Due
La scelta ricadde sul primo locale nel quale si imbatterono. Non avevano un appuntamento, si convinse Kate sempre rimuginando silenziosamente, in un laborioso e ininterrotto monologo interiore. Se avesse espresso quel pensiero ad alta voce, se avesse preteso che Castle convenisse con lei che era solo una semplice uscita post lavorativa, gli si sarebbero rizzate le antenne. Perché sottolineare l'ovvio? Già, perché?
Si accomodarono in un tavolo defilato – anche se la sua intenzione era stata quella di prendere posto davanti al bancone, sugli sgabelli alti che li avrebbero costretti a starsene appollaiati e a concentrarsi per mantenere l'equilibrio. Ma Castle aveva suggerito di cenare, già che se ne era presentata l'occasione. Qualcosa di veloce, si era affrettato ad aggiungere, per farle capire che non intendeva tenerla in ostaggio contro la sua volontà.
Sorprendentemente non ci fu nessun imbarazzo, una volta che si immersero nella lettura dei menu plastificati e un po' sbiaditi, per non dire unti, che trovarono a portata di mano. Sul tavolo rimaneva qualche briciola della consumazione dei precedenti clienti, ma non vi badò.
Il frastuono che li circondava aveva raggiunto un volume assordante che rendeva quasi impossibile ogni tipo di conversazione. Non le dava fastidio. Era in qualche modo rilassante trovarsi catapultata nella vita di altre persone che non avevano a che fare con degli omicidi. Le dava un senso di prospettiva diverso. Aveva la tendenza a immergersi completamente in un caso e ritenere che il mondo si esaurisse nel suo lavoro. La distraeva, invece, trovarsi di fronte alla normale, banale, realtà di chi non doveva affrontare il grande tema della morte tutti i giorni. Si chiese se anche Castle avesse bisogno dei suoi spazi di "decompressione" - ormai era diventata la parola chiave della serata - , per ricaricare le batterie e tornare a far parte del mondo dei vivi. Decise di no. Lui trovava sempre tutto molto divertente, cadaveri inclusi, e di certo non veniva sfiorato dai drammi, dal dolore e dallo sconforto che ogni tanto, ancora, la prendevano, quando doveva affrontare il lato oscuro degli esseri umani. Lo invidiava, qualche volta. Molto spesso invece lo trovava superficiale e voleva solo sbarazzarsi di lui.
Non quella sera. Nonostante il baccano e la generale atmosfera ben poco adatta a confessioni personali, riuscirono in qualche modo a comunicare. Non si trattò di grandi discorsi, ma semplici chiacchiere, qualche pettegolezzo, una mostra che entrambi volevano andare a vedere prima che chiudesse i battenti e altre minuscoli discorsi che nascevano spontaneamente e che si trasformavano in altro senza nessuna forzatura. Dovevano limitare al minimo le emissioni verbali e furono costretti, senza accorgersene, a convergere l'uno verso l'altra perché fosse possibile udirsi senza dover strepitare.
Kate si sentiva stranamente a proprio agio, mentre con un ultimo sorso finiva il suo bicchiere di birra e si guardava intorno. Aveva temuto che la vicinanza con Castle in un ambiente diverso mettesse a nudo le loro differenze e questo avrebbe creato una situazione poco simpatica da gestire. Cioè non era mai stata intenzionata a sperimentare sul campo se, oltre alla collaborazione lavorativa, avessero poi tutta questa tanto decantata – da altri – sintonia.
Beh, alla fine si era scoperto che ce l'avevano. Niente di straordinario, comunque. Alla fine potevano essere amici che, ogni tanto – raramente – erano in grado trascorrere una serata fuori, insieme. Si divertivano insieme, ammise un po' a malincuore e un po' segretamente felice.
"Dovremmo rifarlo qualche volta", ammise quasi controvoglia, non del tutto sicura che lui non avrebbe approfittato di tale confessione per oltrepassare confini che dovevano rimanere tali, nella geografia del loro rapporto. "Fermarci a mangiare un hamburger dopo il lavoro, intendo". Una concessione di quel tipo suonò strana alle sue stesse orecchie, come se si fosse trattato di una lingua sconosciuta perfino per lei.
"Stai dicendo che non ti spiace la mia compagnia?", chiosò, divertito.
"A piccole dosi. Sporadicamente", lo sferzò in fretta, ribadendo il concetto. Meglio non perdere altro terreno faticosamente conquistato.
Castle tacque e Kate non poté fare a meno di stupirsi di quanto fosse diverso da quello che si era aspettata, uscendo – molte virgolette – con lui.
Non aveva fatto battute stupide, non l'aveva trattata come una preda da conquistare, non si era lasciato sfuggire allusioni più o meno pesanti, non l'aveva costretta a rifiutare le sue avances, se si chiamavano ancora così. Non aveva appuntamenti da una vita. Forse era il caso di ricominciare. Le era sembrato molto spontaneo, naturale e genuinamente interessato a farla stare bene e stare bene lui stesso. Si rimproverò per aver dato spazio nella sua mente a tanti pregiudizi contro di lui. Ma doveva comunque stare in guardia, consigliò a se stessa. Era pur sempre l'uomo che passava da una donna all'altra e che si era fatto fotografare con modelle seminude al distretto, indossando quel completo a righe che avrebbe visto bene in un film di mafia italoamericana. L'immagine la fece rabbrividire e tornare con i piedi per terra. Se poteva essere disposta a riconoscere, per onestà, che lui non era una cattiva compagnia, dopotutto, questo non significava che fosse un uomo di cui potersi fidare. Non era certo cambiato in una notte. E poi lei non era interessata.
"Brindiamo alla nostra nuova amicizia sporadica", la invitò inclinando verso di lei il bicchiere ancora mezzo pieno, in cerca del suo, ormai vuoto, guardandola come se il resto del mondo fosse scomparso per magia. Era l'unica protagonista di quegli occhi colpevoli di averla ipnotizzata.
Era a quel punto che i suoi ricordi si facevano nebulosi, rimuginò dietro al volante, intenta a riportarli entrambi al distretto a metà mattina, con un Castle tranquillo seduto accanto a lei.
Non sapeva come definire nel modo più preciso possibile l'evolversi degli eventi. Lei aveva chiuso i suoi, di occhi, come estremo meccanismo di difesa contro una corrente che aveva sfondato argini ormai inutili e lui si era approfittato della sua temporanea incapacità di intendere e di volere e l'aveva baciata. Ecco come era andata. Lei lo aveva spinto lontano, gli aveva fatto una lavata di capo ed ecco spiegato il mutismo odierno.
Sarebbe stato bello, gemette tra sé, se fosse andata così. Avrebbe potuto assolversi.
La verità, nuda e cruda, era ben peggiore.
Con estrema naturalezza, come se avessero provato quel copione infinite volte, si erano voltati l'uno verso l'altra, dimenticando il brindisi che dovevano fare e si erano avvicinati, senza nessuna esitazione, accorciando la distanza tra i loro visi. Come se l'avessero fatto migliaia di volte. E sì, le loro labbra si erano sfiorate. Era una conseguenza ovvia, quando si stava così vicini, tentò di giustificarsi, reprimendo la voglia di dare manate al volante.
Era stato un miscuglio di shock – lei e Castle si stavano baciando? - e una sensazione di ineluttabilità – Kate, quante volte te lo sei immaginato?
Il grillo parlante della sua coscienza doveva finire sotto la suola dei suoi stivali, decise.
Non era stato come se lo aspettava – del resto che cosa è esattamente come ce lo aspettiamo, convenne saggiamente. Era stato meglio, realizzò con sgomento. E si era trattato di minuscolo bacio, solo delle labbra che si erano toccate per sbaglio per qualche secondo. Da qualche parte forse non era considerato nemmeno un vero e proprio bacio. Il tempo di realizzare quello che stava succedendo e fuggire. Le sarebbe piaciuto raccontarsi anche quella storia, naturalmente.
Oh, sì, era andata così. All'inizio. Poi lei era stata vinta da una pazzia latente ed esplosiva che aveva atteso tutta la sua vita per manifestarsi.
Si erano allontanati. Lei aveva mosso impercettibilmente indietro la testa e Castle l'aveva imitata subito, rimanendo immobile – forse senza nemmeno respirare. E lei aveva ceduto all'inevitabile. Una volontà superiore che non riconosceva come propria, e che ora odiava profondamente, l'aveva spinta con forza brutale di nuovo verso di lui. Non si era trattato di concorso di colpa, ne era consapevole. Castle era rimasto fermo, forse impaurito dalla nuova Beckett che si era trovato davanti o che non aveva saputo arginare.
Si era abbattuta su di lui con un impeto che sembrava essersi accumulato in anni di attesa e desiderio, quando sapeva benissimo che non era così. Lo conosceva da poco. Era stata un'ovvia sorpresa anche per lei. Naturalmente. E non si era trattato di un rapido sfiorarsi di labbra incerte. Non le sue almeno. E se Castle aveva avuto qualche esitazione, era stata spazzata via dalla sua determinazione.
Le sarebbe piaciuto dirsi che le sensazioni travolgenti che aveva provato – perché, sì, c'erano state e c'erano anche adesso, pronte a rimescolarle lo stomaco e le viscere al minimo richiamo della memoria – le avevano impedito di rendersi conto con lucidità di quello che stava succedendo. Se ne era accorta benissimo, invece. Ogni istante l'aveva vissuto con la consapevolezza di voler continuare a baciare, e baciare di nuovo, quelle labbra morbide e invitanti – non le sembrava di aver mai toccato niente di più setoso – sentirle carezzevoli e leggere sulle proprie, ormai formicolanti sotto al suo tocco.
Una persona che di certo non era quella che era abituata a guardare nello specchio ogni giorno aveva alzato una mano e l'aveva infilata tra i capelli di lui – qualcosa che era sembrato il naturale proseguimento della catena di eventi ormai impossibile da fermare. Aveva stretto le ciocche nel palmo e si era lasciata sfuggire un gemito quando Castle si era riscosso dall'iniziale ritrosia – forse dovuta all'incredulità - e l'aveva stretta a sé, rendendo il bacio qualcosa di molto diverso dalla precedente, cauta, perlustrazione. La mano era scivolata sulla guancia, per impedirgli di allontanarsi, mentre lui si sporgeva su di lei dopo averle passato un braccio intorno alle spalle, cercando di trovare spazio tra le panche, i loro cappotti stropicciati e il legno del tavolo che le premeva nel fianco.
Non si era affatto risvegliata da un sogno, percependo tutto l'orrore del casino nel quale si erano indubbiamente cacciati. Aveva continuato a pensare "ancora solo un minuto", che era il corrispettivo ubriaco di emozioni di "smetto quando voglio". Solo che non voleva. Non quando aveva sentito una mano intrufolarsi sotto la camicia, che aveva reso di colpo la pelle ipersensibile e bramosa di tocchi molto meno timidi.
Chissà che spettacolo dovevano aver dato di fronte ad altri avventori, incapaci di fermarsi, scusarsi, dirsi che non era successo niente e salutarsi. Era un locale vicino al distretto, quindi non era impossibile che qualcuno che li conosceva fosse testimone attonito delle loro effusioni ben poco private. Un altro problema da affrontare. Si accorse di essersi morsa le nocche della mano, che si era portata alla bocca, proprio lì dove...
Scosse la testa, guardando Castle con la coda dell'occhio. Non si era mosso e non doveva quindi essersi reso conto che stava metodicamente ripassando ogni dettaglio della loro follia. Facile definirla così adesso, quando solo qualche ora prima aveva spento ogni luce di allarme che si era via via accesa con sempre maggiore vividezza.
La situazione poteva ancora essere salvata, se si fossero semplicemente staccati, come avevano fatto, quando lei non aveva più potuto ignorare la necessità di ossigeno, il fatto che le girasse la testa e la certezza che non sarebbe stata in grado di reggersi sulle gambe tremanti. Potevano dar colpa alla loro chimica. L'attrazione fisica è qualcosa di biologico, si era sempre ripetuta come un mantra. Nessuno ne era colpevole. Era la natura a chiederlo, a incendiare i sensi. Qualcosa di primitivo. Cedere era solo un effetto collaterale di una sorta di predestinazione naturale.
Le cose si erano aggravate quando Castle non aveva smesso di tenerla abbracciata, le aveva rivolto un'occhiata intenerita che non potevano permettersi – nessuno dei due – le aveva accarezzato la tempia e poi la guancia con un dito gentile e le aveva dato un ultimo bacio sulle labbra, lento e affettuoso. Un'altra parola da eliminare al più presto. E lei era rimasta accoccolata tra le sue braccia, respirando avidamente tracce del suo profumo che adesso riconosceva tanto bene ovunque e aveva lasciato che esprimesse quella gentilezza di cui gli era molto grata, ma che aveva portato le cose a un punto di non ritorno.
Non era fuggita. Si era alzata, in una condizione non riferibile senza vergognarsene, ma felice che le gambe riuscissero a sostenere il proprio peso, si era infilata il cappotto litigando con i bottoni e si era schiarita la voce. Più di una volta. Aveva stretto le mani in tasca per farle smettere di tremare.
"Io...". Non sapeva che cosa avrebbe detto. Forse era meglio non parlare e ammettere semplicemente la sconfitta.
"Devi andare". La voce di Castle era turbata quanto la sua. Si era limitata ad annuire di fronte all'inaspettata scappatoia che le offriva. Non l'avrebbe fermata, non avrebbe preteso di analizzare i recenti avvenimenti, non l'avrebbe seguita.
Cercava solo i suoi occhi, ai quali cedette. Vi lesse sorpresa, struggimento, senso di colpa, forse. Non aveva la forza d'animo di farsi carico dei sentimenti altrui. Non mentre se ne andava a capo chino, facendosi largo tra le persone indifferenti alla sua sorte.
L'aveva lasciato seduto, rivolgendogli solo un'occhiata supplichevole che racchiudeva tutte le sue preghiere, di cui ignorava il contenuto.
