Soggetto: X Files
Personaggi: Samantha Mulder, Jeffrey Spender, Cassandra Spender, altri
Intro: Cerca di catturare l'attimo che mi ha reso ciò che sono ...
Tipo: drammatico
Ratings: PG13
Note: Nata come terzo capitolo della fanfic lunga "Avevo un fratello di nome Fox", ora acquisisce una sua identità e indipendenza. Mi ero parzialmente pentita di come avevo delineato il personaggio di Jeffrey nella a href"sallyscrive./tag/la+paura+della+morte"fanfic precedente/a e così ho cercato di dare una spiegazione al suo comportamento e contemporaneamente di "redimerlo", rendendolo più umano e accettabile. Spero che il risultato sia soddisfacente.
Volevo inoltre creare un po' di contorno alla vicenda, dipingendo la vita della base militare come se fosse un piccolo borgo dove tutti si conoscono. In effetti deve essere così. Mi sono divertita in questa operazione, anche perché c'è molto di me e della mia infanzia.
Per le scene un po' "spinte" ... lo so, Samantha ha solo 13 anni (quasi 14), ma la vita e ciò che le è successo l'hanno fatta crescere in fretta ed è per questo più matura delle sue coetanee.
Insomma, una ragazza speciale.
C'erano parecchie cose che Samantha sapeva di quelle tre. La prima era che erano sorelle, era evidente, persino un cieco se ne sarebbe accorto: il modo atroce in cui vestivano, la scomposta maldestrezza dei loro movimenti, gli stessi lineamenti sgraziati.
La seconda, che i loro quozienti di intelligenza, approssimativamente vicini, erano molto bassi, rasentando il ridicolo.
La terza, che solo loro potevano ridere in quel modo atroce, sembrava il verso che emette una gallina quando le viene tirato il collo.
Non avevano nemmeno la decenza di soffocare i loro rantoli disgustosi, schiamazzavano sonoramente come tutte le ragazzine un po' troppo esibizioniste, che poi si guardano intorno per vedere se qualcuno si è voltato dalla loro parte.
Fino a poco tempo prima, lei e Jeff passavano parte dei pomeriggi raccontando loro storie fantasiose su mostri e assassini di ogni tipo, divertendosi a spaventarle a morte, e ridendo poi, ore dopo, nella loro stanza, richiamando alla memoria le loro facce, le loro esclamazioni. Il più delle volte finivano col correre dalla loro mamma urlando e piagnucolando. La donna sbuffava alzando gli occhi al cielo, avvezza a quelle scene, probabilmente chiedendosi come poteva aver generato delle figlie tanto diverse da lei.
Era successo un paio di volte che il padre, nero di rabbia in volto, ma Sam vi aveva scorto anche dell'imbarazzo in più di una occasione, bussasse alla loro porta, minacciando di chiarire la questione con gli ufficiali se i ragazzi Spender non avessero smesso di "torturare e perseguitare le sue bambine!".
Il signor Spender, sempre calmo e impassibile, rispondeva soffiando fumo dalle labbra socchiuse, strizzando gli occhi e tenendo la sigaretta come se volesse gettargliela in faccia, tra medio e pollice. In genere borbottava un poco soddisfacente "Non si preoccupi, non le daranno più fastidio", e quindi se ne ritornava ad affondare sulla poltrona davanti al televisore, chiudendosi la porta alle spalle.
Da qualche settimana, però, quelle megere avevano potuto tirare il fiato. Sam buttò lo sguardo sul selciato, alla ricerca di una bella pietra bianca e tonda da lanciare loro contro, qualsiasi cosa pur di farle smettere di ridere.
Non le vedeva da sotto la veranda dove era seduta, ma capiva che si trovavano fuori dal campo. Di giorno la sorveglianza non era così stretta come di notte. Di giorno vedono dove sei e cosa stai facendo.
" … A volte mi dico che Jeff non mi parla più a causa dei miei incubi notturni, a causa di quello che dico mentre parlo nel sonno…"
- Sam, sei sulla veranda? -
- Si, mamma! -
" … Chissà, magari parlo male di lui!…"
Sorrise. Si rigirò la penna tra le dita un paio di volte, lasciando che le labbra le si rilassassero piano, piano.
- Scrive alla sua amichetta del cuore! -
Sam alzò lo sguardo. Le tre sorelle erano davanti al vialetto di casa sua, e la guardavano con aria beffarda. Il sorriso le si accentuò: solo dei microcefali come loro potevano trovare un espediente tanto debole per deriderla. Almeno, si disse, io un'amica ce l'ho: voi, in quanto sorelle, siete obbligate a sopportarvi a vicenda.
Dolorosamente i pensieri andarono a Jeff, che chissà dove e quando era sparito quel pomeriggio, subito dopo pranzo. Aveva anche pensato fosse per la vergogna di mostrare a lei e a sua madre quel livido che aveva sotto lo zigomo, se non altro per risparmiarsi il dovere di raccontare come se lo era procurato. Sapeva da fonte sicura che era stata Barbara, che aveva messo in pratica i suoi propositi.
- Dov'è tuo fratello? -, chiese la più grande delle tre, Agatha, sua compagna di classe.
- Non so dove sia. Aveva una faccenda urgente -, rispose Sam, riabbassando lo sguardo sul suo blocco.
Non sopportava dover spiegare a loro dove fosse Jeff e perché non fosse lì con lei. Non poteva reggere all'umiliazione di essere interrogata su quell'argomento proprio da loro. E sperò ardentemente che non le facessero altre domande.
- Non siete insieme? I fratelli indivisibili? Non ci posso credere!! -.
Ecco, lo aveva fatto. Ora era autorizzata dalla legge dell'onore a fiondarsi su di lei e strapparle quei ridicoli capelli dalla testa.
- Meno indivisibili di voi, a quanto vedo…-, si limitò invece a rispondere, senza alzare gli occhi dalla lettera.
- Si, hai proprio ragione. Noi ci vogliamo un mondo di bene! -.
Brave! Imparate l'ipocrisia da piccole. Di tutte le cose buone che si possono imparare dagli adulti per crescere, proprio questa lezione vi è già entrata in quelle teste!?
Come se lei e Jeff non si volessero bene!
Eppure… Ah, molte volte aveva detto e pensato cose orribili sul suo conto, in preda ad una rabbia e ad un risentimento tali che le pareva fosse impossibile provare sentimenti tanto laceranti per la stessa persona.
Data l'ora sperava che sua madre arrivasse con il tè caldo e i biscotti.
E puntuale sua madre arrivò a salvarla.
- Ecco qua, Samantha, penso tu abbia un certo appetito -.
Cassandra non si accorse subito delle tre ragazzine. Si sedette sulla panca in fianco alla figlia e fece finta di sbirciare nel suo blocco.
- A chi scrivi? A qualche spasimante che brucia per te? -
Samantha guardò beffarda le tre sorelle, sapendo che a loro non arrivavano mai lettere di spasimanti infiammati dalla passione.
- Mamma, sto scrivendo a Barbara! -
Piccolo momento di rivalsa, condita con estasi. In un certo senso non odiava quelle tre mocciose: accanto a loro si sentiva sempre più fortunata, riusciva a catturare quei brevi attimi di felicità che, ultimamente, si facevano sempre più rari.
Cassandra, vedendo dove Sam stava guardando, si accorse delle tre. Sembrò per un attimo disorientata, ma si ricompose subito. Sapeva che a Sam non piacevano affatto quelle ragazze. Non le invitò quindi sotto la veranda a fare merenda con loro, ma, con tono deciso da medico, disse:
- Scusate, ragazze, ma Sam non sta bene e ha bisogno di riposare. Quindi, per favore, venite a trovarla domani, quando starà meglio -.
Le sorelle sorrisero imbarazzate, inciampando nei loro piedi mentre si allontanavano spedite.
- Sei sveglia? -.
La voce di Jeff dietro di lei risuonava metallica, attutita dalla musica che usciva dagli auricolari. Il volume era abbassato quel tanto che bastava per sentirlo entrare, quando sarebbe entrato.
Avvertiva quella domanda come una semplice e fredda domanda di cortesia. Jeff si stava accertando che Sam dormisse per non essere costretto ad ignorarla. Dio, come faceva male!
- Sì -.
- Che fai al buio? -.
Sam si tirò su appoggiandosi ai gomiti e si girò verso di lui. Jeff notò i cavi degli auricolari.
- Ah… -.
Si guardarono nella penombra. L'unica fonte di luce era il lampadario nel corridoio. Ma Sam sapeva che suo fratello la stava guardando. Non fosse altro che per il rettangolo luminoso della porta che cadeva proprio su di lei.
Piagnucolare non era mai servito a niente, questo Samantha lo sapeva, ma voleva sapere.
- Jeff, perché sei arrabbiato con me? -
- Io non sono arrabbiato con te. Non siamo più bambini, non possiamo continuare a giocare insieme. Il tempo passa e io sono un uomo… -
Sam sorrise e Jeff la vide sorridere.
- So che non è questo il vero motivo e mi stupisco che tu abbia avuto il coraggio da fare un'affermazione tanto azzardata! -
-… e nemmeno tu sei più una bambina… -
Questo era vero. Almeno biologicamente.
Qualche settimana prima Sam si era svegliata nel cuore della notte, urlando e blaterando che aveva un'emorragia e che sarebbe morta. Jeff si era alzato sconvolto, agitato da tutto quel fracasso.
Aveva acceso la lampada sul suo comodino e si era avvicinato tremante al letto della sorella. Sam lo guardava supplichevole, spostando lo sguardo da lui alle proprie lenzuola intrise di sangue.
Jeff capì subito cosa aveva messo in agitazione la piccola e ingenua Samantha. Aveva scosso la testa per rassicurarla. Quando si fu calmata l'aveva accompagnata in bagno, dove Sam si era fatta una doccia, mentre lui andava a rovistare nei cassetti della madre, dove sapeva di trovare degli assorbenti. Quindi era tornato da Sam, bussando alla porta li aveva allungato la scatola ed era tornato in camera, per sistemare le lenzuola.
Alla fine aveva capito che non c'era altra soluzione se non buttarle via.
- Ma proprio oggi che la mamma non c'è! -, aveva esclamato, cercando di non farsi udire dalla sorella.
Il resto della notte era stato consumato su un vecchio libro di biologia, in cui Sam aveva trovato tutte le risposte alle sue domande, assistita dal fratello con infinita pazienza.
Infine, tranquillizzata, si era addormentata fra le sue braccia, il respiro regolare, i capelli profumati.
Ancora questo profumo, aveva pensato Jeff. Si lavavano i capelli con lo stesso shampoo, ma i suoi non profumavano così!
Qualsiasi cosa, su Sam, era diversa: più buona, più dolce.
L'aveva abbracciata disperatamente, quasi fosse l'ultima volta che ne avesse la possibilità, e, dopo tanto tempo, aveva pianto, silenziosamente, bagnandole il viso con le sue lacrime.
L'avevano portata lì, l'avevano fatta giocare con lui. Questa è la tua nuova sorellina, gli avevano detto.
E ora gliela stavano portando via. Aveva quasi sperato che se ne dimenticassero, che la lasciassero in pace, che lei rimanesse per sempre lì, con lui.
Lui aveva solo Sam, e Sam aveva solo lui.
Ma loro non dimenticano, non sbagliano, non tralasciano niente.
Non sapeva chi era stata prima di venire lì. Non sapeva se aveva fratelli o sorelle, se era orfana o se l'avevano portata via dalla sua famiglia.
Ma sapeva che niente, ora, avrebbe impedito a quegli uomini di farle del male.
Sam rise sonoramente.
- Piantala di atteggiarti da adulto: non hai ancora la patente! -.
- Ci risentiamo fra un mese, quando mi supplicherai per portarti a fare un giro in auto, la MIA auto! -.
Sam lo guardò incredula.
- Ma tu non hai la macchina, Jeff. Cavoli, nemmeno la mamma guida la macchina! Solo papà la guidava, ma ormai… -, si morse le labbra.
- … non tornerà più -, Jeff finì la frase per lei.
Si guardarono, gli occhi sofferenti.
- Mamma mi ha detto della telefonata. Mi ha detto che papà starà lontano per parecchio tempo a causa del suo nuovo incarico alla NASA… ha detto che dovrà viaggiare molto…-
- L'ho sentita piangere. Ha tentato di darmi spiegazioni, ma mi sono rinchiusa in camera. Non volevo ascoltarla. So che ho fatto male, ma… -. Ebbe un tremito e non fu più in grado di proseguire.
Si sforzò di non piangere.
Jeff iniziò a giocherellare con il copriletto di Sam, attorcigliandoselo attorno alle dita.
Ruppe il silenzio quasi per sbaglio.
- Ho trovato un lavoretto part-time, alla paninoteca che c'è dall'altra parte del parco. E' là che sono andato oggi -.
- E' così che pensi di pagarti la macchina? -; la sua voce era un soffio adesso.
- Devo pensare io a te e alla mamma adesso che papà non c'è -.
Sam guardò Jeff e un nuovo sentimento le invase il cuore. No, aveva ragione, non era più un bambino. Non era neanche un uomo, ma gli eventi gli imponevano di crescere in fretta.
- Ehi, Jeff, che ne dici? Ti va di unirti a noi? -.
Jeff continuava a dare energiche passate con lo straccio sul bancone. Non sentiva quello che Brad e gli altri dicevano. Nella sua testa risuonavano le parole di Sam. "L'ho sentita piangere, ha tentato di darmi spiegazioni…" . Si sentiva perso, adesso, non ancora pronto per quel compito. E il solo pensiero che Sam se ne stava andando… Lavorare lo aiutava a non pensare, a non soffrire.
Sarebbe restato solo.
Sapeva che suo padre avrebbe continuato a prendersi cura di lui, economicamente, ma non era questo che voleva.
Sentiva il suo cuore trasformarsi a poco a poco in un pezzo di ghiaccio.
Il bancone fu scosso da un pugno. Jeff allora alzò lo sguardo su Brad.
- Noi si va nella prateria. Sembra che i mocciosi abbiano trovato qualcosa -.
Jeff sapeva dov'era la prateria: era un campo di proprietà della contea, abbandonato, in cui sterpaglie e piante selvatiche avevano proliferato, interrompendo il regolare e rassicurante paesaggio di campi coltivati che circondava la base.
E sapeva anche chi erano i "mocciosi": erano i ragazzini delle medie, i compagni di classe di Sam.
- Cosa? -, chiese, fingendosi interessato.
- Bah, niente di eclatante. Sono mocciosi. Ma per sicurezza andiamo a dare un'occhiata. Dobbiamo tenerli sotto controllo -.
Jeff guardava Brad e si rendeva conto che lo disgustava: erano amici da anni, andavano a scuola insieme dalle elementari e avevano sempre fatto comitiva, trascinando i più piccoli. Quando era arrivata Sam, però, aveva iniziato ad uscire meno con lui e con gli altri ragazzi, preferendo stare con la sorella. Si era reso conto che non voleva diventare come loro, non voleva far scappare terrorizzati i ragazzini più piccoli, non voleva terrorizzare Samantha.
Sempre con la cicca in bocca, come se bastasse qualche grammo di tabacco a renderti uomo!
Si toccò istintivamente la guancia. La sera prima, baciandolo per augurargli la buona notte (sapeva che si sentiva sollevata dopo che si erano parlati), Sam aveva mugugnato e si era massaggiata le labbra.
- Fatti la barba! -, gli aveva detto, ma era quasi certo che lo avesse fatto solo per prenderlo in giro.
Ma si rese conto che, in effetti, qualche peletto solitario c'era, al lato della bocca.
- Ehi, bell'addormentato! Pensi alla fidanzata?! -, esclamò Brad ad alta voce e scoppiando subito a ridere.
Jeff lo guardò con odio: non ammetteva che si facessero illazioni su lui e Sam. Brad era sempre stato geloso di lei, ritenendola responsabile del suo cambiamento. Non che fosse falso, in effetti era proprio così, ma Jeff non la riteneva una colpa; piuttosto un merito.
Brad aveva cominciato a chiamarli "i due fidanzatini", perché tanto tutti sapevano che Sam non era realmente sua sorella. Poco male, la cosa non lo infastidiva affatto. E poi, col tempo, Brad sembrava aver accettato la cosa, sembrava disposto a dividere l'amico con Sam.
Uscirono dal locale.
Jeff non aveva dato più di tanto peso a quello che avevano detto. Cosa vuoi che possano aver trovato in un campo abbandonato? Un porcospino o un altro animale selvatico morente o addirittura già morto. Ci avrebbero giocherellato per qualche ora, con tutta la cattiveria di cui i bambini (e, dicendo così, incluse anche Brad e la banda) sono capaci.
- Ehi, Jeff, non devi andare a casa a studiare adesso? -.
Il signor Sweeney era disponibile e gentile, come pochi datori di lavoro lo erano. Non che Jeff ne sapesse qualcosa di datori di lavoro, essendo quello il suo primo, vero impiego.
- Dai, vai, ormai non c'è più nessuno. So che stai anche studiando per la patente… -.
- Già, sto cercando di crescere bene, per quanto mi è possibile! -.
Prima ancora di impedirselo aveva buttato lì una semi-confessione a quell'uomo che, per quanto fosse comprensivo e amabile, era pur sempre un semplice conoscente.
Il signor Sweeney fu un po' sorpreso, ma per nulla disturbato dalla rivelazione. Sfoderò un ampio e sincero sorriso sotto i suoi baffoni da vecchio cowboy e gli diede una rumorosa pacca sulla schiena.
- Vai, vai. Sei un bravo ragazzo! -.
- Grazie, ci vediamo domani pomeriggio -.
Jeff sorrise un po' imbarazzato, si tolse velocemente il grembiule, lo appese al gancio dietro il frigo e si lanciò fuori, inforcando velocemente la bicicletta e pedalando con foga in direzione della base.
Buttò uno sguardo alla prateria: c'era la decappottabile scassata di Josh che stava in bilico fra il ciglio della strada e il campo. Ma non vedeva nessuno.
Si fermò e si guardò intorno. Non c'era traccia di nessuno lì intorno, né la banda, né i mocciosi.
Non voleva immischiarsi in quella faccenda, anche perché sicuramente Brad avrebbe cominciato a fare il cretino con i bambini e li avrebbe terrorizzati, com'era suo solito e lui non voleva assistere ad uno spettacolo simile.
Sicuramente se fosse rimasto lì, Brad ci sarebbe andato giù pesante, per farsi vedere grosso e forte davanti a lui, quasi a dire: sono più uomo di te. Perché era di questo che si trattava, no? Era sempre stata una gara fra loro due, per chi era più uomo.
Sam gli aveva risparmiato tutte le figuracce che invece erano toccate a Brad.
Vide delle sterpaglie muoversi, dove il terreno si increspava e cominciava una specie di collinetta.
Delle voci che conosceva bene venivano da là.
- E' troppo stretto, non ci passiamo. Dovremmo trovare… -.
Josh si accorse di Jeff e sorrise inebetito. Jeff si chiese se non ci fosse dell'artificiale in quel sorriso.
- Ehi, Brad, guarda chi ci ha raggiunto? -.
Brad si stava spazzolando i pantaloni sporchi di terra.
- Chi si rivede, il buon vecchio Jeff. L'uomo maturo! -, disse ghignando soddisfatto.
- Alla fine ci sei venuto, eh? -.
- Ho visto la macchina, e non vedendo nessuno vicino, pensavo fosse successo qualcosa… -.
- Beh, l'importante è che adesso l'uomo è qui -, tagliò corto Brad, cingendogli le spalle con un braccio e portandolo verso la collinetta.
E, una volta là, e una volta che vide quello che avevano scoperto (un cunicolo fognario, forse per svuotare qualche bacino idrografico lì vicino o per convogliare l'acqua piovana che si raccoglieva spesso troppo abbondante nella zona), Brad disse qualcosa che lo lasciò esterrefatto. Mai lo aveva sentito dire una cosa del genere.
- Ci serve tua sorella, uomo. Lei è piccola e magra, ci passerà -.
Nella casa c'era un silenzio irreale. La porta di entrata era spalancata e questo gli mise addosso una certa ansia.
- Samantha? Mamma? -, urlò, cercando di non sembrare troppo nervoso, ma senza riuscire ad evitare che la voce gli uscisse tremolante dalle labbra.
Nessuna risposta.
No, no, fa che non l'abbiano già portata via!
Entrò in cucina. La tavola era apparecchiata, le pentole sul fuoco sbuffavano e schiumavano spazientite. Si avvicinò ai fornelli e spense il gas.
Fece il giro della tavola. Nel tornare in sala inciampò in una sedia rovesciata sul pavimento.
Bastò quel particolare per farlo precipitare nel panico più buio. Corse in corridoio, spalancando e sbattendo le porte, chiamando a gran voce la madre e la sorella, cercando febbrilmente ogni segno del passaggio di estranei.
Corse fuori. Bussò alle porte delle residenze vicine, prima i McNamara, quindi i Kelly, vicini di casa di cui non si era mai curato, chiedendo se avevano visto o sentito qualcosa di strano. Nessuno poteva dire cosa fosse successo; nessuno aveva visto uomini girare attorno alla casa, nessuno aveva visto entrare o uscire qualcuno da casa sua.
I bambini lì intorno continuavano a giocare come facevano tutti i pomeriggi, prima che le madri li chiamassero per la cena.
Si avvicinò ad alcuni di loro.
- Ehi, Greg, hai per caso visto se mia madre o Sam sono uscite di casa mentre io non c'ero? -. Cercava di sembrare il più tranquillo possibile, ma, a quanto pare, non c'era riuscito granché bene, dato che il piccolo Greg lo guardava stranito, facendo segno di no col capo. Anche gli altri bambini negarono di aver visto qualcosa.
Jeff, come ultima risorsa, decise di andare all sbarra, chiedendo se nelle ultime ore, erano entrati degli uomini incravattati e taciturni. Ma il giovane sergente al casello si limitò a rispondere con un confuso "No, non mi pare. Ci sono problemi?", per non ricevere alcuna risposta da Jeffrey, che già si era mosso in altra direzione.
Alla fine esausto, era tornato in casa e si era gettato sul proprio letto, affondando il viso nel cuscino, premendoselo sugli occhi, quasi a fermare le lacrime.
L'avevano portata via, mentre lui non c'era. Le aveva promesso che si sarebbe preso cura di lei, che l'avrebbe protetta, ma non era lì con lei quando c'era stato veramente bisogno di lui.
Aveva fallito.
Si sentiva il corpo scosso da brividi incontrollabili. E forse, se per un attimo non si fosse distratto dal suo dolore, non avrebbe sentito che, poco distante da lui, qualcuno stava singhiozzando.
Si issò sulle braccia, guardandosi intorno con gli occhi rossi e gonfi.
Vide il cesto della biancheria attraverso la porta aperta, nel bagno. Era un cesto di vimini, scuro, a forma di anfora, uno dei pochi regali che risalivano al periodo in cui il matrimonio dei suoi genitori era un limbo felice e ovattato, che sua madre ogni tanto ricordava con rimpianto e nostalgia. Alle volte, da bambini, lui e Sam si erano nascosti lì dentro per fare uno scherzo alla mamma, per farla ridere.
Si alzò dal letto e andò in bagno. Tolse il coperchio. Ci fu un urlo lacerante, quindi un pianto disperato e pieno di paura. Sua sorella se ne stava rannicchiata sul fondo, coprendosi il capo con le braccia, mugugnando fra un singhiozzo e l'altro.
- Vi prego, non fatemi del male! Vi prego! … -.
Jeff si sentì svenire. Si lasciò scivolare sul pavimento, avvinghiando le dita intorno al bordo del cesto, tenendo nell'altra mano il coperchio, e si lasciò andare ad un pianto dirotto.
Dopo un paio di minuti, tra mille sforzi, riuscì a recuperare il controllo.
- Sam, stai bene? -, le chiese, con un filo di voce.
Sam si calmò all'istante al suono della voce del fratello, tirò su rumorosamente col naso, sospirando esausta.
- Si… Hanno preso la mamma -.
Sentì le sue piccole dita accarezzare le sue, intrecciarsi e aggrapparsi, quasi avesse paura di cadere.
Appoggiò la fronte al cesto, ben sapendo che Sam stava facendo la stessa cosa.
Avvertiva il calore del suo viso sconvolto dal pianto vicino al suo, attraverso le trecce di vimini. Strinse forte la presa sulle dita di Samantha, in una comune preghiera.
- Mi dispiace… -.
Erano uno di fronte all'altro. Samantha aveva in mano una tazza fumante di camomilla, ma non dava segno di volerne neanche assaggiare un sorso. Seduta come una bambola inanimata sul divano, il corpo rigido, le mascelle serrate, lo sguardo fisso all'infinito, riusciva a metterlo in agitazione più che se avesse ricominciato a piangere disperata.
Jeff, seduto sulla poltrona, aveva abbandonato i gomiti sulle ginocchia, le mani saldamente cinte intorno alla tazza, cercando di ricavarne un certo sollievo. Guardava il suo viso riflettersi e ondeggiare nel liquido giallastro, lasciando che il vapore caldo gli si condensasse sulla pelle. C'era un freddo insolito, a quell'ora della sera, un freddo che gli fermava il respiro, che gli bloccava lo stomaco, e si rendeva conto che nemmeno lui aveva tanta voglia di bere la camomilla.
Alzò lo sguardo sulla sorella. Sapeva che presto avrebbe cominciato a ricordare. E allora cosa le avrebbe raccontato? Avrebbe avuto il coraggio di dirle "Si, Sam, io so cosa ti fanno, l'ho sempre saputo"?
Aveva sempre avuto un certo sesto senso per le azioni di suo padre e dei suoi strani colleghi. Non più strani di lui, comunque.
Li vedeva, quando portavano via sua madre, quando le dicevano cosa fare, quando la costringevano a dimenticare. Sua madre era diventata un'ameba nelle loro mani che si lasciava manipolare e plasmare, piegata al loro volere.
Era cresciuto con la convinzione che non c'era altro tipo di rapporto che si potesse instaurare con un altro essere umano.
La sua indifferenza e apatia nei confronti delle sofferenze umane lo avevano convinto di essere superiore agli altri, avvertiva l'ammirazione e l'orgoglio di suo padre per lui. Anzi, aveva quasi la sensazione che suo padre volesse che lui sapesse, che vedesse cosa succedeva a quelli che erano "diversi". Era convinto che avrebbe preso il suo posto, un giorno.
O, per lo meno, che suo padre lo volesse.
E poi era arrivata Sam.
Era sempre stato odioso con lei: avevano giocato, avevano scherzato e perseguitato i loro amichetti più stupidi, avevano visto insieme i film a tarda notte e si erano abbuffati di dolci di nascosto. Ma questi momenti di complicità si alternavano a certi altri, i cui lui si era rivelato insensibile e indifferente, distaccato quasi. Il loro rapporto era sempre stato caratterizzato da un'ambivalenza strana. In fondo, non era molto diverso dal possedere un cane o un criceto, per lui.
Un bambolotto con cui giocare.
Ma Sam non era un giocattolo, e nemmeno un criceto. Sam era un essere umano, la creatura più indifesa che conoscesse. Senza che lui se ne rendesse conto, negli anni, si era insinuata nelle pieghe del suo inconscio e aveva preso un posto importante nel suo cuore.
E questa consapevolezza, l'orrore di fronte alla sua meschinità, lo avevano a tal punto spaventato che aveva tentato con tutto se stesso di allontanarla da lui, di farsi odiare, di "svezzarla", quando avevano iniziato gli esperimenti anche su di lei.
Ma Sam avvertiva questo suo sentimento per lei, sapeva che lui le voleva bene e non voleva lasciarlo andare.
Alla fine si era arreso, vinto dalla sua determinazione, l'aveva accolta nel suo cuore, e questa volta non voleva lasciare che la prendessero.
Appoggiò la tazza sul tavolino, si allungò verso Sam, inginocchiandosi ai suoi piedi e posando entrambe le mani sulle sue ginocchia serrate.
- Sam, adesso… -, cominciò, sforzandosi di avere il tono più dolce e accondiscendente possibile. Ma Sam lo interruppe bruscamente.
- Tu lo sapevi, vero Jeff? -, disse pacamente, con un tono più di sconforto e delusione che di vera e propria accusa. I suoi occhi erano giudici implacabili.
Non poté fare altro che abbassare lo sguardo sulle proprie mani, stringendole dolenti intorno alle ginocchia della sorella, attento a non farle male. Iniziò ad accarezzarle con i pollici, disegnando dei cerchi sulla sua pelle candida.
- E sapevi che volevano anche me -. Questa volta non glielo chiese, lo disse e basta. Jeff serrò gli occhi, portandosi le mani al viso.
- Era questo che non volevi dirmi? Erano loro che la portavano via! E ora volevano portare via anche me! Cosa le fanno, Jeff? Cosa volevano fare anche a me? -.
Jeff si sentì sfondare da un masso precipitato da cinquanta metri su di lui.
- Sam, tu non ricordi nulla, ma presto lo farai…-.
La guardò. L'orrore si dipingeva sul suo volto delicato, trasformandolo in una maschera di terrore. Il labbro inferiore iniziò a tremarle, le guance si fecero rosse di rabbia, gli occhi di nuovo lucidi.
La ragazza si alzò di scatto e corse in camera, chiudendolo fuori. Sentì che ricominciava singhiozzare.
Erano ore che se ne stava raggomitolato sul divano, in preda a tanti a tali sensi di colpa che si chiese chi gli aveva insegnato la colpa. Non certo suo padre, un uomo senza morale e senza anima non aveva un posto dove lasciare che il senso di colpa lo divorasse come un tarlo. E non certo da sua madre, una presenza a metà, trattata alla stregua di un topolino da laboratorio.
L'umanità che era in lui la doveva a Samantha, e ora la sua "maestra" lo aveva chiuso fuori dal suo cuore, al di là della trincea delle persone di cui avrebbe potuto fidarsi.
La casa era sprofondata silenziosamente nel buio della notte.
Di solito era di notte che venivano a prendere la madre. Come mai questa volta erano venuti di giorno?
Era cambiato qualcosa.
La porta della camera si aprì. Vide la sagoma della sorella attraversare affannata il corridoio e correre in bagno. La sentì armeggiare con la tazza del wc e iniziare a vomitare. Corse anche lui in bagno, pronto a soccorrerla. Prese un asciugamano, lo bagnò sotto il lavandino e lo usò per tamponarle la fronte. Sam stava sudando. Anzi, era madida di sudore. La maglietta le era rimasta schiacciata contro la pelle, i capelli erano umidi e appesantiti, tremava dalla testa a i piedi.
Un riso amaro le salì dalla gola, una volta che i conati furono cessati e lei si fu accasciata sul pavimento, con la schiena appoggiata al muro sotto la finestra, gli occhi chiusi.
Jeff continuava a passarle l'asciugamano sul viso, sui capelli, sul collo. Aveva profondi e spaventosi solchi neri sotto gli occhi, la pelle pallida, le labbra violacee.
- Come mai non ricordo nulla di quello che mi hanno fatto? -
- Non lo so. Credo che facciano qualcosa al tuo cervello perché tu dimentichi -.
Ci fu un attimo di silenzio. Sam aveva aperto gli occhi e aveva posato su di lui uno sguardo inespressivo. Lei che era sempre stata un vortice di emozioni e sentimenti.
- Io sento che qualcosa sta cambiando. Sento che il mio corpo sta diventando qualcosa di diverso. E non si tratta del diventare donna, Jeff; quella è un'evoluzione -.
Jeff era pietrificato. La guardava, cercando di capire il significato di ciò che lei cercava di dirgli.
Deglutì a fatica, sentendosi la gola arida.
- Ascoltami. Loro non ti lasceranno in pace, non possono. Devi lasciar loro credere che tu non sai niente -.
Una luce si era accesa nel fondo dei suoi occhi. Jeff ne fu sollevato.
- Troveremo il modo di farti fuggire di qui -.
Brad gironzolava intorno a Sam come fosse l'ultimo modello della moto più splendente e potente sul mercato. E questo infastidiva parecchio Jeff.
- Allora, Brad, ti vuoi dare una mossa? Dille quello che deve fare e falla finita! -, aveva esclamato, spazientito.
- Certo, uomo, certo, non preoccuparti -. Poi si rivolse a Sam, tendendole una mano, volendo imitare qualche gesto cavalleresco, ma risultando solo ampliamente ridicolo.
- Prego, signorina Spender, le illustro la situazione -.
Si avvicinarono all'imboccatura del tunnel. Ne usciva un freddo fastidioso. Jeff vide i peli sulle braccia della sorella rizzarsi e la pelle increspata da un brivido. Aveva solo freddo o anche paura? Allungò una mano a catturarle il polso. Lei lo guardò e lui le offrì il suo sguardo di conforto.
"Non preoccuparti, piccola" , voleva dire quello sguardo, "qui tengo tutto sotto controllo".
Brad spiegò a Sam quello che avrebbe dovuto fare.
- I mocciosi hanno troppa paura per entrarci. Ma tu no, tu sei coraggiosa. E poi, con il tuo corpicino agile e snello … - e dicendo così la guardava nello stesso modo di prima, solo che, questa volta, Jeff notò un lampo sconosciuto, l'occhiata che Brad scoccò a Sam era del tutto nuova. Capì che non era buon segno.
- … non avrai alcuna difficoltà a calarti nel tunnel -.
Sam si accucciò davanti al buco scuro di fronte a lei. Lo scrutò strizzando gli occhi. Quindi si girò verso il fratello, alla ricerca di altro conforto. Lui sorrise, fingendo una tranquillità che non aveva.
- Sarò dietro di te -.
Lei si sentì meglio, appoggiò entrambe le mani sopra il bordo superiore; allungò una mano a Brad, per prendere la torcia a batterie, quindi si spinse con forza nell'oscurità.
Jeff si accucciò dietro di lei, si mise anche lui carponi e penetrò nel tunnel. Di seguito entrarono Brad, Josh e Greg. Ognuno di loro aveva una torcia in mano.
- Sam, cosa vedi? -, urlò Brad.
- Per il momento solo il tunnel. Non sembra restringersi. Però potrebbe farlo. Attenti ai ragni! -, dicendo così emise un suono rauco, quasi sforzato. Capirono che stava schiacciando qualcosa. Josh rabbrividì.
- Sei un cagasotto, Kelly -, disse Brad, sogghignando a bassa voce.
Ad un tratto Sam si fermò.
- E adesso? -, urlò rivolta indietro.
- Cosa succede? -, chiese Jeff, allarmato.
- Il tunnel si biforca -, e dicendo così si scostò quanto poté, per dar modo al fratello di vedere con i suoi occhi.
- Che c'è?! -, sbraitò Brad dietro di lui. Jeff notò con soddisfazione che Sam faceva roteare gli occhi, chiaro messaggio della bassa opinione che aveva dell'amico del fratello.
Jeff si guardò alle spalle.
- C'è un bivio -, disse, laconico.
- Andate a sinistra: a destra c'è la strada; di là il tunnel si potrebbe restringere -.
Proseguivano.
Sam si rivolse al fratello bisbigliando, cercando di non farsi sentire dagli altri.
- Che ore sono, Jeff? -.
- Le sette -. Erano partiti da circa dieci minuti.
- Siamo in troppi qui, comincia a mancare l'aria -.
- Vuoi che torniamo indietro? Non ce la fai più? -.
- Lo sai, vero, che per tornare indietro dovremmo gattonare al contrario? -.
- Si, lo so. Sarà divertente! -, e così dicendo aveva ghignato in modo malefico, lo stesso ghigno che aveva conservato, da bambino, per le tre sorelle nefande.
Sam sorrise, nostalgica. E quel sorriso fece venir voglia a Jeff di essere fuori di lì.
- Ehi, che confabulate voi due? Perché vi siete fermati?! -.
- Ehilà, gentleman, che ne dici di uscire di qui? -, urlò Jeff, senza togliere gli occhi da quelli di Sam.
- Cosa c'è? Cosa avete visto? -, chiese Brad, preoccupato.
- Un bel niente! Ecco perché vogliamo uscire! -, rispose seccato Jeff.
- Ok, ok, è più che sufficiente per oggi -.
"Più che sufficiente!", pensò Jeff sbuffando e scuotendo la testa. "Cos'è? Un compito in classe? Deve darci i voti alla fine del semestre?".
La manovra risultò molto più complicata del previsto. Jeff si rese conto che, per simili spedizioni, sarebbe stato meglio in futuro, essere nel numero minimo di persone.
Per uscire ci impiegarono il doppio del tempo. Quando furono fuori era buio pesto.
- Ok -, disse Brad, quando tutti si furono aggiustati e ripuliti, ancora convinto di dover essere il capo della spedizione. - Domani è sabato. Ci troviamo qui domattina alle otto. Entreremo due per volta, per non incappare di nuovo in simili problemi -, concluse.
- Allora -, cominciò Jeff, una volta che furono soli, lontano da orecchie indiscrete, - dove credi porti quel tunnel? -.
- Non c'è un bacino idrografico da queste parti? -, domandò Sam, cercando di guardarsi intorno, scrutando l'oscurità che li circondava.
- Ce ne sono abbastanza -, sottolineò il fratello.
- Non ti sopporto quando fai il saccente! -, aveva esclamato la ragazza, colpendolo con un docile pugno sulla spalla.
- Ugh! -, fece lui, stringendosi il punto dolente con la mano e fingendo una smorfia straziata.
Camminavano fianco a fianco, in direzione del campo. Si sarebbero presi una lavata di capo dal soldato di guardia, ma non era più importante. Entrambi i genitori erano lontani e niente avrebbe reso la situazione peggiore di quello che già non era. Quella scappatella notturna non avrebbe pesato affatto sulle loro teste.
Improvvisamente un pensiero attraversò la mente di Jeff, non invitato, non richiamato. Anzi, tutto pensava, in quel momento, in una tale circostanza, tranne che a quello. Si bloccò, la mano ancora stretta attorno alla spalla, lo sguardo perso all'orizzonte.
Sam si girò un paio di passi più avanti, rendendosi conto tardi che il fratello aveva rallentato.
- Cosa ti è venuto in mente? -, gli chiese, sinceramente allarmata.
Jeff scosse la testa, senza però riuscire a togliersi quell'espressione dal volto. Ma Sam decise che non voleva saperlo: dalla faccia del fratello, non sembrava così importante.
Quando Sam ritornò a guardare avanti, Jeff sorrise, a metà fra l'eccitato e l'imbarazzato. Pensò ancora al sorriso che Sam aveva fatto quando erano ancora nel tunnel.
Quel sorriso gli aveva messo addosso una fretta del diavolo, una voglia matta di tornarsene a casa. E adesso capiva il perché. Non era la prima volta, era già successo molte volte in passato: sua madre veniva portata via, magari il padre era fuori città per lavoro e loro avevano passato notti intere da soli, in casa.
Ma quella notte era diversa. Tra loro era cambiato qualcosa. I suoi sentimenti per Samantha gli apparivano sempre più nitidi.
