IMPROBE AMOR

"Improbe Amor, quid non mortalia pectora cogis!
Ire iterum in lacrimas, iterum tempatare precando
cogitur et supplex animos summittere amori,
ne quid inexpertum frustra moritura relinquat."

"Malvagio amore, a cosa non costringi i cuori dei mortali!
E' costretta a scendere ancora alle lacrime, a provare ancora

con le preghiere e supplice a piegare l'orgoglio all'amore
per non lasciare nulla di intentato nel correre invano alla morte."

Capitolo 2 - Aequat omnes cinis (La cenere pareggia tutti)

"Aequat omnes cinis, impares nascimur, pares morimur"
"La cenere pareggia tutti: nasciamo diversi, moriamo uguali

Jasper Wibourne.
Hermione cercò di ricordare, mentre si avvicinava lentamente alla porta della casa, ciò che aveva letto nei fascicoli di quell'uomo. Sapeva che aveva su per giù una sessantina d'anni, che era purosangue, da padre inglese e madre colombiana, che tutta la sua famiglia era fissata con la tradizione, la purezza del sangue, il lignaggio, la reputazione e tutte quelle scemenze con le quali, solitamente, le famiglie più antiche si fissavano.
Jasper Wilbourne era uno di quelli che aveva preferito lavorare nell'ombra – spinto dalle sue idee più per pigrizia che per vera convinzione.
Parlando con coloro che erano stati catturati, Hermione si era fatta ormai questa idea: che il numero di coloro i quali credevano fermamente che i mezzosangue fossero la causa della rovina della società erano relativamente pochi. La maggior parte dei Mangiamorte, o di quelli che si contavano fra le amicizie di Voldemort, erano per lo più ricchi rampolli annoiati che avevano trovato, nella dottrina purosangue, una valvola di sfogo, una comunità di appartenenza o, semplicemente, il modo per sfogare una malvagità latente.
O ancora vi era un gruppo, tra questi – nei quali annoverava anche Wilbourne – che semplicemente non avevano nessuna voglia di ricercare la verità. Dei veri e propri ignavi, che si erano trovati in una simile situazione quasi per caso e non avevano voluto cambiare in alcun modo la loro condizione e il loro modo di vedere le cose, nemmeno quando le conclusioni logiche a cui si arrivava, e cioè che se i nati babbani avessero potuto realmente rubare la magia a dei maghi i magonò non avrebbero avuto ragione di esistere, erano più che evidenti.
Forse questi erano quelli che Hermione disprezzava di più. Non malvagi per vera convinzione, ma per mancanza di coraggio.

Evidentemente la famiglia Wilbourne aveva sperperato il suo patrimonio nel tempo, o forse non l'aveva mai posseduto, perché Jasper viveva in un semplice appartamento nella periferia di Londra.
Ovviamente il suo nome non era sul citofono – avrebbe mai potuto, un purosangue, usare un oggetto inutile come il citofono?
Hermione premette un tasto a caso e si fece aprire usando un vecchio quanto efficace stratagemma: la truffa del "postino".
Salì fino al quarto piano, a piedi, e seppe di essere arrivata. Non solo perché effettivamente, sulla lista, oltre all'indirizzo era specificato anche quello, ma perché il gigantesco serpente che era stato intagliato finemente a mano nel legno della porta difficilmente passava inosservato. Hermione lo fissò con tanto d'occhi, assolutamente infastidita dall'ovvia conclusione a cui quel bassorilievo portava. E quando, mentre alzava la mano per bussare, lo vide addirittura muoversi, non potè trattenere uno sbuffo irritato.
Toc, toc.
Aspettò diversi secondi, poi ribussò.
Non rispondeva nessuno. La giovane Auror cominciò a spazientirsi. Jasper Wilbourne non aveva la libertà di allontanarsi da casa. Se lo aveva fatto, sarebbe finito ad Azkaban.
"Signor Wilbourne, sono un Auror del Ministero, so che lì dentro. Mi apra, per favore!"
Ribussò, con più forza e decisione.
"Signor Wilbourne!"
Si guardò intorno, agitata. Non poteva sbraitare sulle scale del palazzo ancora per molto, tanto più che se avessero sentita l'avrebbero anche presa per pazza. Alle orecchie di un babbano, "Auror" non era affatto una parola.
Infilò una mano nel mantello, e tirò fuori, con molta circospezione, la bacchetta, per poi puntarla sulla serratura della porta.
"Alohomora.."
Non che si aspettava che si aprisse in un modo così semplice, ma una parte di lei ci aveva sperato e, quando non sentì il classico rumore della serratura che scattava, non potè non sentirsi un po' sconfortata. Ora avrebbe dovuto ricorrere a mezzi estremi, ed i mezzi estremi comportavano sempre un eccessivo rumore.
"Reducto!"
Con un sonoro boato, che Hermione si affrettò a coprire come meglio poteva, la porta venne ridotta in mille pezzi. Certo, avrebbe potuto decisamente trovare un sistema più comodo, ma al momento aveva davvero troppa fretta per usare al meglio il suo cervello.
Entrò nella casa, cauta. Le stanze erano tutte totalmente al buio: le luci spente, le serrande abbassate. C'era una puzza di stantio che le fece rivoltare lo stomaco, come se qualcosa stesse marcendo lì da giorni. Un presentimento oscuro le si affacciò alla mente, ma tentò di scacciarlo come si fa con le mosche moleste.
Sempre con la bacchetta in mano, dopo averla accesa con il Lux, Hermione si addentrò nel buio corridoio e, storcendo il naso per la puzza, passò in rassegna tutte le stanze.
All'inizio non trovò molto. Non capiva come Wilbourne potesse passare il suo tempo lì dentro, perché non c'era neanche uno straccio di libro a fargli compagnia, né un qualunque oggetto che potesse essere considerato "di intrattenimento". Arrivò alla cucina, dove l'odore di marcio era molto più forte e penetrante. Pensò che tale disgustoso odore fosse dovuto principalmente al pranzo mai consumato che giaceva sul tavolo e che, a giudicare dal suo stato di decomposizione, era lì da parecchio tempo. A quanto pareva Jasper Wilbourne aveva deciso di tagliare la corda.. perché? Era stato lui ad aiutare i Mangiamorte a fuggire da Azkaban? Era dunque lui la persona che stavano cercando? Qualcosa, però, non quadrava. Non era questo il profilo che Hermione si era fatto di Wilbourne. Un atto così deciso, un atto che prevedeva una tale esposizione, non era assolutamente da lui. Poteva anche essersi sbagliata, sul suo conto, certo. Oppure qualcosa, in quella situazione, l'aveva scosso al punto da spingerlo ad agire. Ma non riusciva ad ignorare il campanello d'allarme che all'improvviso aveva cominciato a trillare nella sua testa.
Avanzò dunque nel corridoio, fino a raggiungere il bagno, anch'esso immerso nella totale oscurità. Non entrò, ma con il raggio di luce che la bacchetta sprigionava, illuminò velocemente l'interno, desiderosa di andarsene quanto prima da quel posto.
Qualcosa, però, catturò la sua attenzione. Sperò di essersi sbagliata, ma era sicura di aver visto un braccio, per terra. Lentamente, molto lentamente, riportò la luce su quel punto, e il cuore le saltò nel petto – era un braccio, effettivamente, al quale era attaccato il corpo di un uomo piuttosto anziano, seminudo.
Hermione si avvicinò, a piccoli passi, al corpo esanime, inginocchiandosi a terra.
Era Jasper Wilbourne. Ed era irrimediabilmente ed inequivocabilmente morto.
Si stupì a pensare a quanto, in quel momento, le facesse tenerezza. Non era un ex mangiamorte, non era un purosangue altezzoso che vedeva steso a terra. Era semplicemente un vecchio uomo dall'aria triste e dalla vita spezzata. Un vecchio uomo che ora fissava il nulla con terrore. Un singhiozzo ruppe il silenzio moribondo della casa. Hermione si portò una mano sulla bocca, per tentare di frenare quell'improvviso pianto isterico. Quante morti ancora doveva trascinarsi appresso, quella stupida guerra?
Probabilmente era stato un Avada Kedavra. Ma il modo in cui era morto non era poi di grande importanza, perché la sua attenzione fu catturata da qualcos'altro.
Al centro del petto, grande e nitido, in un posto che non era assolutamente il suo, spiccava il Marchio Nero.

"E quindi, quali sarebbero le tue conclusioni, Hermione?"
Harry la guardava stravolto, seduto all'altro lato della scrivania. Circa ogni tre secondi un gufo entrava dalla finestra, lasciando cadere un rotolo di pergamena sulla scrivania. Harry, disperato, aveva cominciato, ad intervalli regolari, a passare il braccio disteso su di essa per liberarla.
"Penso che siano stati i mangiamorte evasi, Harry. Forse si stanno vendicando su quelli che li hanno traditi, che sono riusciti a rimanere fuori di prigione spiattellando intere liste di nomi e nascondigli."
A Harry sembrava di essere tornato ad Hogwarts: Hermione sedeva rigida, in pizzo sulla sedia, come se fosse pronta a scattare in piedi per dare la risposta giusta. Non potè fare a meno di sorriderle.
"Harry, è una cosa seria.."
"Lo so, lo so. Scusami. Bene, ho mandato altri Auror a controllare le altre case, a breve dovremo ricevere notizie. Certo…"
Agitò una mano, scacciando un gufo che, particolarmente insistente, aveva cominciato a becchettarlo sulla spalla.
"..Sarà difficile distinguere le lettere giuste. Ah.."
Alzò gli occhi. Un grosso gufo nero, dai luminosi occhi gialli, si era appena placidamente appollaiato sull'appendiabiti.
"Questo dovrebbe essere il gufo di Warwik – è andato a controllare Villa Fortesque."
Fece per alzarsi in piedi, ma Hermione lo precedette. Slegò la pergamena dalla zampa del gufo e la lesse in un attimo.
"Bene. E' vivo, e lo stanno interrogando. Chiede di fargli avere notizie di Beckett e dei Malfoy, perché se hanno ucciso anche loro.. lo devono trasferire al più presto."
Qualcosa, nello stomaco di Hermione, si contrasse sgradevolmente. I Malfoy uccisi? Perché quella possibilità la lasciava con la bocca asciutta? Il suo pensiero volò immediatamente a Draco. Lui non c'entrava niente – e non doveva pagare per gli errori dei suoi genitori. L'aveva già fatto.
"Harry, ascolta. Vado dai Malfoy, farò sicuramente prima io di Ron, che al momento sembra ancora molto impegnato con quell'incantesimo disastroso che ha lanciato nel suo ufficio."
"No. E' pericoloso."
"Piantala."
Si scrutarono torvi per qualche secondo, finchè un altro uccello particolare non attirò la loro attenzione. Una splendida aquila reale.
"E' di Broumier."
Questa volta fu Harry ad afferrare il rotolo per primo, ed il suo sguardo si incupì di riga in riga.
"Beckett è morto. Avada Kedavra, Marchio Nero al centro del petto.. credo che tu abbia rag.. Hermione!"
La giovane Auror si era già infilata il mantello, ed aveva appena aperto la porta con uno schianto.
"Harry, non c'è tempo!"
Le uscì una specie di urletto acuto, per il quale si ritrovò ad arrossire. Harry si alzò cercando di fermarla, ma mentre lui inciampava in tutta la carta che giaceva a terra, lei si era già dileguata al di fuori della porta.