Kate si svegliò più tardi – non aveva idea di quanti minuti (ore?), fossero trascorsi e non riusciva a decifrarlo in base alle ombre che oscuravano la stanza.
Allungò un braccio, voltandosi pigramente verso l'altra metà del letto, dove era sicura di trovare Castle. Ma di lui non c'era traccia. Incontrò invece con stupore uno spazio vuoto e freddo.
Ritrasse la mano, come punta da un insetto.
Si sollevò, decisa ad abbandonare il suo giaciglio, perché ne aveva abbastanza di rimanere a poltrire in solitudine, mentre Castle e Alex erano fuori a divertirsi, senza di lei.
Lo stomaco non aveva smesso di infastidirla, realizzò irritata una volta in piedi, dirigendosi verso il bagno, per concedersi una doccia rigenerante che, sperava, l'avrebbe rimessa in sesto.
Era anche molto affamata, cosa più che normale dal momento che aveva saltato la colazione, e probabilmente anche il pranzo. Meno normale, invece, se si considerava il peso che ancora avvertiva tra le costole e che non le dava tregua, ma che non le impediva di avere una fame da lupi.
Sentendosi lievemente a disagio, aprì l'armadietto dei medicinali, in cerca di qualcosa che facesse al caso suo. Le sembrava di intrufolarsi nello spazio privato di un'altra persona, e non cambiava la situazione il fatto che quella persona fosse Castle e la casa negli Hamptons, ormai, anche sua.
Era stato meno impegnativo di quanto avesse previsto, fare ritorno sul luogo del disastro, quello del loro matrimonio mai avvenuto.
Aveva scoperto che era un dolore meno lancinante, meno acuminato di un tempo. Non c'era più l'orrore che era convinta sarebbe rimasto per sempre. Castle le aveva stretto forte la mano, in auto, rifiutandosi di lasciarla andare, anche quando, ridendo, lei aveva insistito per spostarla, facendogli notare che le stava bloccando l'afflusso di sangue e che presto l'arto si sarebbe trasformato in qualcosa di viscido che non avrebbe riconosciuto come proprio. Aveva cercato di dire qualcosa di divertente per superare l'impaccio, ma lui non aveva riso. E non l'aveva liberata dalla sua morsa, che alla fine le aveva dato conforto.
Più tardi, era rimasta in piedi davanti all'ingresso, smarrita, travolta dallo stesso panico che l'aveva soffocata due anni prima, quando si era precipitata verso il punto della statale in cui era stata ritrovata l'auto di Castle in fiamme.
Le si era chiusa la gola, come se una patina densa avesse occupato tutta la cavità, e aveva smesso di colpo di respirare, sentendo ancora nelle narici l'odore di bruciato. L'odore della perdita.
Ma Castle era intervenuto alle sue spalle e, con una mossa decisa, l'aveva quasi buttata oltre la soglia. Era rimasta così sbalordita dal quel gesto imprevedibile, che tutto il resto era passato in secondo piano. A completare l'opera era subentrato Alex che, superandola ignaro delle sue emozioni, aveva varcato entusiasta la soglia di quella casa a lui sconosciuta.
Euforico, si era messo a correre da una stanza all'altra. Era riuscito ad assorbire tutta la sua attenzione, facendole dimenticare cose che non avevano ormai più nessuna importanza.
Una volta entrata non aveva avuto più tempo di rimuginare su quanto accaduto, troppo presa dal disfare i bagagli e accertarsi che Alex non si cacciasse nei guai. Aveva strillato di avere fame e lei e Castle avevano dovuto trovare in fretta qualcosa con cui riempirgli lo stomaco.
Non era tornata nella stanza che le era stata destinata in quell'occasione. Aveva finto che non esistesse.
Era entrata senza esitazioni, invece, in quella che era stata di Castle - quella che era diventata la loro – dove era stata sommersa dai piacevoli ricordi del primo week end trascorso insieme. Il primo come coppia, se pure segreta.
Poteva dire di aver fatto pace con quella casa, ammise sospirando tra sé, quando si rese conto che nell'armadietto non c'era niente che potesse esserle utile.
Si infilò sotto il getto bollente della doccia, sperando che le desse abbastanza energia da rinvigorirla e cancellare una volta per tutte il torpore che la appesantiva, rendendole difficili i movimenti.
Sperò che non si trattasse di niente di grave. Non voleva rovinare la loro vacanza. Proprio lei che non stava male da anni.
Si avvolse in un asciugamano ampio e morbido di cui le abitazioni di Castle erano sempre provviste. Si sentì come se fosse stato lì in persona ad abbracciarla.
Il vapore aveva reso inaccessibile il grande specchio sopra al lavabo. Lo pulì con il palmo della mano e rimase a fissare meditabonda il volto scomposto e poco nitido che le comparve davanti.
Li scovò sulla spiaggia, apparentemente ancora così coinvolti dalle loro attività da non pensare a pranzare e poi riposare. La temperatura di fine estate permetteva di rimanere all'aperto tutta la giornata, senza dover essere costretti a trovare riparo in casa nelle ore più calde.
Si raccolse i capelli in una mano, per evitare che le finissero negli occhi a causa del vento deciso che spazzava la costa e rendeva la giornata molto luminosa, con un cielo terso e senza nemmeno l'ombra di una nuvola in lontananza. Si era tolta le scarpe, e la sabbia era una sensazione calda e piacevole sotto ai suoi piedi. La doccia le aveva fatto bene, così come uscire dalla sua tana. Si sentiva decisamente meglio.
Li raggiunse con calma, godendosi la sorpresa sui loro volti, quando si accorsero della sua presenza, e gli ampi sorrisi di benvenuto che seguirono. Perché aveva avuto la brutta idea di rimanersene a dormire, quando poteva raramente trascorrere tanto tempo con loro?
"Che cosa ci fate ancora qui? Non dovevi metterlo a letto e poi venire a riposare con me?", chiese a Castle accovacciandosi accanto a lui, per vedere che cosa stessero combinando insieme.
"Ci stiamo mettendo più del previsto. Ma non è da molto che ti abbiamo lasciato. Che ci fai tugià in piedi?".
Era passato davvero poco tempo? Il suo orologio interno doveva essersi inceppato. Era convinta di aver dormito per gran parte della giornata.
Affondò il volto nella spalla di Castle. La pelle abbronzata era asciutta e profumava di salsedine, aria aperta e crema solare. Appoggiò le labbra. Era salata. Dovevano aver trascorso molto tempo in acqua.
Avevano preso entrambi – lui e Alex – un colorito intenso, grazie a tutto il tempo trascorso in spiaggia e in piscina. Anche lei aveva conquistato un velo di invidiabile abbronzatura, prima che scomparisse dietro al pallore malsano che l'aveva sorpresa al risveglio.
"Te ne stai andando?" le chiese Castle, scurendosi in volto, quando si accorse delle chiavi dell'auto che stringeva in pugno. Se ne era dimenticata.
"Sì. Voglio fare un salto in farmacia a comprare delle pillole per il mio stomaco", lo informò, massaggiandosi un punto dolorante.
"Hai guardato tra i miei medicinali? Dovrei avere qualcosa di adatto".
Annuì. "Sì, ho controllato, ma non c'è nulla".
"Mi dispiace".
Lo baciò sulle labbra. Alex era impegnato in qualche grandioso progetto, circondato dai suoi utensili e non badò a loro. "Non scusarti. Ci metterò solo qualche minuto".
L'allarme di Castle crebbe.
"Noi non veniamo con te?". Le sembrò che si stesse inquietando oltre il necessario.
"Per fare che cosa? Il gruppo vacanze in gita in farmacia? Tutti insieme tra gli scaffali?", replicò divertita. Gli spostò un ciuffo dalla fronte, sorridendogli, per cercare di spazzar via l'agitazione.
"Ci mettereste di più a togliervi la sabbia di dosso e a cambiarvi che io a fare ritorno". Non voleva rovinare il loro pomeriggio con il suo malessere.
La studiò attentamente. "Devi dirmi qualcosa, Beckett?".
"Qualcosa cosa?", rispose, cadendo dalle nuvole.
"Qualcosa che non mi farà piacere sentire", replicò, scarno.
"Per esempio che devo incontrare il mio amante con la scusa di comprare un antiacido?".
"Esattamente". Annuì con fare solenne. "Il tuo amante farmacista", concluse come se avesse deciso che era finalmente ora che mettessero le cose in chiaro.
Scoppiò a ridere, mettendosi a sedere sulla sabbia. Al diavolo il vestito bianco appena indossato, che avrebbe già avuto bisogno di una spazzolata.
"Ho pensato che, dovendo tradirti, perché non farlo con qualcuno di utile? Anziano, magari? Certo, però, con una grande esperienza di vita", lo prese in giro.
"Non faresti tanto la spiritosa, se sapessi che il vecchio farmacista è morto, sostituito dal giovane figlio di belle speranze".
"Da quando ti interessi di uomini giovani di bell'aspetto, Castle?".
"Da quando vedo come la gente ti guarda, Beckett. E per gente intendo uomini. Di tutte le età. E forse anche qualche donna. Dovrei indagare meglio".
Lo guardò seria per qualche istante. "Mi piaci quando sei geloso", gli sorrise alla fine, sapendo di sciogliere istantaneamente la tensione che gli leggeva negli occhi. "Ma si dà il caso che io sia già impegnata".
"Mi fa piacere saperlo, dal momento che ti rifiuti di sposarmi", commentò lanciandole un'occhiata complice. Scherzava sul loro mancato matrimonio almeno una volta al giorno. O di più, quando sapeva di darle ai nervi.
Sbuffò.
"Se stai per dire che non hai bisogno di un documento firmato per sentirti impegnata bla bla blati lego con una rete da pesca e ti sposo seduta stante", continuò imperterrito.
Kate non rispose e si alzò. Non aveva senso dargli corda quando iniziava a tormentarla sulla questione. Gli fece una linguaccia, sistemò il cappello sulla testa di Alex, sapendo bene che dopo un minuto se lo sarebbe tolto, disgustato.
"Il farmacista mi aspetta, Castle", gli disse salutandolo.
"Divertitevi", le urlò dietro quando si era già allontanata. Fece qualche passo, ma Castle non aveva ancora finito con lei.
"C'è una baia riparata, appena fuori dal paese. Serve per gli incontri clandestini di mezza costa", continuò, tenendo la voce allo stesso volume e cioè rendendosi udibile a tutto il circondario. I vicini sarebbero stati felici di esserne messi al corrente.
Tornò verso di lui "E per quale motivo tu saresti al corrente dell'esistenza di questo ritrovo?", volle sapere, utilizzando il suo tono più suadente.
Vide un'ombra passare sui suoi occhi, quando capì di aver parlato troppo.
"Un... amico, una volta single e adesso felicemente fidanzato, me l'ha... accennato. Tra una cosa e l'altra. Non che mi sia mai servito. O interessato", si giustificò balbettando, con aria tragicomica.
Kate sbrigò in fretta la sua commissione, proprio come aveva previsto. Lei e il farmacista non avevano scambiato una sola parola. Lui si era limitato a far passare sotto lo scanner i prodotti che lei aveva posizionato sul bancone.
Il centro della cittadina era piuttosto deserto, a quell'ora della giornata e in quel periodo dell'anno. La massa dei turisti si era già diradata.
Camminò fino a un'ampia terrazza che dava direttamente sull'oceano e lì si appoggiò, scrutando l'orizzonte davanti a sé.
