incarico gli piaceva molto. Bill e Fleur vivevano sempre a Villa Conchiglia e avevano appena scoperto di attendere l'arrivo di un nuovo Weasley.
Andava tutto bene. Eppure Harry sentiva che c'era qualcosa di sbagliato e cominciava a temere di stare divenendo pazzo. Secondo Hermione era semplicemente lo stress accumulato in tanti anni in cui non aveva mai potuto abbassare la guardia e la stanchezza degli ultimi mesi passati a dare la caccia agli Horcrux. La sua amica sosteneva che col tempo gli sarebbe passato e che avrebbe imparato a godersi una vita tranquilla. Harry sperava davvero che avesse ragione, perché tutto ciò che desiderava era poter essere normale, non un eroe e paladino della giustizia come lo presentavano i giornali.
Gli altri continuavano a chiacchierare. Harry sentiva che presto sarebbe arrivato il suo turno di parlare dei suoi progetti per il futuro e non sapeva cosa dire. Si sentiva soffocare tra tutta quella gente allegra e serena.
Prese da parte Ron e gli sussurrò nell'orecchio.
"Io ho bisogno di prendere un po' d'aria, esco a farmi un giro nel parco."
Ron gli lanciò uno sguardo un po' preoccupato. "Vuoi che venga con te?"
Harry scosse la testa. "No, tutto ok." Avrebbe voluto dire qualcosa in più per spiegare come si sentiva ma non sapeva da dove cominciare. Aveva già parlato ai suoi amici della sua inquietudine e del bisogno che ultimamente lo assaliva di starsene un po' da solo e loro l'avevano accettato come il suo modo di gestire i traumi della guerra. In fondo, loro due avevano l'un l'altro ma Harry e Ginny...le cose si erano raffreddate, tra loro due. Non che ci fosse alcuno screzio evidente, erano sempre amici come prima, ma Ginny non era corsa tra le braccia del suo ex-ragazzo quando la guerra era finita e Harry non se l'era sentita di fare il primo passo. Sapeva che per il momento non avrebbe potuto essere un buon fidanzato.
Ron annuì e Harry si incamminò verso l'uscita della Sala Grande cercando di non farsi notare. Uscì dal castello, camminando verso la riva del lago, sovrappensiero. Lui e i suoi amici sarebbero tornati ad Hogwarts per il loro settimo anno, anche se in teoria lo avevano saltato. Erano stati così tanti i ragazzi, anche di anni più giovani, che avevano perso buona parte o tutto il precedente anno scolastico per nascondersi dalle persecuzioni, che la Preside aveva stabilito che chiunque lo desiderasse aveva la possibilità di riprendere da dove aveva lasciato. Chi, come Ginny, aveva perso solo un paio di mesi e non si trovava al quinto o al settimo anno poteva riprendere dall'anno successivo. Chi invece doveva prepararsi per sostenere G.U.F.O. o M.A.G.O., anche se non aveva perso tutto l'anno era caldamente incoraggiato a ricominciarlo da capo, ragion per cui praticamente tutti i compagni di Casa di Harry sarebbero tornati a settembre.
Era contento che la MacGonagall stesse dando a tutti le stesse possibilità. Per un attimo, Harry aveva temuto che la Preside e il Ministero condonassero a lui e agli altri giovani "eroi di guerra" i M.A.G.O. in segno di ringraziamento per il loro ruolo nella sconfitta di Voldemort, come aveva suggerito Rita Skeeter sul profeta. Avrebbe dovuto saperlo che la nuova Preside non era il tipo di persona da permettere simili favoritismi. Dare la caccia agli Horcrux non aveva in alcun modo migliorato la competenza di Harry in Pozioni, e quella competenza gli serviva se voleva diventare un Auror.
Scuotendosi dai suoi pensieri, Harry si rese conto di dove la sua pensierosa passeggiata lo aveva portato.
Era all'imbocco del sentiero nella foresta su cui aveva seguito i due Mangiamorte, il giorno della battaglia. Il sentiero che conduceva alla radura dove aveva ucciso Voldemort e dove si era procurato le cicatrici che gli deturpavano il braccio e il dorso della mano sinistra.
Guardò la fenditura tra gli alberi intensamente ed ebbe l'impressione che questa ricambiasse il suo sguardo e che lo stesse chiamando.
Harry fece un paio di passi avanti prima di fermarsi, indeciso. Non era sicuro che fosse una buona idea. Aveva un cattivo presentimento e sentiva l'ansia che lo aveva assillato negli ultimi mesi salirgli alla gola. Ma aveva bisogno di un senso di chiusura e sperava che andare dove era finito tutto lo aiutasse a convincersi definitivamente che era davvero tutto finito.
La foresta continuava ad invitarlo con il fruscio delle sue foglie nel vento, come il canto di una sirena, e Harry riprese a camminare.
Superato il limite degli alberi, i suoi occhi ci misero qualche istante ad adattarsi al contrasto tra la penombra e la luce estiva dell'esterno, ma non si fermo. Camminò per un tempo che gli parve lunghissimo e al tempo stesso troppo breve e alla fine raggiunse la radura.
Era solo una macchia di erba ingiallita in un cerchio di alberi secolari. Nessun segno indelebile rimasto in ricordo dell'epica battaglia qui combattuta, nessuno scheletro o cumulo di cenere dove il corpo di Voldemort era caduto. Era tutto molto anti-climatico.
Per qualche ragione indecifrabile, Harry si sentì terribilmente stanco e si lasciò scivolare a terra, sedendosi a gambe incrociate, gli occhi che percorrevano la distesa d'erba contornata da tronchi.
Era un po' deluso. Non sapeva con esattezza cosa si era aspettato, ma si rendeva conto adesso di essersi aspettato qualcosa mentre qui non c'era proprio niente.
Hermione ha ragione, pensò Harry. È finita, dovrei davvero lasciarmi tutto alle spalle. Non ha senso tormentarsi così, e per cosa, poi? Qui non c'è nulla, è davvero tutto finito.
C'era una punta di amarezza nei suoi pensieri, perché il suo istinto aveva continuato a insistere che non poteva ancora permettersi di abbassare la guardia e anche in quel momento lo avvertiva di stare attento, ma tutto intorno a lui, dai volti sereni dei suoi amici al silenzio tranquillo della foresta gli stava dicendo che il suo istinto si sbagliava ed era eccessivamente paranoico.
Cercando di zittire il campanello d'allarme che gli suonava nel cervello, Harry si sdraiò sul prato e chiuse gli occhi. Respirò a fondo, cercando di rilassarsi.
Andava tutto bene. Era tutto finito. Andava tutto bene.
Continuò ripeterselo in una nenia sonnolenta che, abbinata alla sua stanchezza, lo fece addormentare prima di rendersene conto.
o*o*o*o*o
Quando si svegliò il sole era calato abbastanza da lasciare la radura immersa nell'ombra.
Non si sentiva bene. Ricordava di aver sognato una nebbia nera che lo avvolgeva e gli penetrava la pelle come aghi, per poi dirigersi verso la sua testa. E la sua cicatrice gli aveva fatto male come non accadeva dalla morte di Riddle.
Si portò la mano alla fronte, sfiorandosi la cicatrice ancora dolorante e con un senso di orrore e confusione vide la punta delle proprie dita macchiate di sangue. Saltò in piedi di scatto.
Non è possibile, pensò guardandosi intorno freneticamente. Un giramento di testa per essersi alzato tropo in fretta gli diede un conato di vomito e Harry si piegò in due.
Non si sentiva per niente bene. Come se avesse mangiato troppo. Aveva mal di testa e si sentiva stordito, come quando ci si sveglia dopo aver dormito di pomeriggio.
Respirò a fondo, cercando di calmare se stesso e la nausea.
Com'era possibile che la cicatrice avesse sanguinato? Le uniche volte che lo aveva fatto era stato quando Harry aveva avuto una visione o Voldemort era stato molto vicino, e nessuna delle sue opzioni era possibile adesso. Giusto?
E allora perché, perché, perché?
Poi capì, e scoppiò in una risata sollevata e vagamente isterica. La cicatrice non poteva aver sanguinato per conto suo, Harry doveva essersela grattata nel sonno. Era tutto lì, semplicemente l'effetto di un altro incubo.
Tirando un altro sospiro di sollievo, si incamminò veloce sul sentiero di ritorno. Non aveva nessuna voglia di passare in quel luogo un altro istante e in ogni caso neppure il sollievo era riuscito a fargli passare la nausea e il mal di testa.
Immaginò le calde coperte del suo letto alla Tana e il soffice materasso. In quel momento, tutto quel che voleva era dormire.
o*o*o*o*o
Dov'era...? Era cambiato qualcosa, cosa...? un nuovo corpo...sì, un nuovo corpo. Uno diverso.
Ricordava...
Ricordava di essere stato chiamato da una luce, come un fuoco nel buio. Era così caldo, così forte, e lui era così debole e freddo. Era sottile, più del vapore. Gli sarebbe bastato un soffio, lo sapeva, per disperdersi per sempre. Ma per quanto l'aria soffiasse e per quanto lui non avesse la forza per tenersi insieme, continuava ad esistere. Nulla più che fumo nell'aria, eppure incatenato alla terra.
No, non incatenato. Ancorato. Era ancorato. Lo aveva voluto lui stesso, no? per non dissolversi come nebbia al sole. Ne era sicuro. No. Sì. Forse. Sì, ne era sicuro. Era difficile pensare in quel calore, dopo così tanto freddo.
Calore. Doveva pensare, doveva capire. Dov'era?
I suoi pensieri e ricordi si facevano lentamente sempre più distinti, più lucidi.
Aveva seguito la luce, l'aveva raggiunta. C'era entrato ed era stato molto meglio di tutte le volte prima.
Quali volte prima? È vero, era già entrato nel calore prima, ma non era mai stato così. Il calore dei serpenti è effimero, fugace, e la loro capacità di dare conforto ad una mente, e lucidità di pensiero, è molto scarsa. È così per tutti gli animali. Giusto, era stato dentro molti animali e nessuno era durato a lungo, tranne Nagini. Nagini...
Era successo qualcosa nel frattempo, non era stato uno spirito senza corpo per tutto questo tempo. Ma cosa?
Frustrato, si trovò a pensare che l'ultima volta non era stato così debole e pateticamente confuso. L'ultima volta che era stato sbalzato fuori dal suo corpo era comunque riuscito a scegliere un luogo dove andare, anche se si era trattato più che altro di istinto. Era andato in Albania, nelle cui foreste aveva trovato uno dei suoi tesori, e lì aveva vagato a lungo, fino a che non aveva trovato la sua Nagini, e poi un altro essere umano. Non riusciva a ricordare il suo nome.
La paura lo assalì come un onda.
Dov'erano i suoi tesori? E Nagini? Perché era così debole? Cos'era successo ai suoi tesori?
La risposta sorse da qualche angolo recondito della sua memoria che la sua mente cosciente non aveva ancora raggiunto: distrutti. Tutti quanti.
Si agitò in preda ad un terrore irrazionale, animalesco, folle. Si contorse su se stesso come la testa mozzata di un serpente, quale era. E con lui si contorse un corpo. Un corpo vero, umano. Sentì, come le sentisse per la prima volta, le lenzuola che strusciavano contro la pelle, e la sensazione era così intensa dopo aver passato tanto tempo senza sentire nulla da essere quasi dolorosa.
Il dolore psichico, perché di certo non era fisico, lo aiutò a tornare in sé. Prima di tutto doveva ricordare.
Lentamente e a fatica, come avanzando nella neve alta che continuamente cerca di farti affondare, radunò i suoi ricordi.
Lui era Voldemort, il Signore Oscuro, erede di Salazar. Nato Tom Riddle, aveva ucciso quello sporco babbano di cui aveva ricevuto il nome. Era diventato immortale e, tesoro dopo tesoro, vittoria dopo vittoria, era quasi arrivato a conquistare l'intero mondo magico.
Ma poi c'era stata la Profezia, il bambino nella culla, il lampo di luce, e poi solo dolore e desolazione. Era stato debole e confuso anche allora, ma anche se da lontano, anche se incapace di tornare dai suoi tesori da solo, senza aiuto, aveva sentito che c'erano ancora, intatti, vivi. Col tempo aveva smesso di sentirli ma sapeva che c'erano. E quando aveva avuto l'occasione era tornato ed era andato a caccia di ciò che poteva ridargli un corpo, ridargli l'immortalità. Ma il suo servitore era stato debole, si era lasciato sconfiggere dal ragazzino con la cicatrice, e lui era stato di nuovo poco più che spirito, solo aria dotata di istinto di sopravvivenza. Aveva dovuto attendere due anni prima che un altro servitore si facesse avanti. E c'era voluto un altro anno prima che il piano per riavere indietro il suo corpo andasse in porto, ma ne sarebbe valsa la pena. Tutto ciò che desiderava a quel punto era distruggere quel ragazzino, l'insignificante marmocchio della profezia che già due volte aveva ridotto l'immortale Lord Voldemort in uno stato indegno della sua grandezza. Era riuscito a strappare al ragazzo la protezione che la sua madre mezzosangue gli aveva lasciato, ma Potter era fuggito. E di nuovo l'anno successivo, distruggendo la profezia, e Voldemort non aveva potuto scoprire cosa fosse esattamente che rendeva un incompetente e patetico piccolo maghetto un avversario degno di lui. Il dolore che aveva provato cercando di possedere quel corpo era stato così intenso da convincerlo a cambiare tattica.
Potter non era nulla senza Dumbledore a proteggerlo, e Voldemort era abbastanza forte da poter finalmente conquistare il mondo magico, non appena il vecchio ficcanaso avesse tirato le cuoia. Malfoy era stato debole e deludente esattamente quanto suo padre, ma Severus aveva dimostrato la sua lealtà. Severus era sempre stato il migliore dei suoi servi. Un peccato che abbia dovuto morire, ma solo così la Bacchetta poteva appartenere a Voldemort. E la Bacchetta era fondamentale, perché il maledetto Potter aveva trovato i suoi tesori. Al tempo non sapeva se li aveva solo trovati o anche distrutti. Era pur sempre difficile distruggere un Horcrux. Ma il diario era stato distrutto anni prima, e né l'anello, né il medaglione né la coppa erano al loro posto. Era naturale che Voldemort fosse disposto a sacrificare il suo miglior seguace per avere la certezza di poter finalmente eliminare Potter.
Quando Potter si era presentato in quella radura, quando al Bacchetta aveva tradito Voldemort per servire il suo nemico, quando Nagini era stata tagliata a metà davanti ai suoi occhi, Voldemort aveva capito. Lo aveva visto negli occhi del ragazzo, in quell'espressione di stupefatto trionfo. Li aveva distrutti tutti: l'anello, il medaglione, la coppa, persino la tiara, e ora Nagini. Aveva distrutto tutti i suoi tesori.
Mai in vita sua era stato così furioso, terrorizzato, impotente. Non era estraneo all'odio ma mai prima d'allora aveva odiato in modo così bruciante.
Aveva preso la sua vecchia, fedele bacchetta di tasso, e aveva ferito Potter, abbastanza da soffrire ma non morire. Rispetto a ciò che Potter meritava, la morte sarebbe stata una liberazione.
Era comunque andato tutto storto. Anche se in preda al dolore, dissanguato e in fin di vita al punto che Voldemort stesso aveva dovuto rianimarlo, il ragazzo lo aveva sconfitto di nuovo, colpendolo subdolamente alle spalle, proprio come aveva subdolamente distrutto i suoi tesori.
Ma Voldemort era davvero il più grande mago di tutti i tempi e anche se non aveva ancora vinto, non aveva ancora perso. Non era morto e ciò significava che Potter non era riuscito a trovare uno dei suoi Horcrux.
Quale, però? Voldemort non si fregiava del titolo di miglior Legilimens del mondo magico senza ragione, gli era bastato uno sguardo diretto negli occhi del ragazzo per vedere il suo ricordo di quei suoi due amichetti che si vantavano di aver distrutto coppa e diadema con il veleno di basilisco. Il suo basilisco, il dono lasciato da Salazar e che Potter, sempre il maledetto Potter, aveva ucciso.
Dunque qual'era l'orciuolo che lo aveva tenuto in vita anche quando la distruzione di tutti gli altri e del suo corpo lo aveva lasciato debole come mai prima?
Non lo sapeva, e aveva sempre detestato non sapere. Ma aveva altre domande, meno frustranti, su cui concentrarsi. Dove si trovava? Di chi era il corpo che lo stava ospitando? Aveva sempre creduto impossibile possedere un corpo umano con tanto agio se non si era stati invitati dall'umano in questione (con gli animali era tutto più semplice). Ma se era stato invitato, non se ne era accorto e non era certamente stata una scelta razionale da parte sua. Era solamente entrato, senza invito, come se stesse semplicemente tornando a casa. Com'era possibile che questo corpo gli fosse apparso tanto invitante e accogliente? Forse apparteneva ad uno dei suoi seguaci, forse era stato il suo Marchio ad attrarlo.
Si concentrò, immaginando di aprire occhi che non aveva, e si guardò intorno. Anche solo provare a uscire dai ristretti confini di sé stesso era terribilmente stancante, ma doveva sapere. La prima cosa che vide, o meglio sentì, fu il sonno agitato del suo ospite, tormentato da incubi. No, ricordi. Si concentrò sulle sensazioni e immagini che affollavano lo strato più superficiale della mente dell'ospite. Incantesimi che volavano, le mura di Hogwarts che crollavano, un incendio, una foresta con dentro una radura circondata da figure umane avvolte di nero. Una figura solitaria al centro, cerea e dagli occhi rossi. Un colpo di spada, le membra guizzanti di un serpente decapitato e poi dolore dolore dolore.
Si ritrasse, sottraendosi alle sensazioni lasciate dai ricordi. Cominciò a scavare più a fondo, più in fretta, alla ricerca del nucleo, dell'identità, del nome con cui il suo ospite definiva se stesso. Sospettava, ma non voleva crederci, e continuò a scendere, attraverso altri ricordi che non riusciva a interpretare, emozioni che lo assordavano con la loro estraneità, e più giù ancora, anche se più si sforzava, più si allontanava dal poco che restava di se stesso per immergersi nell'altro, più si sentiva come svanire. Quando arrivò alla sua risposta si ritrasse con un urlo di rabbia.
Harry Potter. Di tutti i possibili involucri per la sua anima stanca, proprio quel maledetto moccioso, infame, vile, disgustoso, patetico, miserabile mostriciattolo.
Lo odiava. LO ODIAVA.
Doveva ucciderlo, distruggerlo, annientarlo, come lui aveva distrutto i suoi tesori. I suoi tesori.
Ma non poteva. Era di gran lunga troppo debole per cercarsi un altro ospite o, odiava ammetterlo, anche solo per fare del male a quello nel cui corpo si trovava. Nelle sue condizioni, non sarebbe riuscito a prendere il controllo di quegli arti per fare sì che il ragazzo si uccidesse con le sue stesse mani.
Era possibile che fosse il legame che aveva con Potter attraverso la cicatrice ad aver reso il corpo del bamboccio tanto accogliente. Eppure...c'era qualcosa che gli sfuggiva. La sensazione che Potter dava gli ricordava qualcosa...ma cosa?
All'improvviso ricordò. Gli ricordava la sensazione che provava quando possedeva il corpo di Nagini. Il suo Horcrux Nagini.
Quando l'ultima tessera del puzzle si posizionò al suo posto, rese ovvio qualcosa di cui Voldemort avrebbe dovuto rendersi conto molto, molto prima. Se avesse avuto una bocca, avrebbe urlato.
