Capitolo 1
I veri angeli non stanno in paradiso. Stanno all'inferno. Gli angeli stanno dove c'è bisogno di loro.
–Tommaso da Monfermo, Angelologia
–Ho capito.– La bellissima luce estiva di fuori filtrava solo di poco nella stanza con le persiane accostate, lasciandola in una profonda penombra. –Sei certo che non ci sia possibilità d'errore?
–Ho mai sbagliato prima, professore?– La voce sicura lasciava intendere che per una volta avrebbe preferito che così non fosse.
–No. Ma se questo è vero, potrebbe significare…
–Già.
–Si torna sempre da capo. Nessuno impara mai– mormorò amaramente l'anziano, le spalle curve, appoggiato al tavolo. –A volte… penso che questo mondo non sia degno di essere salvato. Poi mi ricordo che ha generato voi.
–Non parli così– replicò il bambino, comprensivo. –Ora bisognerà dirlo agli altri.
–Vorrei non fosse necessario… poveri ragazzi… non avete mai un istante di riposo…
–Dove sono?
–Al campo d'addestramento. Oggi c'era l'esercitazione a coppie di fuoco incrociato.
A dir la verità per tre quarti l'esercitazione a coppie era finita da un bel pezzo. Quasi tutti stavano ai bordi del campo con macchie di bruciato sulla divisa e le braccia penzoloni lungo i fianchi, a fissare sbigottiti lo spettacolo che si svolgeva nell'ultimo quarto del terreno di gioco.
–Da quanto vanno avanti?
–Quasi due ore.
–Ragazzi… ehm… guardate che noi avremmo un certo appetito…
–Se volete andarvene…
–…fate pure, ma è contro le regole! GIÙ!
ZWANNNG! Il raggio laser passò sopra la testa del ragazzo calatosi repentinamente e il nemico–bersaglio fu abbattuto con un centro perfetto. Un altro prese a spuntare contemporaneamente da un'altra parte con un quasi impercettibile ronzio.
–GIRATI!
ZWANNNG!
–SALTA!
ZWANNNG!
–A DESTRA! A SINISTRA! DALL'ALTO!
ZWANNNG! ZWANNNG! ZWANNNG!
–Ecco cosa succede…
–…quando dai a un missile…
–…un controllo direzionale.
Lo sguardo infallibile si spostava di milionesimi di millimetro lungo tutto il campo. Appena segnalata ogni bocca da fuoco era eliminata, che mirasse a lei o a lui. I fasci rossi disegnavano una ragnatela attorno a loro cambiando in continuazione ma senza mai riuscire a toccarli. Con grazia quasi coreografica, si raddrizzarono di scatto puntando la pistola l'uno al di sopra della spalla dell'altro e distrussero a vicenda le sagome che li minacciavano.
–DI LÀ!
ZWANNNG!
–Io domani chiedo di cambiare compagno.
–È stato un piacere conoscerti.
I nemici simulati sembravano essere terminati. Uno di fronte all'altro, si guardavano intorno cautamente. La polvere si posava. L'esercitazione era finita così? Non sarebbe stato molto degno di chi l'aveva predisposta… quando stavano quasi per abbassare la guardia, improvvisamente un intero cerchio di sparalaser emerse nello stesso momento attorno a loro, preparandosi a far fuoco. Praticamente impossibile sfuggire. O questo era quello che credevano.
–L'OISEAU!
A questa parola si gettarono uno verso l'altro tendendosi un braccio e afferrandosi la mano. Lui cadde in scivolata al di sotto della linea di tiro, usando il suo slancio per lanciarla in aria come una fionda. Agilmente, in una serie di piroette perfette, puntò e centrò una sagoma dopo l'altra mentre ancora i mirini automatici stavano decidendosi se volgersi in alto o in basso, e intanto lui da terra finiva tutti quelli scampati. Con un ultimo salto mortale infine atterrò graziosamente su un ginocchio, reclinandosi come un uccello che chiude le ali. Non c'erano voluti più di pochi secondi.
Esercitazione conclusa.
Dopo qualche attimo di silenzio attonito partirono gli applausi. Gli altri invasero il campo prodigandosi in strette di mano da una parte e gran pacche dall'altra alla coppia vincitrice. –BRAVI! –Che spettacolo! –Sembrava che foste sul palco… –Questa sì che si chiama sintonia perfetta! –Brutto furbastro! Ti sei fatto dare delle lezioni dalla nostra coreografa preferita, eh? Poi vienimi a dire che le belle arti non servono ai fini pratici!
Loro ridevano un po' imbarazzati. –Be', non è questa gran cosa– tossì lui, a causa della quasi–amichevole botta di congratulazioni sulla schiena rifilatagli dall'eterno invidioso compare. –A chi tocca adesso pagare il pranzo?…
Non aveva ancora finito la frase che all'improvviso tutti cambiarono espressione. Si portò la mano alla tempia e si girò verso la casa, mentre gli altri seguivano all'unisono il suo sguardo. –Oh, no…– mormorò.
–Di nuovo…
–Sembrerebbe una cosa grossa.
–Proprio ora che stavo organizzando una bella gita.
–Certa gente non ha proprio ritegno a scegliere quando dare fastidio.
–Arriviamo– rispose per tutti, apparentemente all'aria. Poi girò un'occhiata circolare sul gruppo, prendendo il suo piglio dei momenti seri. –Va bene. Avete sentito tutti. Il tempo di darci una rinfrescata… poi in sala rapporto. Ci vediamo tra una mezz'ora.
Volse le spalle e si avviò per primo lungo la salita. Lei lo seguì da vicino, senza una parola. Gli altri indugiarono per qualche attimo prima di imitarli.
–Ne soffrono più di noi…– sentì dire quasi sottovoce il Rosso alle sue spalle, e annuì senza girarsi. Come al solito l'amico aveva colpito nel segno.
–Perché una vita normale manca più a loro che a noi…– replicò un'altra voce fonda. –Ditemi che non ne hanno tutti i motivi… specialmente ora…
–Bah… da quando si sono scambiati quell'anello sono diventati fin troppo perfettini… speriamo che questa sia una missione difficile, così mi divertirò un'altra volta.
Nessuno replicò. Conoscevano il codice ironico. –Speriamo che basti– concluse quello che aveva cominciato il discorso. –E di tornare ancora una volta tutti vivi. Anche se magari non tutti interi. Di qualunque cosa si tratti.
Amen, fu la conclusione del coro silenzioso.
–Non l'ho più sentito così preoccupato da… quando è stato?
–È vero. Credevamo di aver vinto una volta per tutte… ma abbiamo dovuto scoprire che non era così.
Toglievano l'uniforme sudata, infilando pezzo a pezzo quella di ricambio. Il sole serale entrava obliquo dalla finestra. La stanza era grande e ariosa, tranquilla. Piena di foto di gare ed esibizioni… modellini e bambole… tutto in essa parlava di anni di condivisione, di istanti, di speranze. Ci si avviava verso un bel tramonto. Voltandosi, la vide seduta sul letto con le mani intrecciate, a guardare pensosa nel vuoto.
–Cos'hai?
–Nulla.
–Immagino che sia inutile chiederti di restare stavolta, vero?– le chiese, solo a metà in tono di scherzo.
–Infatti– rispose lei con un accenno di sorriso, girandosi a guardarlo. –Ormai dovresti saperlo. Dove vai tu vado io.
–Ma proprio adesso…
–Non è ancora sicuro. Potrebbe andare come le altre volte.
–Quando lo diciamo agli altri?…
–Non prima di esserne certi. È già capitato… perché deludere anche loro? Dopotutto il professore ha detto che non era impossibile. Solo… molto difficile.
Lui sospirò. –Riuscirò a darti quello che desideri– promise. –Quello che desideriamo entrambi. Anche se fosse l'ultima cosa che faccio. Mi credi?
–Ti credo.– Il sorriso si addolcì. –So bene che mantieni sempre quello che dici.
Uscirono dalla camera insieme, dimenticando di chiudere la finestra. Il vento entrò facendo dondolare gli steli dei fiori sul davanzale, scartabellando i fogli di un quaderno aperto sulla toeletta. Le pagine erano coperte di ideogrammi e caratteri fitti scritti a matita, in alfabeti diversi, alcuni cancellati, altri lasciati in sospeso. Verso la fine due gruppi erano stati cerchiati in rosso, isolati dagli altri: 島村 情子 – 島村 慈男 (1).
–…E questo è quanto.
Per dei lunghi momenti rimasero in silenzio ad assimilare quanto era stato loro detto. –Magari è scontato– ruppe infine il ghiaccio Jumbo, coi piedi sul tavolo e le braccia dietro la testa –ma non è solo che il ciuccio del moccioso è andato a male e gli fa avere le traveggole?…
–Purtroppo non credo ci siano molte possibilità– replicò il professore, mentre gli altri ignoravano la battuta. –Dopo quello che mi ha riferito ho fatto delle ricerche col nostro computer.
Il telecomando accese lo schermo. –Come potete vedere… qui da noi non è trapelato quasi niente, ma nei telegiornali del Medio Oriente si parla di «un'esplosione» in un laboratorio di ricerca internazionale che ha costretto l'ONU ad evacuare la zona. Però non ci sono immagini… né informazioni sulla natura dell'incidente. È tutto coperto dal massimo segreto militare. E allo stesso modo non si conosce la natura della ricerca. Doveva essere un progetto di scienziati di entrambe le parti, al di sopra dei conflitti bellici, in zona neutrale. Tutti i governi si erano impegnati a non portare là le ostilità. Ora ci sono rimostranze reciproche dei comandi militari che si accusano a vicenda di slealtà e sabotaggio. Il paesaggio della zona… corrisponde a quello del sogno.
–Potrebbe trattarsi di qualsiasi cosa.
–Ma ci devono essere interessi molto pesanti… se neanche le guerre hanno fatto saltare questa collaborazione. I governi mondiali non sono tanto altruisti da fare certe promesse per spirito umanitario.
–Qualunque cosa sia…– La schermata cambiò. –Questi erano i confini della zona recintata ieri… e questi sono quelli di oggi.– L'area interdetta era pressoché raddoppiata. –Si sta diffondendo. E a questo ritmo…
Non c'era bisogno di indovinare cosa sarebbe successo. Rabbrividirono. –Come facciamo a combattere… e a fermare… qualcosa di cui non conosciamo neanche la natura?…
–Però ne conosciamo gli effetti– intervenne il piccolo. –Io li ho visti. Abbiamo qualche teoria, ma non potremo confermarla né smentirla finché non ne sapremo di più. Comunque… dalla mia visione… sembra proprio che quell'energia possa trasformare la materia da INORGANICA in ORGANICA.
Un altro breve, denso, pesante silenzio. Dalle facce si poteva quasi dire cosa stava passando nelle loro teste, anche senza bisogno di leggerlo. Finalmente il solito irriflessivo diede voce a quel pensiero. –E dobbiamo combatterla? Perché non ci SALTIAMO TUTTI DENTRO e…
–Bravo grullo! Vuoi diventare un calabrone con le pinne? Certo la materia diventa organica, ma non c'è modo di controllare COSA diventa! Hai sentito che ha detto, no? Piantala di dire fesserie!
–Tzè…– brontolò l'intelligentone. –Che situazione… quello che abbiamo desiderato tutta la vita a portata di mano e non possiamo servircene.
–Più che servircene… dovremo distruggerlo se possiamo, o almeno contenerlo. O presto tutto il pianeta finirà per diventare un ammasso di carne gelatinosa, senza più distinzione tra essere ed essere. La fine della vita, almeno come la intendiamo noi.
–Innanzitutto dobbiamo saperne di più. È vero che non possiamo far nulla se non conosciamo il nemico.– Si alzò in piedi, con la solita decisione che nessuno osava mai contestargli. –Scopriamo chi può darci informazioni sull'esplosione e sul fenomeno. Poi andiamo a prendercele con le buone o con le cattive.
(1) 情子 (SEIKO) e 慈男 (YOSHIO). Entrambi questi nomi si possono tradurre liberamente in FIGLIO/FIGLIA DELL'AMORE (SEI = sentimento, passione + KO = bambino/a; YOSHI = misericordia + O = maschio, uomo, figlio). Ma per la magia delle molteplici interpretazioni possibili degli ideogrammi giapponesi, leggendo in modo diverso i due nomi diventano JOSIE e JIMMY!
