Do you need a bit of rough?
Get on your knees.
(Supreme, R. William)

Hai bisogno di qualcosa di selvaggio?
Mettiti in ginocchio

Sbagliata

Sono così agitata che, nonostante la stanchezza, fatico a prendere sonno.
Mentre mi rigiro tra le lenzuola, posso sentire i rumori di New York che imperversano per le strade: il suono prolungato di una sirena in lontananza, i clacson dei taxi che si aggirano lenti lungo l'Erasmus Street, una musica ovattata proveniente da uno dei locali della zona.
Per quale motivo mi sembra tutto così distante? Vivo nella città che non dorme mai, eppure il mio corpo e la mia mente paiono giacere in un profondo letargo.
Socchiudo le palpebre e due occhi lucenti si fanno strada nella mia mente.
Forse tutti quei romanzetti rosa che Caroline semina per casa mi hanno fatto tirare conclusioni affrettate. Forse quella ragazza è davvero semplicemente una persona docile e remissiva e lui uno che si approfitta delle donne deboli. Ma allora quell'ordine di sedersi, la devozione negli occhi di lei, il suo costante silenzio... Possibile che mi sia immaginata tutto?
Spalanco gli occhi di colpo e mi ritrovo a fissare il soffitto. Non riesco proprio ad addormentarmi.
Sbuffando forte, sollevo le lenzuola con uno scatto e mi alzo dal letto. Mi avvicino alla scrivania sistemata sotto alla finestra e apro il portatile, che illumina con un bagliore bluastro la stanza semibuia.
Per un istante fisso il monitor senza sapere bene cosa voglio cercare.
Schiava d'amore.
Il motore di ricerca mi mostra migliaia di risultati, ma quasi tutti di nessun interesse: un vecchio film del '76, una canzone di Bryan Ferry, un romanzo pubblicato di recente.
Dominazione e sottomissione sessuale, digito allora.
Una sequenza di immagini mi appare davanti agli occhi: uomini e donne legate e bendate, giovani inginocchiate che osservano adoranti i loro master. Il solo guardarle mi provoca un brivido lungo la schiena. Decine di frustini, manette e falli dalle forme stane sfilano sul monitor e mi sento improvvisamente eccitata e curiosa.
I Forum e i blog sono pieni di domande di aspiranti schiavi e presunti Padroni che promettono notti di piacere e dolore.
Una sigla si ripete frequente: BDSM.
Avvio una nuova ricerca.
Il termine BDSM è un acronimo che indica un insieme di pratiche relazionali e/o preferenze sessuali basate sulla dominazione e la sottomissione.
Bondage e Disciplina, Dominazione e Sottomissione, Sadismo e Masochismo.
Inizio a leggere l'articolo, ma dopo appena qualche minuto sono costretta a fermarmi. Improvvisamente sono assalita da una marea di sensazioni contrastanti: sono eccitata e disgustata, incuriosita e spaventata.
Continuo a ripetermi che quello che sto facendo è sbagliato. Nessuno sano di mente può desiderare di essere frustato e maltrattato, usato come oggetto sessuale, trattato come inferiore e disprezzato. Forse sto impazzendo o, più probabilmente, sono semplicemente stanca e annoiata da una vita che non mi soddisfa.
Pensare di diventare l'oggetto di tutte le attenzioni di qualcuno, nel bene e nel male, per un attimo mi ha fatto sentire viva, curiosa, vogliosa di scoprire e trasgredire.
Torno a letto e, non appena chiudo gli occhi, due sprazzi di cielo si fanno strada prepotentemente nella mia mente. Due occhi severi che mi intimano di piegarmi al loro vedere e, nello stesso tempo, mi fanno desiderare di disobbedire.
Cullata da queste emozioni contrastanti, cado lentamente in un sonno profondo.

Quando mi sveglio sono intontita e affamata. Dalla cucina provengono le voci della tv e il profumo del caffé appena fatto.
Caroline se ne sta seduta difronte alla televisione, lo sguardo fisso sullo schermo.
«Avevi ragione!» esclama, voltandosi di scatto non appena mi avvicino al bollitore del caffé, spaventandomi a morte.
«Riguardo a cosa?» Mi metto una mano sul cuore per tentare di calmare i battiti. Ha il viso ricoperto da una delle sue maschere anti-age che ogni tanto mi costringe a mettere.
«Ma riguardo a Monsieur Damon e la sua Sposa Cadavere, ovvio.»
Quasi mi strozzo con il caffé. «Sposa Cadavere?»
Alza gli occhi al cielo con la sua solita teatralità, poi si alza dalla sedia e viene verso di me. «Sono rientrati in albergo all'alba e lei...» Si sporge un po' di più nella mia direzione come se qualcuno potesse sentirla. «Aveva i capelli in disordine e il trucco sbavato e-»
«Mio Dio, Care! Ma è incredibile! Niente piega perfetta, tracce di mascara sotto gli occhi e magari qualche unghia scheggiata... non c'è una legge che vieta alle donne di andare in giro in queste condizioni? Cioè, è dovere di tutte noi essere sempre impeccabili e-»
Non riesco a terminare la frase perché lei afferra una delle sue creme dal tavolo e me la lancia contro, fortunatamente mancandomi.
«Non c'è da scherzare, Elena.» Mi punta contro un dito laccato di rosso. «Aveva un'aria sfinita e le ho visto dei segni intorno ai polsi.»
Mi sento improvvisamente sveglia e senza più alcuna voglia di fare dell'ironia. «Che genere di segni?»
«Graffi e qualche livido.» Fa una pausa, assumendo un'aria che dovrebbe essere preoccupata, ma che la crema al cetriolo che le cola sul viso fa apparire ridicola. «Credi che dovremo avvertire qualcuno? Forse lui la ricatta.»
«No, Caroline, io non credo. So che è assurdo, ma ieri, al bar, io l'ho vista sorridere. Credo che a lei piaccia che lui la tratti così.»
Spalanca gli occhi. «Stai dicendo che quella ragazza è una di quelle pazze psicopatiche che godono nel farsi fare del male?»
La sua espressione scioccata e disgustata la dice lunga su come la pensa. Mi sento così sporca per quei pensieri che mi hanno assillata per tutta la notte.
«Credo proprio di sì.»
Per un momento la sua espressione si fa cupa. Caroline è un tipo solare, allegro. Non sono abituata a vederla così pensierosa.
«Se può farti stare più tranquilla, cercherò di parlare con lei, va bene?» le dico sforzandomi di sorriderle. Anch'io non sono proprio in vena di allegria stamani.
Lei annuisce e fa per abbracciarmi, ma io sollevo le braccia mentre indietreggio verso il lavello. «Care, ti voglio bene, lo sai. Ma finché avrai quell'impiastro sulla faccia, sta' lontana da me.»
Lei assume una smorfia offesa, poi incrocia le braccia sul petto. «Tra qualche anno, Elena, quando le prime rughe inizieranno ad apparire ed io sembrerò ancora giovane e bella, non riderai più, te l'assicuro.»
Scuoto la testa ridendo e mando giù il resto del mio caffé.

La mattinata trascorre veloce. Tra arrivi e partenze, si è fatta ora di pranzo e mi fermo per una meritata pausa.
Potrei farmi preparare qualcosa dalla cucina dell'albergo, ma il sole splendente che illumina la hall attraverso le pareti a vetri mi fa venire voglia di uscire.
Oltrepasso la porta girevole e vengo avvolta dal piacevole tepore che segna l'arrivo dell'estate.
Dall'altro lato della strada fanno i migliori panini della zona ed io ho voglia di un doppio cheesburger con patatine fritte.
Attraverso in fretta, insieme ad altri lavoratori frettolosi in pausa pranzo e a decine di turisti con la macchina fotografica agganciata al collo e il sorriso dipinto sulle labbra.
Sto per entrare, quando una figura in giacca e cravatta attira la mia attenzione. Non so nemmeno come abbia fatto a scorgerlo tra quella fiumana di persone che si accalca sul marciapiede, eppure eccolo lì. Sta parlando al cellulare e resto incantata ad osservarlo mentre sorride, scostandosi con la mano libera una ciocca di capelli che gli ricade sulla fronte. Se alla penombra del No Name mi era parso affascinante, ora, alla luce del sole, con il viso appena segnato di chi ha passato una notte in bianco e la luce ad illuminargli quei grandi occhi celesti, mi sembra di non aver mai visto nulla di più bello al mondo.
Qualcuno mi batte sulla spalla e mi accorgo di essermi bloccata come una stupida davanti alla porta del Sandwich Shop.
«Mi scusi» mormoro imbarazzata al tizio alle mie spalle, che mi lancia un'occhiata seccata.
Quando mi volto, lui non c'è più. Faccio qualche passo tra la folla, guardandomi intorno e lo vedo attraverso i vetri di uno Starbucks.
Improvvisamente non ho più fame. Mi lancio correndo verso l'albergo, ignorando il semaforo rosso e i clacson delle auto. Quando oltrepasso la porta a vetri, mi dirigo in fretta verso gli ascensori. Prendo un respiro profondo, poi schiaccio sul pulsante su cui è stampato il numero trentacinque.
La loro Suite occupa l'intero ultimo piano e, non appena l'ascensore si ferma, mi precipito verso l'unica porta.
Busso piano, appoggiandomi allo stipite della porta per riprendere fiato.
«Oui?»
La voce femminile dall'altra parte ha un fortissimo accento francese.
«Servizio in camera» mormoro.
La ragazza resta in silenzio per un attimo. «Non ho ordinato niente.»
«È stato il signor Salvatore» mento.
La porta si apre e la giovane che ho visto ieri sera mi guarda con aria interrogativa, notando che non ho nulla da consegnare.
«Ho bisogno di parlare con te» le dico tutto d'un fiato.
Solleva un sopracciglio. «Parlare di cosa?»
Abbasso lo sguardo e noto i segni sui polsi, quelli che Caroline ha visto stamattina.
«Di questi.» Indico i lividi leggeri e i piccoli graffi che le solcano la pelle.
Improvvisamente la sua espressione muta. La ragazza docile e silenziosa sparisce e adesso sono due occhi rabbiosi quelli che mi osservano.
«Non credo che siano affari tuoi» mi risponde gelida, provando a richiudere la porta.
Faccio forza dall'altro lato, spingendo contro il legno per evitare di ritrovarmela sbattuta in faccia. «Forse dovrei chiamare la polizia. Questi sono chiari segni di violenza e credo di dover...»
Molla la presa e per poco non finisco sdraiata sul parquet della stanza.
«Tu non sai di cosa parli.» Ha di nuovo cambiato espressione. Le sopracciglia sono aggrottate in una smorfia preoccupata e le labbra, rosse e carnose, si arricciano appena mentre mi fissa. Sembra una bambola di porcellana con quella pelle chiara e i capelli soffici e biondi che le ricadono intorno al viso. «Questi sono... è stato un incidente.»
Tento di rivolgerle un sorriso rassicurante. «Questo è quello che si ripetono ogni volta le donne che vengono maltrattate dai propri uomini.»
Improvvisamente scoppia a ridere. Una risata che per poco non le toglie il fiato, mentre io resto a fissarla disorientata e imbarazzata da quella reazione.
«Lui non mi maltratta» dice, non appena riesce a tornare seria, asciugandosi gli occhi bagnati di lacrime con la punta del dito. «Questi non sono i segni di una violenza domestica e tu dovresti guardare meno televisione. Se non ti dispiace, adesso devi andartene. Non voglio che lui ti trovi qui.»
Mi sento tremendamente stupida. Adesso so per certo che la mia teoria era giusta. I segni attorno ai suoi polsi non possono essere stati un incidente e lei non sembra affatto essere vittima di abusi.
Senza dire nulla mi volto e mi dirigo in fondo al corridoio. Sento la porta chiudersi alle mie spalle e subito dopo quelle dell'ascensore che si aprono cigolando appena.
La prima cosa che vedo sono un paio di scarpe, eleganti e lucide. Alzo lo sguardo e mi ritrovo a fissare un paio di occhi sorpresi color del cielo.
«Signor Salvatore, buongiorno» mormoro passandogli accanto e infilandomi nell'ascensore.
Lui si volta verso di me. «C'è qualche problema?» mi chiede ed io scuoto la testa.
«Ho solo sbagliato piano. Chiedo scusa.»
Premo il pulsante del piano terra e, mentre le porte si richiudono, mi sembra di scorgere un sorriso sul suo viso, mentre si volta diretto verso la sua stanza.


Angolino Kinky: Giuro che questo è l'ultimo noioso capitolo di presentazione della storia.
Sperando di non aver annoiato a morte le poche lettrici e non vedermele scappare a gambe levate, prometto che dal prossimo capitolo si entrerà nel vivo della storia.
Un grazie speciale alla mia piccola Setsy, a Mad_Dary, beagle26 e LEGAN; a chi sta seguendo silenziosamente e a chi addirittura preferisce.
Fanny