L'ALLODOLA E IL PETTIROSSO
Ad entrare nell'appartamento fu un ragazzo biondo, allampanato, con grandi occhi verdi resi ancora più sporgenti dalle lacrime versate e dal sonno perso: aveva un aspetto complessivamente arruffato, come se fosse stato sorpreso da una raffica di vento improvvisa che l'avesse lasciato completamente intontito.
Si presentò con il nome di Lark Foreman. John lo fece accomodare sulla poltrona davanti a quella di Sherlock, e poi si piazzò dietro il suo amico, una mano poggiata sullo schienale.
«Si tratta di mia sorella», cominciò il ragazzo, incerto e smarrito, «Robin Foreman. Lavora in un'agenzia immobiliare. Qualche giorno fa l'hanno mandata ad ispezionare una casa diroccata che chiamano la Villa degli Angeli: sta nel quartiere...»
«So dov'è. Vai avanti.», lo interruppe Sherlock, già con un'inflessione annoiata nella voce.
«Una volta arrivata lì, come al solito ha chiamato quelli dell'agenzia per confermare il suo sopralluogo, dopo di che... è semplicemente svanita. Nessuno l'ha più vista o sentita. Sono quattro giorni ormai...»
«Noioso», sentenziò Sherlock, facendo un cenno infastidito con la mano.
«U-un attimo!», balbettò il ragazzo, armeggiando con una tasca del cappotto «Stamattina ho ricevuto queste»
Tirò fuori una busta da lettere, rigonfia; Sherlock la prese senza entusiasmo e ne estrasse il contenuto: era una serie di fotografie, disposte dalla più vecchia – color seppia, piccola e rovinata – alla più nuova, che poteva benissimo essere stata sviluppata il giorno prima. John si chinò in avanti per vedere meglio, appoggiandosi ad uno dei braccioli della poltrona. Sherlock gli lanciò una fulminea occhiata di soppiatto: non era mai riuscito a capire se quell'uomo fosse eccezionalmente fedele o eccezionalmente stupido, o se ci fosse una qualche differenza tra le due. Non erano passati nemmeno cinque minuti da quando avevano litigato, e già gli si avvicinava di nuovo, con la sua solita, disarmante familiarità.
«Guardate anche questa, capirete meglio», disse il ragazzo estraendo una foto dal portafogli e consegnandola a John. Quella doveva essere Robin Foreman: una bella ragazza dai capelli rossi, sorridente e con gli occhi brillanti di una certa furbizia giocosa.
«Sembra proprio il tuo tipo», commentò Sherlock a mezza voce. John era sul punto di ribattere, ma capì che sarebbe stato completamente inutile: il suo compagno stava riflettendo, facendo guizzare lo sguardo da una foto all'altra; con poca convinzione, lo imitò, ma si accorse con sua sorpresa che il problema era straordinariamente evidente.
La prima foto della serie, quella più vecchia, ingiallita, stampata su carta grezza, raffigurava la medesima ragazza della foto che John teneva in mano: avrebbe pensato ad una stretta parentela, se non fosse stato per il fatto che entrambe le ragazze indossavano vestiti secondo la moda del 2010 – addirittura lo stesso identico cappotto – nonostante fosse palese che tra le due foto dovevano essere passati almeno sessant'anni. La seconda foto del gruppo, della stessa qualità della prima, mostrava una Robin Foreman leggermente invecchiata, con dei vestiti e un taglio di capelli in perfetto stile anni '50. La terza la raffigurava in abito nuziale, al braccio del suo sposo. Nella quarta era circondata da tre bambini – i suoi bambini? La quinta poteva essere stata scattata negli anni '90, e benché fosse decisamente più vecchia, la donna fotografata era indubbiamente la stessa che sorrideva, nel fiore della gioventù, in una foto che sarebbe stata scattata venti anni dopo.
John si allontanò dalla poltrona con un sospiro sconcertato, mentre Sherlock analizzava freneticamente le foto, cercando di indovinare il trucco; perché doveva esserci un trucco. O era quello o era fantascienza, e lui era appena reduce da un caso potenzialmente paranormale rivelatosi poi un mistero perfettamente umano: era ancor meno propenso di prima ad accettare una spiegazione sovrannaturale.
«"Ti voglio bene, birdie"», lesse Sherlock sul retro dell'ultima fotografia.
«Era il nostro nomignolo», spiegò Lark Foreman con un sorriso malinconico «Ormai lei era l'unica a chiamarmi così»
«E il resto della vostra famiglia?», si informò John.
«I genitori sono morti, è ovvio», rispose Sherlock con la solita superficialità «Insieme, di recente. Un incidente, immagino.»
«Sì, un incidente d'auto, ma come...?», balbettò Lark, disorientato.
«La sua camicia è stirata male. Una madre non farebbe mai andare in giro il proprio figlio in disordine. Se ne occupava sua sorella, ma è sparita da quattro giorni. Certo, potrebbe vivere da solo, ma dopo la scomparsa di una parente stretta una famiglia tende ad unirsi, quindi avrebbe comunque avuto la madre ad occuparsi dei suoi vestiti negli ultimi giorni. Una camicia stirata da poco, e da qualcuno che non è abituato a farlo: le uniche donne di casa non sono disponibili, ovvero una è scomparsa e l'altra è necessariamente morta. Da poco, a giudicare da quelle scarpe: è stato al cimitero prima di venire qua, ed è una cosa che ultimamente ha fatto spesso e regolarmente, considerando gli strati di terra e ghiaia sulle suole; nessuno farebbe una cosa simile per un parente morto da tanti anni.»
«Ma come fai a dire che anche il padre è morto?», lo interruppe John, sempre leggermente sorpreso dalla velocità e apparente arbitrarietà di quelle conclusioni.
«Se fosse vivo sarebbe venuto qui insieme al figlio. Quanto agli altri familiari, ovviamente non sono molto legati.»
«Ovviamente?»
«Nel portafoglio da cui ha preso quella foto ce n'era un'altra: quella dei genitori, probabilmente. Non le tiene con sé perché sono scomparsi, ma per un legame affettivo: la foto della sorella è stropicciata, solo quattro giorni in un portafoglio non basterebbero a ridurla in quelle condizioni. Quindi, ovviamente, porta con sé solo le foto delle persone a cui è affezionato: sua sorella e i suoi genitori.»
Lark Foreman annuiva, spaventato.
«Chi le ha dato questa?», chiese Sherlock mostrando la busta. Allo sguardo confuso del ragazzo, spiegò con impazienza: «Non c'è scritto né nome né indirizzo, non può averla consegnata un postino.»
«L'ho semplicemente trovata nella cassetta delle lettere»
John vide il suo coinquilino rigirarsi tra le mani quelle foto con crescente preoccupazione: immaginava il motivo del suo nervosismo, bisognava solo vedere se sarebbe prevalsa l'inquietudine causata dal Mastino o la smania di provare, ancora una volta, che il suo brillante cervello era al di sopra di certe sciocchezze.
Sherlock sorrise, intascò fotografie e busta e si alzò. Vedendo che anche John afferrava il cappotto, Lark li imitò e chiese: «Andiamo dunque?»
«No», rispose Sherlock seccamente «Io e John andiamo, lei se ne torna a casa. La sua utilità è finita.»
John lanciò al ragazzo un'occhiata eloquente, come a dire"Non ci faccia caso", prima di correre dietro a Sherlock, che si era fiondato giù per le scale e aveva già fermato un taxi quando lo raggiunse.
«Si va alla Villa degli Angeli, allora?», chiese John una volta chiusa la portiera.
«Temo che dovrai andarci da solo, John.»
«Perché, tu dove andrai?»
«Al Barts, ho bisogno della miglior attrezzatura possibile per esaminare queste foto.»
«Quindi credi che siano un falso?»
«Certo che sono un falso, e anche ben fatto. Dopotutto, dovevano ingannare un familiare della vittima. Non è stata mandata una richiesta di riscatto, ma una serie di foto enigmatiche: chiunque abbia rapito Robin Foreman non è interessato al denaro, ma a qualcosa di più particolare, qualcosa che Lark Foreman possiede.»
«Come fai a dirlo?»
«Il rapitore sa che Lark ha da poco perso entrambi i genitori, e ora anche l'ultima persona a cui tenesse: quindi è emotivamente instabile. Le foto di per sé possono anche essere prive di significato, il loro unico scopo è di colpire Lark nel suo punto debole, destabilizzarlo, e far sì che il nostro uomo possa approfittare della sua fragilità.»
«Ma allora perché hai mandato via Lark in quel modo, senza interrogarlo?»
«Quello lo lascio a te. Dopotutto, sei tu l'esperto in campo emotivo.»
John rivolse lo sguardo fuori dal finestrino, più stanco che irritato. Non era proprio il caso di litigare di nuovo e Sherlock, del resto, non lo stava neanche provocando: era il suo personalissimo modo di tenere il suo unico amico lontano da un problema che lui per primo non sapeva in che modo affrontare. John non l'avrebbe mai lasciato in una situazione simile, ovviamente, ma credeva che la cosa più saggia da fare, in quel momento, fosse assecondarlo. Per Sherlock avere a che fare con un sentimento complesso era più o meno come camminare sopra i carboni ardenti: spingercelo sopra obbligandolo a correre non sarebbe stato di grande aiuto.
Passarono il resto del viaggio in taxi in silenzio, ognuno concentrato sulle sue preoccupazioni. Sherlock salutò distrattamente quando scese di fronte al St Bartholomew's Hospital, lasciando al suo uomo migliore gli ingrati compiti di perlustrare una casa fatiscente e interrogare un ragazzo sull'orlo di una crisi di nervi.
