Mycroft Holmes, seduto sulla sua comoda poltrona al Diogenes Club, sfogliava distrattamente le pagine del giornale del mattino. Era una mattina noiosa, quella. Nessuna chiamata allarmata da parte di qualche ministro. Era tutto sotto controllo, così lui avrebbe potuto, finalmente, concedersi un po' di riposo.

Ne aveva bisogno, davvero. Non pensava al riposo fisico. Con il suo lavoro non aveva mai occasione di stancarsi veramente da quel punto di vista.

Il riposo di cui necessitava era mentale. Troppi problemi, troppe dinamiche da tenere sotto controllo, troppe persone da seguire attentamente. Soprattutto uno. Suo fratello. Quell'irresponsabile di suo fratello era colui che più di tutti era capace di metterlo in ansia.

Si atteggiava da grande detective ma lui sapeva che in realtà aveva bisogno di essere seguito molto da vicino.

Uno dei camerieri attirò la sua attenzione toccandogli discretamente l'avambraccio e gli porse un biglietto da visita. Lo riconobbe immediatamente. Era quello della dottoressa Smith. Cosa poteva volere da lui dopo tutti quegli anni? Si allarmò. C'era un solo motivo per cui la dottoressa lo poteva contattare.

Si alzò di scatto dalla poltrona e si diresse verso la stanza degli ospiti, il solo luogo in tutto il club dove fosse permesso parlare.

Mentre saliva le scale pensava al passato. Quante volte aveva vissuto quell'angoscia. Quante volte aveva sperato che fosse l'ultima. Quante volte aveva sospirato, alla fine, constatando che tutto era andato bene.

In quel momento, però, regnava l'ansia. Dentro di lui sapeva che le sue preoccupazioni si sarebbero sciolte come neve al sole. Sarebbe accaduto dopo, però. Esisteva pur sempre quella percentuale di dubbio. Il dubbio che non lo mollava mai. Avrebbe potuto rilassarsi, dopo? Come si sarebbero risolte le cose, ora? Come lo avrebbe trovato?

La dottoressa Susan Smith lo aspettava in piedi davanti alla finestra. Guardava fuori e si tormentava le mani, forse cercando il modo migliore di dirgli la verità. Quale verità? Era quello che lo spaventava di più.

La donna non si era ancora accorta della sua presenza, così lui ne approfittò per cercare di dedurre da lei la situazione prima che potesse parlare.

Aveva i capelli leggermente spettinati, legati in uno chignon evidentemente fatto di fretta. I vestiti erano, chiaramente, quelli del giorno prima. Non era truccata, tutto in lei evidenziava che era uscita di casa di fretta, senza curare i particolari, come era solita fare. Magari era anche il suo giorno libero. Eppure qualcosa, o qualcuno, l'avevano indotta a lasciar perdere i suoi intenti di svago personale per recarsi personalmente da lui. Una chiamata nel cuore della notte, le palesi occhiaie segnalavano che non doveva aver dormito per più di quattro ore.

"Buongiorno dottoressa Smith" si presentò alla fine.

La donna si girò di scatto, colta di sorpresa. Non l'aveva sentito entrare.

"Buongiorno signor Holmes" disse lei sospirando, cercando di alleviare un po' la tensione che le cresceva dentro.

"Cos'è successo?" chiese l'uomo "Me lo dica senza tanti preamboli"

"Quello che temevamo, signor Holmes" rispose lei mestamente, abbassando la testa, come se all'improvviso il disegno sul tappeto fosse diventato interessantissimo.

"Si spieghi meglio" insistette Mycroft piegando leggermente la testa di lato "Sono tante le cose che ci aspettavamo da lui, non mi faccia stare in ansia"

La donna esitò un istante, poi alzò la testa e guardò il suo interlocutore dritto negli occhi.

"Overdose" disse infine, sospirando come se si fosse tolta un peso "Abbiamo fatto il possibile per salvarlo, ma è morto un paio di ore fa"

Un colpo al cuore. Fece due passi indietro, tramortito da quella notizia.

"Dove l'avete trovato?" chiese Mycroft, mordendosi il labbro, cercando di ricacciare indietro il dolore.

"In un vicolo dell'East End" rispose lei fuggendo dallo sguardo inquisitorio di lui.

A Mycroft, però, non importava granché del luogo dove era avvenuto il fatto. Gli importava di lui. Solo di Lui. Di Lui che non avrebbe più potuto proteggere. Di Lui, con cui non avrebbe più potuto litigare. Di Lui, al quale non avrebbe più potuto sorridere di nascosto, vedendolo allontanarsi, come un padre che guarda il figlio andare a giocare. Di Lui, che non avrebbe più visto. Davvero, stavolta.

"Dov'è?" chiese con voce atona.

Si strinse le braccia dietro la schiena, un inutile tentativo di resistere a tutto quello, a quello tsunami emotivo così devastante e inaspettato. Inaspettato? Forse no. Sapeva. Lui sapeva che sarebbe finita così. Eppure aveva vigilato così bene! Dove aveva sbagliato? Dove?

Lo aveva fatto tenere sotto controllo dai suoi migliori uomini, aveva monitorato il suo conto in banca. Era quasi sicuro che non avesse denaro liquido di cui non potesse venire a conoscenza. Non sufficiente per un'overdose, comunque. Inoltre c'era John. John! Anche lui avrebbe dovuto impedire tutto questo! Avrebbe dovuto fermarlo! Arrestare questa sua autodistruzione!

"Ora si trova all'obitorio del Bart's" rispose lei avviandosi verso la porta, ansiosa di fuggire il prima possibile da quella stanza "Mi scusi ma ora devo proprio andare. Dovrà recarsi lì entro stasera per identificare il corpo"

Mycroft annuì mentre la donna si precipitava letteralmente fuori dalla stanza.

Finalmente solo, Mycroft si lasciò cadere sulla poltrona. Chiuse gli occhi, cercando di dare un senso a quello che aveva appena sentito.

Alla fine l'hai fatto, brutto bastardo! Hai voluto giocare col fuoco e hai finito con il farti bruciare vivo. Sapevamo entrambi che sarebbe finita così, un giorno.

Quindici anni prima

Il telefono aveva squillato a lungo ma lui non si era degnato di rispondere, preso com'era dallo studio di quel trattato che lo aveva tenuto sveglio tutta la notte. Alla fine, per impedire che quel suono ripetitivo e martellante lo facesse diventare pazzo, alzò la cornetta. Un presentimento si fece strada dentro di lui con la velocità e l'intensità di una scarica elettrica.

"Pronto?" disse, temendo la risposta.

"Signor Holmes? Mycroft Holmes?" domandò la voce dall'altra parte del telefono. Una voce di donna. Una voce conosciuta.

"Sono io" rispose semplicemente "Dottoressa Smith, è lei?"

"Sono io, Mycroft" rispose lei con un sospiro, cercando conforto in quell'intimità che ormai li legava "Puoi venire in clinica? È urgente"

"Si tratta di mio fratello, vero?" domandò lui, pur conoscendo già la risposta.

"Purtroppo si" rispose la donna tristemente. Anche se non la vedeva, poteva intuire di quanti anni doveva essere invecchiata. Nonostante nessun legame di sangue la connettesse a lui o alla sua famiglia, soffriva ogni volta in cui doveva dare una brutta notizia. Soffriva per i suoi pazienti e soffriva per i parenti. Era una donna molto emotiva. Troppo emotiva. Qualche volta Mycroft si era chiesto come mai avesse scelto proprio quella professione.

L'aveva conosciuta due anni prima, quando aveva convinto un recalcitrante Sherlock a farsi ricoverare in quella clinica per disintossicarsi dalla cocaina. C'era stata subito intesa tra i due. Solo Mycroft in famiglia sapeva del problema del fratello e se ne era fatto carico. Susan aveva capito in che situazione quel giovane si era cacciato e aveva cercato di aiutarlo come meglio aveva potuto.

La stanza odorava di disinfettante e brodo di pollo. Sherlock era disteso sul lettino della sua camera singola e sembrava osservare il soffitto. Lo vedeva? Difficile a dirsi.

"Sherlock …" cominciò Mycroft "Perché?"

Il ragazzo sembrò ridestarsi da pensieri molto profondi. Sbatté gli occhi un paio di volte e volse il viso verso il fratello.

"Perché cosa?" domandò come se il problema non fosse suo.

"Perché ti fai questo, Sherlock? Che bisogno hai di distruggerti così?"

"Non mi distruggo" rispose lui lasciando andare un lungo sospiro "Non sono così stupido. Uso una soluzione al sette per cento. Assolutamente non letale né dannosa"

"Lo sarà se continui ad iniettartela così spesso, Sherlock!"

Il ragazzo, non senza alcune difficoltà, si mise a sedere.

"Non ti riguarda" lo aggredì, alzando la voce e aggrottando la fronte con espressione minacciosa "Perciò vattene. Avrai di meglio da fare che stare dietro ad un drogato come me, giusto?"

"Sherlock … ti prego. Sai bene che io …"

"Vattene, Mycroft. Sto bene. Starò bene. Non mi serve la tua pietà. Non mi serve la pietà di nessuno"

Mycroft si girò e fece qualche passo per raggiungere la porta. Sherlock, intuendo che il fratello aveva rinunciato a porgli inutili domande, si era rilassato. Si era abbandonato nuovamente sui cuscini, lasciando andare un lungo sospiro.

Fu lì che la vide. Quell'espressione. Quell'espressione di infinita e inconsolabile tristezza. Quella che aveva imparato a conoscere sul viso del fratello quando qualcosa lo colpiva negativamente. Come quando i suoi compagni di classe, alle elementari, lo chiamavano 'Strambo' e lo esiliavano dai loro giochi. Come quando i professori lo deridevano davanti alla classe, troppo preoccupati di mantenere la loro aurea di rispettabilità invece di dedicarsi al nutrimento di una giovane mente così brillante. Come quando si sentiva solo. Terribilmente solo. Una solitudine incolmabile, irrisolvibile. Così ci provava con la droga. Un modo come un altro per tappare quella voragine che sentiva al centro del petto e che sembrava portare via tutto, come un buco nero, lasciando il vuoto intorno a sé. Anche Sherlock avrebbe voluto sparire? Risucchiato da quella forza misteriosa, da quel vortice dal quale era impossibile sfuggire? Era davvero impossibile?

Se ci fosse stato un modo, Mycroft l'avrebbe trovato. Anche se Sherlock non l'avesse voluto, e sapeva benissimo che non lo voleva, lo avrebbe aiutato. Lo avrebbe trascinato via da quell'abisso, da quel baratro infernale al quale si era pericolosamente affacciato. Lo avrebbe portato via da lì. Dal dolore, dalla solitudine.

Con il passare degli anni le cose non erano migliorate. Era uscito e rientrato in quella clinica e ormai lui e la dottoressa Smith si conoscevano bene. Bastava che lei gli presentasse il biglietto da visita per fargli capire che Sherlock si era messo nei guai un'altra volta; e ogni volta era sempre peggio, come se il mostro che lo inseguiva crescesse di giorno in giorno e lui necessitasse di armi sempre più potenti per poterlo, se non sconfiggere, almeno tenere a bada.

Finalmente, poi, era arrivato John. Aveva veramente creduto che il dottore avrebbe potuto curare il cuore di suo fratello. Quel cuore che Sherlock si ostinava a ripetere di non possedere. Quel cuore che, dopo tante, troppe sofferenze, aveva deciso di scioperare. Non avrebbe più permesso al suo proprietario di farlo soffrire così. Non più. Troppe volte era stato spezzato. Troppe volte lo avevano fatto sanguinare. Ora basta. Si sarebbe dovuto arrangiare senza di lui.

Così Sherlock aveva cominciato a vivere senza il suo cuore. Per non soffrire più. Gli sguardi denigratori della gente, il modo in cui si rivolgevano a lui, quel soprannome – Strambo - che troppo spesso gli affibbiavano. Erano tutte cose che non potevano fargli più male, ormai. Il suo cuore aveva smesso di funzionare.

Quello che Mycroft non sapeva era il pericolo che John poteva costituire per Sherlock. Con la sua semplicità, con il modo in cui accettava Sherlock per quello che era, con la sua infinita pazienza, aveva aperto un varco nell'armatura che il suo cuore si era costruito. Un varco pericoloso. Insieme all'affetto del dottore potevano entrare anche le lance degli altri. Lance che stavolta, trovandolo scoperto ed indifeso, lo avrebbero dilaniato. Annientato per sempre.

Infine era successo. Quello che più temeva era accaduto.

Ricaccio indietro le lacrime. Non era quello il momento di lasciarsi andare a stupidi sentimentalismi. Ora doveva solo seguire le pratiche burocratiche. Doveva andare all'obitorio, riconoscere il cadavere del fratello, firmare le carte e contattare le pompe funebri. Avrebbe pensato lui ad organizzare il funerale.

La parte più difficile sarebbe arrivata dopo. Come dirlo ai genitori? Come dirgli ciò che teneva loro nascosto da più di quindici anni? Sarebbe stato in grado di reggere lo sguardo distrutto di sua madre? Come avrebbe risposto agli occhi carichi di rimprovero di suo padre? Come gli avrebbe spiegato che Sherlock, il loro adorato figlio, aveva scelto la via dell'autodistruzione?

Poi, naturalmente, c'erano gli amici da avvisare. Non erano molti. Qualcuno a Scotland Yard. Quell'ispettore Lestrade di cui Sherlock parlava spesso. Molly doveva esserne già a conoscenza. La signora Hudson. Poi John. Oddio, come avrebbe sofferto! Lo avrebbe accusato, gli avrebbe addossato tutta la colpa. Fatica inutile. Mycroft se la sentiva già addosso, come una cappa spessa e opprimente, lo costringeva a camminare a capo chino verso i suoi doveri.

Strinse con più forza i braccioli della poltrona, come per cercare di raccogliere la forza necessaria per alzarsi, per cercare di andare avanti. Doveva farlo, almeno per lui, per salutarlo in modo decente.

La macchina lo lasciò fuori dall'edificio e sparì dietro l'angolo. Anche Mycroft avrebbe voluto seguire Anthea. Avrebbe voluto essere ovunque tranne che lì. Scosse le spalle, fissò lo sguardo su un punto immaginario davanti a sé ed entrò. Gli occhi erano fermi, decisi. La mano, invece, lo tradiva. Tremando svelava i suoi sentimenti più intimi. Nessuno se ne sarebbe accorto. Solo Sherlock. Purtroppo non era lì per farglielo notare. Non avrebbe potuto notare più nulla in quel mondo. Mai più.

Percorse i corridoi che lo avrebbero portato all'obitorio quasi di corsa. All'apparenza stava camminando normalmente, come un comune gentiluomo, in realtà il suo passo era leggermente accelerato. Da dietro i vetri della stanza intravide Molly. Sembrava tranquilla. Il trauma doveva essere stato bello forte, per lei. Forse era stato così devastante da shockarla totalmente.

"Salve signor Holmes" lo salutò cordialmente la donna, quando fu entrato "La dottoressa Smith mi ha detto che deve riconoscere un cadavere"

"È così" rispose lui rigidamente, tentando di mascherare la tensione che ormai stava per sfociare.

Stava per chiederle di lasciarlo solo, quando entrò un'infermiera.

"Dottoressa Hooper" la chiamò "La vogliono al telefono"

"Arrivo" disse Molly sottovoce "Torno subito, signor Holmes" gli disse prima di uscire dalla stanza.

Mycroft si avvicinò cautamente al corpo nascosto dal lenzuolo. Era arrivato il momento che tanto temeva. Avrebbe visto suo fratello non più sotto le lenzuola del letto della clinica. Da sotto quel lenzuolo non si poteva più tornare indietro. Aveva ormai oltrepassato la linea di non ritorno. Uno strappo secco. Non voleva scoprirlo poco alla volta. Voleva la verità nuda e cruda e tutta in un solo momento. Afferrò il lembo della stoffa sotto la quale giaceva Sherlock, contò mentalmente fino a tre e tirò con forza.

Quello che vide lo lasciò senza parole. Letteralmente senza fiato. Sotto di lui, con la pelle ormai prossima alla necrosi, giaceva un uomo. Aveva i capelli neri, tagliati corti. Sul naso pronunciato si vedevano i segni degli occhiali. Con la mano tremante gli aprì un occhio. Le iridi erano azzurre, ma non quel meraviglioso azzurro – verde che caratterizzava gli occhi di Sherlock.

La dottoressa Smith non vedeva Sherlock da quasi sette anni. Doveva averlo scambiato per qualcun altro. Stava per lasciarsi andare, quando Molly rientrò.

"Mi hanno telefonato dalla clinica dove lavora la dottoressa Smith" disse "Sono riusciti a ricomporre i documenti che aveva addosso. Si chiamava Eddy Thompson. La famiglia sarà qui tra poco. Sinceramente non so perché abbia chiamato lei per il riconoscimento. Mi dispiace averle fatto fare il viaggio a vuoto"

"Non fa niente Molly" rispose lui cercando di controllare la voce "Non fa niente. Piuttosto, Sherlock è qui oggi?"

"Sì. È in laboratorio. Lavora su quei campioni da ore, ormai. Può provare lei a dirgli di staccare un po' … magari l'ascolta"

"Sarebbe bello se mi ascoltasse, una volta" rispose l'uomo ridacchiando tra sé e sé mentre usciva dalla stanza, cercando di non far risultare la sua risata troppo isterica.

Sherlock era ancora piegato sul microscopio. Pesanti occhiaie gli segnavano il viso e ormai anche lui, per tutta la volontà che potesse metterci, era arrivato al limite delle forze. Si allontanò dalle lenti e si stropicciò gli occhi stanchi, quando vide entrare Mycroft.

"Cosa vuoi?" gli chiese trattenendo uno sbadiglio.

L'uomo non rispose. Si avvicinò al fratello con passi lenti e misurati. Sembrava incerto sul da farsi, quasi timoroso.

"Mycroft, per piacere!" lo apostrofò massaggiandosi le tempie "Non ho tempo per i tuoi giochetti. Ho da fare, adesso. Se hai qualcosa da dirmi, fallo velocemente e vattene. Se invece sei qui solo per scocciare, puoi andartene subi …"

Non fece in tempo a finire la parola, che Mycroft gli fu addosso. Coprì con pochi e rapidi passi gli ultimi metri che gli separavano e lo abbracciò.

"Che fai? Mycroft, lasciami!" disse Sherlock cercando di liberarsi dalla presa del fratello. Più lui si dimenava, però, più Mycroft stringeva "Si può sapere cosa diavolo ti prende?"

All'improvviso tutta la tensione accumulata quel pomeriggio lo travolse come un fiume in piena. Quel fiume, filtrando attraverso tutti i pensieri formulati in quelle poche ore di pura e devastante angoscia, sfociò dai suoi occhi.

Grosse, calde, benefiche lacrime solcarono il suo viso e scossero il suo corpo. Solo Sherlock, solo il suo piccolo fratellino, poteva indurlo in quello stato.

Sherlock lo lasciò fare, sconvolto dalla reazione così inaspettata del fratello. Non sapeva cosa gli fosse successo, ma doveva essere grave. Anche lui si lasciò andare a quell'abbraccio e lo ricambiò. Si sentiva protetto, tutta la freddezza con la quale i due uomini si trattavano sembrava essersi dissolta sotto l'influsso balsamico di quelle lacrime.

Dopo pochi interminabili minuti, Mycroft si staccò. Con le mani teneva saldamente le spalle di Sherlock. Aveva ancora gli occhi rossi dal pianto, ma avevano ripreso quell'aspetto tra il minaccioso e il paterno che Sherlock conosceva bene.

"Mi raccomando" disse scuotendolo delicatamente, prima di lasciarlo. Si avviò verso la porta, con il cuore leggero e l'ombrello che gli girava allegramente tra le dita "Ti tengo d'occhio" gli disse poi, prima di sparire dietro la porta, mentre Sherlock, perplesso, ritornava ad osservare il microscopio.