Capitolo 2
Era arrivata in città alla fine di agosto. Dato che Brittany se n'era andata a giugno per trascorrere l'estate coi nonni, e considerata la loro separazione così ambigua, non aveva molto senso trattenersi ancora a Lima. Era ansiosa di mettere in pratica la decisione di non iscriversi a nessuno dei college in cui era stata ammessa, quelli ai quali i suoi genitori l'avevano costretta a fare domanda, ma di mandare al diavolo la prudenza, trasferirsi a New York, frequentare i corsi di un community college(1) e sperare che la vita avesse qualcosa di meraviglioso in serbo per lei.
Non che l'avrebbe mai raccontata con parole del genere, perché non avrebbe mai e poi mai voluto passare per una patetica sdolcinata. Sembrava qualcosa uscito dalla bocca di Berry. E a proposito di Rachel, ovviamente aveva saputo (come d'altronde tutti nel raggio di cinquanta miglia) che i due aspiranti artisti erano stati accettati alla NYADA e si sarebbero a loro volta trasferiti in città. Ma quei due non avevano niente a che fare con la sua decisione. Tutto il contrario. Aveva riflettuto a lungo se valesse la pena di correre il rischio di venire contaminata da quegli sfigati proprio mentre iniziava a godersi la sua prima indipendenza post-liceale. Ma in fondo, si era poi convinta, New York era abitata da otto milioni di persone. Quante probabilità aveva di incontrarli?
Il giorno in cui uscì dall'aereoporto JFK era un'afosa e soffocante giornata estiva, e fu immediatamente nauseata dalla puzza degli scarichi delle automobili e dei fumi dei diesel. Determinata a comportarsi come se sapesse quello che stava facendo, fece la fila per prendere un taxi (anche se era pronta a passare avanti a qualche vecchietta in caso di necessità). Tuttavia, quando finalmente riuscì ad entrare in una vettura e a porgere all'autista il foglietto con l'indirizzo di suo cugino a Washington Heights, ebbe il primo sentore che che c'era qualcosa che non andava. Il tassista pakistano lesse l'indirizzo, si voltò per guardare i suoi vestiti costosi e poi tornò a leggere il foglietto. "Sicura che è qui che vuoi andare?"
"Sì, sono sicura, Mohammed," ribattè lei con il suo tono più incazzoso, per fargli capire bene che non poteva approfittarsi di lei solo perché veniva da fuori città. L'uomo alzò le mani in segno di divertita resa e mise in moto.
La corsa sembrò durare all'infinito, anche se non poteva essere passata più di mezz'ora da quando avevano lasciato l'aereoporto. Quando finalmente si fermarono, però, lei rimase seduta al suo posto, aspettando che ripartissero. Invano.
"Non penso sia il posto giusto," gli fece infine notare.
"Oh, è il posto giusto." Il tassista sembrava divertirsi un mondo. "Cinquantotto dollari, prego. O per caso vuoi andare da qualche altra parte?"
Purtroppo il prezzo della corsa era già esorbitante, e non poteva permettersi di raddoppiarlo. Così si costrinse a scendere trascinandosi dietro le valigie. Si ritrovò in piedi, su di un marciapiede scheggiato, fuori da una recinzione a maglie di ferro, sotto una fila di casermoni di cemento fatiscente alti almeno trenta piani. Oh merda, si rese conto. Sono le case popolari.
Da diversi balconi sventolavano tristi dei panni stesi ad asciugare. Alcune finestre erano rattoppate col nastro adesivo e molte altre erano aperte, nonostante ci fossero almeno quaranta gradi fuori. Ogni spazio raggiungibile da mano umana era coperto da graffiti colorati e volgari. Da ogni lato proveniva il suono smorzato dei bassi, i rap che si scontravano con i bolero, i reggae che cercavano di soffocare i merengue. Gli edifici le incombevano addosso talmente enormi e spaventosi da farla sentire microscopica.
Stordita, fece un passo indietro e sentì qualcosa che le si frantumava sotto il tacco. Guardando in basso, vide che si trattava di una siringa ipodermica. Si voltò immediatamente per tornare nel taxi pensando Al diavolo i soldi, lo pagherò in gioielli! Ma la vettura era già ripartita e si trovava ormai quasi in fondo alla strada. Per un breve istante pensò di correre dietro al taxi gettando al vento fino all'ultimo briciolo della sua dignità. Invece, con la sensazione di essere osservata, raccolse i suoi bagagli, fece un profondo respiro e cercò di scoprire qual'era il palazzo che stava cercando.
In qualche modo, tenendo gli occhi bassi, ma anche cercando di non sembrare troppo spaventata, riuscì a trovare l'edificio giusto, il piano giusto e anche l'appartamento giusto. Quando raggiunse la porta le tremavano le ginocchia, aveva il cuore in gola e i denti serrati per evitare di rispondere alle prese in giro e agli insulti che le erano stati rivolti in più di una lingua, ma ce l'aveva fatta. Si sentiva perfino un po' orgogliosa di sé stessa.
Bussò alla porta di metallo scheggiato per qualche minuto, poi, non ricevendo risposta, frugò nella borsa alla ricerca della chiave che suo cugino Ricky le aveva inviato per posta nel caso non si fosse trovato in casa. Una volta dentro l'appartamento, provò a convincersi che non era poi così male. Okay, puzzava di spogliatoio maschile e c'era un caldo soffocante, sotto le sue scarpe c'era uno strato di qualcosa che sembrava una specie di polvere, e con la coda dell'occhio aveva visto muoversi delle cose che sospettava fossero scarafaggi... ma l'importante era trovarsi lì. Era a New York. Poteva finalmente iniziare a vivere orgogliosamente la sua vita da lesbica. Giusto?
Quella prima sera, suo cugino non tornò a casa. Aveva provato a chiamarlo, ma a quanto pareva il numero che le aveva dato non apparteneva più a lui. L'impianto dell'aria condizionata, quando provò ad accenderlo, emise uno stridio e uno sbuffo d'aria calda che puzzava di olio per motori e poi prese a sferragliare così rumorosamente che dovette spegnerlo. La TV funzionava, ma era bloccata sulla TCM(2), e non riuscì a trovare il telecomando da nessuna parte. Così si dovette sorbire una commedia demenziale in bianco e nero degli anni quaranta dove i protagonisti parlaavano senza sosta a velocità supersonica. Più tardi, quando provò a farsi una doccia, scoprì che l'acqua rimaneva calda per tre minuti contati e poi diventava gelata.
Con il buio, il fracasso fuori dall'appartamento sembrò aumentare di ora in ora. I rumori del traffico e le sirene facevano impazzire i suoi nervi già scoperti e da ogni parte proveniva il ronzio di radio e telivisioni. Sembrava che ci fosse una rissa tra cani in corso sotto la sua finestra al diciassettesimo piano, ma era così buio che non poteva essere certa. In uno degli appartamenti del suo piano un uomo e una donna presero ad urlare in una lingua che non conosceva, e un bambino (il loro? o quello di qualcun altro?) pianse per quelle che sembrarono ore. Alzò il volume della TV per soffocare gli altri rumori, ma adesso stavano trasmettendo Il Musicista, che le fece venire nostalgia di Lima.
Voleva ordinare una pizza, ma non sapeva se l'avrebbero consegnata alla porta e il pensiero di dover scendere fino all'ingresso era davvero troppo spaventoso. E in fondo non aveva neppure molta fame. Così cenò con una tazza di Lucky Charms stantii senza latte. I cereali le ricordarono che aveva promesso di chiamare Brittany. Ma non aveva il coraggio di farlo. Sapeva che sentire la sua voce l'avrebbe fatta crollare. Sarebbe stato troppo difficile mentirle dicendole che tutto era meraviglioso esattamente come se l'era immaginato. Così le inviò un SMS: ehi sn arrivata è tt fantastico qui. ora vd a cena, t kiamo dmn. Poi, dopo un attimo di esitazione, aggiunse tvb. Facendo del suo meglio per non soccombere alle lacrime, si addormentò sul divano con le mani premute sulle orecchie per bloccare il frastuono.
I giorni seguenti trascorsero più o meno allo stesso modo, senza ricevere alcuna notizia da Ricky. Alla fine fu costretta a trovare il coraggio di lasciare il palazzo per brevi spedizioni nel tentativo di decifrare gli orari della metropolitana, ma era terrorizzata ogni singola volta. (E stanca morta, perché ovviamente spesso e volentieri gli ascensori erano guasti). I primi giorni aveva anche sperato che la gente si sarebbe abituata a lei, che avrebbe iniziato ad ambientarsi, ma purtroppo più interagiva con gli altri abitanti del quartiere, più si facevano una pessima opinione di lei e si divertivano ad insultarla. Come se non bastasse scoprì che il suo spagnolo in realtà non era così buono come credeva. I latino-americani con cui parlava ridevano del suo accento. E poi andavano a chiamare i loro amici perché ridessero anche loro.
Dopo quattro lunghi giorni la sua pazienza si esaurì del tutto, e quando si imbatté in un gruppo di ragazze dominicane sulle scale e una di loro le gridò, "Ehi, puta! Chi ti sei scopata per comprarti quelle scarpe?" si voltò per chiederle con aria minacciosa "Come dici, Rosie Perez(3)?" e poi si scatenò in un epico monologo in stile Lima Heights, una sequela di insulti da fare impallidire i suoi gloriosi giorni di boccaccia ai tempi delle superiori. Fu un'esperienza catartica che le diede una scarica di endorfine di cui aveva davvero un enorme bisogno, e, per la prima volta da giorni, si sentì di nuovo la vera Santana Lopez. Ma ancora prima di finire iniziò a sospettare di aver commesso un errore madornale. E nel silenzio minaccioso che seguì la sua tirata, mentre le ragazze si scambiavano degli sguardi eccitati quasi non avessero aspettato altro che quella occasione, lo capì per certo. Oh, cazzo.
Santana arretrò di qualche passo, poi si voltò e se la diede a gambe, mentre le cinque ragazze la inseguivano griando insulti di vario genere. Per miracolo, forse grazie al suo allenamento da Cheerio, arrivò all'appartamento e vi si tuffò dentro prima che la raggiungessero, sbattendosi la porta alle spalle e chiudendola a chiave proprio nell'istante in cui arrivavano.
Però, al culmine dell'ironia della sorte, aveva perso una scarpa.
Finalmente, dopo quasi una settimana, suo cugino si fece vivo. Sembrava quasi che si fosse scordato del suo arrivo. "Yo, Santana!" esclamò alzando la mano per darle il cinque, che lei ricambiò goffamente. "Come ti butta, bimba?" E poi, prima che potesse rispondergli, "Caspita, che bocce!"
Lei abbassò lo sguardo sul suo seno. "Oh... sì. Direi di sì."
"Mitico," esclamò lui, ridendo come se avesse fatto una battuta, e poi si diresse nella camera da letto. Lei lo seguì. Mentre le parlava si mise a infilare dei vestiti in una sacca. "Ehi, tu quanto le hai pagate? Le voglio far fare anche alla mia tipa. C'è questo dottore cubano che te le fa con lo sconto dietro all'estetista. Non ha la licenza ma è uno a posto ... nel caso vuoi fare l'upgrade."
"Grazie," gli rispose lei freddamente. "ma penso che mi terrò queste."
L'uomo entrò nel bagno per prendere qualche oggetto dall'armadietto. "Allora tutto a posto qui? Ti serve niente?" E poi, prima che potesse rispondere, "Ehi, come sta tua mamma? Sempre una gran gnocca?"
Mentre Santana stava cercando una risposta per la domanda decisamente imbarazzante, lui si diresse alla porta d'ingresso. Sconcertata, chiese, "Aspetta, te ne vai di nuovo?"
"Mi sa di sì," le rispose con aria contrita, "sai com'è. Lavoro tutta la settimana e nei week-end faccio baldoria. Non ho mai un momento libero. Tu stai bene qui?"
C'erano tanti di quei modi per rispondergli di no che non sapeva nemmeno da dove iniziare. Così fece la scelta più facile, quella che ormai era abituata a fare. Mentì. "Sì, sto benissimo. Grazie per l'ospitalità."
"No problem. Sai come si dice, no? Su casa es mi casa. O una stronzata del genere." Fece per andarsene, poi infilò di nuovo la testa nella porta. "Oh, un'altra cosa. Chiudi sempre bene a chiave. Se vengono a cercarmi dei nigeriani, NON FARLI ENTRARE. Sto organizzando una specie di... pagamento a rate con loro. Capito?"
"Ehm... okay," rispose, preoccupata, ma lui era già scomparso.
Non c'era più nulla da fare. Cercò di non sentirsi delusa, ma era difficile da evitare. Una parte di lei aveva sperato che con il suo arrivo non si sarebbe più sentita così sola e isolata. Ma a quanto pareva non viveva più nemmeno lì. Rimase in piedi davanti alla porta per qualche minuto, poi sospirò e andò a guardarsi l'ennesimo orrendo film preistorico. Ovviamente si era scordata di chiedergli dove fosse il telecomando.
Dopo la riluttanza della prima sera, iniziò ad approfittare anche troppo della possibilità di telefonare a Brittany. A volte la chiamava persino quattro o cinque volte al giorno, pur sapendo che non avrebbe dovuto. Ma non riusciva a trattenersi. Aveva bisogno di sentire la sua voce. Ci si aggrappava come ad un'ancora di salvezza, era l'unica cosa che le impediva di cedere alla disperazione. Brittany, dal canto suo, non diceva mai di essere impegnata e non cercava scuse per lasciare la conversazione a metà. Forse si sentiva in colpa, perché in fondo era stata lei a convincerla a trasferirsi in città. Era lei che non le aveva permesso di restare a Lima, come Santana avrebbe voluto fare in un primo momento. Per questo era pronta a rimanere al telefono per delle ore se Santana ne aveva bisogno, e a volte era prorpio quello che succedeva. Ma ora che era arrivato settembre e a Lima era iniziata la scuola, Brittany doveva darsi da fare se voleva finalmente ottenere il diploma. Santana lo sapeva e si odiava per tutto il tempo che le faceva perdere.
Ora che a separarle non era solo qualche gita estiva, a dire il vero aveva scoperto che Brittany non era molto brava a parlare al telefono. Spesso cadeva in silenzi lunghi e misteriosi. Quando erano insieme quei silenzi facevano parte della loro dinamica: erano confortanti, persino piacevoli. Al telefono invece erano solo dei vuoti inquietanti. Santana spesso doveva chiedere, "Sei ancora lì?" Ma perfino i rumori di sottofondo provenienti dalla casa di Brittany erano preferibili alla solitudine che provava quando non era al telefono. A volte le veniva voglia di chiederle di lasciare la comunicazione aperta tutto il giorno per ascoltarla mentre sbrigava le sue faccende.
Alla fine, come era inevitabile che succedesse prima o poi, arrivò il giorno in cui i soldi per il cibo e le spese basilari giunsero agli sgoccioli. Ricky non aveva parlato di affitto, quindi aveva concluso che non doveva essere un problema per lui visto l'appartamento tanto misero. Ma doveva pur sempre mangiare. Suo padre, dopo mesi di macchinazioni e persuasioni da parte sua e di sua madre, aveva accettato con grande riluttanza di pagare il college cittadino a cui si era iscritta. Ma per mettere bene in chiaro quanto fosse deluso e disprezzasse questa decisione, aveva rifiutato di sborsare un solo centesimo in più per finanziare il resto. Il che significava che avrebbe dovuto sottoporsi alla più spaventosa umiliazione alla quale sia costretto un essere umano: avrebbe dovuto andare a lavorare.
Invece di cercare un impiego nel quartiere di Washington Heights dove per disgrazia era capitata, si diresse direttamente all'area di periferia dove sorgeva il suo college sperando che, con l'inizio della scuola, tra lezioni e lavoro sarebbe dovuta tornare all'appartamento solo per dormire. Con sua grande sorpresa trovò subito posto come cameriera in un cocktail bar piuttosto elegante. Non ebbe problemi a spacciarsi per una ventunenne, dato che la direzione si rifiutava di assumere chi non avesse l'età legale per bere. Possedeva diverse carte d'identità false, che andavano dai diciannove ai trentadue anni. Non riusciva nemmeno ad immaginare quale tipo di situazione le avrebbe richiesto di fingersi una trentaduenne, ma era sempre meglio essere pronti a tutto.
Nonostanste il primo giorno fosse arrivata con un'ora di ritardo per colpa di un pitbull che l'aveva tenuta bloccata nell'ingresso del palazzo per dieci terribili minuti facendole perdere il treno, la giornata filò alla grande. Le piaceva il proprietario del locale, un indiano che assomigliava un po' al preside Figgins, cosa che stranamente la confortava. E inoltre qualsiasi imbecille sarebbe stato in grado di fare quel lavoro. Doveva solo servire drink a gruppi di ricconi fumati. Forse lavorare qui in fondo non sarebbe stata una tragedia. Sono una cameriera fenomenale, si disse mentre finiva il suo turno.
"Sei una cameriera terribile," la informò il proprietario, dopo averla trattenuta prima che se ne andasse. Stava riempiendo le saliere ad un tavolo. "La peggiore che abbia mai visto in tutta la mia carriera di ristoratore. E ho ingaggiato un bel po' di cameriere."
"Cosa?" chiese lei, onestamente stupita. "Ma se non ho sbagliato nemmeno un'ordinazione!"
"Non sono le ordinazioni, è l'atteggiamento. Sei orribile con la gente. Non puoi trattare i clienti in questo modo. C'era un tale che voleva mandarti un'ordinanza restrittiva."
"Chi, il tipo che sembrava la versione scema di Conan O'Brien(4)?" domandò lei con aria imbronciata. "Gli conviene, se ci tiene alla pelle."
"Mi dispiace, ma non sei la persona adatta. Posso pagarti per le ore che hai fatto stasera, ma non tornare più." Si diresse alla cassa e lei lo seguì.
"E il gruppo in fondo al locale?" protestò. "Mi hanno perfino lasciato la mancia."
"Pensavano che fosse una cena con spettacolo. Mi hanno fatto i complimenti per aver trovato un'attrice così convincente nel ruolo della strega malefica!"
"Beh, è un'idea," suggerì timidamente. "Potremmo farlo sul serio!"
"Allettante, ma credo che rifiuterò," rispose, contando la sua paga.
"Senta, questo lavoro mi serve, va bene? Sono appena arrivata in città e..." abbassò la voce per l'imbarazzo. "Ho quasi finito i soldi."
"Lo sai quante ragazze ci sono là fuori con la tua stessa identica storia?" le chiese. "Centinaia. Forse migliaia. La differenza è che loro non minaccierebbero mai di ammazzare i miei clienti."
Santana si arrese con un sospiro. Non c'era niente da fare. Il tizio non avrebbe ceduto. Aspettò che contasse le sue banconote, guardandosi attorno nel locale nel tentativo di non fargli capire quanto era disperata. Voleva quel lavoro, ma non voleva la sua pietà. Lo sguardo le si posò su qualcosa vicino all'ingresso che non aveva notato durante il suo breve turno.
"A cosa serve quel palco?"
Lui alzò lo guardo di scatto come se si fosse appena ricordato della sua presenza. "Avevo ingaggiato una band. Quattro fratelli. Poi un fine settimana se ne sono andati a visitare la famiglia a Toronto e non sono più tornati." Scosse la testa, disgustato. "Canadesi",
A quel punto Santana intravide finalmente un raggio di speranza, ma non voleva sembrare troppo entusiasta. "Beh, ehi... io sono una cantante."
Lui le lanciò un'occhiatina scettica. "Che tipo di esperienza hai?"
Merda. Doveva proprio farle quella domanda. "Ho... ho fatto canto corale per tre anni alle superiori." Immediatamente vide che l'uomo aveva perso interesse e così si affettò ad aggiungere, "So che sembra patetico. Infatti lo era, il più delle volte. Ma abbiamo vinto i campionati nazionali l'anno scorso. Eravamo bravi."
Eravamo davvero bravi, si ripeté fieramente, con un improvviso moto di lealtà.
"È una bella storia , ma temo che non sia esattamente..."
"So cantare di tutto," lo interruppe. "Qualsiasi stile voglia. Ho gusti molto... eclettici." Era la parola giusta? Provò a ricordare se era quello il termine che aveva studiato a scuola, pregando di non aver detto una puttanata.
Vide che stava esitando, e così gli diede il colpo di grazia. "Mi dia solo una possibilità, va bene? Giuro che non la deluderò. Se la gente continuerà a odiarmi, allora... non dovrà nemmeno pagarmi. Me ne andrò e basta. Non sentirà mai più parlare di questa strega malefica."
Le consegnò una piccola pila di banconote, come paga per per un turno di lavoro. "E va bene," borbottò, non proprio convinto. "Un'ultima possibilità. Domani sera. Ma non ti prometto niente."
"Grazie," esclamò lei, così sollevata che avrebbe voluto abbracciare lui e il suo adorabile accento. "Grazie infinite. E se farò la maleducata con i clienti, penseranno che faccia parte dello spettacolo!" Poi, cogliendo la sua espressione alzò una mano e aggiunse subito, "ma non lo farò, promesso." E prima di farsi scappare qualcosa che gli facesse cambiare idea, fuggì via.
Arrivò al suo palazzo che era già tardi, l'ascensore la portò solo fino al quattordicesimo piano e poi si rifiutò di proseguire. Così fu costretta a fare il resto della salita a piedi, ed era così assorta a mettere insieme una possibile scaletta di canzoni, che non si accorse del gruppo di ragazze dominicane ferme sulla scala del sedicesimo piano finché non se le ritrovò di fronte.
"Ehi, perra!" la salutò la stessa ragazza dell'altro giorno. "Non dovresti andartene in giro la sera tardi. Ma già che sei qui, abbiamo una proposta da farti."
Santana rimase in attesa, diffidente, cercando di tenere la bocca chiusa.
"Ti restituiremo la scarpa in cambio di quella giacca."
La giacca in questione le era costata seicento dollari e, sì, probabilmente era stato un errore indossarla quella sera dato che faceva ancora caldo, ma aveva voluto fare bella figura durante il suo primo giorno di lavoro. Ovviamente però lo scambio non era facoltativo. Così, dopo qualche secondo di dibattito interiore, digrignò i denti per la rabbia, se la tolse e la consegnò, sperando che la lasciassero andare senza tormentarla oltre.
"Oh, merda," continuò la ragazza passando la giacca ad una sua amica perché la mettesse al sicuro. "Mi sono appena ricordata che ho dato la scarpa al mi hermano. La sta usando come posacenere."
Le altre ragazze scoppiarono a ridere e Santana rispose con un sorrisino amaro, perché non si aspettava certo di riavere indietro quella cavolo di scarpa. Prese a salire le scale, ma la capobanda la richiamò indietro. "Ehi, da dov'è hai detto che vieni?"
Per qualche istante fu tentata di ignorare la domanda, ma poi pensò che non era davvero il caso di contrariarle ancora più del necessario, così si girò e rispose, "Ohio."
Loro risero come se fosse la cosa più divertente che avessero mai sentito. La ragazza aspettò che le passasse la ridarella, e quindi si accese una sigaretta. Alzando gli occhi su Santana le disse, "Lascia che ti dia un consiglio, bella. Tornatene a casa. Perché non ce la farai a sopravvivere in questo cazzo di posto." Nella sua espressione c'era qualcosa che poteva sembrare quasi sincerità , anche se era davvero difficile da notare sotto lo scherno, l'invidia e il disprezzo. In un'altra vita forse avrebbero potuto persino diventare amiche. Ma non in questa.
Santana continuò a salire e, una volta rintanatasi nella relativa sicurezza del suo appartamento, si affrettò a a chiamare Brittany. Le descrisse gli eventi della giornata, il suo nuovo lavoro e anche le ragazze sulle scale. Tuttavia in questa versione un po' censurata finì per sembrare che avesse dato loro la giacca impietosita dalla loro povertà, dal loro orribile gusto in fatto di moda, e anche perché che si era stufata di indossarla. A volte non era sicura che Brittany credesse a tutto quello che le raccontava, ma in fondo le bastava che fingesse di farlo. Santana si illudeva che raccontando ad alta voce queste versioni ottimistiche della sua vita in città poteva farle diventare reali. O quasi.
Oltre a rappresentare la nascita ufficiale della sua carriera musicale, la giornata seguente coincideva anche con l'inizio delle lezioni. Era qui all'università, pensò, che si sarebbe fatta tutti gli amici che si era aspettata di trovare per magia una volta arrivata a New York. Qui finalmente li avrebbe incontrati.
Ma sembrava proprio le cose non funzinassero esattamente in quel modo. Partecipò a tutte le sue lezioni e riuscì perfino a trovarle interessanti. Era incredibile quanto fosse facile concentrarsi sull'insegnante quando non c'era Brittany a tirarle palline di carta o a fare piedino sotto il banco. Ma nessuno le rivolse la parola. Quasi nessuno la degnò di uno sguardo. Fuori, in mezzo al campus, mentre cercava un posto per pranzare, fu costretta ad affrontare una tragedia che alle superiori non aveva rischiato di affrontare nemmeno una volta: aveva dovuto sedersi da sola. Dappertutto vedeva gruppi di studenti, e c'erano decine di coppie, sia etero che gay. Tutti sembravano avere un compagno. Tutti tranne lei. L'uniforme da Cheerio e lo status sociale che le forniva le mancavano quasi fisicamente. Soprattutto per il modo in cui, perfino fuori dalle mura della McKinley e in tutta Lima, facevano in modo che la gente la guardasse con rispetto e intuisse subito che era una persona importante. Qui non era nessuno. Si sentiva quasi invisibile.
Dopo la fine delle lezioni fece un'ultimo tentativo per socializzare, decidendo di partecipare all'incontro di un'organizzazione per studenti gay e lesbiche che aveva visto pubblicizzato su un volantino in corridoio. Ma quando raggiunse la porta della classe dove si svolgeva, vide che tutti i presenti erano stretti in un gruppo coeso e ridevano insieme come se si conoscessero da anni. Rimase a guardarli per un minuto e finalmente un tizio la notò, e le chiese in modo gentile ma un po' impaziente, "Posso aiutarti?" Si voltarono tutti a fissarla, e lei non poté fare a meno di sentirsi come se stesse interrompendo qualcosa. "Scusate, ho sbagliato aula," borbottò e uscì di corsa. Aveva fallito.
Inutile dire che quando raggiunse il ristorante il suo livello di autostima non era alle stelle. E forse era solo la sua immaginazione ma il locale le sembrò molto più affollato rispetto a quando aveva servito drink la sera prima. Perfino la stanza sembrava più grande e piena di tavoli. Il proprietario non perse tempo a presentarle la nipote di quindici anni che avrebbe suonato il piano per lei. La informò che se voleva altri musicisti avrebbe dovuto procurarseli da sola. E poi, senza altre cerimonie, le indicò il palco dove era già stato preparato un microfono.
"Adesso?" chiese lei. Le cose stavano andando un po' troppo in fretta.
"Oh, chiedo scusa. Volevi forse fare una pausa prima di iniziare a lavorare?" le domandò lui, grondante di sarcasmo.
"No, volevo solo dire che... okay, vado." Deglutì a fatica e si costrinse ad andare verso il palco al centro della stanza. Era ridicolo. Si era esibita per anni. Perché le sembrava di camminare sulle sabbie mobili? Perché aveva la bocca così asciutta? Perché era così terrorizzata?
Quando salì i due gradini e si ritrovò in piedi su di una piattaforma di fronte a tutto il ristorante, improvvisamente capì. Non lo aveva mai fatto da sola. Tranne che per qualche audizione di fronte a poche persone che conosceva bene, non si era mai trovata così sola, con tutti gli occhi puntati su di lei. Aveva sempre avuto un intero coro, un'intera famiglia, al suo fianco. In piedi su quel palco si sentì sola come non si era mai sentita in vita sua.
La stanza si era fatta lentamente silenziosa a mano a mano che i clienti la notavano e si fermavano in attesa che facesse qualcosa. Non riusciva davvero ad immaginare cosa volessero da lei. Si voltò e guardò la sua pianista, sperando che le venisse in aiuto, ma la ragazzina le restituì uno sguardo vacuo, aspettando istruzioni.
Si voltò di nuovo, e ora la stanza era ancora più silenziosa. Alcune persone si schiarirono la gola, come se fossero imbarazzate per lei. Si sentì una risatina e poi qualcuno che zittiva il responsabile. Il proprietario era in piedi in fondo alla stanza, a braccia incrociate, con aria impaziente e irritabile.
Aprì la bocca per dire qualcosa... qualunque cosa. Ma non le venne in mente niente. E all'improvviso capì che non ce l'avrebbe fatta. Non sarebbe mai successo. Aveva sopravvalutato il proprio coraggio.
Mi... mi dispiace," borbottò nel microfono. "Scusate." Si girò per andarsene.
Ma poi, da uno dei tavoli in penombra sull'altro lato della stanza, sentì una voce, una voce che gridò "Allora, cosa ci vuole per sentire un po' di Winehouse qui?" E non era una voce qualsiasi, ma una molto familiare.
Santana voltò la testa di scatto, sorpresa. Lo si scorgeva a malapena nella luce soffusa: Kurt. E, seduta accanto a lui, c'era Rachel, che si mise le dita in bocca per emettere un fischio alto e fastidioso, seguito da un "Wooo!" e da un applauso scrosciante.
Li fissò scioccata per qualche istante, e poi sentì un sorriso illuminarle il viso, forse il primo vero sorriso da settimane, che subito si trasformò in una silenziosa risata di sollievo. Sentì che tutta la sua sicurezza tornava a riempire il vuoto che aveva dentro. Dopo un attimo di esitazione sussurrò qualcosa alla pianista che estrasse uno spartito. A testa alta tornò al microfono e disse nel suo tono di voce normale "Okay, questa è per il simpaticone là in fondo".
La musica iniziò, e Santana prese a cantare una versione acustica di Tears Dry on Their Own. Ora che era tornata quella di sempre, non si stupì di vedere che aveva incantato l l'intero locale e che tutti le tenevano gli occhi puntati addosso senza emettere il minimo suono. Era ovvio. Ho un talento naturale, pensò tra sé e sé. Dopo Amy cantò un po' di Adele, poi qualche canzone retrò anni sessanta e un paio di classici. Prese in mano il microfono e coprì tutto il palco, andò a sedersi sul bordo e alla fine sul pianoforte. (La nipote del proprietario indiano le lanciò un'occhiataccia. Quanto le mancava Brad).
Prima che se ne accorgesse era già ora di fare pausa. Quasi non voleva fermarsi perché stava giusto iniziando a flirtare con alcune clienti, e anche se non le davano l'idea di essere gay, era certa di essere quasi riuscita a convincerle del contrario. Si godette gli applausi per un minuto o due, poi prese un bicchiere d'acqua e si spostò sull'altro lato del locale.
"Sei stata magnifica!" Rachel esordì prima ancora che Santana si sedesse. "Gli applausi erano più che meritati. Ho però alcune osservazioni da farti. In un paio di passaggi fondamentali la tua tonalità era un pochino incerta, anche se naturalmente solo una persona con un orecchio allenato come il mio se ne sarebbe potuta accorgere..."
"Rachel." Kurt la ammonì scuotendo la testa.
Notando il suo cenno, lei concluse, "Ma ne riparleremo un'altra volta."
Santana bevve un sorso d'acqua, sorpresa di trovare confortante il fastidioso chiacchiericcio di Rachel. Non sapeva cosa ci facessero qui, ma in fondo le sembrava quasi inevitabile.
"È stata una performance incredibile," le disse Kurt. "Ti hanno adorata. Sembravi un predicatore che convertiva i peccatori con la parola del Signore. Solo più sexy."
"Sì, beh, grazie. Per avere... lo sai." Non voleva dirlo ad alta voce. Ora che si era rivelata un successo, l'ansia da palcoscenico e l'aiuto di Kurt le sembravano successi anni prima.
Lui sembrò capire e le fece un sorrisetto. "Figurati."
"Come cavolo avete fatto a trovare questo posto?"
I due si scambiarono uno sguardo di sottecchi, come sestessero nascondendo qualcosa, e Rachel spiegò "La nostra scuola è un paio di isolati più a ovest di qui. Che coincidenza, vero?"
"Ad essere onesti, Santana," continuò Kurt. "Siamo qui per un altro motivo, oltre che per vederti praticare la tua magia nera".
"Volevi che ti salvassi da quella orribile, orribile sciarpa? Perché onestamente temo che sia troppo tardi."
Kurt abbassò lo sguardo sull'oggetto incriminato e sembrò trovarsi a corto di parole. "Perché non inizi tu?" suggerì a Rachel.
"Okay, ascolta. Come sai io e Kurt siamo stati ammessi alla prestigiosa New York Academy of the Dramatic Arts, comunemente nota come NYADA." Parlò ad alta voce, come se volesse cercare di impressionare le persone ai tavoli vicini. "Tecnicamente tutti gli studenti del primo anno hanno l'obbligo di risiedere nel campus. Io e Kurt ne eravamo entusiasti, pensavamo sarebbe stata un'opportunità unica nel suo genere per entrare in contatto con persone simili a noi. Inutile dire che eravamo entrambi felicissimi quando ci siamo trasferiti nel dormitorio qualche settimana fa". Fece una pausa con aria drammatica. "Beh... per usare un eufemismo, è stato un completo disastro. Tutto quello che poteva andare storto è andato storto. La mia compagna di stanza era una diva iper-narcisistica. Non faceva che parlare di sé e del suo talento stratosferico. Te lo immagini?"
"Dev'essere stata una vera tortura," commentò Santana, e com'era prevedibile il suo sarcasmo passò del tutto inosservato.
"Puoi dirlo forte. Oltretutto era pieno di regole assurde. Per esempio era vietato ballare il tip tap nei corridoio! Pronto? È una scuola per le arti drammatiche!"
"Mi avevano anche vietato di rimanere in camera di Rachel dopo le nove di sera," continuò Kurt. "Cosa pensavano che le stessi facendo, per l'amor del cielo?" Rabbrividì. "Inconcepibile".
"E come se tutto questo non bastasse," si indignò Rachel, "non ci permettevano nemmeno di tenere le candele profumate". Lo disse come se fosse un tremendo oltraggio e un argomento decisivo.
Santana diede un'occhiata al palco, chiedendosi quanto tempo le rimaneva e se sarebbero mai arrivati al sodo.
"Quindi," riprese Kurt, notando la sua impazienza, "per farla breve, i papà di Rachel sono riusciti a procurarci un certificato medico secondo cui a causa dell'aria aperta e dei cieli dell'Ohio sotto cui siamo cresciuti soffriamo entrambi di una fobia verticale che ci impedisce di vivere in edifici più alti di quattro piani."
"È la scusa più idiota che abbia mai sentito," commentò Santana.
"Sì, ma la minaccia di sporgere denuncia può essere un valido argomento. Così ci hanno permesso di trasferirci fuori dal campus."
"Abbiamo trovato un posto incredibile," spiegò Rachel, di nuovo eccitata. "È a Brooklyn. Sunset Park. Ci vuole un po' per raggiungerlo con la metro, ma è un quartiere molto sicuro. Poi siamo al quarto piano, quindi abbiamo accesso al tetto. C'è un panorama magnifico".
"Fantastico," borbottò Santana fingendo entusiasmo. "Scommetto che ti senti come una Felicity(5) ebrea. Ma io che centro con tutto questo?"
"Il fatto è," riprese Kurt, "Anche se l'affitto è decisamente abbordabile per un appartamento di quelle dimensioni, ci serve comunque una terza persona per potercelo permettere."
"E ci sono davvero tre camere," aggiunse Rachel. "Anche se sospettiamo che le due piccole siano una stanza che qualcuno ha diviso illegalmente con un muro."
Santana finalmente iniziava a capire dove volessero andare a parare. "Aspettate, mi state chiedendo di trasferirmi da voi?" Con sua grande sorpresa, qualcosa dentro di lei si aggrappò a quella assurda idea come un naufrago sul punto di annegare a cui è stata tirata una fune di salvataggio.
"Abbiamo pensato che fosse la scelta più logica. Sappiamo che adesso vivi a Washington Heights," continuò Rachel. "E da un punto di vista teatrale devo dire che approvo di tutto cuore. Nessuno può negare il fatto che Lin-Manuel Miranda(6) sia un genio."
"Chi?"
"Quello che Rachel sta cercando di dire," si intromise Kurt, "è che a parte il fascino stile Broadway, quel quartiere non è un posto sicuro in cui vivere. Specialmente per un forestiero. Sapevi che una ragazza la scorsa settimana è stata aggredita ad un paio di isolati dall'edificio in cui vivi? Ed al contrario di te probabilmente non aveva addosso gioielli più costosi di un'automobile."
"Ma soprattutto, dev'essere triste vivere così da sola," Rachel continuò con tono più dolce. "Non riesco nemmeno a immaginarlo. Sappiamo che hai dei problemi ad ambientarti."
"E perché vi sareste messi in testa una cosa del genere?" Santana chiese con voce acuta. Percepiva chiaramente la compassione nel tono di Rachel e questo le fece venire la pelle d'oca. Che diavolo stava succedendo?
I due si scambiarono un'altra misteriosa occhiata, come se si stessero chiedendo quanto potevano rivelare.
E improvvisamete capì: Brittany. Ma certo. Era colpa di Brittany. Ora tutto aveva senso... aveva organizzato lei questo incontro. Ecco come facevano a sapere dove viveva. Ecco come avevano saputo dove avrebbe cantato quella sera. Era un'imboscata.
Santana si appoggiò contro lo schienale della sedia, chiudendo gli occhi per un secondo, sentendosi tradita.
A quel punto i due si accorsero di essere stati sgamati.
"È solo preoccupata per te," sussurrò Kurt. "Ha paura che tu sia un po' in difficoltà. E ha pensato che forse potremmo aiutarci un po' a vicenda. Tutto qui."
Santana fece un lungo respiro per prepararsi. Si era sentita tentata, forse. Non poteva negare che qualche secondo prima si era sentita un pochino tentata. Ma se c'era una cosa al mondo che non poteva sopportare era la pietà degli altri. Specialmente di quei due. E ora aveva finalmente trovato la giustificazione che le serviva per tornare quella di sempre e spiegare loro esattamente l'errore madornale che avevano commesso.
"Okay, mettiamo due cosette in chiaro, Laverne e Shirley(7)," esordì. "Dove vivo io non sono cavoli vostri. E anche se lo fossero, stareste lo stesso facendo la figura dei cretini, perché se volete proprio saperlo, da quando mi sono trasferita in città, la mia vita è una figata. Quindi, sì, forse non volevo dirlo a Brittany. Forse l'ho fatta sembrare un po' meno favolosa di quello che è, e sapete perché? Perché mi dispiace per lei. Io sono qui a godermela come in un video di Jay-Z, e li è ancora tappata in quella città di sfigati con un coro che non ha più nemmeno me e Mercedes per salvarsi dalla mediocrità."
Sembrava che Kurt e Rachel quasi si fossero aspettati una scenata del genere, e anche se era evidente che non credessero a una sola parola, ora che aveva iniziato non poteva più fermarsi.
"Cosa pensavate, che solo perché viviamo sotto lo stesso codice postale saremmo diventati amici così per magia? Perché, voglio dire, il fatto è che io mi farò degli amici fighissimi. Non... non appena li avrò incontrati," aggiunse in tono evasivo, abbassando leggermente lo sguardo. "E quando succederà non voglio ritrovarmi voi due moschettieri a rovinarmi la reputazione con le vostre oscure citazioni teatrali e il vostro guardaroba traumatico. Davvero, Hummel, perché quella sciarpa ha il permesso di esistere?"
"Santana..." intervenne Rachel.
"No no no, fammi finire. Voglio mettere in chiaro le cose in questo cavolo di istante. Perché noi tre non ci incontreremo tutti i giorni. Non passeremo del tempo insieme. E nel modo più assoluto non vivremo mai sotto lo stesso tetto. Sono stata chiara?"
Anche se una piccola parte di lei si odiava per aver pronunciato quelle parole, non poteva negare che le loro facce ferite e imbarazzate le davano una sensazione di vittoria che non provava da tantissimo tempo.
Rimasero in silenzio per qualche secondo, metabolizzando le sue parole. Infine Rachel fece sorriso amaro e disse, "Bene. Se è così che la pensi non ti daremo più fastidio." Quindi si alzò e fece per andarsene. Subito dopo però ebbe un ripensamento ed estrasse un foglietto di carta ripiegata dalla borsa. "Però prendi lo stesso il nostro indirizzo, nel caso ti trovassi nei paraggi."
"Non ci contare," le rispose Santana. Ma prese il foglietto.
Anche Kurt si alzò in piedi e la guardò con rassegnazione. Si vedeva che era dispiaciuto per lei. "Buona fortuna, Santana," le augurò in tono sarcastico. "Ne avrai davvero bisogno."
E così se ne andarono. Anche se c'era una voce in fondo alla sua mente che si domandava cosa diavolo stesse facendo, una voce che gridava Fermali, non fece niente. Rimase seduta a guardarli andare via, cercando di mantenere la sua espressione di superiorità.
Poi da un lato della stanza sentì un uomo che si schiariva la gola e si voltò giusto in tempo per vedere il proprietario del locale che le indicava l'orologio. Fantastico. Si era scordata che doveva tornare a cantare. Si alzò e si diresse stancamente verso il palco. Ovviamente la stanza era di nuovo piena di sconosciuti.
Anche se il resto della serata era trascorso con un turbinio confuso, quando uscì dal locale ebbe la sensazione di essersela cavata piuttosto bene. Per lo meno il pubblico non si era accorto che c'era qualcosa che la turbava. Inoltre il proprietario sembrava soddisfatto perché quando se n'era andata le aveva sorriso e consegnato un foglio con il suo orario di lavoro. Almeno una cosa in quella giornata non era stata un disastro.
Il viaggio di ritorno le sembrò ancora più spaventoso del solito. La colpa era tutta di Kurt che le aveva messo paura. Doveva proprio raccontarle di quella ragazza aggredita? Di sicuro era solo la sua immaginazione, ma tutti gli occhi sembravano puntati su di lei, sui suoi vestiti costosi, sulle sue unghie perfettamente curate e sulla collana di diamanti che sapeva di dover smettere di indossare, anche se era troppo testarda per farlo. In tasca stringeva nervosamente il regalo di addio ricevuto dalla coach Sylvester: una bomboletta contenente un misto di spray al peperoncino, acido sulfureo e acqua di cologna di Will Schuester, con l'effetto garantito di "sfigurare e nauseare" i potenziali assalitori.
Una volta al sicuro nel suo apparamento pensò di chiamare Brittany, ma poi cambiò idea e mise via il telefono. Era incazzata, dopotutto. Brittany non aveva il diritto di andare a raccontare i fatti suoi a Kurt e Rachel. Che cosa cavolo le era venuto in mente? Ma in realtà più che essere arrabbiata Santana si vergognava. Sapeva che Brittany sarebbe rimasta delusa dal modo in cui si era comportata e per come aveva rovinato quella che doveva essere sembrata a tutti la soluzione ideale. Inoltre non voleva affrontare anche la delusione di Brittany quando doveva già fare i conti con la propria.
Andò invece a sistemarsi sul divano per la sua solita cena a base di surgelati accompagnata dalla TCM. Suo malgrado, stava diventando una vera esperta di vecchi film. Ma con una crudele ironia della sorte che le sembrò la ciliegina sulla torta di cacca che era stata quella settimana, il film in programma quella sera era il West Side Story originale del '61. Non aveva nessuna voglia di guardarlo, ma si sentiva troppo sola senza la TV accesa. Così rimase seduta per tutto il film con un nodo alla gola, chiedendosi perché era stata così impaziente di finire la scuola. In quel momento sentiva che avrebbe dato qualsiasi cosa per poter tornare indietro di un anno.
Verso la fine del film, mentre ascoltava A Boy Like That, il nodo alla gola la stava ormai soffocando e gli occhi le bruciavano a forza di trattenere le lacrime. Sapeva che se avesse ceduto ora avrebbe avuto una crisi di proporzioni epiche e avrebbe pianto per ore e ore, cosa che non si era mai concessa di fare da quando era arrivata qualche settimana prima. Era quasi sul punto di lasciarsi andare e piangere fino allo sfinimento, perché di certo non avrebbe potuto farla sentire peggio di come si sentiva in quel momento.
Ma improvvisamente sentì qualcuno bussare alla porta. O meglio, più che bussare, prendere a pugni la porta. Balzò in piedi, sorpresa.
Una profonda voce maschile tuonò, "Ricky! Ci sei?"
Fu sul punto di gridare che Ricky non era in casa e che tecnicamente non viveva più nemmeno lì, ma per qualche motivo si fermò.
Una voce diversa aggiunse, "Meglio che apri subito, amico! Abbiamo degli affari da discutere!"
Non riuscì a riconoscere l'accento, ma subito dopo le tornarono in mente le parole di suo cugino durante la sua unica visita. Oh, cazzo. I nigeriani?
Muovendosi il più silenziosamente possibile, si allungò per spegnere la TV, e poi la lampada. La stanza piombò nell'oscurità, l'unica fonte di luce proveniva dalla strada fuori dalla finestra. Forse avrebbero pensato che non c'era nessuno in casa.
Il piano sembrò funzionare quando sentì uno dei due borbottare, "Mi sa che non c'è." Si lasciò scappare un sospiro di sollievo. Ma fu un sollievo di breve durata, perché le parole successive furono, "Forza, sfondiamola".
Un colpo assordante risuonò sulla porta. Santana si immobilizzò come un cervo davanti ai fanali di una macchina, senza sapere bene cosa fare. Poi un'altro colpo. Questa volta si costrinse a infilarsi dentro l'unica stanza, e, mentre il terzo colpo scardinava via la porta, si tuffò sotto il letto, appiattendosi il più possibile contro il muro.
Rimase sdraiata lì, grondante di sudore, sul pavimento incrostato di polvere, con il sangue che le pulsava così forte nelle orecchie che in un primo momento non riuscì neppure a sentire se fossero entrati o meno. Poi però cominciarono a fare a pezzi l'appartamento. Sentì vetri che si spaccavano, cassetti strappati via, mobili capovolti. Sentì quella che doveva essere la TV frantumarsi sul pavimento, i circuiti elettrici che bruciavano con uno scoppiettio sordo. Restò il più immobile possibile senza emettere il minimo suono. Sentiva qualcosa premerle fastidiosamente sulla schiena, ma non aveva nessuna intenzione di girarsi per rimuoverlo.
Dato che chiaramente non avevano trovato quello che cercavano nel salotto, si spostarono verso la camera da letto. Porca puttana, pensò, infilando di riflesso la mano in tasca alla ricerca dello spray al peperoncino, per poi ricordarsi di essersi già cambiata i vestiti. Gli uomini accesero la luce e attraversarono la stanza in direzione del letto. Li sentì frugare nel cassetto del comodino. I loro piedi erano così vicini che allungandosi avrebbe potuto toccarli.
Non guardate sotto il letto, pregò. Non guardate sotto il letto. Strinse gli occhi più forte che poteva, come se questo avrebbe potuto renderla invisibile. Poi sentì qualcosa che zampettava sulla sua caviglia, probabilmente uno scarafaggio. Si morse l il labbro costringendosi a sopportare e facendo appello a tutta la sua forza di volontà per non mettersi a scuotere la gamba.
"La roba non è qui," disse infine uno dei due in tono deluso. "Deve avercela tutta addosso."
"Andiamo," gli rispose l'altro. "Forse so dove trovarlo."
Li sentì tornare in salotto, poi uscire dalla porta, attraversare il corridoio e scendere le scale. Tuttavia rimase ancora immobile. Si permise a malapena di respirare.
Infine, dopo un tempo indefinito che a lei sembrò durare ore ma che probabilmente non furono più di cinque minuti, strisciò cautamente da sotto il letto, quasi temesse che avessero solo fatto finta di andarsene. Era zuppa di sudore e ricoperta di sporcizia. Con una smorfia allungò una mano per prendere l'oggetto che le aveva premuto contro le costole. Il telecomando. Ovviamente. Adesso lo trovava quel cazzo di telecomando.
Lo fissò per un secondo, e poi lo scaraventò contro il muro così violentemente da mandarlo in mille pezzi. Una delle pile le rotolò contro la scarpa.
Poi si alzò dal pavimento e si mise a infilare in valigia tutta la sua roba, o almeno quello che riuscì a trovare nell'appartamento sottosopra. Raccolse tutti i vestiti, i trucchi, i prodotti per il bagno, l'iPod, schiacciando tutto nelle borse il più velocemente possibile. Fu tentata di lasciare fuori i suoi libri scolastici nuovi di zecca, ma visto che li aveva pagati una fortuna decise che tanto valeva tenerseli, anche se non avrebbe mai più avuto occasione di usarli.
Perché era finita. Si era arresa. Ammetteva la sconfitta e tornava a casa. Tornava in Ohio da Brittany. Sarebbe rimasta a vivere per sempre con i suoi genitori. Si sarebbe comprata diciotto gatti, avrebbe iniziato a collezionare le bottiglie del latte e sarebbe diventata una di quelle eccentriche lesbiche di paese che si vestono da uomo e borbottano da sole quando camminano per strada. Non le importava più. La città aveva vinto.
Senza nemmeno fermarsi per ripulire, raccolse tutte le sue valigie e se ne andò senza voltarsi indietro. Si sarebbe sentita più al sicuro a dormire su una panchina dell'aeroporto piuttosto che passare un'altra notte in quel posto da incubo. Anche se non fosse riuscita a prendere subito un aereo, anche se ci avesse messo giorni per convincere suo padre a pagarle il biglietto di ritorno, preferiva di gran lunga andarsene da lì.
Lasciò l'edificio del tutto intenzionata ad andare al JFK. Non aveva nessun altro piano in mente. Eppure, in qualche modo... senza nemmeno sapere come fosse successo o quando avesse preso quella decisione o quale strano, satirico moto dell'universo le avesse fatto cambiare strada... non era finita all'aereoporto. Non ci era passata nemmeno vicina.
Invece, qualche ora dopo aver lasciato Washington Heights, si ritrovò a Brooklyn.
Si ritrovò in piedi su una strada piuttosto tranquilla, o almeno tranquilla quanto può esserlo una strada di New York nelle ore dopo la mezzanotte. Si ritrovò di fronte ad un edificio di vecchi mattoni rossi, probabilmente costruito all'inizio del ventesimo secolo, che si portava gli anni come una vecchia signora rattoppata ma ancora dignitosa. Si ritrovò a camminare in punta di piedi oltre l'uomo che dormiva su una sedia nell'ingresso (che cavolo ci faceva lì?) e a salire quattro rampe di scale. Poi, contro tutta la logica al mondo, si ritrovò a bussare alla porta dell'appartamento numero 403. E infine, quando nessuno venne ad aprire, a bussare più forte.
E quando finalmente apparvero entrambi sulla porta nei loro ridicoli pigiami (oddio, avevano i pigiami coordinati?), lasciò cadere le valigie sul pavimento e aprì la bocca per annunciare quale immenso favore stesse per concedere loro, e per spiegare che, dopo averci riflettuto un po' su, aveva deciso di avere compassione delle loro miserabili patetiche vite.
I due la fissarono ancora mezzi addormentati, in attesa. Ma le parole si rifiutarono di uscire. Invece, Il suo viso si contrasse in una smorfia, le labbra le tremolarono e con voce acuta esclamò, "Ooooodio New York."
I due si consultarono con lo sguardo per un istante e poi, meraviglia delle meraviglie... si fecero da parte per lasciarla passare. Lei entrò e crollò su di loro in un goffo abbraccio a tre, sperando che sarebbe bastato come ringraziamento. Li strinse per qualche minuto, piagniucolando, mentre loro le davano dei colpetti sulla schiena e si scambiavano sguardi esasperati.
Quindi tirò su col naso, fece un sospiro tremolante, e andò a cercare la doccia, lasciando a loro il compito di portare in casa le valigie.
E così... da quel giorno era rimasta lì.
Ovviamente, fin dall'inizio, non era stata una sistemazione perfetta. La primissima mattina, quando era entrata in cucina in tuta, senza trucco, spettinata e con gli occhiali, Kurt l'aveva fissata scioccato e aveva borbottato, "Oh, mio Dio, Rachel, chi è quella?" Così, quando era uscito sul balcone a leggere il giornale, Santana lo aveva rinchiuso fuori per due ore.
Bisticciavano e si facevano guerra di continuo, si prendevano in giro senza pietà e si facevano impazzire l'uno con l'altro. Sin dal primo giorno avevano litigato su tutto: dal locale dove cenare a cosa guardare in televisione a come posizionare la carta igienica nel modo corretto. (Rachel: Si deve srotolare partendo dall'alto. Lo sanno tutti!) Litigavano sull'affitto, sulla bolletta della TV via cavo e sulla spesa. (Santana: Io non ti aiuto a pagare quella merda di latte vegano, hai idea di quanto costi?) Litigavano su chi avesse consumato tutta l'acqua calda, sui turni per lavare i piatti e su chi avesse lasciato la tavoletta del water alzata. (Kurt: Spiacente signorine, sarò anche gay ma non faccio pipì seduto.)
Una volta, per colpa di un fraintendimento telefonico, avevano trascorso ventiquattr'ore senza rivolgersi la parola. Era stata forse la giornata più pacifica che l'appartamento avesse mai conosciuto. Si erano tutti chiesti se era il caso di adottare il silenzio come soluzione definitiva. Ma poi Rachel aveva ricevuto dalla nonna un assegno come regalo di compleanno in anticipo e aveva deciso di usarlo per comprasi dei vestiti nuovi, e non esisteva assolutamente che Kurt e Santana le permettessero di farlo senza la loro supervisione. Dopotutto dovevano farsi vedere insieme a lei in pubblico. Così, rotto ufficialmente il silenzio, erano andati a fare shopping insieme e avevano trascorso l'intero pomeriggio a battibeccare su cosa dovesse comprare.
E sì, a volte la situazione era quasi ingestibile. Era vero che ogni tanto Santana doveva nascondere i coltelli da cucina prima di andare a dormire perché temeva che avrebbe finito per camminare nel sonno e ucciderli nei loro letti. Era vero che a volte gli occhi di Kurt si riempivano di muta disperazione e sembravano voler dire che avrebbe preferito riunchiudersi in un manicomio piuttosto che passare un'altra serata con quelle due. Era vero che la porta della stanza di Rachel si era incrinata per colpa di tutte le volte in cui era stata sbattuta in maniera melodrammatica.
Ma nonostante tutto riuscivano in qualche modo a far funzionarele cose. Formavano alleanze in continuo mutamento; a volte era Kurt contro le due ragazze. A volte era Rachel contro i due gay. A volte era Santana contro i due, beh, sfigati. In questo modo, le loro alleanze non erano mai solide e nessuna maggioranza durava più di un paio d'ore. In generale nessuna maggioranza durava più di qualche minuto.
Forse la cosa più sorprendente, per tutti quanti, era che anche al culmine dei loro litigi trovavano sempre piccoli modi per prendersi cura l'uno dell'altro. Perché in fondo non c'era nessun altro che potesse farlo. Quando la prima visita di Blaine si era conclusa con un'inaspettata rottura di coppia, Santana e Rachel avevano cercato di tenere alto il morale a Kurt cucinandogli dolcetti e regalandogli l'abbonamento ad un sito porno. ("È il migliore che c'è a questo prezzo," gli aveva assicurato Rachel. "Abbiamo controllato.") Quando Santana aveva ordinato un cheeseburger molto al sangue alla tavola calda che frequentavano per far venire la nausea a Rachel e poi aveva passato tutta la notte a vomitare, erano entrambi rimasti alzati con lei per tenerle indietro i capelli e farle bere Pepto Bismol(8). Quando avevano deciso tutti e tre per diversi motivi di rimanere in città per il Ringraziamento e Finn aveva tentato di far venire a Rachel i sensi di colpa, Santana lo aveva chiamato facendogli una lunga e dettagliata lista degli innumerevoli modi in cui un maschio umano poteva "accidentalmente" perdere i testicoli. Alla fine, lui aveva concordato che rimanere era stata un'idea magnifica. Era persino venuto a fare una visita a sorpresa e a proprie spese per trascorrere la festa con loro.
Per quanto riguardava la sua confusa relazione con Brittany, Kurt e Rachel riuscivano a essere solidali incoraggiandola al tempo stesso a fare nuovi incontri. Dopo settimane di protesta l'avevano trascinata nel suo primo nightclub per lesbiche. Era stata così sollevata quando si era resa conto di non essere circondata da un esercito di donne in camicia di flanella, che non aveva quasi fatto caso a Rachel che sulla via del ritorno si vantava di aver collezionato più numeri telefonici di lei. (Santana: E che cosa ci vorresti fare? Rachel: Niente, ovviamente. Ma fa piacere sapere che sono apprezzata.) E quando aveva davvero incontrato qualcuno avevano fatto del loro meglio per appoggiare la relazione, anche se alla fine non erano riusciti a mantenere l'entusiasmo. E nemmeno Santana ci era riuscita, tra l'altro. Ma questa era un'altra storia.
Così, nonostante qualche problema, la nuova sistemazione si era rivelata sopportabile. A volte, Santana ammetterlo, era persino più che sopportabile.
Come ad esempio quando la andavano a trovare al locale (non mentivano quando dicevano che la loro scuola si trovava a pochi isolati di distanza) e lei li invitava sul palco per un duetto o un occasionale terzetto. Quando cantavano insieme sembravano entrare in contatto in un modo che non sarebbe stato possibile solo con le parole. O come quando si raccoglievano sul divano per appagare la loro condivisa passione per i reality trash. A volte si addormentavano perfino, e si svegliavano aggrovigliati l'uno all'altro come un branco di cuccioli. (Quando succedeva, si districavano senza guardarsi negli occhi e non facevano mai più parola dell'accaduto.) O quando si ubriacavano e giocavano a Pictionary ridendo così fragorosamente delle orribili doti di pittrice di Rachel e della sua indignazione quando non riuscivano a interpretare i suoi disegni che gli inquilini del piano di sotto dovevano battere sul soffitto con una scopa.
O specialmente nelle sere che passavano sul tetto bevendo vino procurato illegalmente per sentirsi più raffinati e guardando la baia e le luci scintillanti di Manhattan. In quei momenti era molto più che sopportabile. In quei momenti sentivano di essere venuti a New York proprio per questo. La vita che sognavano non si trovava più a pochi passi, ma l'avevano già raggiunta. La stavano già vivendo.
E questa sensazione, più di ogni altra cosa, era quello che voleva condividere con Brittany.
1 I community college americani sono università cittadine che offrono corsi della durata di due anni. Vengono considerati di basso livello.
2 Turner Classic Movies, un canale che trasmette vecchi film.
3 Famosa attrice di origine portoricana.
4 Conduttore televisivo statunitense.
5 Serie televisiva americana in cui la protagonista omonima si trasferisce a New York.
6 Musicista e compositore, ha scritto un musical intitolato In the Heights, ambientato proprio a Washington Heights.
7 Protagoniste dell'omonima famosissima serie americana, spin-off di Happy Days.
8 Un famoso farmaco antiemetico dal tipico colore rosa.
