D'estate e di more…
16 luglio 1789, Parigi, notte…
Il silenzio accompagnò i passi di André, l'unico che si permise di fare strada al generale.
Ridiscesero di nuovo, forse perché solo le viscere umide della città potevano dar certezza che là sotto nessuno si sarebbe azzardato a mettere piede e a cercare e scovare ciò che doveva restare nascosto.
Imboccarono una porta e poi un lungo corridoio scrostato, vuoto, freddo, odoroso di muffa, verdognolo.
Antro dannato che dava su una stanzetta appena rischiarata da un moccolo acceso in un angolo, e piantato nell'angolo opposto una sorta d'improvvisato baldacchino che celava un giaciglio, a terra, addossato alla parete anch'essa ammuffita, e raggomitolato dentro un corpo, si sarebbe detto, disteso sul lato destro, i capelli sparsi e sciolti…
Il silenzio accompagnò la visione scura che obbligò il generale ad avvicinarsi per dar modo agli occhi di abituarsi alla luce ed alla mente di abituarsi all'immagine, così lontana dal consueto vivere placido e quasi ordinario della sua vita.
Sì, la conosceva la figura distesa a terra.
La poteva appellare solo così, figura, perché quella pareva davvero una figura sgusciata fuori da una distorta contorsione della mente, corrotta da infausti sogni.
Una fisionomia esile, senza vita, la linea del viso appena intravista fino alla guancia scarna e poi cacciata giù, insaccata nel collo.
Gli occhi chiusi, l'espressione chiusa, la carnagione pallida…
Le mani distese.
I capelli sparsi ad incorniciare il volto si adagiavano sul cuscino.
Ci appoggiò la mano sopra il Generale Jarjayes…
Li aveva riconosciuti nella tonalità raccolta dal pittore, nemmeno dieci giorni prima, ora divenuta asciutta, polverosa, spenta.
Ci passò piano le dita, accarezzandoli…
Rimasero intrappolate in un nodo scuro amaranto.
Il sangue di quell'assurda rivolta…
Non si stupì il Generale Jarjayes ma rimase lì su quel corpo a chiedersi se davvero quella era sua figlia.
L'aveva lasciata solo quattro giorni prima, cinque ormai.
Tremò la mano sui capelli. Si strinsero le dita.
Il Generale Jarjayes era uomo ancora forte e tenace.
Andrè allungò una specie di cassa perché l'altro si sedesse…
Il corpo quasi s'insaccò su sé stesso e gli occhi s'abbassarono al livello del viso dell'altra e ancora nel silenzio il padre rimase ad osservare la figlia che pareva dormisse. Il respiro era lieve, gli occhi erano chiusi.
Tutto pareva esser destinato a mantenersi così, immutabile, per sempre.
Quattro giorni…
Il generale ebbe un sussulto.
Sei tu… – pensò, tentando di convincersi d'esser ripiombato nello stesso sogno che l'aveva perseguitato fino ad allora e che doveva svegliarsi e allora si sarebbe ritrovato di nuovo nella propria stanza, circondato dal sobrio arredamento che conosceva mentre il tempo avrebbe preso a scorrere entro le mura domestiche, entro le quotidiane abitudini e…
Guardò ancora più intensamente il volto.
Sì era proprio lei….
Sua figlia…
Non disse nulla voltandosi verso André per appellarsi a lui, che lui doveva saperlo che diavolo doveva essere accaduto e lui doveva saperlo com'era stato possibile che…
Non riuscì ad esporle le domande e l'altro spiegò quel che c'era da spiegare senza addentrarsi negli eventi che già tutta Parigi conosceva e che a macchia d'olio rimbombavano per tutta la Francia.
Che i parigini avessero preso il coraggio d'assaltare la fortezza della Bastiglia e che ci fossero riusciti con l'aiuto dei Soldati della Guardia Francese e che in testa ai disertori ci fosse stata proprio lei, Oscar François de Jarjayes, il generale probabilmente lo sapeva già e con altrettanta certezza a quel punto non gliene importava un accidente di niente!
Era lì…
Se le ricordava André le volte in cui il padre voleva sapere cosa passava nella testa della figlia e il padre lo chiedeva a lui, ad André, che i gesti pubblici di ribellione, quelli se li era sempre ritrovati sbattuti in faccia senza che lui potesse farci, neppure lì, un'accidente di niente.
Ma cosa c'avesse nel cuore Oscar François de Jarjayes, quello ormai lo sapeva solo André Grandier. Il Generale Jarjayes l'aveva sempre saputo in fondo al proprio, di cuore.
Con quello gli stava parlando ad André, che Jarjayes non riusciva nemmeno ad aprir bocca, e solo così con il cuore glielo stava chiedendo Jarjayes perché Oscar fosse lì, in quell'angolo, abbattuta, come morta…
Perché?
Che cos'è accaduto?
Che i cannoni della Bastiglia fossero stati puntati sulla città e che al comandante della fortezza non gli fosse parso vero di far sentire la loro voce sui tetti di Parigi e che, allora, usare a propria volta i cannoni trascinati fuori dagli Invalides fosse stato l'unico sistema per evitare la strage di tutti quelli che s'erano radunati là sotto…
E che poi la testa di De Lonay fosse stata issata sulla picca dei vincitori ch'erano riusciti a tirar giù il ponte levatorio…
Tutto quello, anche quello, poco importava al Generale Jarjayes. Lo sapeva già…
E che il buon Marchese de La Fayette, nominato comandante delle Milizie Parigine, avesse disposto l'amnistia per i disertori, semplicemente per tenersi buono il popolaccio che adesso quei dannati soldati li voleva portare in trionfo…
E che far passare quella decisione per una magnanima concessione del re fosse stato l'unico modo per evitare che quello stesso popolaccio si fosse avviato quel giorno stesso verso Versailles, per prendersi anche la reggia come aveva fatto con la Bastiglia…
Nemmeno quello importava al generale.
Oscar non era un semplice soldato disertore…
C'era altro in quella storia…
Certo, che i cecchini della Bastiglia avessero avuto una mira decente…
Anche quello Jarjayes poteva averlo intuito.
"Allora è stata colpita da loro?" – chiese a bassa voce.
"Di striscio…sì…diciamo di striscio…".
"E' ferita…".
"Non è grave" – continuò André, la voce un poco affaticata, piatta, quasi uscisse controvoglia.
"Ma allora…mi hanno detto che…".
André si avvicinò e s'inginocchiò.
Il viso si contrasse in una smorfia.
Il generale se ne accorse.
"Sei stato ferito anche tu…ti hanno colpito?".
André appoggiò la mano sulla fronte di Oscar, scostando i capelli.
"Non ha importanza…sono stato fortunato. Mio padre era un fabbro davvero bravo…".
"Tuo…padre?" – balbettò Jarjayes.
"L'acciaio era di ottima qualità…e fotunatamente la guarnigione che presidiava Pont Marie aveva a disposizione polvere da sparo scadente…il colpo è stato forte ma i miei compagni mi hanno trascinato via…ci hanno sparato di nuovo, dai tetti. Io sono rimasto sotto il corpo di un…di un amico…lui è stato colpito e io sono rimasto lì, per un poco. Sinceramente avevo creduto davvero d'esser morto. Poi quando i soldati se ne sono andati, ne sono arrivati altri che mi hanno rubato la giacca dell'uniforme…nemmeno loro si sono accorti che ero ancora vivo…".
"Dio…tu…".
"Parigi mi ha salvato…Signor Generale. Ho cercato Oscar…l'ho ritrovata là, sotto la Bastiglia…l'ho trascinata via…gl'informatori avevano già sparso la voce sui soldati disertori. Non ho ritenuto di riportarla a casa…".
"Hai preso una decisione saggia…è stato meglio così…".
André sorvolò sulla chiosa del generale.
Che fosse perché la figlia era ormai considerata un disertore non gliene importava un'accidente di niente neppure a lui…
Gli premeva rivelare altro, perché la strada da seguire portava altrove, lontano, nel limbo d'un futuro incerto e sconosciuto.
"Signor Generale…Oscar…è malata…".
Le parole s'erano incanalate piuttosto scorrevoli fino a quel momento, complice la narrazione di fatti conosciuti e tutto sommato neutri.
La conversazione si bloccò di colpo.
"André…".
Il nome rivelato piano, mentre il generale osservò la mano dell'altro posarsi sulla fronte di Oscar. Un gesto sorprendente, inaspettato che pure rivelava l'intensità del discorso e la realtà dei fatti.
"L'abbiamo portata via dalla piazza…da allora si è risvegliata che per pochi istanti. Il dottore ha semplicemente fasciato le ferite…i cecchini l'avrebbero ammazzata…ma questo ormai non ha più importanza…".
Jarjayes ascoltava.
Nella testa si dipanavano mescolandosi gli avvenimenti di quelle ore…
De Lonay e Flesselles sono stati ammazzati…
Tanto per rammentare soltanto i nomi più importanti…
La Fayette è stato nominato comandante delle milizie parigine…
Sua Maestà la Regina…
Il respiro si fece veloce…
Nulla aveva più importanza adesso.
"Da quel giorno sembra caduta in un sonno senza tempo nel quale attraversa momenti di estremo dolore quando la febbre si alza e momenti più calmi quando sembra solo dormire…" – disse André - "Negli ultimi tempi i turni di servizio sono stati molto duri…è probabile che fosse allo stremo…".
Il re dovrà essere a Parigi domani …
Flesselles è morto…chi lo accoglierà?
Questo pensava il Generale Jarjayes perché, dannazione, le parole di André proprio non volevano farsi strada e colpire, là dove c'era da colpire, nell'ego di un padre che nemmeno s'era accorto che la figlia…
"Sta morendo…signore…" – sussurrò André. L'espressione serrata…
Il tono cinico, contro sé stesso, perché doveva ancora capirlo come non se ne fosse accorto, nemmeno lui, che pure era certo di amarla ed era certo di conoscerla.
"Io non sapevo…" – disse Jarjayes – "Non me n'ero accorto…com'è potuto accadere…".
Ormai la vita s'era dispersa e aveva preso altre strade, quella della figlia distante da quella del padre che pure l'aveva sempre tenuta d'occhio quella di lei, forse più che quella delle altre figlie ormai sistemate nelle mani sagge di altrettanti mariti.
André s'interruppe e sbatté il pugno contro il pavimento sporco.
"Maledizione come ho fatto a non accorgermi di tutto questo, come ho fatto a non capire….io dovevo… dovevo immaginarlo…" – gridò, chiuse gli occhi, in silenzio tornò da lei viva, tra le sue braccia, neanche due giorni prima, quando l'aveva accarezzata, baciata, amata e aveva ascoltato la paura di osare e cedere e…
Le guance umide…
Il cuore, il cuore era lì, sul petto, come dovesse uscirci dal petto…
Ora era André ad avere paura.
Paura che non avrebbe avuto più tempo.
Aveva paura per lei, perché avrebbe voluto regalarle quel tempo per amare ed amarsi…
André si maledisse, in silenzio, per non aver capito, per non essere riuscito a portarla via…
Per non averle impedito…
Cosa?
Per non averti impedito di essere te stessa?
Ecco cosa!
Il Generale Jarjayes ascoltò in silenzio le poche parole di André.
Anche Rosalie aveva detto la stessa cosa.
Il tono cinico s'impose nuovamente…
"Il suo dovere…".
Come a dire, c'entravano poco i cecchini della Bastiglia. Quella bestia feroce veniva da lontano e s'era insinuata nelle ossa e nella carne per rispettare il dovere di onorare il casato, l'uniforme, il ruolo…
Il padre…
Per assurdo che fosse, e forse in un rigurgito d'orgoglio, se lo disse il Generale Jarjayes cje nel nome del padre, la figlia s'era ridotta così.
Il generale ebbe un sussulto.
Voltò lo sguardo che si posò sull'uniforme di Oscar, appoggiata poco lontano su una cassa.
Gli unici colori sgargianti in quella stanza, l'oro delle decorazioni e delle spalline, il blu del tessuto…
Nessuno stemma nobiliare sopra…
Nessuno….
Ecco cos'era accaduto.
Oscar l'aveva seguita quella vita imposta finchè era stato possibile.
E' colpa mia - si disse il generale, intuendo che nemmeno quello adesso aveva ormai importanza.
Per senso pratico Jarjayes aveva sempre fatto a meno d'intestardirsi a comprendere le ragioni degli avvenimenti. Li seguiva, li studiava, tentava di contenerne gli effetti…
Tutto quanto accaduto esondava dalle rive dell'ordine e del rispetto delle regole e della devozione al regime ch'egli doveva proteggere.
Una vita in bilico non era ciò che si aspettava di trovare…
"No…è colpa mia! E' solo colpa mia" – disse con un filo di voce - "Se non avessi voluto soddisfare un mio assurdo capriccio, quando Oscar è nata non saremmo arrivati a questo e lei ora forse non sarebbe in queste condizioni! Sarebbe…".
André rimase in silenzio.
Si alzò andando verso l'uniforme, ne accarezzò la stoffa, con delicatezza, come se accarezzasse lei.
Sul tessuto s'affollavano i respiri, i loro, le dita, le loro, impresse a farsi strada per cercare la pelle, per respirarla…
Se non fosse stato per quella scelta scellerata, per quell'uniforme, forse non si sarebbero mai conosciuti e quando anche fosse accaduto i destini si sarebbero divisi molto prima, e quando anche l'avessero scoperto di amarsi…
Che dannata vita sarebbe mai stata quella di lei…
"Signor Generale, se lei può attribuirsi una colpa allora la sua è una colpa lieve. Oscar ha vissuto la sua vita e in questo era libera, della libertà di poter vedere ed ascoltare ciò che accadeva attorno a lei. Per tutti dovrebbe essere così. Ma per lei è accaduto…per assurdo che sia, sono stati proprio l'educazione e la rigidità che contraddistinguono il mondo in cui è vissuta, ad averle consentito di sentire, di provare sensazioni che le altre donne non avrebbero mai potuto provare, imprigionate in una vita già decisa da altri e regolata da schemi dai quali non è possibile uscire…".
Il generale ascoltava in silenzio le parole.
Faticava a ragionare in termini di libertà…
Una parola vuota per lui…
Che pure, nella bocca di André, pareva acquistare un senso di assoluta e lucida chiarezza, come se tutto il sofferto si fosse radunato lì, in quella parola, anche se adesso, le conseguenze potevano essere terribili.
"Vorrei…" – chiese alla fine il generale.
"Da quando l'abbiamo portata qui ha riaperto gli occhi solo per qualche istante. E pareva che non riconoscesse nemmeno me. Ho pensato solo a restarle accanto fino alla fine…ma respira…Dio…lei respira…allora provateci pure…forse…riconoscerà la vostra voce e magari si sveglierà…".
S'avvicinò al viso, il padre.
Intravide la mano bianca, bianchissima, quasi trasparente all'ondeggiare della tenue luce dell'unica candela accesa nella stanza.
Non c'erano altre fonti di luce, in quella che doveva essere una cantina, che da lì non dovevano uscire nemmeno i respiri di chi ci stava morendo dentro.
Perché fuori il popolaccio era arrabbiato e nessuno sapeva con chi se la sarebbe presa quella dannata folla di esagitati, la prossima volta, adesso che aveva capito che l'odore del sangue non era poi così disgustoso e anzi qualche altra testa l'avrebbe volentieri ficcata su una picca.
Jarjayes rilesse a mente i dispacci ch'erano arrivati da Parigi in quelle ore.
Picche e baionette spezzate e lance arrugginite e coltelli e asce…
Quelli se ne andavano in giro per la città a guardare in cagnesco gli altri, quelli a cui da sotto il mantello gli occhieggiava un lembo di velluto o broccato fiorito.
Ecco allora che non si doveva sapere che là sotto c'era una donna, nobile, una contessa, la figlia d'un generale dell'esercito.
Anche se quella stava morendo.
Il padre risalì con lo sguardo dalla mano al braccio sinistro. Si soffermò sulla camicia strappata alla meno peggio forse per lasciar spazio in fretta e furia alla fasciatura di fortuna.
Macchie di sangue orlavano la stoffa, leggermente aperta sul petto che pareva fisso, forse appena mosso da un respiro quasi impercettibile se un osservatore non fosse stato più che attento.
La fronte imperlata di sudore era immobile, la bocca semichiusa chiedeva aria, ma il respiro lento si perdeva nel silenzio di quel luogo buio e umido.
"Oscar…".
Nessun movimento, nessun suono, nessuna risposta. Solo il respiro impercettibile, ritmato, soffocato, unico segno di vita appena tangibile, seppure irraggiungibile.
"Vorrei portarla in un luogo più tranquillo e sicuro…" – disse André risoluto ma rassegnato – "Anche se adesso…è ancora debole".
Il resoconto era spiccio seppure incombeva il dubbio che fuori da lì Oscar non ci sarebbe uscita viva.
Il generale strinse la mano della figlia.
"Non…non adesso…" – sibilò mentre stringeva i denti e si malediceva.
"Non…come?".
Andrè si parò davanti all'altro. Che doveva comprendere perché un padre non avesse a cuore almeno le ultime ore di vita di una figlia e perché un padre imponesse che lei dovesse morire lì, in quella squallida cantina ammuffita nella pancia di Parigi.
"Signore…Oscar non può farcela…qua sotto…".
"Lo so…ma…domani il re verrà a Parigi…ci saranno presidi ovunque…".
Andrè sulle prime non comprese. Nemmeno lui s'era azzardato ad uscire allo scoperto nelle ore successive alla caduta della fortezza.
Il dubbio d'essere braccati come disertori era ancora vivo. Poi s'era sparsa la voce dell'amnistia e di quel Marchese, La Fayette, che aveva proposto di accogliere appunto i disertori nella milizia paginina. Mossa astuta s'erano detti i supersiti delle due compagnie che si erano chiesti se tornare ad essere appunto soldati o continuare a recitare la parte dei disertori.
André non aveva avuto molta scelta. L'istinto e la necessità gli avevano imposto di restare nascosto, ma adesso…
"Ho capito…" – concluse.
In realtà non comprendeva.
"Anch'io voglio portarla via da qui…" – rispose Jarjayes – "Ma non adesso…".
Spiegatevi - sembrò chiedere André che si fece avanti.
"Il Marchese La Fayette ha chiesto di riammettere i disertori…e vuole creare una nuova milizia che controllerà Parigi e le sue strade…".
"E Oscar…".
"Mia figlia è nobile e…".
André deglutì a fatica.
Oscar non era un soldato semplice.
"Sua Maestà la Regina Maria Antonietta mi ha rivelato che alcuni ufficiali non avrebbero intenzione di usare lo stesso riguardo nei confronti…".
Nel silenzio, André comprese.
"Nel caso si accerterà che lei è ancora viva…".
"Allora nessuno sa che lei…".
"Nessuno sa che lei è viva e nessuno dovrà saperlo André…".
"Perché dannazione?".
Stare lì a discutere della vita di una persona che nemmeno si sapeva se sarebbe arrivata a vedere la luce del giorno successivo non aveva molto senso, ma bruciava constatare che, semmai fosse vissuta, Oscar non sarebbe stata più la stessa di prima.
"Sua Maestà mi ha accennato a…un bando capitale…su di lei…".
"Un bando…".
Il termine asettico piombò come lava incandescente.
Peggio delle lettres de cachet…
"Che dite?".
"E' così…".
"La regina…" – balbettò André – "Voi…voi non potete permetterlo!".
Jarjayes sollevò lo sguardo livido sull'altro.
"Il re…il re permetterebbe questo?" – obiettò André sorpreso – "Non è possibile! Il re non potrebbe…".
"Il re…parli del re?" – gli contenstò cinicamente il generale – "Quello stesso re che quella che tu e tutti voi ribelli chiamate Assemblea Nazionale vorrebbe togliere di mezzo?".
"Nessuno vuole questo…signore…ma…".
L'uomo osservò nel vuoto come a cercare soddisfazione all'esile rivincita che s'era preso, almeno a parole.
A questo stava portando la sete di libertà che infuocava le strade di Parigi e gli animi dei deputati.
"André…non ti facevo così ingenuo…sai anche tu che il potere di certi generali è persino superiore a quello del re…".
André dovette indietreggiare colpito dalla spietata e lucida ricostruzione dell'altro.
All'apparenza ciò che pareva guidare le menti e la coscienza erano i massimi principi dell'uguaglianza e della libertà e…
Dietro, sotto, in profondità, nelle viscere della vita di ogni santo giorno, c'era altro, c'era la vita quella vera, viva, fatta di desiderio, di occhi piantati addosso, di respiri, di dita intrecciate, di futuro che non c'era più.
Al diavolo che agli uomini gli venisse detto ch'erano tutti uguali. Gli uomini non sono uguali quando esiste anche un solo uomo che può arrogarsi il diritto di prendersi la vita di un altro uomo.
Al diavolo le grandi Dichiarazioni e la Costituzione della Francia con cui si riempivano la bocca i deputati che lo muovevano il popolaccio e lo agitavano, soffiando sul fuoco, contro le fortezze di pietra, per tirarle giù…
Dio, Oscar era lì, in quel letto…
Lì c'era la sua vita appesa ad una scelta da cui non si poteva più tornare indietro.
Illuso e ridicolo sarebbe stato giudicato chi avesse immaginato osare il contrario.
La scelta di contrapporsi al mondo a cui apparteneva Oscar François de Jarjayes aveva un prezzo.
Il mondo a cui era appartenuta – perché ormai non vi apparteneva più – non avrebbe lasciato passare sotto silenzio il tradimento di chi doveva fedeltà assoluta…
E stare in bilico tra quel mondo e quell'altro, quello che s'affacciava nella storia della Francia…
Neppure quello era immaginabile. Non per molto tempo.
Forse nemmeno per quel poco che il destino le avrebbe concesso di vivere, ad Oscar François de Jarjayes.
Era da stupidi pensarlo ed immaginarlo…
Era da ingenui credere che quel mondo, quell'altro che aveva da venire, l'avrebbe accolta a braccia aperte, la contessa Oscar François de Jarjayes.
Le scelte hanno un prezzo e…
"Purtroppo il Generale Bouillè come comandante delle forze armate nutre dei sospetti su quanto accaduto il 14. Che la gente fosse in possesso di cannoni si sapeva già. Sono stati portati via dagli Invalides…ma che il popolo sia stato capace di usarli per colpire la fortezza…questo ha indotto a pensare che anche i soldati si fossero schierati dalla loro parte. Nessuno ha visto rientrare né voi né il comandante in caserma…mentre i corpi ritrovati sono già stati identificati. E' stato dato l'ordine di cercarla e Bouillé mi ha ordinato di fare altrettanto. Ufficialmente per trovarla. Poi le parole di Sua Maestà non hanno fatto altro che confermare i miei di sospetti. Non la cercheranno per arrestarla e deferirla al Tribunale Militare. No…forse per… sì… per toglierla di mezzo. Lei è nobile e non è ammesso che un nobile si confonda con il popolo e osteggi la monarchia che deve difendere a costo della vita. Ciò che ha fatto mia figlia è un esempio che non deve essere ripetuto. Nessuno deve avere il coraggio di fare quello che ha fatto lei!".
I pugni stretti, il respiro spezzato.
Non aveva ancora assorbito il colpo della malattia.
Avevano vagato per la città in cerca di un posto sicuro.
Quando era tornata dall'incontro con il generale, Rosalie aveva accennato che…
Ora il Generale Jarjayes era stato molto chiaro e tutto si complicava terribilmente.
Come farò a portarti via?
E dove poi?
Come faccio a toglierti da questo inferno senza che nessuno si accorga di te, almeno per…
Dio…
Per…
"E' probabile che Bouillè abbia dato l'ordine di far seguire anche me. Conoscendo i metodi di certe gerarchie militari non esiterà a pagare per avere queste informazioni, da chiunque gliele possa fornire, anche dai rivoltosi stessi se necessario. Dovete stare molto attenti. Io non posso ritirare i miei soldati, senza destare sospetti…posso dir loro di cercare lontano da qui. Di più non posso fare per ora…ma dobbiamo portarla via e metterla in salvo…lontano…" – concluse Jarjayes tornando con lo sguardo alla figlia.
Andrè tirò un respiro fondo. Non aveva senso girarci tanto attorno.
L'esperienza vissuta con il soldato Sabin era oltremodo eloquente.
"Oscar…lei è troppo debole, troppo vulnerabile…resterà qui per adesso…ma…".
L'altro sollevò lo sguardo.
Che altro poteva mai esserci…
Sì perché c'era dell'altro.
Perché non era davvero possibile pensare che ordinare ai propri soldati di tirare giù a cannonate una fortezza simbolo della dinastia dei Borboni fosse sufficiente ad indurre gli altri, quegli altri, ad accogliere una contessa, figlia di un generale, tra le fila di coloro che combattevano per una Francia diversa
"La storia del Comandante di Soldati della Guardia che ha aiutato i rivoltosi a prendere la Bastiglia ormai è divenuta nota e per assurdo pare che alcuni…alcuni di quelli che osteggiano la monarchia non abbiano accettato questo fatto…non vogliono che un nobile possa usurpare il diritto di guidare il popolo che spetterebbe solo a loro…".
"Che intendi…dire…" – chiese Jarjayes con un filo di voce.
"Oscar è nobile… e per certuni quello è un abito che non ci si leva di dosso facilmente! Nemmeno tirando giù la Bastiglia con la forza dei cannoni. E per lo stesso motivo per cui i suoi superiori la stanno cercando…per quello stesso motivo, altri, che nobili non sono, la stanno cercando e nemmeno loro…temo che nemmeno loro la consegnerebbero alle autorità. Io stesso ero stato osteggiato, quando entrai nei Soldati della Guardia e solo perché ero vissuto in una famiglia nobile…".
"Dio…perché…".
"Perché…perché non possiamo sperare che tutti comprendano le sue e le nostre vere intenzioni e soprattutto che accettino lei pur essendo una nobile. Resteremo nascosti. Dobbiamo restare nascosti…avete saputo cosa è accaduto a Flesselles…".
"Sì…un colpo alla testa sulla via per Palais Royal…volevano processarlo quei dannati…".
"Un colpo alla testa…" – ripetè André – "E' molto facile ammazzare una persona di questi tempi…".
Gli appigli erano davvero esigui.
"Le persone che ci stanno aiutando hanno tenuto per sé questa storia…è difficile comprendere di chi possiamo fidarci…Monsieur Chatelet ha persino ammesso di non averne parlato neppure con i deputati a cui è vicino…non si fida…".
"Nemmeno di loro…Dio… Oscar si è quasi fatta ammazzare per questa gente…".
Il generale si alzò e fissò l'altro. L'incedere fu più risoluto, ansioso, tranciante, intenso.
Voleva tempo Jarjayes e voleva colmare quel tempo con certezze granitiche.
"André tu ami mia figlia?".
Una domanda inaspettata, ma non troppo.
Una domanda incredibile, ma non troppo.
Barriere da abbattere ormai non ve n'erano più.
Il generale pareva essersi arreso dal giorno in cui André l'aveva trascinato via, l'ufficiale con la spada sollevata per lavare con la vita della figlia il disonore della sua ribellione, e Andrè piantato sull'altro pronto ad ammazzarlo il suo padrone, che non l'avrebbe mai consentito a quel dannato onore di prendersi la vita della persona che amava…
Al diavolo l'onore e il rango…
Un istante d'incertezza, dettata solo dall'istinto di proteggere e celare nel profondo l'istinto che li aveva legati, solo pochi giorni prima…
"Signore voi…conoscete ciò che mi lega a lei…non ho mai smesso in tutti questi anni di volerle bene e mai smetterò…qualsiasi cosa accada…".
Il generale l'ascoltò in silenzio.
"E tu sai cosa prova lei per te?".
La pragmaticità dell'ufficiale pareva andare di pari passo con l'incedere degli eventi che non avrebbero ammesso ripensamenti o dubbi.
Una domanda inimmaginabile, fino a qualche giorno prima.
Il generale voleva tempo, allora, e voleva certezze…
Di nuovo André avrebbe voluto dire che sì….sì….
Anche sua figlia lo amava….
Si limitò a ripetere quello che aveva detto di sé stesso. Che l'amava, più della vita stessa e che lei lo sapeva…
"So che per lei è lo stesso…io comunque non la lascerò mai".
Nient'altro, anche se ben altro ci sarebbe stato da dire o addirittura gridare al mondo intero.
Lui l'amava e, sì, anche lei lo amava. Al di sopra del tempo e delle distanze, senza condizioni, senza paura. Solo questo contava e nient'altro.
André si era rimesso nelle mani di Oscar e quelle mani si erano finalmente aperte ad accoglierlo.
In una sorta d'impalpabile passaggio di ruoli André consentiva al Generale Jarjayes di essere padre e di rimettere a sua volta le mani e la vita della figlia nelle mani e nella vita dell'uomo che lei aveva scelto.
Rispettare quella volontà era il minimo che il padre doveva alla figlia.
Il colloquio sarebbe proseguito.
Alain bussò piano e poi entrò.
"Fuori ci sono strani movimenti…abbiamo notato persone che non sono del quartiere e che stanno girando chiedendo informazioni su quanto accaduto due giorni fa…".
Il generale guardò i due uomini e fu il primo a convenire che per lui era arrivato il momento di andarsene.
"E' troppo pericoloso se resto. Non voglio attirare l'attenzione su questo posto. Come potrò rimettermi in contatto con voi?".
André ed Alain si guardarono, entrambi tentati dal desiderio di fidarsi di quell'uomo. Era pur sempre il padre di Oscar.
"Sarà più prudente se saremo noi a cercarvi, Signor Generale" - replicò André - "E comunque prima di qualche giorno sarà impossibile pensare di andarsene da qui. Almeno fino a quando…".
L'altro l'interruppe e gli occhi lo fissarono…
"E tu? André tu come stai?".
André si stupì della domanda. Una domanda…
Ch'era stato ferito lo sapevano in pochi e lui s'era raccomandato di non fiatare con nessuno, nemmeno con il generale.
Che l'uomo si riferisse…
"Io…signore…".
"Me l'ha detto…la vostra amica…quella giovane ch'era stata tempo fa a casa Jarjayes…la tua vista…".
"Non…non dovete preoccuparvi…signore…me la caverò…".
"Non devi mentire. La vita di mia figlia è nelle tue mani e…".
Pragmatico davvero, Jarjayes, quando si metteva in testa d'ottenere qualcosa.
"Ho capito…io…io veglierò su di lei…".
Lo sguardo rimase sull'altro, che André l'intuiva il senso della richiesta.
Cinica ma tranciante.
Se si volevano salvare…
Le parole volutamente sospese s'incastrarono nell'espressione sfatta di André. I pugni si strinsero e il volto si contrasse.
Il dubbio che tutto sarebbe stato inutile se lei non fosse sopravvissuta.
Il dubbio che lui sarebbe stato impotente una volta che il buio fosse sceso definitivamente sui suoi occhi.
L'unica certezza era dettata dall'istinto di fidarsi l'uno dell'altro.
Il generale ed André si scambiarono solo un ultimo sguardo, senza parlarsi.
André doveva fidarsi del generale, non aveva scelta e lui doveva fidarsi di André.
Quell'unica certezza per ora doveva bastare.
Jarjayes si permise solo un ultimo sguardo alla figlia. Il destino di molti rimescolato nei pochi minuti pareva non averla sfiorata. La rigida educazione gli impedì di avvicinarsi di nuovo per salutarla e così uscì dalla stanza con aria sommessa, seguito da André.
Bernard Chatelet si offrì di accompagnarlo.
Il generale comprese che l'uomo era l'unico che avrebbe potuto oltrepassare i sinistri livelli di controllo che presidiavano il foborgo, passandoci al di sopra e al di sotto, infilandosi nei pertugi dei cortili e nelle scale che conducevano nei meandri di cantine ammuffite e cunicoli scuri, sfruttando la straordinaria ed evanescente cortina di protezione che si era animata dal nulla dopo il 14 luglio.
Alain si permise di restare nella stanzetta.
Si avvicinò al letto.
"Apri gli occhi, comandante…dannazione…voglio vedere di nuovo i tuoi occhi…voglio sentire la tua voce…che ci ordina puntare in alto i cannoni e di non indietreggiare…Dio…tanti sono morti…non deve accadere ancora…" - sussurrò con voce calma ma ferma.
Alain si contrasse…
I piedi pestati a terra di Romanov, il fastidioso balbettio di Lasalle, le sentenze sputate al cielo da Voltaire gli mancavano tremendamente. I compagni travolti dalla loro stessa scelta.
Lei era lì anche grazie a loro e dannazione non poteva permettersi di morire e di rendere inutile il destino che gli altri s'erano intestarditi a scegliere.
Si permise di sfiorare la mano, quasi con soggezione, perché mai prima di quel momento aveva osato avvicinarsi così tanto.
Sperò di risvegliare una reazione, una qualsiasi, capace di riaccendere la speranza di rivedere lo sguardo dell'altra, come l'aveva lasciato là, là sotto le torri nere, in mezzo al fumo, alle grida, agli spari, che adesso pareva non fosse mai accaduto nulla…
"Dobbiamo andare…".
Ritrasse la mano e sussultò Alain, grande e grosso, alla voce risoluta e lieve di Rosalie che era rientrata. Nelle mani un mantello scuro, stretto tra le dita, e negli occhi l'espressione di chi teme d'incrociare respiri e sguardi sbagliati, che pure lì dentro non ci si poteva più restare.
Anche André entrò nella stanza.
"Avevi ragione Alain…è meglio lasciare questo posto…tanto non avrebbe avuto senso restare ancora".
"Quell'uomo è stato attento ma quelli là fuori non molleranno facilmente…" – biascicò il soldato tornando con lo sguardo al comandante.
André strinse i pugni, di nuovo.
Non aveva senso ragguagliare gli altri sulle informazioni ricevute dal generale. Era necessario uscire da lì, al più presto.
Tentò d'inchinarsi per sollevare Oscar.
Il colpo preso tre giorni prima piegò le forze e una smorfia di dissenso contro la propria stessa incapacità lo fece quasi imprecare.
"Lascia…André…la porterò io…".
Lo sollevò piano, Alain, il suo comandante, che davvero Romanov aveva ragione quando gli aveva rivelato che lei era leggera e magra e…
Il soldataccio aveva tirato su con naso mentre diceva che quella donna aveva pianto, in silenzio, in quel dannato vicolo di Saint Petersbourg, quando avevano ritrovato la bambina appesa al cappio e Romanov non ci aveva creduto finchè non l'aveva vista quella donna, nobile, piangere per una povera mocciosa dimenticata da tutti.
Se lo tenne stretto a sé Alain, il suo comandante, mentre seguiva con gli occhi il misero alone della lanterna cieca sorretta da Rosalie e André dietro di loro chiudeva la fila.
Una mano sulla spalla…
"Grazie…".
André rimase dietro, il respiro lento, la gola chiusa dalla rabbia.
Un antro meno sinistro e lugubre li accolse, una casa accogliente e pulita, drappi di broccato rosso ornavano le pareti e mazzi di rose adagiavano le corolle un poco sfiorite su due piccoli tavoli.
Lo spazio era stretto e questo obbligò il soldato a scansarsi un poco.
Se lo immaginava dove fossero finiti, l'arredamento non mentiva sulla natura del luogo.
"Da questa parte…".
La voce di Helena raggiunse i tre.
André s'immobilizzò e poi corse al viso conosciuto seppur perduto dentro ricordi struggenti.
Dove diavolo erano finiti?
"Ti ringrazio…".
Fu la voce di Alain a scuoterlo.
"Era mio dovere aiutarvi…lo devo a Lasalle…" – rivelò mestamente la giovane.
Il soldato si voltò a scrutare il volto dell'altro come a spiegargli, anche senza parole, che altri posti per il momento non ce n'erano e che non c'era da far tanto gli schizzinosi se adesso s'erano ritrovati ad accettare l'ospitalità della giovane tenutaria di una piccola…
Casa di piacere…
"Me ne sono andata da Les Roses Blanches. Madame era diventata indisponente e…e io volevo provare a…a lavorare per mio conto…".
"Questo posto è tuo?" – chiese André sorpreso.
"Non proprio tutto mio…siamo venute via in quattro e ci siamo date da fare…ecco…".
La giovane abbassò gli occhi. L'antica riservatezza non l'aveva perduta nonostante adesso fosse lei, in prima persona, a gestire quel posto accogliente e silenzioso dove si consumavano incontri fugaci e discreti, senza tanto clamore, quasi una sorta di missione per chi ci lavorava, scendere a patti col demonio nella maniera meno cruenta possibile.
"Alain…ma…qui saremo al sicuro?" – contesto André irrigidendosi.
Era pur sempre un bordello quello, anche se discreto.
"Ci passeranno anche…anche soldati immagino?" – chiese mentre tirava un respiro e tentava di darsi coraggio che lì dentro prima o poi ci sarebbero finiti anche quei soldatacci chiacchieroni, magari quelli della Garde de Ville, oppure quelli di chissà quali reggimenti che non avrebbero esitato un istante a chiedere informazioni su quegli altri, i ribelli…
Che tutti sapevano che a Parigi le notizie e le soffiate le si potevano raccattare lì, soprattutto lì, nei bordelli, tra respiri soffocati da giochi di potere che nulla c'entravano con le grandi dichiarazioni d'intenti che agitavano le ugole di quelli che sedevano all'Asssemblea Nazionale.
Alain gli diede ragione, con gli occhi.
"Qui sarete al sicuro" – li prevenne Helena – "La stanza è in fondo al cortile dove noi non andiamo mai, né da sole né con i nostri clienti…".
"Ma…".
"Andrè…converrai con me che un ufficiale della Guardia Metropolitana che si nasconde in un bordello d'infimo ordine non sia poi così consueto!" – obiettò Alain.
"Già" – replicò lui rassegnato – "A chi verrebbe in mente di cercarci proprio qui che di soldati ne passano…sarebbe assurdo per chiunque immaginarsi che qualcuno sarebbe così pazzo da nascondersi in un posto come questo…".
"Noi non vi disturberemo. C'è una porta che dà sul retro dell'edificio. Da lì potrete entrare ed uscire senza essere visti dai clienti…io mi occuperò di farvi avere qualcosa da mangiare. Ma…credo che non ci rivredemo…più…".
"Penserò io a lei…" – intervenne Rosalie e nello sguardo lo stupore di ritrovarsi fianco a fianco ad un personaggio così distante dal mondo e dalle regole che avevano inquadrato la sua vita.
Non sai mai da dove può giungere un aiuto inaspettato.
Come nemmeno si può sapere da dove può sollevarsi l'avversario…
Di certo quel posto ne racchiudeva parecchi ma proprio per questo nessuno avrebbe pensato a cercare lì.
La stanza minuscola era sobriamente decorata con carta giallognola alle pareti. La finestrella alta sul muro dava verso un giardino chiuso. Una volta aperta, l'aria si colmò del sentore delle rose ch'erano fiorite, nel cortiletto di fuori.
Ad Alain quasi dispiacque staccarsi dal corpo che adagiò lieve sul letto.
Il respiro un poco pesante e tirato indusse di nuovo le dita a contrarsi e ad accarezzare le braccia, mentre poi si rialzava ed indietreggiava e Rosalie si faceva avanti ad osservare il viso, gli occhi chiusi e l'espressione contratta.
La fronte era calda e la giovane chiese s'era possibile avere dell'acqua.
"Il camino dovrà restare spento, ma ho fatto portare un braciere per scaldarsi…" – disse Helena porgendo all'altra una brocca colma.
Alain capì che era necessario uscire mentre vide Rosalie scambiare un'occhiata complice con André.
Lo sguardo riuscì a cogliere soltanto l'abbraccio intenso con cui André sollevò il comandante per aiutare l'altra a medicarla e a toglierle di dosso i vestiti sporchi di sangue.
Al soldato parve davvero che lei avesse riaperto gli occhi.
L'azzurro si spense in un istante e Alain uscì sibilando dannazioni tra i denti, mentre Helena lo osservava.
"Volete mangiare qualcosa?".
"No!" – grugnì l'altro – "Andrò fuori…".
Restare nello stesso posto non aveva senso. Ora Alain ascoltava l'incedere nuovo che soffocava il respiro perché se n'era accorto anche lui che non gli sarebbe bastato rivedere lo sguardo di quella donna, gli occhi aperti, l'espressione severa ed intensa e…
"Io vado…fuori…" – sibilò per convincersi fosse l'unica soluzione per lui – "Attenderò quella giovane, Rosalie, per accompagnarla…".
C'era André con il comandante…
Lui era ancora vivo e dannazione persino Alain ci aveva sperato che lui si fosse salvato perché solo lui poteva stare là dentro ed abbracciarla così e stringerla e raccontarle che doveva vivere ed insistere fino a che lei non si fosse convinta a riaprire gli occhi.
Il corpo massiccio chiese strada e la giovane donna in silenzio l'accompagnò verso la porta dedicata ai loro spostamenti.
Rosalie cambiò la fasciatura, medicando la ferita inferta di striscio che aveva spezzato le forze residue e trascinato il respiro in un affondo profondo e discontinuo, come se l'aria non riuscisse ad entrare per consentire di sopravvivere, mentre a tratti i muscoli s'irrigidivano, forse per contrastare il dolore tagliente.
Una camicia pulita restituì almeno esteriormente un aspetto più dignitoso.
Per tutto il tempo André tenne abbracciato il corpo inerme accarezzando la testa e scostando i capelli e a fissare gli occhi, che lo sapeva che prima o poi si sarebbero riaperti.
"André…dovresti riposare anche tu…e mangiare…".
"Se dovesse svegliarsi voglio essere qui…e poi non ho fame…".
Non avrebbe mai potuto lasciarla sola, nemmeno per un istante.
Non avrebbe potuto perché lui non sarebbe riuscito a stare lontano da lei.
Né dal suo respiro, né se quel respiro si fosse interrotto lì, tra le sue barccia.
L'avrebbe respirato quel respiro, per coglierne l'incedere, per carpire ogni battito, fino a che non avesse visto di nuovo gli occhi aperti e fino a che non avesse sentito la sua voce…
Di nuovo…
"Cerca di riposare…lei avrà bisogno di te, quando si sveglierà. Perché io sono sicura che si sveglierà!" – disse Rosalie piano appoggiando la mano al braccio dell'altro – "Noi torneremo domani…".
La porta si chiuse ed il silenzio riprese a scorrere accarezzato dal respiro asciutto.
"Allora Jarjayes?" – disse André inginocchiandosi davanti al viso – "Vuoi davvero che la tua vita finisca qui, in questo posto, in questo tempo?".
Nessuna risposta mentre le dita presero a scostare i capelli dal viso e André avrebbe voluto gridare ed abbracciarla e…
Si lasciò guidare dalla pelle bianca e liscia e prese a percorrrerla, prima con il dorso della mano, poi con il palmo, scorrendo su di essa e soffermandosi in piccoli cerchi là dove essa s'innervava nel colorito delle vene oppure nell'incavo del braccio.
Le dita pulsavano ritornando al polso e poi intrecciandosi alle dita di lei, stringendole per raccordare i palmi che erano gli stessi che si erano sfiorati e poi incisi stretti e colmati dell'altro nel nitido ricordo di voli lievi e stelle cadute addosso.
"Fammi posto Jarjayes!" – continuò piano.
Si rammentò che quella richiesta era stata docilmente accolta da Oscar che poche sere prima…
Tutto s'era sciolto, tutto s'era consumato nell'istante in cui André s'era accorto di poter cogliere finalmente la resa dei sensi e della volontà.
Sgusciò sopra di lei per distendersi dietro al corpo steso, abbracciandolo da dietro, incrociando le braccia con quelle di lei, sul petto, per cacciare le dita sul cuore, che quello non si permettesse di fermarsi e…
Il respiro s'era fatto più regolare, quasi impercettibile.
Si sarebbe detto che dormisse se non fosse stato per la fronte calda e umida…
André ci appoggiò una pezza bagnata nell'aceto.
Il sentore pungente ravvivò i ricordi.
Era con l'aceto che Madame Glacé usava lavare i frutti da servire in tavola…
"Oscar…ti prego…apri gli occhi….voglio che mi guardi…voglio perdermi di nuovo dentro di te…voglio abbracciarti e voglio che tu mi stringa a te…ho bisogno di te…" – sussurrò ficcando il viso nella massa di capelli, annusando il sentore della pelle del collo, calda, strisciando piano la fronte contro la spalla di lei.
"Sei una dannata bugiarda!" – continuò – "Te lo dirò in faccia quando ti sveglierai! Se l'avessi saputo non t'avrei mai permesso di tornare a Parigi…e tu lo sapevi e non…e non me lo hai detto…".
Un rimprovero feroce contratto dalle lacrime ricacciate in gola perché la voce non si permettesse di spegnersi, che lui ne era certo che lei lo stava ascoltando, anche se non aveva la forza di rispondergli.
Si calmò, in fondo s'era comportato alla stessa maniera. Tacere della propria vista che si stava spegnendo…
"Sono sicuro che m'avresti impedito di restare nei Soldati della Guardia…".
Le dita presero ad accarezzare il collo mantenendosi sull'arteria, sul pulsare ritmato, mentre lo sguardo s'attardava a riconoscere i tratti del viso un poco più distesi come se lei fosse in ascolto di una voce, una voce familiare, conosciuta, a cui avrebbe voluto rispondere.
Poteva solo ascoltare. Aveva la forza di fare solo quello, ma non si arrendeva.
A tratti un respiro più fondo degli altri, forse uno spasmo che rivelava l'evolversi di un combattimento silenzioso, vissuto in solitudine.
E poi, di colpo, il contrarsi dei muscoli che parevano risvegliarsi e riprendersi…
"Vorrei prenderlo io il tuo dolore…vorrei essere io a portarlo…sei sempre stata così testarda…".
Il profumo dell'aria tiepida di quella calma notte d'estate invase la stanza costringendo André a stringersi ancora più a lei, nonostante la febbre, nonostante il dolore.
Il cuore accelerava in quell'istante, il sangue scorreva e lui s'imponeva di restare lì, fermo, come a fermare il tempo e catturare ogni istante di quel momento, ogni istante della vita di lei.
La testa gli pulsava quasi fino a scoppiare ma cercò di respirare a fondo e appoggiò al proprio viso la mano di Oscar, calda e senza forza.
Se il corpo si contraeva lui l'abbracciava piano ancora di più per trascinarlo a sé quel dolore, che se ci fosse riuscito forse…
Le dita scivolarono al di sopra la fasciatura e poi ancora più su e qui incontrarono una piccola cicatrice, ormai rimarginata, marchio di un altro evento, lontano nel tempo.
L'odore dell'aceto gl'impose di fermarsi.
André passò di nuovo le dita sulla piccola riga, una, due, tre volte e poi di nuovo, finché il volto s'illuminò ed il ricordo riemerse dal profondo.
Si ritrovò a sorridere, nonostante tutto, nonostante fosse lì ad abbracciarla che nemmeno sapeva se sarebbe vissuta.
Si ritrovò a stringerla che l'accenno a quel dannato bando capitale non avesse pregio di farlo impazzire ed indurlo a sollevarla e prenderla in braccio e tirare un calcio alla porta e portarla via da lì, da quella città dannata, dove…
Dove nessuno li avrebbe mai più trovati.
Il destino incerto impose di rifugiarsi nell'unico luogo rimasto intatto ed incontaminato e fulgido.
Prese a raccontare André come se lei lo stesse ascoltando.
Anzi era sicuro che così fosse…
Nel passaro si radicava la loro conoscenza, la loro amicizia, il loro essere e basta.
Loro…
Solo loro…
"Facevi una faccia tutte le volte che mia nonna buttava i cestini di more a risciacquare dentro l'acqua e l'aceto!" – esordì André – "Ti dava fastidio l'odore e lei ti ripeteva che non dovevi preoccuparti e che il sapore non si sarebbe perduto…".
Che schifo!
"Me le sento ancora nelle orecchie le tue proteste e poi mettevi su il broncio…".
Nel silenzio i ricordi s'affollarono e si mescolarono.
"Sai…"– iniziò accennando un lieve sorriso – "E' bene che io sia sincero con te! Non è proprio vero che io…sì…che tu e io…insomma…quello che è accaduto l'altra notte e ancora prima…".
Le dita s'intrecciarono…
"Non è proprio vero…ch'è stata la prima volta che ti ho baciato. No…ti ho baciato, in realtà, tantissimi anni fa e forse tu nemmeno la conosci questa storia, anzi se te l'avessi raccontata ti saresti arrabbiata e non me l'avresti mai perdonato d'averti baciato…sì…o forse chissà ti saresti messa a ridere dandomi del matto…che chissà cosa dovevo essermi sognato o chissà che sbronza m'ero preso per aver tirato fuori questa storia…".
Le dita si strinsero…
"Adesso mi è tornato in mente…era forse la prima estate che trascorrevamo assieme, da quando ero arrivato a casa di tuo padre. Eravamo ad Arras ed io non stavo nella pelle dalla gioia. Il figlio di un misero falegname arrivato dal nulla...avrei trascorso giorni a zonzo per tutti i pomeriggi! Ricordo che gli impegni che mi avevano affidato li sbrigavo in fretta e furia…aiutavo mia nonna, accudivo i cavalli e poi c'erano le lezioni con il tuo precettore…però quando terminavi di allenarti con tuo padre scappavamo via a cavallo ad esplorare la campagna intorno…".
C'erano boschi, radure, colline…
E le giornate parevano non bastare mai per esplorare ogni angolo, ogni ruscello, ogni grotta…
Le distese verdi smeraldo…
L'aria tiepida che profumava di tigli e di rose e di…
Zenzero…
Quando tornavamo a casa…
"Non sei certo cambiata molto…tutto di testa tua volevi fare…se decidevi che dovevamo andare di là - là dove ti chiedevo - tu mi guardavi storto - sei o non sei il mio attendente? Là! Là, non l'hai capito? - T'imbrociavi e io ti seguivo…".
E' un posto bellissimo, vedrai André. E poi c'è qualcosa che ti piacerà molto…
"Mi avevi incuriosito e così un pomeriggio mi misi d'impegno per restare in sella più del dovuto. Io ero figlio di un falegname mica di un generale! Non era mica facile per me! I cavalli al galoppo e dopo aver percorso vari sentieri arrivammo in una radura circondata dagli alberi…il sole era caldo e l'aria fresca…e il tuo viso…il vento giocava con i tuoi capelli come se volesse catturarne il colore. Eri felice. Eravamo felici perché nulla ci appariva impossibile. Eravamo noi, noi due, noi due e basta! Quel giorno, per qualche ora, dimenticai persino che io non ero come te…non potevo essere come te…".
Dai André, corri, vedrai che posto meraviglioso!
"Ricordi? Lasciato il sentiero…siamo entrati nel bosco…tra querce e biancospini e prugnoli. E poi la boscaglia lasciava il posto ad un prato che lentamente degradava giù…".
Vieni André, guarda che meraviglia! Non sono bellissime?
"Giù…sul fondo il dirupo era ricoperto da rovi di more, quasi un muro, lucido e scuro, e poi ancora più giù s'intravedeva un altro salto ancora più scosceso e al di sotto del salto…un fiume, un ruscello forse, nascosto dagli alberi…s'intravedevano i bagliori da sopra…".
Sììì…bellissime!
"C'eravamo solo noi…nel silenzio compatto della foresta inciso dal rumore dell'acqua, dal volo radente di qualche passero, dal ronzio degli insetti. Io presi a scendere piano, non sapevo dove mettere i piedi…non lo conoscevo quel posto e tu…tu…giù da cavallo, come una tempesta, giù, giù verso quel dannato dirupo! Provai a prenderti, a tenerti per a camicia, che me lo avevano spiegato bene che tu eri…eri…sì…insomma testarda…".
Aspetta…
Vieni…ci sono delle bellissime more laggiù...
"Tutto questo per delle dannate more, che mica lo sapevo che a te piacessero così tanto…".
Aspetta…ti farai male…sono troppo fitti i rovi…
Codardo…
"Sì, dannazione…mi desti del codardo…" – lo mugugnò André l'appellativo roteando in aria il dito – "Neanche fossimo stati lì seduti a casa a leggere l'Orlando Furioso…che parlavi proprio come uno di quei libri che studiavamo assieme!".
Non sono un codardo ma tu ti farai male…
"Non ti voltasti nemmeno...un istante e quello dopo eri già ficcata dentro quei dannati rovi…diavolo eri piccola ma…".
Aspettami! Stupida!
"Oh…alla fine mi ci dovetti infilare anch'io là dentro e quando ti ritrovai tu avevi già la camicia mezza strappata che non capivo bene se ti eri ferita o sporcata…".
Guarda come ti sei ridotta!
Tieni!
"Ogni volta che riuscivi a prendere un frutto ti voltavi verso di me…ti brillavano gli occhi…lo mostravi come un trofeo. E poi te lo mangiavi! E ti rideva tutta la faccia e la bocca t'era diventata d'un rosso acceso…e le guance…Dio…Jarjayes…non ti conoscevo da molto tempo ma…adesso posso dirlo…non ti ho più visto così, libera e…libera…libera e basta. In quel momento non eri la figlia, l'erede del Generale Jarjayes, che un giorno avrebbe preso il suo posto. Eri Oscar…una bambina con un nome da maschio…non m'importava…eri tu e basta…golosa…non t'importavano le regole, l'etichetta, le imposizioni che tutti i santi giorni ti venivano insegnate…".
Tieni!
Un'altra bacca…
"La staccavi con cura, la ripulivi con la mano e me la passavi e poi stavi lì a guardarmi per catturare il mio piacere, che era grazie a te se a quel punto anch'io mi ero imbrattato da capo a piedi, la bocca s'era scurita di labbra viola e le dita scure imprimevano ditate ovunque…".
Sei una stupida!
Sì, ma dimmi che ti piacciono!
Sì!
Allora basta…sei tu che sei uno stupido…a casa non possiamo mangiarne così tante!
"Il ragionamento non faceva una piega…ci avrebbe pensato tuo padre a piegarti…in fondo eri una bambina e ti comportavi come una bambina, quando non dovevi misurarti con la spada, contro tuo padre che non risparmiava affondi e stoccate e critiche e rimproveri quando non riuscivi ad essere alla sua altezza…".
L'impalpabile contrarsi dei muscoli presi dal ricordo…
"Avrei voluto abbracciarti e sottrarti alla sua forza, alla sua rabbia, al suo implacabile disegno. Avrei voluto correre da te quando cadevi da cavallo…ti ho visto cadere tante volte e trattenere le lacrime e rimontare e rifare tutti gli esercizi che ti erano richiesti…e mentre io riportavo i cavalli nelle scuderie ti osservavo tornare a casa con tuo padre accanto che continuava a puntualizzare i tuoi errori…e la tua faccia era stanca…i tuoi occhi arrabbiati…non ti era consentito sbagliare…non ti era consentito cedere ed essere semplicemente una bambina…".
Si strinse André al corpo esile e magro, l'abbraccio veniva da lontano, da perduti ricordi di mille abbracci mai dati, di mille sguardi raccolti di nascosto, per sorreggere almeno solo con la mente, il dolore e la rabbia dell'altra…
"Lui ha preteso che tu fossi all'altezza del compito che ti aspettava…e ancora di più… perché, dove non potevi competere con la forza, dovevi essere più veloce, più agile, per affrontare chiunque. Tuo padre lo sapeva…e non poteva permetterti d'essere una bambina qualunque. Lui ci ha messo tutto sé stesso per togliere dal tuo corpo e dalla tua testa quelli che potevano essere i cedimenti della tua coscienza…nulla avrebbe dovuto ostacolare la tua carriera".
Guardati…
Che c'è?
Qui…la camicia…ti s'è strappata…guarda…quello è sangue…ti sei graffiata…
Non importa…
Una smorfia di dissenso…
"L'avevo imparata a conoscere quell'espressione…che quella era una sconfitta per te. Esserti graffiata significava aver sfidato la sorte e aver perduto contro di essa…quel graffio rappresentava la prova che tu avevi osato troppo…disobbedire a tuo padre…metterti nei guai…".
Le dita scivolarono di nuovo sulla cicatrice.
"Cercai un fazzoletto per fasciarti il braccio ma tu ti scansasti e poi prendesti a fissarmi seria. E poi ti mettesti a ridere. E io lì come uno scemo che non capivo. Alzasti le spalle, sbuffando…come a dirmi che non aveva senso preoccuparsi…Dio…Jarjayes…questa cicatrice è ancora qui…le mie dita sono su quel vecchio graffio…".
Che dirà tuo padre?
"Era una ferita abbastanza profonda, abbastanza da spaventarmi. Rro io ad esserlo perché ricordavo le raccomandazioni di mia nonna, di stare attento che non ti ferissi, che non ti facessi male. E tuo padre, poi, chissà come avrebbe reagito…non conoscevo neppure lui a fondo, ma da quando lo avevo incontrato, mi aveva sempre messo in soggezione…".
Stupido!
"Continuasti a ridere e a sciorinare sberleffi con la bocca…mi facesti la lingua e poi prendesti a risalire su aggrappandoti con le mani ai ciuffi d'erba. Dovetti aiutarti perché la salita era ripida, ma tu non mi guardasti più. Ti scocciava essere aiutata…oh…questo lo rammento bene! E forse fu per questo che rimanesti per tutto il tragitto di ritorno con lo sguardo basso, la faccia ficcata contro l'orizzonte, imbronciata, nel dubbio di averla fatta grossa. Arrivammo a casa che era già buio e io andai con i cavalli nella scuderia. Uno stalliere mi aiutò a togliere le selle perché ero ancora troppo piccolo per farcela da solo e poi avevo fretta…volevo rientrare. Passai davanti al terrazzo che dava sullo studio di tuo padre e lo vidi che andava su e giù…accelerai il passo e mi ritrovai gli occhi scuri di mia nonna che per prima cosa mi diede una sonora sberla".
Cosa t'è saltato in mente? Non ti rendi conto del pericolo che ha corso mademoiselle? Era tutta graffiata e sporca! Il generale è su tutte le furie! Sei tu che devi…evitare questi…guai! Devi starle vicino per evitare che corra dei pericoli, non perché si riduca in quelle condizioni!
"Ricordo…la guancia bruciava…gli occhi di mia nonna addosso…che non me la ricordavo che potesse arrabbiarsi così…perché quando mi sgridava lei non perdeva mai la sua dolcezza come se lo sapesse che non poteva fare a meno di sgridarmi ma che tutto sarebbe passato presto…io non le avevo mai dato problemi…e davvero…accidenti…io stavo lì ad ingoiare la rabbia di mia nonna per colpa tua! Tu, testarda che non mi avevi dato ascolto e ti ci eri ficcata a tutti i costi in quei cespugli di more! Mi arrabbiai perché stavano punendo me per causa tua!".
Il generale ti sta aspettando…
Lacrime d'altri tempi s'insinuarono, sollevate dalla ribellione antica, piccola, lieve, certamente ormai dissolta nei ricordi, che s'univa alla nuova ribellione, inconcepibile, inammissibile…
"Se ti troveranno…" – sussurrò e la gola si chiuse.
Una ribellione degna d'esser punita col supplizio inferto a Damiens o a Ravaillac…
L'abbraccio si chiuse, i corpi adagiati, paralleli, stretti…
Il racconto proseguì.
"Già non era stata sufficiente la predica di mia nonna! Pensai non fosse abbastanza. Pensai che non si trattava solo del fatto che ti avessi permesso di far di testa tua. Io ero un servo e se avevo commesso un errore dovevo subire una punizione. M'immaginai allora una scena tremenda. Tuo padre non solo mi avrebbe sgridato ma forse mi avrebbe anche fatto frustare! Ricordo che mi avviai verso il suo studio a testa bassa e una volta davanti alla porta mi misi ad ascoltare le parole che provenivano da dentro. Anzi…le urla! Tuo padre era fuori di sé! Non capii immediatamente. Non comprendevo…non potevo comprendere. Certo me l'avevano detto che tu eri nobile e io no e che tu eri la figlia d'un generale e io un semplice servo e che se ti fossi ferita…eppure…una semplice ferita avrebbe potuto mettere a repentaglio il disegno di tuo padre, la fatica, gl'insegnamenti, gli allenamenti, il tuo futuro. Tutto sarebbe stato inutile se con quel braccio tu non fossi più stata capace di stargli dietro. Lo capii allora che noi eravamo diversi…".
Sono io…
Vieni avanti…
Un groppo alla gola…
Che sta accadendo…
"Ti vidi in mezzo alla stanza, te ne stavi dritta davanti a lui, esile e piccola come uno stelo d'erba che deve piegarsi per non soccombere alla forza della tempesta. Perché non potevi rispondere a tuo padre, non ne avevi l'autorità. Eh sì…eri proprio piccola. Avevi sette anni e io otto. La testa era leggermente abbassata e così quando arrivai vicino a te, non riuscii a vedere subito i tuoi occhi. I riccioli coprivano il tuo sguardo ma vidi la tua bocca contratta, ripiegata all'ingiù, una smorfia che avrebbe dovuto aiutarti a trattenere le lacrime…".
Che diavolo vi siete messi in testa?
Signore…io…non…
"Piangere…se tu avessi potuto farlo…sarebbe stato tutto diverso. Le tue lacrime…credo d'esser stato solo io a vederle, tante volte. Ma questo ti avevano insegnato…che tu eri un maschio e che i maschi non piangono. E quando ti avevo conosciuto mi ero sempre chiesto perché ti avessero raccontato una simile storia. Anch'io ero un maschio ma nessuno mi aveva mai proibito di piangere. Lo avevo fatto anch'io, tante volte, da piccolo e c'era mia madre a consolarmi e poi dopo, quando ripensavo a lei e sentivo inesorabile la solitudine assalirmi senza poterla fermare…è stato allora che ti ho conosciuto…e non mi sono sentito più così solo. Come se tutt'e due ci fossimo trovati, io e te, soli, io e te assieme…e io la vedevo la tua solitudine, dove ti ci ficcavi per esser più forte perché così ti avevano detto che dovevi essere…e forse tu vedevi la mia…".
Allora?
"Ti guardai di sfuggita ma tuo padre tuonò il mio nome….".
Quello che è accaduto è riprovevole. Ti ho affidato il compito di sorvegliare mia figlia non certo d'essere complice delle sue scorribande! Sono molto deluso di te…non immaginavo ti saresti prestato a quest'assurda avventura!
"Rimasi in silenzio. Che il generale l'aveva capito che non era stata un'idea mia finire in quel posto. Già…come avrei fatto a spiegargli che eri stata tu ad insistere a voler scendere al cespuglio di more, infilartici dentro come uno scoiattolo nella sua tana…non avevo il coraggio di alzare lo sguardo, di rivolgere una parola a tuo padre, figuriamoci tentare di giustificami per una cosa che io non avevo certo voluto…ma noi eravamo diversi e lo compresi allora, che anche senza colpa era giusto punire la mia debolezza, la mia incapacità di fermarti…eravamo diversi…".
André, sarai in punizione per una settimana. Uscirai solo per eseguire i compiti che ti sono stati assegnati e il resto del tempo lo passerai in casa a meditare su quello che è successo e non uscirai se non con il permesso di tua nonna!
"Al diavolo! Me lo sono ripetuto spesso in questi anni. Le parole mi volarono addosso, colpendomi peggio d'un ceffone. Riuscire a punirmi senza che io fossi colpevole di nulla se non d'esser un servo incapace era dura d'accettare ma tuo padre c'era riuscito a trovare una punizione efficace. Non solo per me, ma anche per te! Forse era te che voleva punire in questo modo, forse lui non lo sapeva ma separarci sarebbe stata già una punizione enorme! Non sarei potuto uscire. Non avrei potuto vedere altro di quei posti. E tu saresti tornata ad essere sola. Io lo sapevo che ci tenevi a me…lo sapevo…anche se eravamo diversi. Avrei voluto piangere e gridare che non era giusto, nella testa mi giravano solo poche parole…va bene…avrei detto..accetto la punizione…ma permettetemi di studiare assieme…o di sellare i cavalli quando voi padrone dovete uscire…mi sarei azzardato a tirar fuori solo quelle…".
No!
No padre, André non c'entra.
"Altro che va bene! Fosti tu a tirar su la faccia e a piantarla su quella di tuo padre. Per te non andava bene così…no…tu…il tuo sguardo incrociò quello di tuo padre….li vidi scuri i tuoi occhi, arrabbiati…che glielo volevi dire in faccia a tuo padre…severa, accigliata, arrabbiata come poteva esserlo una bambina di sette anni. La bocca serrata e quasi ti mordevi il labbro…".
Sono stata io che ho voluto vedere quel posto, che ci sono voluta andare. Lui mi ha detto di stare attenta, mi ha aiutato. Non è colpa sua se mi sono fatta male!
"La sento ancora nella testa la tua voce ferma mentre gelava l'autorità di tuo padre e nella stanza calava il silenzio più tetro e tuo padre rimaneva lì, interdetto, perché forse non s'aspettava una tua reazione…".
Non mi importa, non ci sono giustificazioni per quello che avete fatto! E André è più responsabile di te perché avrebbe dovuto fermarti e non certo accompagnarti. Ora imparerà a fare il suo dovere e tu capirai che le azioni sconsiderate possono avere conseguenze anche sugli altri oltre che su te stessa. Potevi ferirti seriamente, magari ad una mano, non ci hai pensato? E cosa sarebbe successo se a causa di questo tu non avessi più potuto usare la spada? Non pensi mai alle conseguenza di nulla…
"Non pensi mai alle conseguenze…" – André glielo disse, lo disse a sé stesso.
Che le scelte si pagano e non si torna più indietro.
"Ecco perché eravamo diversi. Tu eri l'erede del Generale Jarjayes, avresti preso il suo posto e noi non saremmo mai potuti essere veramente uguali, come lo sono in fondo tutti i bambini, che avevamo fatto una cosa stupida, senza pensare che anche un graffio avrebbe potuto essere pericoloso…per te…".
Non voglio più parlare di questa storia. Tu Oscar domani ti allenerai con me e poi tornerai a casa per studiare. André tu sai quali sono i tuoi compiti. E ora fuori tutti e due.
Un graffio…
Effimera cicatrice della pelle a rimarcare l'abisso delle esistenze…
Ci passò l'indice sopra André.
"Tuo padre la chiuse così quella faccenda. Com'era solito fare. Non è che gli piacesse girarci tanto attorno alle questioni…e tu mica ce l'avevi la forza di replicare. E io lì che tentavo di colmare il tempo dell'assenza e…nemmeno il tempo di chiudere gli occhi e riaprirli che te n'eri già andata ed io dietro a rincorrerti mentre mia nonna ti aspettava. Io mi arrangiavo. Mi lavai… me l'avevano insegnato da piccolo ad arrangiarmi…e poi mi misi buono buono ad attendere che lei tornasse…".
Se mademoiselle si fosse ferita seriamente…sai vero che le ferite sono pericolose? Se s'infettano…lei…lei è l'erede di monsieur…non può andarsene in giro a rischiar di cadere nei burroni o graffiarsi la faccia o le braccia come fosse la figlia di nessuno…
"Un rimprovero tanto cauto quello di mia nonna, quanto feroce il senso che s'incise nella testa, che poi non riuscii mica a dormire e me ne rimasi lì nel letto, raggomitolato, a guardare il cielo di fuori e la luna e le stelle e neanche io ci potevo credere che stavo piangendo perché non volevo perderti e tu eri diversa…eri piccola ma m'era stata sbattuta in faccia la nostra differenza…e io ci avevo sperato che saremmo stati sempre assieme. No…non mi sarei mai potuto opporre alla tua vita…".
Lo capisci?
"E poi, pensa un po' Jarjayes! Era la prima volta che mi ritrovai geloso di qualcuno. Di te! Che mia nonna nemmeno mi aveva chiesto se mi ero fatto male anch'io…e poi ero arrabbiato perché ci tenevo a te e tu mi avevi cacciato nei guai. Non l'avevi fatto apposta ma c'eri riuscita lo stesso! E come se non fosse bastato quello che avevamo combinato…ad un tratto sentii aprirsi la porta, senza che nessuno avesse bussato. E chi poteva essere se non tu, visto che tutti in quella casa avevano l'abitudine di bussare, tranne te? Ero voltato verso la finestra e davo le spalle alla porta. Avvertii i tuoi passi leggeri che in punta di piedi venivano verso di me e la tua camicia da notte un po' lunga che frusciava per terra".
André? Sei sveglio? Sono io…sei…sveglio?
"No accidenti! Non ci volevo parlare con te! Mi avevi già stancato. Così me ne rimasi fermo e zitto e non mi voltai perché ero arrabbiato, perché ero stato punito per colpa tua e…Dio…Jarjayes..adesso l'ho capito…ero arrabbiato perché tu eri diversa da me. Noi non eravamo uguali e io ero un servo e tu…non avevo voglia di starti a sentire o parlarti. Volevo punirti, farti male come possono fare male i bambini, per aver fatto ciò che volevi e avermi fatto prendere una punizione che non meritavo e…perché eri diversa…".
André ma sei sveglio? Ascolta domani possiamo alzarci presto e uscire di nascosto dalla porta di dietro, vedrai non ci fermerà nessuno!
"Ricordo che ti ascoltai in silenzio. Questa era proprio bella, pensai! Allora non avevi capito un accidente di quello che era accaduto. Tu eri stata sgridata ma io ero stato punito severamente e adesso venivi a dirmi che avremmo potuto comportarci come se niente fosse stato e che nessuno avrebbe badato a noi? Lo pensai davvero che tu ti stessi prendendo gioco di me e che l'avevi fatto apposta a trascinarmi in quel guaio per vedermi relegato in casa a dare lo straccio per terra e magari adesso volevi avermi dalla tua parte perché continuassi a farti compagnia. No, accidenti! Ero proprio arrabbiato e l'unica cosa che mi venne da dire…".
Mademoiselle…
"Perché così mi avevano sempre ordinato di chiamarti ma tu me l'avevi proibito. Solo io potevo chiamarti per nome…solo io! Ma mademiselle no! Proprio no!".
Io sarei stanco e vorrei dormire. Buonanotte!
"C'ero riuscito a ferirti…anch'io…darti del voi fu la cosa più terribile che avrei mai potuto fare. Non volevo farlo davvero ma l'effetto fu quello, per rimettere a posto i nostri ruoli, per dirti che eravamo diversi, eravamo distanti. Cosa c'era di meglio che fartelo capire così!? Tu figlia nobile di un generale, io nipote di una governante. Mi era sembrata l'unica via. Dovevo esser io a rimettere a posto le cose per non illudermi di un'amicizia che non avrebbe potuto essere tale, per non stare così male come stavo quella sera. Anche se sapevo che la punizione che mi era stata data non era colpa tua ma ora c'eri tu lì e la mia rabbia ricadeva su di te, solo su di te…".
Silenzio…
Un respiro fondo…
"Ci avrei giurato che subito saresti rimasta senza parole. La luna era così grande e piena quella notte ed io la fissai con insistenza per lasciarmi attrarre da altro che non fossi tu. Non mi voltai, non ti guardai, anche se avrei voluto farlo. Sì, avrei potuto scendere e cercarti e dirti che non era successo nulla e che saremmo rimasti amici….un groviglio di pensieri…riuscii solo a sentirti mentre battevi con rabbia un piede per terra…".
Stupido che sei!
"Stupido…sì…ascoltai il passo…la porta chiusa un poco forte. Ricordo solo che rimasi lì, immobile, la testa appoggiata sulle ginocchia e alla fine mi addormentai, raggomitolato, forse per proteggermi dalle sensazioni, dalla punizione, dall'assenza – perché in fondo già mi mancavi – per abbracciarmi perché nessuno lo aveva fatto quella sera…".
Stupido…
"Me lo ripetei quella notte…solo che non ti conoscevo ancora bene e dovevo aspettarmelo che non sarebbe finita lì…".
Le dita lisciarono la mano scorrendo le vene e la pelle bianca.
"No che non era finita lì, perché quando mi alzai di buon ora il giorno dopo ricordo la casa immersa nel silenzio. Dalla tua stanza non usciva alcun rumore e pensai che tu stessi ancora dormendo. In fondo tu dovevi solo studiare, andare a cavallo, non certo lavorare come me. Andai in cucina pensando di vedere mia nonna, ma non trovai nessuno e rimasi deluso perché avrei voluto parlare con lei di quello che era accaduto il giorno prima. La tavola della cucina…eppure notai una certa confusione, come se i preparativi della colazione fossero stati interrotti bruscamente da qualche avvenimento più importante. Alla fine uscii con un pezzo di pane in bocca e mi avviai verso le scuderie, che cominciare la giornata strigliando i cavalli mi avrebbe rinfrancato un pochino l'umore e mi avrebbe riconciliato con la confusione del giorno prima. Fu allora che vidi uscire dalla scuderia tuo padre…era agitato…".
André hai visto Oscar? Sai dov'è?
"Ricordo che guardai tuo padre…sì…forse adesso lo so che cosa provò…allora…".
No…monsieur…non l'ho vista. Esco ora da casa. Ma non è ancora a dormire?
No André, non è nella sua stanza. Tua nonna ed io lo stiamo cercando ormai da un'ora e non si trova. Questa mattina presto ero entrato da lei per vedere come stava e non l'ho trovata.
"La ricordo ancora la faccia di tuo padre, in bilico tra la paura di non sapere dove fossi finita e la rabbia, che alla fine gli avevi disubbidito un'altra volta. Mi disse di sellare due cavalli. Sarei andato con lui a cercarti. Così m'accorsi che in effetti nella scuderia mancava il tuo cavallo ma la sella era al suo posto, che da sola non saresti mai riuscita a sellarlo, però a salirci sopra e a cavalcare senza sella e solo con l'aiuto delle briglie sì, perché tuo padre te lo aveva insegnato. Era stato costretto a farlo perchè tu fossi in grado di cavalcare anche da sola, in ogni situazione e non fossi costretta a dipendere dall'aiuto di nessuno…".
Di nuovo l'assenza struggente, che quello era solo uno sperduto episodio della loro vita, rievocava la mancanza, lì, nel presente…
"Apri gli occhi Oscar…Dio…è tutto come allora…non sei cambiata in fondo…che le ingiustizie ti hanno sempre fatto arrabbiare…solo che questa volta…dove sei adesso? Vorrei cercarti davvero adesso…come allora…per i sentieri che avevamo percorso nei giorni addietro, nei luoghi dove c'eravamo fermati a far riposare i cavalli. Sei lì? Sei lì amore mio?".
Dove sei…rispondimi…
"Niente…eppure avrei dovuto comprenderlo dov'eri finita. Che ci voleva a capirlo! Testarda…che quando lo vidi il tuo cavallo che pascolava placido legato all'albero vicino al dirupo, quello delle more…davvero testarda. Eri ritornata lì, ai rovi!".
Oscar…
André sono qui, qui sotto. Vieni sul bordo del prato e guarda sotto!
Che fai laggiù? Tuo padre…ti sta cercando…
"Oltrepassando con gli occhi il bordo del prato ti vidi, finalmente, giù in fondo alla scarpata, oltre i cespugli. Sotto di te scorreva il fiume e tu te ne stavi in piedi, gli occhi scuri, un poco biechi, che si capiva che avevi paura…perché stavolta c'eri finita da sola là sotto e per giunta senza il permesso di tuo padre e…e c'era che adesso non eri più capace di uscire da là e te lo si leggeva in faccia che non riuscivi a mandarlo giù e che non lo volevi l'aiuto di uno che ti aveva chiamato mademoiselle! Chissà se il tuo viso rosso e accaldato s'era ridotto così perché avevi pianto per la rabbia e per l'orgoglio ferito o per la vergogna? La bocca era serrata in un broncio tremulo e i pugni erano stretti attorno ad un piccolo cestino…".
Che hai combinato? Che ti è successo?
"Non riuscisti proprio a spiegarmelo e vidi la tua testa abbassarsi, che quand'era così, voleva dire che ti arrendevi. Così lascia perdere le domande e cominciai a scendere per raggiungerti. Mi aggrappai ai cespugli d'erba e alla fine arrivai giù. Tu eri più piccola di me ma ti avevano insegnato ad incassare le sconfitte e a tenertele per te e io invece non ero così e mi capitava spesso di frignare come un mocciso e quel giorno lì m'accorsi che avevo la gola chiusa e mi tremavano le mani e avrei voluto piangere e ti presi addosso allora e ti strinsi con tutta la forza che avevo che quasi sentii il tuo cuore battere addosso al mio...".
Stringersi ancora addosso…
Si strinse a lei André, come allora…
"Credo di non averlo più fatto…ecco…eccetto l'altra sera…abbracciarti così, per non lasciarti andare…e tu…anche tu mi abbracciasti…ti ho sentito perderti dentro il mio abbraccio, quasi a volerci entrare dentro e restarci al sicuro da tutto quanto avevamo intorno. Quando tornai a guardarti dovetti sollevarti il viso con la mano e ricordo che ti accarezzai la guancia…era calda e umida e alla fine riuscii a strapparti un sorriso…".
Visto che ci sono riuscita!
A far che stupidina?!
"E poi per risalire su…te ne stavi attaccata a quel benedetto certino di more che avevi raccolto…a saperlo perché avevi deciso così? Chissà forse era per sfidare tuo padre…per regalarli a qualcuno…".
Oscar, ma come faccio? Non so nemmeno come faremo a risalire da quaggiù! E con un cestino in mano poi!
"Ma tu no! Testarda! Che non me lo ricordavo proprio fossi capace di farmi quella faccia un po' così tra il serio ed il supplichevole. Perché tutte le volte che non facevo quello che volevi mi prendevi a calci o mi davi un pizzicotto ma quella volta…".
Devo portarli su!
Stupida!
Scemo!
"Presi a salire col cestino infilato al braccio e tu dietro a mettere le mani dove i miei piedi lasciavano l'impronta. Quel dirupo mi parve diventato una voragine…il giorno prima non era stato così. Solo che adesso avevo paura…avevo paura che ti facessi male e che scivolassi…me la sentii davvero la paura attraversarmi la schiena quando mi accorsi che avevi perso la presa e io riuscii solo a lanciare il cestino via, oltre il bordo e poi a piegarmi per riprenderti. Strinsi la tua mano e chiusi gli occhi e strinsi di più cercando di appiattirmi contro la parete per fare presa con tutto il mio corpo, per non scivolare….stavo scivolando anch'io e tu saresti finita giù, contro il cespuglio o peggio ancora, giù…oltre…pensai ch'ero stato davvero stupido e che ero solo un moccioso senza forze e che non ero riuscito a prendermi cura di te e a tenerti fuori dai guai…"
Tieniti!
"All'improvviso mi sentii sollevare su! Non stavo cadendo ma risalendo su, come se una forza enorme mi stesse tirando fuori da quel buco. Aprii gli occhi e vidi tuo padre. Tirò fuori me come fossi stato un fuscello e io tenni la tua mano ancora più forte e così quando riuscii a guadagnare il bordo, tuo padre afferrò anche te e ti sollevò adagiandoti sul prato. Là sopra, mi ritrovai seduto a terra, l'erba che solleticava le mani sbucciate. Bruciavano. Ero talmente spaventato che mi misi a piangere e mi sedetti a gambe incrociate per terra come un moccioso. E tu niente! Ti alzasti in piedi e guardasti tuo padre che lui ti squadrò dall'alto in basso. Non ti abbracciò, non ti toccò, non ti degnò d'una domanda se stessi bene. T'eri cacciata nei guai per tua esclusiva responsabilità. Non spettava a lui sollevarti da questa colpa…ricordo il tuo silenzio, a labbra serrate…".
André vai a prendere i cavalli, Oscar viene con me…
"Mi alzai, afferrai il cestino ch'era finito poco più in là raccogliendo qualche frutto che era uscito fuori dal coperchio. Sapevo che ci tenevi ma in quel momento non avresti potuto accennare a quel piccolo segreto così ti risparmiai di parlare scambiando con te uno sguardo d'intesa. Recuperai i cavalli e salii sul mio portandomi dietro le redini del tuo. Tuo padre ti fece salire sul suo cavallo e poi si mise dietro di te, mandando l'animale al trotto senza fretta. Si vedeva ch'era arrabbiato e che gli ribolliva il sangue ed il suo silenzio era forse peggiore d'una severa sgridata. Forse si stava chiedendo che ci avrebbe fatto con un carattere simile? Gli avevi disubbidito, due volte di seguito e quello ch'era accaduto era forse peggio di quello che avevi combinato il giorno prima. Quella era stata una sfida bella e buona, nonostante tu fossi così piccola. Me lo chiesi quel giorno se lui ti voleva bene. Mi affiancai al suo cavallo e provai a scrutare i tuoi occhi bassi…la tua bocca imbronciata…il tuo fallimento…te lo si leggeva in faccia…l'orgoglio calpestato dall'incapacità. E poi m'accorsi che le tue mani erano congiunte davanti. E tuo padre, che mai avevo visto abbracciarti prima…non lo faceva mai…aveva proibito a tutti d'abbracciarti…perché poi? Che un abbraccio ti avrebbe reso meno forte e meno…no…lo vidi…tuo padre che t'abbracciava davvero…non solo perché gli eri seduta davanti…e ti sorreggeva perché alla fine ti eri addormentata ed eri lì appoggiata a lui…la sua mano sulle tue…".
André sei un bravo bambino. Ti ringrazio per quello che hai fatto per Oscar. So che alle volte lei è testarda ma ti chiederei ugualmente di provare a fermarla se dovesse trovarsi nei guai. Lei pare non avere ben chiaro il concetto di pericolo e tu sei più maturo e per questo vorrei che le restassi accanto…
"Così mi parlò tuo padre, mentre riportavo i cavalli nelle scuderie e lui mi aiutava a togliere le selle…".
Per quanto mi riguarda non sei più in punizione…è meglio che tu stia vicino ad Oscar…
"Sai Jarjayes credo che lui avesse intuito già allora che forse non sarebbe riuscito a piegarti ai suoi insegnamenti…alla sua volontà. Lo devo a lui se siamo rimasti assieme…che destino sarebbe stato il tuo se tuo padre t'avesse cresciuto come le tue sorelle…imbelletate e frivole e svenevoli…brave giovani tutto sommato…buone mogli e devote alla causa del re…ma credo che nessuna di loro sarebbe mai finita là…sotto la Bastiglia…".
Merçi monsieur…
"Testarda…ecco com'eri e come sei…testarda! Nessuno avrebbe potuto importi nulla…nemmeno tuo padre. Nanny venne a salutarmi e mi raccontò che la prima cosa che chiedesti a tuo padre quando ti svegliasti fu di levarmi la punizione, che tanto tu c'eri finita lo stesso al cespuglio di more come il giorno prima e che André non c'entrava un bel niente perché nemmeno c'era e André ci aveva provato a fermarla e gliel'aveva detto di stare attenta a non farsi male…allora…allora compresi che lo avevi fatto per me. Siccome tuo padre non aveva voluto ascoltarti, non aveva accettato le tue giustificazioni, tu avevi cercato di dimostrargli che la decisione di andare a cercare le more era stata tua. Solo tua. Quel giorno come il giorno prima. E che punire me era stata una cosa ingiusta oltre che inutile, perché se tu avessi voluto, tu saresti ritornata in quel posto, una, due, mille volte. Ma ci tenevi a fargli comprendere che era stato solo per me che gli avevi disubbidito…solo per me".
Testarda!
"Rimasi raggomitolato sul letto, contemplando il cielo stellato che faceva capolino nella stanza…non ci potevo credere che tu fossi così. E mi venne l'idea di vederti. Volevo ringraziarti per quello che avevi fatto e volevo sapere se stavi bene. Uscii e in punta di piedi attraversai il corridoio fino alla tua stanza, bussai e senza aspettare entrai facendo capolino per vedere se dormivi. C'era solo una candela che proiettava sulla parete alle spalle la tua ombra. Eri seduta nel letto. Mi guardasti sorridendomi…".
Hai visto André. Ci sono riuscita. Non sei più in punizione!
Mio padre mi ha detto che ti ha tolto la punizione perché ha capito che tu non avevi colpa…
"Ti alzasti in piedi allargando le braccia per dirmelo trionfante, di filato, che i tuoi occhi brillavano quasi avessi avuto la febbre, perché sentivi ch'eri riuscita a fare qualcosa per me, per il tuo amico, qualcosa di giusto che ti rendeva immensamente felice. Testarda ed era vero ch'eri costretta a mettere distanza tra te e gli altri…neanche te ne accorgevi ch'era così ma con me era tutto diverso. Non lo sapevo allora che cosa fosse. Non lo sapevo perché ogni mattina il vuoto che provavo nella notte si riempiva di nuovo di te, quando potevo rivederti. Come non fossi esistito senza te. Come fossi stato ombra, ombra che aveva senso solo attraverso te. Ombra destinata ad essere ombra della tua luce, destinata a starti accanto e che sarebbe sparita per sempre se tu non ci fossi stata…".
Sei una sciocca! Potevi farti male…
E tu sei uno scemo e un fifone! La prossima volta ci torno da sola!
Non dirlo nemmeno! Vengo con te! Verrò con te sempre!
"Rimanemmo a lungo stesi nel tuo letto a mimare con le mani le ombre che la luce della candela proiettava sul muro. Poi non ti sentii più parlare e m'accorsi che ti eri addormentata, rannicchiata contro di me. Mi voltai anch'io dalla tua parte, cullato dal silenzio che era calato nella stanza. Con il mio viso vicinissimo al tuo, le tue labbra dischiuse...decisi ch'era ora di tornarmene a dormire nella mia stanza e provai a scendere dal letto ma non ci riuscii che la mia camicia s'era impigliata…al buio presi a cercare scostando il lenzuolo…".
Ma…Oscar lascia la mia camicia, ora devo andare...
"Tenevi stretto un lembo di stoffa, le dita chiuse che cercai d'aprirle senza svegliarti…una alla volta…".
Dai…lasciala…uffa…
"Ci misi un po', un ditino alla volta e sembrava lo facessi apposta a richiuderli…e poi quando la stoffa fu libera rimasi lì, seduto lì, a guardarti, senza decidermi ad andar via. Era buio ma le intuivo le tue labbra rosse appena dischiuse, le guance morbide, rosate, le ciglia lievi, chiuse sul tuo sonno. Non so cosa mi spinse a farlo ma mi chinai su di te, ti scostai leggermente i capelli dalla fronte e ti baciai piano e poi scesi giù sulla bocca. Ricordo il sapore di more, altre more, la tua bocca sapeva di more. Il mio primo bacio leggero, sfiorato, ad occhi chiusi, col cuore che batteva forte che quasi t'avrebbe svegliato. Un bacio per ringraziarti della tua amicizia, perché eri lì e perché m'avevi fatto entrare nella tua vita e perché ti eri fidata di me ed io finalmente potevo fidarmi di qualcuno. Solo noi due. Solo noi e nessun altro. Ecco, allora…adesso lo sai. E' stato allora che ti ho baciato. Penso che non t'accorgesti di nulla e io non te l'ho mai detto. Il giorno dopo mi abbracciasti e mi dicesti che saremmo sempre stati amici…e io mi ricordo che diventai rosso e ti diedi uno spintone che quasi finisti per terra!".
Le labbra affondarono nell'incavo del collo…
"Ora lo sai Oscar…come vedi il mio primo bacio è stato tanto tempo fa…".
André sorrise a sé stesso.
"Lo so non è la stessa cosa, ma quel bacio che ti diedi quando avevi sette anni vale come quello che mi hai concesso pochi giorni fa. Ti amo…ti ho sempre amato…non lasciarmi Jarjayes…non ti azzardare a farlo! Dio…non riuscirei a vivere senza di te. Non ci sono mai riuscito in passato, nemmeno quando eri tu a volermi lontano. Non devi avere più paura adesso…non devi avere paura di amare…".
La stanchezza, alla fine, prevalse sormontando la voce che s'affievolì a poco a poco.
"Dimenticavo…ricordi? Mia nonna ci fece una bellissima torta con le more e quando tuo padre venne a trovati in camera tua, gli dicesti che erano per lui, che erano un regalo per lui. Ti vuole bene Jarjayes…te ne ha sempre voluto. E tu ne vuoi a lui. Solo che il senso dell'onore vi ha resi ciechi e sordi. Tutt'e due. Ma adesso lo saprai anche tu che tuo padre vuole che tu viva…lo saprai presto…".
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