6 mesi dopo.
Londra.
Immobile, ma in perenne mutamento:questo era il regno dei Mortali e la combriccola di John Constantine non faceva eccezione. Al pub "Last punk standing", i clienti si ritrovavano ad ogni ora del giorno, per chiacchierare davanti ad una pinta di birra od ad una tazza di tè.
Era simile al soggiorno d'una grande casa e tutto sommato lo era: lo stabile perennemente occupato dalla famiglia di Syder e Ivy Mae, da John e Dani e da altri perdigiorno idealisti era a due passi, qualche volta si poteva scorgere l'inossidabile Muppet in boxer ordinare un po' di vodka per iniziare degnamente la giornata.
Frida sedeva vicino alla vetrata e raramente distaccava lo sguardo dalla strada, il cicaleccio era l'unico appiglio alla realtà.
"Un penny per i tuoi pensieri" disse d'un tratto Syder, accomodandosi accanto a lei. Era diventato un giovane dal sorriso contagioso e dai modi gentili, Frida non l'aveva mai visto alterato o di cattivo umore.
Indossava sempre camice stropicciate o maglie dai colori bizzarri, il suo sguardo glauco era mite e rassicurante, come se nella sua mente non albergasse alcun pensiero malvagio.
"Sono riflessioni tristi" replicò stringendosi nelle spalle.
"Lo abbiamo capito tutti" esclamò Syder: "E non sapremo come aiutarti, se continerai a tacere".
"Sono fortunata ad avere delle persone che vogliono consolarmi".
"Lascia che lo facciano allora" disse lui: "Da quando sei tornata sembri un barattolo vuoto: non hai riso, non hai pianto, non ascolti e non parli… Lo zio John dice che dormi sino al tramonto, ti svegli e vieni qui a bere, a mangiare qualche biscotto e poi ancora vai a letto. Tu sai cosa significa questo?"
"Che il fuso orario mi ha distrutta" provò a scherzare Frida, ma non aveva alcuna vitalità, né nella voce, né nello sguardo.
"No, significa che sei in Depressione. È una malattia e va curata" replicò serio Syder.
"Non sono neppure Umana!" obiettò Frida.
"Hai dei sentimenti e tanto basta".
Lei non commentò, guardò il gri-gri al polso ed ebbe voglia di scoppiare in lacrime, ma non ci riusciva, la sua sofferenza si bloccava nel petto e rendeva il respiro una tortura e le giornate interminabili, niente le dava un effettivo piacere, ma ogni gesto la gettava nella malinconia. Era in una trappola orribile e non aveva la forza d'uscirne.
"Dovrei parlarne con papà?" domandò a quel punto.
"James sostiene che sia meglio confidarsi con un esperto estraneo alla situazione" consigliò l'altro.
"Da quando James, il tossico della mansarda, è diventato il tuo guru?" borbottò Frida.
Syder scosse il capo e ridacchiò: "Lo è da un paio d'anni, ovvero da quando s'è ripulito e ha iniziato a collaborare in un Centro d'assistenza per ragazzi in difficoltà" spiegò orgoglioso: "Adesso passa solo il fine settimana qui, deve occuparsi di molte cose".
"Lo immagino" concordò lei, sinceramente colpita: "Non avrei mai creduto che James potesse cambiare sino a questo punto; mi piacerebbe parlarci!"
"Rientrerà domani, credo. Prova a bussare alla sua porta: è sempre aperta e non c'è un uomo più comprensivo di lui nel quartiere"
"Syder, non è una gran credenziale" gli fece notare sarcastica: "Hai una pallida idea di che razza di gente ci circondi?"
Syder aprì il palmo della mano, come ad indicarle l'intero locale: "Sì, è la razza d' Albione".
L' acquerugiola umida ed insistente arrivò con la Luna calante, un paio di lampioni s'erano fulminati proprio quella sera, ragion per cui i passanti erano figure indistinte e minacciose. John e Dani erano al bancone, Frida non li voleva vicino e non sapeva spiegarne il motivo. Era conscia di ferire Dani con quel comportamento e rammentò le estati dell' adolescenza, quando la donna s'occupava di lei con la solerzia d'una madre; li fissava immobile incapace d'alzarsi e di chiederle conforto.
Era davvero vuota, totalmente apatica e priva di nerbo, pensarlo non le faceva provare rabbia per quel mollusco che era divenuta, ma la gettava in un baratro di riflessioni senza logica.
"Io torno a casa, ragazzi" annunciò, prendendo lo spolverino nero su cui era stata seduta sino a quel momento: "Ci si vede domani".
"Non fai più un pasto decente, driade?" fece John, non era alterato ma quasi preoccupato: "Diventi anoressica come la Hilton?
Non voglio una figlia così alla moda, per la misera!"
"Quella non è anoressica" cinguettò Ivy: "E' ricca".
Frida le fu grata per quel diversivo: Ivy era cresciuta ed ora non era una bambina petulante e vezzeggiata, ma un'adolescente spigliata, testarda e viziata; aveva fatto il salto di qualità.
Somigliava vagamente al fratello, sebbene i suoi capelli fossero d'una sfumatura più chiari e gli occhi verdi ardessero d'una scaltrezza maliziosa che Syder non avrebbe mai avuto.
Un po' la invidiava: sua sorella minore, Tefé non l'aveva mai ascoltata e si rifiutava di contattare John; talvolta si chiedeva come fosse avere qualcuno con cui spartire l'affetto dei genitori, qualcuno con cui misurarsi, ma non era destinata a saperlo.
Uscì e si lasciò alle spalle l'unica compagnia che apprezzava: un gruppo di punk cinquantenni con figli al seguito, convinti stoltamente che ci si potesse ribellare al mondo.
Lei non aveva più voglia di lottare, anche se a Susan aveva raccontato di voler servire la Natura ed i nuovi paladini. Aveva mentito e non s'era sentita in colpa: era colpa sua se la vita le stava scivolando dalle dita come un filo troppo sottile da tessere.
Non c'era ira, solo tristezza, nessuna animosità nel ricordare che proprio sua madre l'aveva costretta a diventare una donna, perché fosse più potente, perché le fate le avevano bisbigliato che sua figlia a venti anni aveva ancora l'imene intatto e ciò faceva nascere il sospetto che fosse una lesbica frigida.
Se lo fosse stata, gli attuali problemi che l'affliggevano non sarebbero esistiti: Dean non l'aveva chiamata. Frida s'era sentita come una comune donna umiliata ed abbandonata all'alba con dolci ed inconsistenti parole.
"Vieni con noi…"
Le aveva sussurrato e lo voleva ad Abaton, ma tornato alla sua bella vita di Cacciatore di Demoni, lei era uno sbiadito sogno da ubriaco.
L'orgoglio ferito non era niente in confronto al cuore.
Stava annegando nella disperazione per colpa di un dannato bastardo?
Rendersene conto bruciava come il sale su di un taglio ancora sanguinante e pensò che aveva mille modi per fargli ricordare il rispetto che si dovrebbe portare ai Faerie e ne aveva anche di più per fargli assaggiare la vendetta cucinata da una Constantine.
Sarebbe riuscita a fregarlo, gli avrebbe fatto vendere l'anima al primo demone che riusciva ad evocare e poi l'avrebbe dato in pasto a suo padre, narrando di quanto crudele e prepotente fosse stato Dean a Beltaine.
Si sarebbe presa suo fratello, a costo di sedurlo e poi l'avrebbe guardato in faccia e se mai Dean avesse osato attaccarla, i Centauri l'avrebbero ridotto ad un ammasso di carne macinata.
Aveva parecchie amicizie da sfruttare, era l'erede della stirpe dei più grandi figli di puttana sulla faccia della Terra e Dean Winchester non aveva alcun potere su di lei.
Scosse il capo: era bello soffermarsi su costruttivi piani per il futuro, si complimentò con se stessa ed attraversò la strada di corsa.
Il vento la sferzava più dei malevoli propositi, ciò non la turbava: i Constantine non erano leali, né tanto meno remissivi; non si sorprendeva più della propria spietata risolutezza.
Quando una mano calò sulle sue labbra, Frida istintivamente serrò la mandibola e cercò di strappare almeno un lembo della pelle del aggressore.
"Dì a tuo padre che è giunto il momento di pareggiare i conti, Constantine" sibilò una voce maschile, sentiva il suo corpo contro il proprio, il sangue imbrattarle il mento: "Sono Gary Lester e vi restituirò il male che ho avuto".
Frida gli assestò un calcio all'altezza del ginocchio, ma l'altro parve incassarlo. La liberò, spingendola a terra.
Lo scontro con l'asfalto lurido fu più umiliante che doloroso.
"Aiuto!" urlò lei: "Prendete quel figlio di…"
Non aveva terminato d'inveire che John, Rich, Muppet e Syder s'erano cavallerescamente dati all'inseguimento del reo: Muppet brandiva un piede di porco e Rich un manganello rubato ad un poliziotto.
Gli improperi, le minacce, gli urli belluini dei virili figli d'Albione -ansiosi di lavare nel sangue l'offesa arrecata alla damigella- non servirono a niente: Gary Lester s'era dileguato con la velocità con cui s'era palesato.
Non era in nessun angolo del quartiere e nessuna vettura sfrecciò davanti a loro.
Frida non poté far altro che rifugiarsi in casa, accompagnata da Dani e Michelle, massaggiandosi il braccio contuso ancora scossa e tremante. Ivy era più terrorizzata di lei, scoppiò in lacrime mentre sua madre la medica e le ripuliva la bocca arrossata.
Frida raccontò di quanta rabbia avesse avvertito in quello sconosciuto, di quanta paura avesse provato, malgrado la certezza che lui non avesse intenzione d'ucciderla.
"Il suo nome era Gary Lester?" chiese accigliata Michelle.
"Sì, perché ti turba?"
"Gary Lester è morto quasi ventuno anni fa" rispose la donna.
Frida socchiuse gli occhi: "Ora sì che è un casino degno della mia famiglia" sbottò.
La ricordava, specie quando sentiva il peso del proprio lavoro schiacciare ogni residua traccia d'individualità. Nel buio della notte, il sorriso malinconico della sua mezzadriade diventava così nitido da poterlo sfiorare con le dita, ma accanto a lui non c'era nessuno. Udiva il respiro di Sam addormentato, sfiorava il coltello sotto il cuscino e ritornava alla realtà.
Era tardi e sapeva di non poter restare a letto sino a mezzogiorno, dovevano fare i bagagli e cacciare, ancora. Non che gli spiacesse, che riuscisse a pensare ad una vita diversa, ma desiderava migliorarla.
Aveva perduto Cassie o meglio, era diventata un capitolo chiuso, una dolce e perduta parentesi. Sarebbe stato così anche con Frida, inoltre era lontana: fisicamente e sotto ogni altro punto di vista.
Non era neppure umana e sbirciando nel diario del padre aveva trovato traccia dei Constantine.
Non era propriamente un attestato di stima. Le leggende facevano risalire la stirpe ad un sassone che beffò il Diavolo, rifilandogli un pollo al posto della propria anima, poi s' erano uniti alla genia incestuosa di Lot ed avevano attraversato i secoli barattando anime e reliquie sacre.
Una famiglia di truffatori senza scrupoli, ladri, assassini, sovversivi, capaci d' ipnotizzare soltanto per spillare denaro, incostanti, dannati sin dalla nascita.
"L'ultimo di questi Constantine" concludeva Winchester: "Si chiama John Thomas, un cialtrone simpatico e pericoloso. Un ubriacone, non sprovvisto d'onore, ma inadatto alla caccia".
Erano più inglesi degli autobus a due piani e romanticamente idealisti. Dean s'era domandato cosa avrebbe scritto John su Frida, sulla sua natura d'ibrido, sui suoi poteri, che fra l'altro Dean ignorava, ma su cui si divertiva a fantasticare.
Immaginò Constantine: un tizio alto e magro, consumato dai vizi, con uno spiccato accento inglese. Frida l'amava molto ed era certo che fosse ricambiata.
"Non farti abbindolare, in particolare da una donna" così s'era sempre promesso, poi scivolava in tentazione anche lui, ma riusciva a spezzare le catene.
Era una mezzadriade, ecco cosa la rendeva speciale!
Il non essere una comune fanciulla, il far parte d'un universo dimenticato, perché lei custodiva misteri, perché poteva essere qualunque cosa ma non un'amante.
Certo, gli sarebbe piaciuto portarla a mangiare una pizza e poi finirci a letto, ma questo era scontanto.
Chiuse gli occhi. Non faceva caldo, eppure sentì una goccia sfiorargli la tempia, non era sudore.
Balzò seduto sul letto, con l'arma da taglio in mano, dischiuse le labbra per chiamare Sam, ma ne uscì un suono sommesso ed inarticolato.
"Ti prego, non ho che qualche minuto" lo implorò Frida.
Era davanti a lui, indossava una camicia da notte turchese che non doveva essere propriamente nuova e neppure costosa, aveva i capelli raccolti in un fermaglio ed vistose occhiaie sul volto sciupato.
Gli parve che stesse galleggiando, che fosse sotto uno strato d'acqua e da lì lo guardasse e gli parlasse sottovoce. La sua immagine, circondata da una fioca luce bianca, s'increspava leggermente, come scossa da onde concentriche.
"Frida, sei tu?" domandò sorpreso, senza abbassare il pugnale: "Cosa diavolo stai facendo?"
Lei allargò le braccia, aveva il polso bendato: "Il rituale dell' acqua, insomma, una specie" spiegò impacciata: "Ho apportato alcune modifiche con mia cugina. Ho bisogno di te".
Dean fece un cenno affermativo col capo ed attese, non aveva idea di che modifiche stesse cianciando e restò perplesso nel apprendere che avesse una cugina: sua padre non aveva parlato d'altri "eredi", ma per John contavano i maschi, che potevano tramandare il nome…
Frida s'era guardata fugacemente alle spalle: "Credo che un tizio voglia fare del male a papà" disse in fretta, in tono ansioso: "Uno morto anni fa, ma con il Demone della Fame in corpo. Può essere fastidioso?"
Dean deglutì: evidentemente per un incrocio di driade e Constantine, il Demone della Fame alle costole ed un fantasma arrabbiato erano un "fastidi" come la mancata programmazione d'un film o la cena scotta.
"Direi proprio di sì" rispose: "Controlla che non ci sia il Demone nei paraggi… In ogni caso, possiamo fare un salto da voi. Dove vi trovate?" la vaga speranza che fosse negli U.S.A. gli balenò davanti agli occhi per attimo.
"Davanti al pub 'Last punk standing', l'insegna luminosa è saltata l'altra settimana" chiosò placida lei.
Logico, si disse Dean: il nome era già un amabile programma.
"In quale paese?" insistette allora, quasi seccato.
Frida spalancò gli occhi, se le avesse ingiunto di sgozzarsi sarebbe parsa meno stupita: "A Londra" disse.
Dove potevano essere i Constantine?
A Los Angeles ?
No, erano a Londra.
"Driade, sei un po' fuori dalla mia portata" cominciò a giustificarsi Dean, si sentiva anche in colpa; prima ancora d'essere una Cacciatore americano, lui aveva un'ingiustificata ed irrazionale paura degli aerei, quindi più che alla patria aveva subito pensato alla traversata fra le nuvole.
"Fatico a vederti, quasi non ti sento" esclamò Frida con sospiro affranto: "Sto sprecando tutta la mia energia, ti do la mia e-mail, che il telefono cambia spesso, dipende da chi lo scrocchiamo. Internet no, abbiamo una sorta di non so che connessione segreta, prendi nota!"
John Winchester aveva proprio ragione, erano degli spostati i Constantine e Frida, magari non si rendeva conto di quanto fosse bizzarra la sua vita e non la biasimava: lui era cresciuto seguendo ogni consiglio, ogni ordine di John e lei aveva fatto lo stesso, erano stati entrambi forgiati dai loro genitori, ciò lo spinse a non commentare, ma ad allungare una mano verso un block notes; annuì.
Frida dettò, fece persino lo spelling, poi spiò la sua reazione
"Bene, allora ci terremo in contatto" assicurò Dean e sorrise.
"Mi sei mancato" lo disse in un lamento e svanì nel nulla, così come gli era apparsa.
"Tu pure" ribatté Dean.
La plafoniera della stanza del motel spezzò quel brevissimo istante di tenerezza.
"Cosa?" sbottò Sam, soffocando uno sbadiglio.
Dean inarcò un sopraciglio, scettico: "Non ero rivolto a te" mormorò ironico.
"Cosa non era rivolto a me?" lo interrogò Sam.
"Ti sei svegliato perché mi hai sentito parlare con Frida, no?"
Il minore sollevò appena la testa dal cuscino: "Chi è Frida? Dov'è adesso?"
"Frida è la mezzadriade" rispose Dean irritato: "Ti ho già parlato di lei; attualmente è a Londra in qualche catapecchia che occupa abusivamente".
"Eravate al telefono?" chiese Sam: "Non ho sentito la suoneria".
"No, ha fatto un incantesimo particolare, messo a punto con sua cugina. Nostro padre non aveva accennato ad altri Constantine" disse d'un tratto il maggiore: "Potrebbero esserci nove femmine Constantine o di più a spasso per il pianeta".
"Tu ci speri" ghignò sarcastico: "Mi vuoi dire cosa è accaduto?"
"Sì, pare che un uomo morto dia la caccia al padre di Frida e lei mi ha domandato se avessi qualche informazione".
"Non puoi farle una visita?" era una mera provocazione.
Dean la ignorò: "Il Demone della Fame ha ucciso un tizio vicino alla sua famiglia, non m'è chiaro un accidente, men che meno a quest'ora" tagliò corto l' altro scrollando le spalle: "Ho il suo indirizzo e-mail e ci faremo spiegare tutto con maggiore calma. Adesso rimetto al suo posto il coltello e dormo. Io ho sonno!"
"Dormi".
Sam lo fissava soddisfatto. Dean riusciva ad immaginare cosa gli passasse per la testa e cosa volesse dirgli: una stoccata sul fatto che scattasse non appena Frida chiamava (era apparsa, ad onor di cronaca), che era sulla via giusta per farsi incastrare dalla più blasonata stirpe di figli di puttana conosciuta(ma in sua presenza, era meglio che evitasse d'includere Frida nella cerchia), ma quando lo vide coricarsi gli fu grato del silenzio.
Finse di riposare, anche quando fu certo che il fratello dormisse; non voleva ammettere d'essere interessato al Demone della Fame ed alla prospettiva di comunicare ancora con Frida.
