Avevano assicurato la ragazza nella stessa posizione occupata poco tempo prima dal pilota- un clone di suo padre, un insolente ragazzino dagli occhi di smeraldo, avvolto in una gibbosa giacca di pelle e che si era dimostrato sufficientemente scaltro da sfuggirgli. Il suo primo passo falso. Il secondo era la ragazza, dritta davanti ali, ed era così concreta, adesso, che allungò una mano nella nebbia.
Un'allucinazione della mia mente. Ci vorrà tempo, allora, più di quanto mi fossi aspettato. Speravo di addormentarmi- forse è così, forse devo solo lasciare che i pensieri scorrano. Sarà tutto finito, presto. Non sentirò più niente.
Il pensiero lo consolò.
Richiuse gi occhi; la circolazione risentiva del freddo, e, nella tenebra delle palpebre abbassate, miriadi di piccole scintlle esplodevano- fuochi di feste lontane, o sciami di piccoli pesci luminosi che si rincorressero nei fondali marini.
Se il blaster dell'uomo-scimmia aveva fatto il suo lavoro, una parte dei tessuti era ormai sufficientemente compromessa da provocare un'emorragia interna. La sensibilità della parte era quasi completamente andata, e il braccio destro, schiacciato fra fianco e terreno, così da premere sui centri del dolore, si stava rapidamente addormentando.
Una corrente fredda si diramava da muscolo a a muscolo, lasciando un breve formicolio e poi null'altro che infinito torpore.
Se furia gli era rimasta, fu furiosamente che tornò a concentrarsi sulla visione.

Rey stava sognando. Un nero sogno di immagini confuse, che agitava il suo respiro.
L'aveva osservata, oh, così a lungo, che gli era sembrato di invecchiare e trascorrere una vita seduto stancamente sullo stesso sgabello, intento a contemplarla, mentre gli anni non imprimevano solchi sulla sua fronte rotonda. Invecchiare con il mondo chiuso fuori dalla porta, ridotto ad una bolla di suoni- il sordo muggghiare dei motori, e il clangore ritmato delle pattuglie, un-due, un-due, un-due... Ogni cosa oltre alla soglia sarebbe stata fermento, fuoco, frastuono: dentro le pareti di alluminio, lui avrebbe vegliato i resti del suo sangue- quel viso che sembrava impresso nella sua mente da millenni.
La calma, il tepore, il silenzio avrebbero sgretolato la sua maschera, corroso il metallo, dissolto la trama dei tessuti. Sarebbero vissuti nudi e senza nome e immersi nel tempo, come se non fossero mai venuti alla luce.
Scosse la testa e ringhiottì il desiderio.

Le cose non stanno come le vorresti far stare.

La ragazza vestiva di stracci, e da questi stracci sabbia colava, a ogni tremito della sua persona, colpendo il pavimento con un tintinnio, come se migliaia di infinitesimali biglie vi rimbalzassero sopra.
Le mani erano avvolte in fasce di tela- le sollevò, senza ottenere resistenza: piccole mani, dalle dita quasi infantili, ma coperte di calli, come se appartenessero a una vecchia.
Doveva farsi strada fra le dune con un bastone o una qualche sorta di pertica, perché la pelle dei polpastrelli era consumata dagli esiti di vesciche mal rimarginate, che deviavano i tortuosi sentieri scavati dalle linee del palmo. Sembrava che sabbia e vento vi avessero condotto infaticabile opera d'erosione.
L'arma con cui aveva tentato di colpirlo era un vecchio blaster, marchiato con il simbolo della Ribellione. Non un genere di arma che una mendicante avesse ragione di indossare: forse proveniva da uno degli innumerevoli sgabuzzini pieni di simile ferraglia, di cui il Falcon era disseminato. Le braghe erano in più punti macchiate di ruggine e terra, e scolorite tra le cosce dall'attrito e dall'orina. Piccole miche traslucide scintillavano in brevi barbagli fra le pieghe della stoffa, nelle scanalature del cuoio indurito degli scarponi e sotto le unghie- alcune masticate, quella dell'indice schiacciata nel letto, come se avesse ricevuto un violento colpo.
I denti, però, erano sani: segno che la ragazza non era del tutto denutrita.
I capelli, sudati, si incollavano ai lati del capo e sull'ampia fronte corrucciata: poteva odorarli persino al di sotto della maschera, ma non gli suscitarono il ribrezzo che si aspettava.

Una debole aura, tutta intorno a lei; una povera cosa, in confronto alla sua, che increspava i contorni delle cose, quando la forzava a imbrigliare la sua furia.
Ma era quel pigolio di luce che lo aveva deciso all'azzardo. Una ragazzina di meno che vent'anni su Jakku, sola, intrepida, e con un'impronta ancora acerba di Forza che le ondeggiava intorno come un impalpabile velo d'acqua- la più splendida delle vesti, ai suoi occhi.
Tentò i percepire il sogno della ragazza-sole: riusciva a vedere i contorni slabbrati dalle radiazioni e poi, con fatica, una bambina che urlava al cielo slavato, gli occhi stretti come serpenti, incredibilmente rossi e bagnati e gonfi. Piangeva e gridava fin quasi a soffocare, contro l'indifferenza dell'azzurro; le vene del suo piccolo collo pulsavano di impotenza.
Un'ingiustizia. Una delle tante che loro ci fanno, e per le quali non chiedono mai scusa.
Gli era così familiare, l'ingiustizia, e l'aveva provata così tante volte che, ben presto, aveva imparato a nutrirsene; era un pasto rovente, acido, che gli graffiava la gola ma, in cambio, aveva avvertito il Rancore crescere e scorrergli nelle vene come oro fuso- un insesausto torrente di forza, dal quale attingere senza fine.

Altre immagini si susseguivano: la bambina cresceva, sempre più sola e persa in bilico fra precipizi di terra bianca e cieli smaltati, con la faccia abbeverata nelle nuvole, spiando una scia di condensa, un'insolita luminescenza, una qualsiasi irregolarità che annunciasse la discesa di un salvatore. Del quale, ormai, l'attesa stessa aveva preso il posto e confuso i contorni: Rey non ne ricordava più il volto.
E Kylo, Maestro dei cavalieri di Ren- conficcarsi un chiodo nel cuore sarebbe stato meno penoso, adesso, che chiamare se stessi Ben- ricordava la morsa dei muscoli cervicali, esausti dopo ore di avide ispezioni del cielo, faccia in su, aspettando di riconoscere la sagoma del Falcon che scivolava verso terra, placido come una vela su un nastro di acque.
Loro se ne vanno, loro ritornano, e per loro rimane tutto come lo hanno lasciato. Ma per noi, Rey- è così che ti hanno chiamato? Rey, per noi è diverso, non è vero?
La ragazza crollò il capo di lato, e leggermente in avanti. Gli sembrò che annuisse.
Che altro hai in quella testolina balzana, scarabeo?
Vide un lungo corridoio bianco crollare come tessere del domino, e vide se stesso, un fulmine nero, che agitava la spada e incendiava le ombre attorno a sé. Si vide arrancare, bruno e rosso, in una candida desolazione- una faggeta ai margini della notte. E vide che le sue spalle erano gravate dal Peso. Dal sangue di suo padre.
E' così che avverrà. E' già scritto. E' inevitabile.
Si ritrasse da lei, inorridito, mentre, da qualche parte di lui, la Bestia si compiaceva e gli sussurrava non è colpa tua, è questo il destino. Adempi il destino, Kylo Ren, come è scritto nella Forza, nel sangue; il patricidio è connaturato alla tua famiglia, e tu non puoi opporti all'ordine delle cose, alle loro concause. Non era forse questo che Luke ti ripeteva sempre, quando tu eri così sperso e ferito, e gli chiedevi compassione, e calore, e lui rispondeva con la sua logica, la sua aritmetica delle emozioni jedi? "L'ordine e l'armonia delle cose non devono essere ostacolati".
E Luke era davvero lì, nella testa della ragazza scarabeo.
Un baluginio- era la protesi metallica del suo maestro. La ragazza lo aveva visto, e c'era una spada, da qualche parte, ma l'immagine era confusa ed era impossibile stabilire dove l'avesse presa e dove adesso la conservasse- se l'aveva ancora lei o qualcuno dei suo compagni. Ma Kylo, maestro dei Cavalieri di Ren, ebbe l'impressione che si trattasse di quella stessa spada che andava cercando ormai da anni e, per un attimo, avvertì un impeto di intensa gelosia per la fangosa ragazzina che l'aveva preceduto.
Dimmi dove l'hai messa. Dimmi com'era fatta.
La ragazza chinò la testa come un fiore al tramonto, poi si scosse e aprì gli occhi; le pupille si restrinsero sotto il fascio di luce che illuminava la cella e subito tornarono a dilatarsi, tentando di afferrare il pericolo intorno a lei. Avvertiva, ai margini della visione, dolorosamente incuneata nella sua retina, una massa d'ombra e uno scintillio, e sentiva, forse, sopra le eco della base, che qualcuno respirava in quella stessa stanza, e che le era vicino.
Era iniziata così la loro prima conversazione- il loro primo duello, che lui era stato tanto sciocco da sottovalutare.
La Forza di lei non aveva inciampi, era solo grezza, impurificata- ma persino così, nel suo procedere per vampate sempre più vive, era preziosa.
L'unica debolezza, in tanto splendore, era l'ignoranza che Rey aveva di sé.
Rancore, paura, abbandono, e la necessaria spinta a contrastare quello che li aveva originati, riposavano negli abissi del suo animo, dove stendevano robuste e ritorte radici, sulla cui tenacia lei stessa si ingannava, tentando di ignorarle, respingendole dentro di sé assieme a ricordi dolorosi e a disattese speranze.
Credeva di essere forte, e desiderava di esserlo, e procedeva così, del tutto cieca, incontro al vero duello- uno in cui né lui, Ren, ne alcun altro cavaliere o signore della guerra o grande guerriero potevano ingaggiarla con esisti altrettanto mortali.
Un giorno incontrerai te stessa, ragazza, la parte marcia, risentita, la faccia in ombra che non hai voluto vedere. Lei vorrà risposte, almeno da te, e ti chiederà perché, perché l'hai ignorata. Sarà la bambina sperduta su Jakku, con le labbra spaccate dal sole e il cervello che bolle sotto la canicola; sarà la ragazza indurita dalla fame e dalla fatica e dalle notti gelide, in cui la pietra del deserto urla e si spacca al ritirarsi del calore accumulato.
Crederai di non averla mai vista, fingerai di non sapere chi è e cercherai di scappare. Ma le ombre sono agili, e lunghe, bimba delle dune, e oh, quanto sono veloci! Alcune resistono persino alla luce e si nascondono sotto di te, e vanno dove tu vai, perché vogliono che tu le ascolti. Che tu dia loro un nome.

Ben Solo si risvegliò. I tremiti e le vampate tacevano- il silenzio di una belva ormai sazia.
Si sentiva solo il rauco crepitare degli ultimi fuochi e il fischio dei tronchi che si raffreddavano nel vento.
La terra era ferma; la neve, disciolta.
I suoi panni, fradici, avvinghiavano il suo corpo come alghe attorno a un relitto.
Qualcosa lo toccava; si irrigidì, tendendosi in ascolto. Era una mano, ed era calda, segno che, a chiunque appartenesse, quell'uomo non aveva abbandonato il suo riparo da molto.
La mano del senza faccia premette sulla sua spalla sinistra- una leggera pressione, probabilmente, ma, per quanto tardo a raggiungere i suoi centri nervosi, il dolore della parte offesa si fece strada di muscolo in muscolo, di nervo in nervo, chirurgicamente. Tentò di torcere il braccio, in risposta allo stimolo, ma l'arto era troppo intorpidito per rispondere, e lo sentì fremere debolmente.
Un insetto schiacciato, con le ali che si contorcono. Una ragazza scarabeo, un ragazzo mosca. Uno scambio equo.
Socchiuse le palpebre: il mondo galleggiava in una pallida alba artificiale, segno che il sole si stava lentamente rimarginando. Attraverso le ciglia, poteva vedere il respiro dello sconosciuto fuoriuscire in fiocchi di fumo, sfalsato dalla percezione del fiato caldo fra nuca e collo, un'informazione che impiegava un tempo preoccupantemente più lungo a raggiungere la sua mente.
- Ben? – o forse era Ren, non avrebbe saputo dirlo.
La voce non era né familiare né sconosciuta e, appena la sentì, l'aveva già dimenticata.
Un'altra mano scivolò fra il terreno e il suo costato, facendo leva per sostenerlo. Ben, o Ren, o come diamine era il suo nome, si contorse- all'improvviso, ogni singola fibra del suo corpo riacquisì un'angosciosa memoria di tutti i movimenti necessari per opporre resistenza al sollevamento, e tentò di eseguirli tutti allo stesso tempo e in ogni possibile direzione.
Era uno sforzo superiore alle sue forze effettive: un conato rabbioso lo piegò in due, e vomitò, vomitò ancora- era sicura che fosse già accaduto, di recente, ma quando? Le mani gli tennero indietro la fronte, ravviando i capelli perché non gli ricadessero sulla bocca, poi la manovra ricominciò, e così i suoi sempre più flebili tentativi di opporvisi, e nuovi conati asciutti e il rinnovato movimento delle mani per rimetterlo sulle sue gambe e forzare il braccio destro ad alzarsi e a cingere un collo, o una vita. Per quanto tentasse di guardarsi intorno, alla ricerca di un volto, non vedeva che caligine, quasi che, di colpo, le cose avessero dismesso forme e colori e si stesero allontanando da lui a una velocità molto maggiore di quella che il suo nervo ottico poteva sostenere.
Una volta, ho visto una cucciolata di cani. Erano appena nati, erano caldi e rossi come vermi, e completamente ciechi. Vedevano con l'odorato e con il tatto. Ne ho preso uno, è morto sei inverni dopo, ed era rimasto cieco da un occhio. Lui mi disse di prenderne un altro, uno migliore, ma io volevo quello deforme. Mi sembrava divertente, e mi sembrava di fargli piacere, al cane, perché io avrei voluto essere preso, se fossi stato deforme. Forse era compassione, in fondo, o forse l'ho fatto per dispetto.

Annusò. Sentì odore di bruciato e di bachelite, e di grasso per motori; e sentì sudore ma, nella privata notte che stava calando sui di lui e su di lui soltanto, avrebbe potuto trattarsi della ragazza-sole, col suo aspro sentore di vento, o di suo padre, di ritorno da una missione, bello e incurante del piccolo Ben, o di un qualsiasi sconosciuto che si fosse chinato su di lui, gratuitamente, per mera pietà.