Episodio 2
Davanti a me si estendeva quello che un tempo era stato un frutteto, a ridosso di una piccola collina. Gli alberi c'erano ancora, ma erano spogli ed incrostati di ghiaccio. Era inverno. A terra c'era un po' di neve, ma per lo più era sciolta, mista alla fanghiglia del terreno. Non c'erano tracce di passaggio. Niente e nessuno. Mi voltai verso la Porta. Un baratro nero.
"E adesso?"
Prima o poi i filtri sarebbero finiti. Sarei morto soffocato. Per questo ci avevano dato una pistola e un colpo ognuno. Ma prima dovevo raggiungere il punto di raduno esterno, ad un paio di chilometri dal rifugio, nel centro del piccolo paesino poco lontano. Mi incamminai, memore della strada da seguire. Risalii la collina e trovai la strada. Era del tutto coperta di nevischio e ghiaccio, e di fanghiglia. Scrutai il cielo nuvoloso. "La nube radioattiva sarà letale per i primi tre giorni. Il declino radioattivo durerà dai due mesi ai vent'anni". Estrassi il contatore Geiger, e osservai la tacchetta. Era a livelli normali. Mi avvicinai all'insegna stradale più prossima e misurai. Leggermente al di sopra. Questo era un buon segno.
Continuai a camminare, e arrivai in vista del paesino. Sostituii il filtro, inserendo l'ultimo da dieci. Camminai, mentre la neve scricchiolava sotto ai stivali ormai sporchi, non si sentiva un suono. Non c'erano tracce di vita. Forse l'intera missione di sopravvivenza era stata un fiasco. Forse ero l'ultimo uomo sulla terra. Ci eravamo distrutti da soli, condannando tutti gli esseri viventi. A questo punto mi venne in mente una cosa. Andai al lato della strada e scostai la neve con lo stivale, rivelando ciuffi d'erba ingiallita. Strappai un paio di steli ed esaminai le radici. C'erano ancora. Questo voleva dire che almeno l'erba ce l'aveva fatta. Gli alberi, però, erano tutti spogli, così come i cespugli. Avvistai la prima automobile proprio alle porte del paesino. Non era che una carcassa marrone, priva di qualsiasi cosa. Il Geiger iniziò a crepitare, per cui mi tenni alla larga e proseguii verso le case.
C'erano cinque case, più quella patronale. Mi diressi subito verso questa, alla ricerca di qualcuno. Il portone non c'era più, e la neve aveva conquistato l'interno dell'edificio. La sala centrale era spoglia, rimanevano solo due pile di stracci sporchi. Decisi di salire le scale, ma queste erano crollate, in compenso vi era cresciuta una pianta, un piccolo albero, sbucato da chissà dove. Uscii di nuovo in strada. -C'è nessuno?.
Parlai per la prima volta dopo tanto tempo. Ma non ottenni risposta. Il vento aveva cessato di soffiare. Ora rimanevo solo io. Quali erano gli ordini ora? "Aggregarsi al prossimo centro di raduno". Sì, una piccola città. Stavolta era a cinque chilometri. Mi accorsi di avere fame. Per prima cosa aprii una bottiglia d'acqua, e versi la polvere di purificazione. Presi la razione di cibo in polvere e aprii il foro per la cannuccia. Versai l'acqua fino a che non ebbi tra le mani un piccolo sacchetto rigonfio. Aspettai qualche secondo, e sganciai una delle piccole valvole nella maschera. Inserii la cannuccia e bevvi avidamente la poltiglia, che ricordava vagamente delle patate. Finii tutto il pochi secondi. Il cibo era disgustoso, ma non potevo morire di fame, non ancora.
Gettai l'incarto, e tornai nella sala centrale a prendere uno dei vecchi stracci. Era abbastanza grande da coprirmi, a mo' di mantello. Ripresi a camminare, accompagnato dallo scricchiolio degli stivali e dal ticchettare del cronometro. La strada era in discesa, per cui proseguii senza stancarmi troppo. Trovai altre carcasse d'auto, tutte ridotte all'osso. Quando l'orologio cessò di ticchettare ero ancora in vista del paesino, nella strada in mezzo alla piccola foresta. Estrassi uno dei filtri da trenta minuti, sganciai le valvole ed inserii il tubo, avvitai e chiusi le valvole. Respirai profondamente. Trenta minuti. Infilai il serbatoio del filtro nell'ultima tasca libera dello zaino, in modo che non mi desse fastidio. Tornai a camminare nella bianca desolazione che era diventato il mondo, scivolando spesso, ma senza farmi male. Vidi finalmente la città. Era piccola, molti degli edifici erano stati raggiunti dal verde, o erano incrostati di ghiaccio sulla facciata esposta al vento.
A lato della strada notai una pila di neve. Con cautela rimossi lo strato bianco, rivelando un cadavere assiderato, morto da tempo, ma ancora in buono stato. Non indossava la maschera, ma era stato ripulito di tutti i suoi averi. Sotto di sé aveva qualcosa di metallico, ormai arrugginito. Il contatore Geiger non stava protestando. Lo estrassi e lo puntai verso il ferro. Sotto la norma. Scansai il cadavere e rivelai al cielo coperto una bicicletta. Le parti in plastica erano ormai bianche, quelle in ferro ormai marroni dalla ruggine. Non c'era la catena, né le gomme, ma riusciva ancora a sterzare. Era perfetta per compiere il tratto in discesa in breve tempo.
Inforcai la bici e mi lanciai verso la piccola città. La maschera mi proteggeva dall'aria gelida e letale, per cui andai fiondato tranquillamente. Stavo andando anche troppo veloce. Provai a frenare, ma ottenni solo uno stridore assordante, e una marea di schegge di ruggine e scintille. Davanti avevo una curva secca a destra. Ero troppo veloce. Provai a curvare, ma la bici scivolò sull'asfalto innevato sollevando alti spruzzi di neve. Ero a terra, non mi ero fatto niente. A terra c'era una scia di ruggine che mi indicava la presenza della bici. La sollevai e ripresi a scendere la collina, cadendo di nuovo dopo qualche curva. La ruota di dietro non girava più.
Partii ancora, stavolta più lentamente. Avevo imparato a non ruotare lo sterzo, ma a piegarmi di lato. Mi sembravano anni, che non andavo in bici. Probabilmente era così. Il pendio si fece sempre meno inclinato, e la strada sempre più dritta. I condomini della città svettavano a un paio di chilometri dalla mia posizione, ricoperti d'edera e di ghiaccio. In lontananza vedevo che sui tratti scoperti della strada spuntavano cespugli e addirittura alberelli. Quando la bici si fermò avevo percorso un buon chilometro. La città aveva una strana bellezza. Silenziosa, tranquilla. Morta.
Sentii qualcosa alla mia sinistra, in prossimità di un incrocio. Scesi dalla bici ormai inutilizzabile e avanzai con cautela. Mi appoggiai al muro, all'angolo della strada. Sporsi lentamente la testa. Un cervo. Avevo davanti un cervo. Era marrone. Era vivo. Stava brucando tra la neve, in cerca d'erba. Alzò la testa e mi fissò. Lo fissai anche io. Aveva delle corna a punta, affusolate, non ramificate. E notai solo adesso che il pelo era anche chiazzato di verde. Non avevo mai visto un cervo di quel tipo.
Avevo davanti qualcosa di vivo. E stava respirando l'aria maledetta. Il respiro si condensava nel gelo. Forse anni di esposizione lo avevano reso immune ai veleni e alle radiazioni. Chinò la testa e tornò a brucare. Mi mossi in avanti. Lui alzò di nuovo la testa, in allarme. Ciao.. Lui scappò, dirigendosi verso uno degli incroci più avanti. Ero stato stupido. Mi alzai, incerto sul dove andare. Il punto di raduno doveva essere nella piazza centrale. Camminai a caso, credendo di andare verso il centro. Ad un certo punto vidi delle impronte di stivali nella neve. Il cuore mi iniziò a battere a mille. Seguii le impronte, svoltai a destra, proseguii. Di nuovo a destra. Avanti per un po' e di nuovo a destra. Realizzai che stavo seguendo le mie impronte.
Avvistai nuovamente il mio amico Cervo, ma lui si dileguò non appena mi vide. Che cosa diavolo dovevo fare? Seguii la strada, superando edifici vuoti, edifici crollati, macerie, auto scarnificate. Non vidi mai dei cadaveri, né umani né animali. Finalmente arrivai nella piazza principale della città. Non era molto grande, come la città stessa, del resto. Ai quattro lati vi erano quattro edifici alti, alcuni avevano ancora delle finestre intatte. Le nuvole si diradarono lentamente, mentre sostituivo il filtro. Rividi il sole per la prima volta dopo tanto tempo.
Nella mia memoria, ero rimasto nel bunker assieme agli altri per quasi otto mesi, prima che dessero l'ordine di entrare nelle camere criogeniche. Potevano essere trascorsi anche cento anni, per quanto ne potevo sapere. Il sole splendeva glorioso, riscaldando la terra ghiacciata e desolata. Era bellissimo. Già sentivo il calore penetrare attraverso i miei vestiti, arrivando fino alla pelle, e alle ossa. Rimasi fermo per qualche secondo, ascoltando il mio respiro. Ripresi a camminare, guardando il ghiaccio staccarsi e sciogliersi dalle pareti degli edifici. L'acqua, sporca e contaminata scorreva lungo la strada, formando un piccolo ruscello. Mi misi sul marciapiede, e mi fermai in prossimità di quello che un tempo era stato un cinema.
La porta era chiusa, barricata pesantemente dall'esterno. Un graffito rosso identificava il luogo come "IMPERIAL", il nome del cinema. Tornai nella piazza, poiché solo adesso avevo visto uno scaffaletto in legno fuori da un edificio. Mi avvicinai. Conteneva delle cartoline e delle mappe turistiche. Le cartoline erano decisamente fuori luogo: New York, Venezia, Roma, Parigi, anche l'Egitto. Le mappe invece erano quelle della zona, per cui ne presi una. Presi anche una mappa che rappresentava tutta la regione. L'aprii ed esaminai le strade. La via per casa era lunga. Avrei dovuto camminare per molto tempo. Infilai tutto nello zaino e mi rialzai.
Quando mi voltai mi trovai davanti un uomo, che mi puntava contro un fucile. Indossava una sciarpa, ma non aveva nessun tipo di maschera. Aveva i capelli neri, chiazzati di grigio sotto le tempie. Occhi neri, magro. -Mostra bene le mani..
Eseguii gli ordini.
