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Io venni in loco d'ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
(inf.V, 28-33) [2]
Stavolta non era stata la stampa a coniare il soprannome per l'ennesimo squilibrato che stava terrorizzando New York da mesi, no, si era presentato lui fin dal primo macabro ritrovamento una specie di manifesto della sua 'arte', così l'aveva definita.
Una telefonata anonima aveva avvertito di un'aggressione in corso nella villa di Michel Mannon, il CEO di una delle più grandi aziende produttrici di sexy toys, ma quando le pattuglie erano arrivate non avevano trovato ciò che si aspettavano, il grande portone a doppio battente era spalancato, le luci tutte accese, ma nessun segno di colluttazione, tutto perfettamente in ordine. Nonostante si fossero annunciati, non avevano ottenuto nessuna risposta, l'appartamento era vuoto. Sul tavolo dello studio un piccolo cartoncino rettangolare recava poche righe stampate:
Michel Mannon
1975-2010
Scattarono le ricerche per una persona rapita ma fu allertata anche la Omicidi dato che quel cartoncino sembrava un epitaffio con data di nascita e di morte della vittima
L'uomo d'affari sembrò essersi volatilizzato niente chiamate dal suo cellulare che risultava spento, nessun movimento di carte di credito, poi, tre giorni dopo, al 911 era arrivata un'altra chiamata anonima, un uomo asseriva d'aver 'curato' l'anima del signor Mannon, la sua opera era terminata, diede un indirizzo che risultò essere quello di un convento di clausura abbandonato da decenni.
La squadra che intervenne si era preparata ad ogni evenienza, una trappola, l'incontro col rapitore, ma non a quello che trovarono
Mannon li attendeva, chino su un altarino, vestiva un saio e sembrava assorto in preghiera al punto da non reagire alle grida dei poliziotti che esploravano gli ambienti in cerca di altre presenze ostili
L'agente che gli si avvicinò ci mise un po' a capire, aveva gli occhi aperti, vividi eppure non reagiva, quando lo toccò si ritrasse subito, era duro, non rigido come poteva essere un cadavere, sembrava fatto di resina, una copia iperrealistica di resina e accanto, sul pianale di legno dell'inginocchiatoio, di nuovo un cartoncino con nome e date, ma leggermente diverso e firmato
Michel Mannon
1975-2010
Pratica la continenza e prega
Lo scultore di anime
Nelle fasi concitate in cui non era stato chiaro se fosse un cadavere o una statua, era stata chiamata anche la squadra di Beckett
"Aspettate fatemi capire, siamo qui per una statua?"
"E che statua, ma questo è un genio! Sembra vero, come le sculture iperrealiste di…"
"di Ron Mueck, esatto Castle solo che questa è a grandezza naturale…" ribatté Beckett seria, mentre osservava quella bizzarra prova
Lui sorrise, non era stupito per quell'uscita da vera intenditrice d'arte contemporanea, al contrario ogni giorno era più affascinato dalle infinte sfaccettature che Beckett nascondeva sotto la sua dura scorza di detective, ma che alcune volte emergevano in modo non calcolato e per questo ancora più luminose, o illuminanti.
Lanie ormai era lì, niente cadavere da analizzare ma si avvicinò con curiosità all'oggetto realizzato in modo così perfetto da riprodurre anche le linee dei polpastrelli o piccolissime rughe sulla pelle "la scientifica avrà un bel po' da fare con questa… statua"
"quindi Mannon dove diavolo è?"
"ancora nella mani di questo folle immagino… - Beckett prese con la mano guantata il piccolo cartoncino e lesse – lo scultore di anime…"
Le scoperte della scientifica infittirono la stranezza del caso
"vede è resina epossidica, modellabile fino a quando non si fredda e poi ecco, qui ci sono dei pigmenti acrilici e naturali, ha usato un po' di tutto per dare i colori, è un artista non c'è che dire" l'agente Coleman era decisamente impressionato dall'opera che si era trovato di fronte e sembrava anche piuttosto competente
Rick aveva osservato in silenzio le operazioni di rilievo, sembrava assorto nei suoi ragionamenti che alla fine esternò "agente Coleman, secondo lei per fare una statua così realistica come ha operato l'autore?"
"beh deve aver fatto un calco dell'originale, di solito in silicone, e da cui poi ha ricavato uno stampo che ha riempito di resina"
"e secondo lei, il signor Mannon era vivo quando è stato fatto il calco?"
"a giudicare dall'espressione e dalla pelle tirata direi di sì, ma potrebbe averlo manipolato…"
Coleman tornò al suo lavoro lasciando la squadra alle prese con le infinite congetture sul caso
"fatemi capire questo 'scultore di anime' rapisce un uomo, gli fa una statua e poi? Qual è lo scopo?" Castle si rivolse al gruppo ma con lo sguardo intercettò Beckett che sembrava intrigata dalla faccenda quanto lui
"è folle, non ha uno scopo" ribatté Esposito che iniziava a fremere, stavano perdendo tempo lì non c'era nessun morto, né omicida da catturare
"oh no, deve avercelo eccome, non si realizza una messa in scena del genere senza una storia…"
"ha ragione Castle, ragazzi, ma non è di nostra competenza per ora, nessun omicidio, è ancora considerato un rapimento"
"hai veramente detto 'ha ragione Castle'?" Lanie le diede una piccola gomitata non appena erano uscite dalla stanza, lasciando Castle a guardarla imbambolato per averle sentito pronunciare quella frase, ma allora non lo riteneva del tutto un idiota egocentrico!
"beh che c'è, ha detto un cosa sensata in fin dei conti" Kate alzò le spalle cercando di simulare noncuranza, in realtà non si era resa conto di avergli dato ragione a voce alta, troppo presa dai ragionamenti su quello strano caso
Si ritrovarono seduti in auto, immersi in uno strano silenzio fino a quando i pensieri di Castle non risalirono, come di consueto, verso le corde vocali "aveva addirittura un rosario in mano"
"lo ha vestito da frate…era il minimo" chiosò lei
"un uomo che si è arricchito col mercato a luci rosse, messo in ginocchio in preghiera…per di più in un ex-convento dove si praticava la clausura"
"e quindi?"
"la frase del cartellino…la 'continenza' credo d'aver letto quel termine solo in un romanzo storico medievale, il nostro uomo si fa chiamare 'scultore di anime'"
"tecnicamente non è il nostro uomo Castle"
"ok, ma ci sfugge qualcosa… lui sembra aver voluto rimodellare Mannon…cosa ha detto nella seconda chiamata…"
"che 'gli aveva curato l'anima', … quindi secondo te lo ha trasformato da sfruttatore del sesso a frate penitente che si astiene dalla carne? Sì, so cosa vuol dire continenza Castle è inutile che fai quelle facce…ma come si fa a 'curare' con una statua?"
"esatto, vedi che c'è qualcosa che non torna?"
"ma non possiamo fare nulla, è solo presunto omicidio e fino a quando non decideranno di abbandonare la pista del rapimento, abbiamo le mani legate Castle"
Gli sorrise, ancora uno di quei sorrisi un po' tirati che gli riservava da quando era tornato in quel modo così rocambolesco.
C'era voluta una scommessa per riprendere la loro collaborazione.
A domani Castle, non era riuscito a non sorridere quando l'aveva sentita pronunciare quella frase, si era cullato nell'idea che lei lo avesse fatto vincere di proposito, per riaverlo lì, era sicuro che lei fosse arrivata prima di lui a capire chi fosse l'assassino. Ma forse era solo un'illusione.
Quell'estate si era interrogato spesso sull'ingiustificato moto di gelosia che l'aveva colto quando quel Demming aveva iniziato a ronzarle intorno e poi si era ritrovato anche a dovergli dare una specie di benedizione
"no, non stiamo insieme"
"quindi non ti dispiace se…"
"oh, no"
e invece sì! E da morire ma lui lo aveva capito in modo chiaro solo nel momento esatto in cui rispondeva con quel no.
E poi, poi tutto era precipitato, si era ritrovato a braccetto con Gina, i bagagli per gli Hampton nell'auto, un'estate infernale davanti che si era prolungata nei mesi successivi fino a quando non si era reso conto che aveva tentato di colmare un vuoto con la sua ex. Un vuoto, la prospettiva che Beckett potesse trovare interessante qualcun altro gli aveva provocato quasi una vertigine, e lui aveva reagito nel modo più semplice, tornando verso porti conosciuti anche nelle insidie, perché affrontarla, dirle quello che forse aveva capito di provare, avrebbe significato perdere anche quei pochi progressi fatti fino a quel momento.
Aveva anche pensato di non tornare al distretto dopo quell'estate, perché non sarebbe più tornato per i suoi libri, ma solo per lei e sapeva che una circostanza simile l'avrebbe fatta richiudere a riccio, coriaceo e spinoso, così come l'aveva incontrata la prima volta. Impegnata a non far trasparire nulla di sé, ma inconsapevolmente loquace nei suoi sguardi profondi che lui aveva scoperto di saper leggere con disarmante facilità.
Da quando si erano incontrati per caso sul luogo di un delitto quegli occhi parlavano lingue contrastanti che lui aveva difficoltà a codificare, era come se fossero attaccati all'estremità di una molla che estendeva e richiamava le sue spirali nei momenti più impensati, cogliendolo ogni volta in contropiede.
Si era detto che avrebbe dovuto avere pazienza, riprendere la routine, seguire i casi e starle vicino, tutto qui, tutto qui.
[2] Io giunsi in un luogo totalmente buio, che risuona come il mare in tempesta quando soffiano venti contrari.
La bufera infernale, che è incessante, trascina rapinosamente le anime; li tormenta sbattendoli e percuotendoli.
