Draco Lucius Malfoy sognava.
Sogni astratti e contorti, ma densi di angoscia e dolore.
I sogni… divagazioni della mente, che ci mostrano desideri nascosti nel profondo o verità che, consciamente, non riusciamo ad afferrare o ad accettare.
Ma quando si ha alle spalle un passato tormentato, come può la mente non tornare a infierire su certi ricordi, riproponendoli più e più volte?
Quando i sogni diventano incubi, modellati secondo le nostre fobie più oscure, la nostra stessa mente, autolesionista, sembra essere contro di noi nel riproporci, imperterrita, momenti che credevamo, o tentavamo, di aver rimosso.
Immagini sfocate prendevano lentamente forma, per dissolversi in un vortice di sangue e buio più e più volte. Voci lontane e attutite, sussurri raggelanti…
Poteva sentire di nuovo il dolore, annusare il terrore nell'aria.
Un vuoto incolmabile dilagava nel petto, raggiungendo il cuore come se gli fosse stata iniettata acqua ghiacciata nelle vene…
Ironico come il vuoto, nella sua inconsistenza, potesse causare tanta sofferenza.
Si sentiva, forse lo era davvero, poco più di un bambino… Totalmente impotente, inerme di fronte a quell'oscurità… Quale altra scelta, se non la fuga?
Poteva solo nascondersi, mimetizzare la propria presenza col buio e sperare che tutto finisse.
Due occhi grigi identici ai suoi invasero il suo campo visivo e lui seppe di non avere più scampo…
All'improvviso, Draco aprì gli occhi e riemerse dall'ombra dell'incubo. Scosse il capo, come per scacciare il ricordo di quel sogno buio e cupo, e si stiracchiò, intorpidito dalla posizione che aveva assunto per parecchie ore.
Guardò fuori dal finestrino dell'aereo e ritrovò ancora buio. Stavano ancora volando sull'oceano, o forse sulla manica… In lontananza vi era un ammasso di luci concentrate in una zona enorme. Londra.
L'orologio, ancora regolato secondo il fuso orario americano, segnava le quattro del pomeriggio, il che significava che in Inghilterra dovevano essere più o meno le nove di sera, e che lui aveva dormito sì e no per tutta la durata del viaggio.
Sei ore e quaranta minuti, dal New York Kennedy ad Heathrow, senza scalo.
L'avevano costretto ad entrare in quella dannata scatola metallica che chiamavano aereo, perché – parole testuali – "usando la magia avrebbe rischiato il culo". Meglio rischiare di essere ucciso da un Mangiamorte che viaggiare su quella cosa infernale!
Dannati Babbani…
Senza neanche pensarci, tirò fuori sigarette e accendino: non poteva dirsi veramente sveglio se non fumava. Sfilò un tubicino di tabacco dal pacchetto e se lo mise in bocca, ricacciando il pacchetto in tasca.
L'hostess gli si avvicinò e lo guardò con apprensione. «È vietato fumare, signore.»
Draco la freddò con lo sguardo. Che cazzate. Il jet era di proprietà dell'Ufficio Misteri e pertanto a completa disposizione del suo capo, una ciminiera umana, che non passava minuto della sua vita senza sigarette… E ora la rompicoglioni di turno osava proibirgli di fumare? Assolutamente no.
Accennò ad un sorriso sottile che non coinvolse lo sguardo e fece per avvicinarsi alla ragazza. «Senta, so che le regole sono regole, ma, vede, se non fumo di prima mattina solitamente mi va storta tutta la giornata. Non si potrebbe fare un'eccezione?» Riversò tutto il carisma che possedeva sulla sua voce e inclinò di lato il capo per lanciare un'occhiata complice all'hostess, abbastanza persuasiva da farle trascurare che non era "prima mattina", bensì sera. « Solo per questa volta? »
La ragazza si passò la lingua tra le labbra, combattuta lanciò un'occhiata alla cabina per assicurarsi di essere l'unica hostess sveglia, e annuì con un sorriso malizioso.
«Grazie.» Una voce suadente che, unita alla visione mozzafiato del biondino, diventava irresistibile. Draco le fece l'occhiolino e si accese la sigaretta. «Resterà un segreto tra noi due.»
L'hostess gli sorrise un'altra volta, decisamente soddisfatta di avere qualcosa a che fare – che fosse anche un piccolo "segreto" – con quel gran bel fusto, e rientrò nella cabina di pilotaggio sculettando quanto la gonnellina striminzita le concedeva.
Draco espirò fuori un'ondata di fumo e appoggiò la testa allo schienale ad occhi socchiusi, assaporando il retrogusto forte e carico di nicotina.
La voce del pilota riecheggiò all'interno del piccolo jet privato e annunciò l'atterraggio nel giro di dieci minuti. Draco non si scomodò neanche per mettersi la cintura.
Appena sceso dal jet, nel parcheggio dell'aeroporto di Heathrow lo attendeva un auto scura con i finestrini oscurati.
Draco alzò gli occhi al cielo per lo stile molto 007 che di sicuro aveva ben poco a che fare con lui, ed entrò in macchina, caricando con sé sul sedile posteriore l'esiguo bagaglio che l'accompagnava.
Una faccia conosciuta al volante lo accolse con un sorriso maligno. Doveva essere quello il vero incubo.
«Ehi, Malfoy.» salutò San Potter. «Come butta?»
«Il leggendario Bambino Sopravvissuto si è ridotto a fare l'autista?» abbaiò Draco in risposta. «L'ho sempre detto che sei poco più che un Magonò.»
Una testa rosso fuoco fece capolino dal sedile anteriore, mentre Potter ingranava la marcia di accelerazione e partiva spedito verso il centro di Londra.
«Ma guarda un po'… c'è anche la donnola!»
«Chi non muore si rivede.» disse Ronald Weasley atono. «E a quanto pare, Malfoy, il tuo aereo non è precipitato come speravo.»
«Fottiti.»
Già dovevano fargli una statua d'oro perché aveva accettato di prendere il che-cazzo-ne-so-Babbano per arrivare fin là, invece di Materializzarsi o semplicemente volare con la sua Nimbus 2009 - modello che ancora la Nimbus Racing Broom Company non aveva messo in commercio -, per giunta doveva farsi scarrozzare da quei due dementi. Fantastico.
«Dove mi state portando?» chiese Draco, irritato.
«A quel paese, Malfoy. Dove dovresti stare.» Ronald Weasley, Grifondoro nel sangue, non poteva neanche concepire l'idea di comportarsi amichevolmente con un Serpeverde, nemmeno a distanza di secoli.
«Fanculo, Weasley. Ecco dove dovresti andare tu, invece.» rispose malamente Draco.
Neanche il tempo di arrivare e già gli rompevano le palle. Tipico di quei cazzo di Grifondoro. Ma che aveva in mente Silente?! Sì che aveva accettato di partecipare ad una missione per l'Ordine, ma chiedergli di diventare amico per la pelle di coloro che aveva odiato per sette anni era un tantino eccessivo, anche per lui.
Il viaggio trascorse per lo più in silenzio, inframmezzato di tanto in tanto da battutine pungenti e insulti che di garbato non avevano proprio nulla.
La macchina sfrecciò per le strade londinesi e meno di quindici minuti dopo si trovavano nel centro della capitale dell'Inghilterra, di fronte ad un vecchio magazzino che recava in alto la scritta "Purge & Dowse Ltd."; i mattoni rossi che costituivano l'edificio erano sbiaditi e sembravano sul punto di crollare da un momento all'altro.
«Te l'hanno detto che vestito così sembri un gigolò?» buttò lì Harry, lanciandogli un'occhiata attraverso lo specchietto retrovisore.
Sul volto dell'ex-Serperverde si formò un ghigno malefico, mentre afferrava la maniglia della valigia e apriva lo sportello. «Questo si chiama stile, ma non mi aspetto che tu capisca una cosa del genere, Potter.» Draco scese dall'auto e sbatté con forza la portiera, poi si avvicinò al finestrino e guardò con freddezza i due. «A voi l'hanno mai detto che conciati così sembrate due coglioni?»
Harry soffocò una risata ma non replicò, il rosso invece gli mostrò il dito medio e alzò il finestrino. La macchina ripartì a tutto gas e Draco si ritrovò da solo a osservare dei vecchi manichini malandati.
Si avvicinò alla vetrina e si rivolse direttamente al manichino più brutto tra tutti: aveva le ciglia quasi staccate e indossava un improbabile grembiulino verde di nylon.
Draco attese e, al cenno d'assenso del fantoccio, attraversò il vetro per ritrovarsi all'Ospedale San Mungo per Malattie e Ferite Magiche.
Stava per oltrepassare la scrivania con il cartello "Informazioni" nella sala d'Accettazione, quando una Guaritrice lo bloccò.
«Signore, dove sta andando?»
Draco per poco non le sbuffò in faccia. Ne aveva piene le palle di dare spiegazioni di quel che faceva o non faceva ed era stanco. Si voltò e guardò da sotto in su una donna paffutella avvolta in un camice verde acido con ricamato sul petto una bacchetta e un osso incrociati, accanto al quale un cartellino recitava "Dorothy Doyle".
« Devo vedere il professor Silente nei laboratori. Adesso. »
« Ah. » Un lampo di comprensione attraversò il volto della donna, che annuì. «Prenda le scale a destra e segua il corridoio. Tenga.» Gli porse una cartelletta ed un foglietto con su scritti alcuni numeri e gli indicò la strada. «La dottoressa Granger è già arrivata.»
Le ultime parole presero forma più lentamente nella testa del biondino rispetto alle precedenti.
La Mezzosangue Zannuta era arrivata? E che cosa c'entrava questo con lui? Ma soprattutto, cosa aveva a che fare lei con il suo incontro con Silente?
«Grazie.» disse apparentemente senza scomporsi e, senza rivolgere un'altra parola alla Guaritrice, sparì oltre le scale.
Con circa un milione di domande ad affollargli la mente, si diresse lungo il corridoio, compose il numero su una tastiera, si fece scannerizzare la retina e guardò una porta blindata sfilare di lato per mostrargli il laboratorio.
Impossibile.
Questo, il primo pensiero della dottoressa Hermione Jane Granger non appena ebbe sentito quel nome. Il secondo, che era più che altro una fervida speranza, fu che probabilmente di trattava di un caso di omonimia.
Draco Lucius Malfoy.
Per poco a Hermione non venne un colpo seduta stante quando lo vide, e dovette anche notarsi, nonostante avesse fatto uno sforzo immane per non spalancare la bocca per la sorpresa.
Malfoy fece qualche passo avanti e si avvicinò a lei e a Silente, in apparenza perfettamente calmo e con l'ombra familiare del suo solito ghigno stampato in faccia.
Hermione si riscosse e indossò la solita maschera di cordialità che in quegli anni aveva imparato a sfoggiare in ogni occasione, riprendendosi da quell'attimo di shock.
Lui. Proprio lui. Al servizio dell'Ordine della Fenice.
Chi avrebbe mai potuto dire o anche solo sospettare una cosa del genere?
Durante i suoi splendidi sette anni ad Hogwarts, Hermione aveva avuto la sola sfortuna di incontrare lui, quell'odioso bastardo di un Serpeverde.
Subito dopo il M.A.G.O. le loro strade si erano finalmente separate, e lei non aveva più avuto - né voluto avere - notizie del biondo più carismatico che Hogwarts avesse mai ospitato.
Ricordava le centinaia di volte che lui le aveva fatto pesare le sue origini non centenarie e nobili quanto la famiglia Malfoy, il che bastava a penalizzarla, secondo lui. Quante volte si erano scambiati insulti, parole velenose e fatture.
Lui, con il solito gruppetto di teppisti perbenisti Serpeverde che lo emulava e seguiva dappertutto, fiero di essersi accaparrato uno dei ragazzi più ricchi d'Inghilterra, non faceva altro che prendere in giro lei e i suoi amici: Harry Potter, il bambino sopravvissuto ad una terribile tragedia in cui i suoi genitori avevano perso la vita e che solo qualche anno prima era riuscito a battere il più temibile mago del mondo magico, Voldemort, e Ron Weasley, di cui aveva creduto di essere innamorata per molto tempo, prima di accorgersi che ciò che provava non era amore vero, ma un profondissimo affetto che li avrebbe sempre legati.
Hermione squadrò attentamente l'uomo davanti a sé.
La sua prima impressione fu che era cambiato parecchio, ma guardandolo con più attenzione si ricredette. Stessi capelli, così biondi da sembrare quasi albini, stessi occhi color ghiaccio.
Era cresciuto di parecchi centimetri, superando persino il professor Silente, che di suo non era affatto basso.
Indossava una giacca scura, che creava un contrasto perfetto con il suo colorito latteo. Sotto di essa portava una camicia bianca, che, leggermente sbottonata sul davanti, lasciava intravedere la forma di un paio di pettorali ben allenati. Per concludere il tutto, un paio di pantaloni neri e scarpe, dello stesso colore, sportivo-eleganti.
Dio, se era bello…
La dottoressa tese la mano verso l'acerrimo nemico d'infanzia e piegò le labbra in un sorriso tirato. Si rendeva conto che probabilmente sembrava in preda ad una paresi facciale, ma era il meglio che le riusciva in quel momento.
«Piacere di rivederla, Malfoy.»
«Il piacere è tutto mio, dottoressa Granger.» Il tono serio e distaccato contrastava di netto con l'espressione ironica dell'ex-Serpeverde. Spostò il suo sguardo di ghiaccio sul preside e accennò ad un saluto col capo. «Silente.»
Il professor Silente rivolse un sorriso a quelli che vedeva ancora come studenti della sua scuola e che, quindi, considerava ancora come "i suoi ragazzi", e fece un breve cenno d'assenso. «Bene. Ora che siete entrambi qui, posso illustrarvi quale sarà il vostro compito.» iniziò.
Hermione non si era ancora abituata a quel plurale. Un plurale a cui non avrebbe mai potuto abituarsi, se comprendeva anche Malfoy.
«Signorina Granger, il signor Malfoy non si trova qui per divertimento, come può ben immaginare. In America lavorava ad un progetto piuttosto… singolare per l'Ufficio Misteri, ed è stato proprio lui ad informarmi di alcuni avvenimenti che stanno avendo luogo qui in Europa.
«Il Ministero della Magia d'America ha avuto accesso a dati più che riservati riguardo un fatto molto preoccupante. Signor Malfoy.» Fece un gesto fluido con la mano, invitandolo a proseguire lui stesso.
Draco si schiarì la gola. «L'Ufficio Misteri, o meglio io, ha scoperto che in Repubblica Ceca si trovano maghi oscuri probabilmente intenzionati a riportare in vita Voldemort o, cosa ancor peggiore, a diventare loro stessi i fautori della sua "grande opera".» spiegò con la sua voce melliflua. Aveva acquisito un modo di parlare spiccio e la tipica cadenza "masticata" dell'americano, ma in un certo senso aveva mantenuto l'accento inglese, che conferiva al suo modo di parlare un certo fascino.
Hermione annuì, la fronte aggrottata in un misto tra apprensione e comprensione.
«E in che modo io e Malfoy dovremmo occuparci del caso?» Non amava i giri di parole, preferiva i fatti nudi e crudi. Per di più, ancora non capiva cosa c'entrasse lei con tutta quella storia. Chiunque se ne sarebbe potuto occupare, perché proprio lei?
«Sì, ma non nel modo che intende lei, signorina Granger.» Gli occhi del professore furono attraversati da un bagliore che preoccupò la dottoressa.
Le sopracciglia quasi unite in un'espressione accigliata, Hermione fissò interrogativa il proprio professore.
«Secondo le nostre fonti...» La voce pungente di Malfoy si fece spazio tra i loro sguardi. «I Mangiamorte hanno assoldato degli scienziati per comporre un virus o un veleno… Non sappiamo quale sia il loro reale scopo, ma di sicuro non c'è da stare tranquilli.»
Quello era più che ovvio. Grazie tante, Malferret.
Hermione annuì ancora una volta, concentrata nel tentativo di fare un quadro della situazione.
Che fosse un virus o una semplice pozione, se poteva essere utilizzato come arma di distruzione di massa sarebbe stato un disastro, per non parlare della possibilità che finisse nelle mani sbagliate. Anzi, a quanto pareva era nelle mani sbagliate.
Attese e, quando notò che il professore non aveva ancora parlato, inarcò un sopracciglio come per sollecitarlo a proseguire.
A quel punto, per la seconda volta, intervenne Malfoy che con uno studiato colpo di tosse attirò l'attenzione della dottoressa su di sé. Hermione lo fissò fredda; il fatto che lui sapesse qualcosa in più di lei, che le sarebbe dovuto esser riferito dal suo professore, la irritava parecchio.
«Ci è stato assegnato il compito, dottoressa» si soffermò una frazione di secondo su quella parola, che calcò con particolare sarcasmo «di cercare questo veleno, pozione… Qualunque cosa sia. Quello che lei deve fare, suppongo, è analizzarlo ed essere capace di riprodurlo… Il Ministero ha convenuto che due turisti avrebbero attirato meno attenzione e sospetti rispetto ad una banda di sapientoni ambulanti, motivo per cui non hanno mandato altri Auror, Indicibili… o Medimaghi.»
«Cosa?» interruppe Hermione, battendo ripetutamente le ciglia. Sollevò una mano, come per arrestare quel fiume di parole; scosse il capo, spostando lo sguardo dall'acerrimo nemico al professore. «Come sarebbe a dire "turisti"? Mandato dove?»
Il professor Silente e Malfoy si scambiarono una rapida occhiata, poi il mentore della celebre medimaga tornò a fissare i suoi occhi dorati, incatenandoli con due piccoli zaffiri celati da occhialetti a mezzaluna. L'anziano si accarezzò la lunga barba, sollevando le spalle con un'espressione innocente in volto che ricordava quella di un bambino colto in flagrante a compiere qualche malefatta.
«Mia cara, il fatto è… tu lo sai, sei la migliore del campo e questa è una situazione tanto critica quanto importante. Non possiamo permetterci di ingaggiare gente poco competente, ci servono i più bravi, i più esperti… Quindi, chi, se non Hermione Granger?» Il tono era sereno come al solito, venato da una buona dose di buon senso.
Malfoy di fronte a tutto quella manfrina e al discorsetto del professore intriso di lusinghe e venerazione, non poté non lasciarsi sfuggire uno sbuffo soffocato e lanciò loro un'occhiata disgustata. La Granger, sempre idolatrata dagli insegnanti a scuola… e ora anche a lavoro, a quanto pareva. Patetico.
Hermione sembrava sul punto di protestare, infatti aprì la bocca per dire qualcosa, ma, inspiegabilmente, la richiuse.
Dilatò le narici e strinse le labbra, prendendo poi un bel respiro, e abbassò il capo, evitando lo sguardo insistente degli altri due.
Non era assolutamente il caso di dare in escandescenze, tentò di convincersi, doveva solo ponderare a fondo la situazione.
In quel momento lei era consapevole solo di tre cose: primo, sapeva bene di essere la migliore, così come sapeva che pochi potevano equiparare le sue abilità. Secondo, sapeva di non voler deludere il proprio ex professore, eppure tutta quella storia sembrava piovere dalle nuvole ed aveva decisamente un che di paradossale. Terzo, l'assurdo stava proprio nel fatto che una creatura bionda, dagli occhi profondi come laghi, dal sorrisetto di scherno perennemente dipinto sulle labbra, fosse lì davanti a lei e che dovessero intraprendere una qualche missione insieme.
Lui, l'incubo degli anni di scuola, avrebbe dovuto essere il suo "compagno di viaggio"?!
In un moto di infantilismo le venne voglia di battere i piedi a terra, dimenare le braccia e urlare che lei con quella sottospecie di serpe non avrebbe mai avuto nulla a che fare.
Tuttavia, doveva valutare le cose in modo obiettivo, si disse reprimendo quella puerilità, senza lasciarsi coinvolgere emotivamente.
Da un punto di vista professionale, non aveva nessun motivo valido per rifiutare quella che, dopotutto, tanto proposta non era.
Rialzò il volto con un diverso bagliore negli occhi dorati e annuì alla volta di Silente, neanche un'ombra di esitazione nel suo viso. Si rivolse a Malfoy.
«La prego, mi spieghi esattamente cosa fare.»
«Aleksander Markov, quarantasette anni, russo. Da quando ha iniziato la sua carriera di alchimista e pozionista è stato trasferito a Berlino. Brillante studente a Durmstrang, ha iniziato a lavorare per i servizi segreti del Ministero russo come ricercatore sette anni fa. Per meglio dire, è stato ingaggiato per via della sua vasta preparazione in alchimia. I nostri dati risalgono a tre anni fa, ovvero da quando abbiamo avuto le prime notizie del MB4C3, quello che stiamo cercando.» La voce calma e sicura di Malfoy riecheggiò nella saletta attigua al laboratorio mentre recitava i dati scritti su una scheda che reggeva in mano. La foto di un uomo dai capelli radi e l'espressione stanca spiccava sul lato sinistro della pagina, fittamente scritta. «Ha assunto una nuova identità ed è stata cancellata quasi ogni traccia della sua esistenza.»
Da sopra le dita incrociate, il professore seguiva il discorso dell'Indicibile, ma allo stesso tempo sembrava assente.
Al suo fianco, Hermione aveva la fronte aggrottata, impegnata nel tentativo di carpire le informazioni che le venivano fornite e, allo stesso tempo, di sopprimere l'avversione crescente nei confronti del suo futuro "partner", dell'ignaro Markov e della missione stessa.
Hermione accavallò le gambe con un movimento elegante, continuando a tormentare l'orlo del vestito raffinato color rubino, e portò una mano al mento, assumendo un'espressione pensierosa.
Dischiuse le labbra per formulare una domanda, ma il biondino la precedette. «Stando alle ultime informazioni ricevute, al momento il signor Markov risiede a Praga, sotto mentite spoglie. Saremo noi a doverlo trovare. Abbiamo già una…» si arrestò, come per riformulare una parola che avrebbe sconvolto l'intero concetto della frase. «Una mezza idea.»
Silente annuì, e sospirando profondamente voltò lo scintillio degli occhialetti a mezzaluna verso la sua ex alunna.
Hermione batté ripetutamente i polpastrelli sul bracciolo della poltrona in tessuto acrilico e guardò negli occhi, forse per la prima volta da quando lo aveva rivisto, Malfoy, con uno sguardo indagatore.
Draco restò impassibile e ricambiò lo sguardo, apparentemente del tutto privo di astio, studiandola a sua volta con quegli occhi color ghiaccio.
«Bene.» sentenziò la dottoressa, abbandonando l'orlo ormai sgualcito dell'abito per congiungere le mani, e abbozzò un sorriso tirato, decisa a non dare la soddisfazione a quel galletto biondo di mostrare quanto fosse restia ad accettare quella situazione. «Bene.» ripeté, il tono più fermo e convinto. «Dunque, siamo diretti a Praga. Quando dovremmo partire?»
I due uomini si scambiarono un'altra occhiata. Tutta quella complicità stava iniziando a darle davvero sui nervi.
«Ora.» rispose secco il biondo.
«Adesso, mia cara.» disse Silente, una nota dolce nel suo tono.
Hermione si sforzò di non mostrare sorpresa - risultato per cui, molto tempo dopo, Malfoy si complimentò con lei -, inarcò un sopracciglio e annuì due volte, lentamente. «Perfetto.» asserì. «Torno a casa, preparo in fretta la valigia e…»
Malfoy fece un verso di diniego, muovendo un passo verso di lei, e sventolò l'indice sotto il suo naso. «Temo che lei non abbia capito, signorina Granger. Partiamo immediatamente.»
«Contatterò io stesso la sua assistente e le assicuro che riceverà la sua valigia in hotel domani mattina.» aggiunse Silente, pacato. «Sarete Tom Whitman e Juliet Maddison, una normalissima coppia Babbana in vacanza.» Indicò le varie carte e schede sparse sul tavolino. «Dory ha già preparato passaporto e documenti falsi.»
Abbandonando ogni traccia di indifferenza, Hermione spalancò stupefatta la bocca e lanciò uno sguardo sconvolto al proprio mentore, come a chiedergli in una muta domanda come lui potesse concepire e approvare che lei facesse una cosa simile.
«Ma…»
«Niente "ma", signorina Granger. Il problema è più urgente di quanto pensi.» scattò Malfoy.
Hermione si ricompose all'istante a quel tono severo e per tutta risposta fulminò il biondino con lo sguardo. Con un movimento sinuoso sollevò la gamba sinistra, prima accavallata sulla destra, e gli porse la mancina costringendolo a prenderla, per poi sollevarsi. Lo fissò negli occhi e allargò appena le braccia, facendogli poi segno di procedere verso l'uscita.
Se doveva esserci qualcuno a disagio, non era di certo lei. Se doveva esserci qualcuno a comandare, non era di certo lui.
«Andiamo, allora.»
