Capitolo 1
L'autunno ha colorato la terra d'oro e di mille altri colori. Le foglie diventano un arcobaleno caldo, arancio, marrone, rossiccio, perfino nero e azzurro, che gli occhi s'incantano a guardare. Si esce ad ammirarle cadere, a riposare sotto gli alberi. Il cielo è di un blu più intenso che in estate, il sole ancora caldo, tanto che si possono portare abiti leggeri, ma il suo calore è più dolce e sembra che abbia perfino una tinta più scura, intima, quasi terrestre. Forse questa è davvero la più raccolta delle stagioni… la più familiare.
Settembre è il più gentile dei mesi.
Anche il vestito della giovane gitante al parco era di una sfumatura dorata, calda e gaia sotto la leggera giacchetta marrone, dello stesso colore della borsetta che reggeva leggermente sulla spalla con due dita. Si fermò facendo svolazzare solo un po' i lembi della gonna, divertita dalla scena che aveva davanti, e restò per qualche attimo ad osservarla prima d'intervenire.
–Allora!– canterellò. –Sei davvero incorreggibile! Non posso assentarmi cinque minuti che già ti trovo occupato con una graziosa signorina, vero?
Il colpevole a cui era indirizzato il rimprovero sollevò la testa voltandosi e rispose con un sorriso. Anche la signorina in questione –che stava spingendo sull'altalena e non dimostrava più di cinque anni– scoppiò in una risata argentina scuotendo le trecce. Entrambi erano immersi nelle strisce di sole che si doravano ancor più filtrando tra le foglie gialle.
La bimba saltò giù dal sedile stringendosi alle gambe del ragazzo, che si chinò a farle una carezza. –Mi spiace, devo andare adesso. Corri, la tua mamma ti starà aspettando.
–Okay, fratellino! Ciao ciao!– E con un saluto con la manina e un'ultima risata, aveva già attraversato il campo a rotta di collo verso una giovane signora bruna seduta sulla panchina di fronte. Lui si rialzò spolverandosi i calzoni mentre la sua accompagnatrice lo raggiungeva, in volto un'espressione non meno nostalgica e intenerita della sua guardando la piccola gettarsi in braccio alla madre e la gioia di entrambe. –Sembra che ti sia fatto una nuova ammiratrice. Tutti i bambini ti adorano, non è vero? Sei sempre meraviglioso con loro.
–È solo che riesco a capire come si sentono. Era lì tutta sola che si sforzava di andare un po' più in alto e non ci riusciva. Non ho potuto fare a meno di giocare un po' con lei.– Chinò gli occhi con un po' d'imbarazzo, abbassando la voce. –Se fossi stato io… non so quanto avrei dato perché qualcuno mi spingesse. Forse sono semplicemente rimasto un po' bambino anch'io.
Qualcuno… Quasi riusciva a vedere quel bimbo sull'altalena, solo, che si guardava intorno in cerca di una figura amica senza trovarla. Anche lei si fece un po' più seria ed annuì con dolcezza. Poi gli prese il braccio. –Comunque, mi spiace sottrarti alle tue corteggiatrici, ma tu qui ci sei venuto con me… e adesso mi porti a prendere una cioccolata come hai promesso.
–Ma certo. Mai pensato diversamente. Dove hai lasciato la carrozzina?
–Un po' più avanti. Andiamo a prenderla e continuiamo la passeggiata.
Uno scoppio di grida allegre dal punto dove stavano guardando fino a poco prima li fece voltare nuovamente. –Papà! Papà!– La bambina era saltata giù dalla panchina e correva a braccia spalancate verso un uomo alto appena arrivato. Lui la afferrò al volo e la fece saltare in aria mentre entrambi ridevano a crepapelle, per poi stringerla a sé protettivo. La scena fece sorridere tutti i presenti nel parco. La ragazza però si soffermava intenta sull'espressione di pura e quieta felicità della madre rimasta indietro, tranquillamente seduta, mentre i due la raggiungevano e si univa infine all'abbraccio.
–Credo che la felicità più grande per una donna– mormorò, mentre lui le passava un braccio intorno alle spalle –sia vedere l'uomo che ama… amare i loro figli.
–Non è l'unica– rispose lui, comprensivo. E aggiunse: –E comunque… non è detto che un giorno tu non riesca a provarla. Andiamo, coraggio.
Aveva sognato una famiglia tutta sua da quando era piccola. Aveva creduto di dover rinunciare per sempre a quel sogno quando l'avevano privata della sua vita e gettata in una guerra infinita. Aveva creduto di aver perso per sempre se stessa. Poi era venuto lui.
Era stato il loro coraggio, ed anche la loro speranza. Con la sua caparbietà, la sua volontà di farcela ad ogni costo, aveva dato a tutti fiducia in se stessi. Aveva fatto loro credere di riuscire davvero a vincere la loro battaglia, sfuggire al male, poter anche condurre una vita normale… anche quando era lui stesso a non crederci. Anche le volte in cui erano stati loro a sostenerlo… in realtà la forza per farlo era venuta sempre da lui.
E per lei era stato molto più di questo. Era stato la luce che l'aveva salvata dalla disperazione. Ogni volta che aveva dubitato di se stessa, che aveva pensato di fallire, che era caduta in ginocchio e aveva creduto alla fine dell'umanità… lui era sempre stato lì. Con la sua forza, ma anche con la sua purezza di cuore… la sua bontà disinteressata… la violenza del suo amore per tutti. Era l'incarnazione di quella bellezza che aveva sempre cercato fin da bambina, tanto da accecarla. Ed era stato anche qualcuno da proteggere… con il bambino infelice che nascondeva dentro di sé, che non era mai guarito del tutto dalle sue ferite. E qualcuno da amare, a cui dare tutta quella parte di sé a cui aveva creduto di dover rinunciare per sempre. Era questo il motivo per cui doveva essergli più grata. Più ancora che per aver ricambiato il suo amore.
Desiderava che la rendesse madre. Lo desiderava con una forza che le faceva quasi paura, che nasceva dalla radice del cuore e del corpo. Non solo per se stessa, ma anche per lui. Perché potesse riversare su un altro piccolo se stesso tutto l'affetto che non aveva ricevuto a sua volta nell'infanzia. Per risarcirlo finalmente di ciò che aveva perso. Ma se sarebbe mai stato possibile… era ancora un'incognita... anche se a volte qualcosa li aveva portati a sperare, ma sempre di una speranza debole, indistinta. Comunque non l'avrebbero mai persa. E nel frattempo… non mancava loro qualcuno da amare.
La carrozzina era dove lei l'aveva lasciata, all'ombra di un albero, la capottina tirata su per proteggere dalle foglie cadenti che danzavano loro intorno mentre si avvicinavano. Sarebbe potuta sembrare un'imprudenza lasciarla lì incustodita, coi malintenzionati che potevano esserci in giro. Ma in realtà non l'aveva persa di vista un secondo. Niente che lei potesse tenere d'occhio era mai men che al sicuro… e anche dei delinquenti che potessero prenderla senza farsi scoprire e riuscire a scappare abbastanza in fretta si sarebbero accorti dopo poco di aver fatto un pessimo affare. Anche se…
–Sta ancora dormendo– mormorò chinandosi a sfiorare la fronte del piccolo occupante senza disturbarlo. –Mi preoccupa… avrebbe dovuto svegliarsi già qualche ora fa.
–Probabilmente si sarà stancato più del dovuto l'ultima volta– replicò lui con voce solo lievemente dubbiosa. A volte un'anomalia del genere si era rivelata l'inizio di un problema più grande… ma meglio non essere allarmisti. –Lasciamolo riposare. Gli farà comunque bene un po' d'aria e di sole. Con l'inverno, diventerà più difficile portarlo a spasso così.
Le ruote si mossero sul fondo di foglie scricchiolanti e il gruppetto si avviò verso il bar del parco. Ridendo sommessamente tra loro, i due ragazzi non immaginavano che a volte qualche passante si fermasse a guardarli con un mezzo sorriso tra nostalgico e un po' invidioso simile a quello con cui avevano guardato loro stessi la famigliola felice solo poco prima.
E nemmeno immaginavano che il loro piccolo compagno faceva solo finta di dormire.
In realtà non era che gli servisse tanto sforzo per fingere quando era così concentrato in se stesso. In ogni modo preferiva non dover dare spiegazioni su ciò che stava succedendo finché non ne fosse stato sicuro… dopo quanto era successo l'ultima volta che aveva avuto un incubo(1)… ma soprattutto lo avrebbe imbarazzato parlarne con loro. E comunque aveva bisogno di riflettere per decidere cosa fare.
La mente che aveva avvertito… era l'unica che non avrebbe potuto identificare soltanto dalle onde cerebrali. Perché non l'aveva mai sondata direttamente. Si era spenta prima che lui acquisisse i suoi poteri. Ma uno dei benefici di un intelletto smisurato… o una delle maledizioni… era che ricordava perfettamente ogni istante della propria vita prima e dopo la trasformazione. Le sue due trasformazioni.
Era stato uno strano risveglio, da un mondo di luci ed ombre confuse… calori familiari… fame e latte… a un mondo in cui le cose avevano d'improvviso contorni nettissimi, così acuti da far male. Collegamenti e lampi gli colpivano la testa dolorante prima ancora che arrivassero le parole per descriverli, insieme alla consapevolezza che non sarebbe dovuto essere così. Forme, concetti, relazioni, la sostanza degli oggetti… tutto ciò che gli esseri umani imparano in anni di vita… attraverso il filtro amorevole di genitori, insegnanti, amici che aiutano ad interpretarlo… a lui stava arrivando direttamente e senza schemi per comprenderlo, uno sforzo gigantesco e doloroso che tuttavia non riusciva ad evitare, come un fiume non può fare a meno di scorrere in giù. Le grida disarticolate di trionfo dell'uomo che incombeva sul tavolo operatorio sopra di lui erano soltanto un rumore confuso nel momento in cui aveva aperto gli occhi. Nel giro di pochi minuti, erano diventate parole comprensibili, una struttura, una lingua. Se non aveva risposto subito era perché comandare i muscoli del suo corpo era molto più difficile che pensare. Non era ancora in grado di comunicare con la mente. E solo dopo molto tempo e molto esercizio avrebbe imparato ad esprimersi con la sua voce.
Questo prima che l'altra voce irrompesse ad interrompere i deliri della figura paurosa a cui aveva ormai associato la parola padre. L'aveva riconosciuta immediatamente. Fino allora non aveva mai compreso cosa dicesse quando gli parlava o cantava per lui. La coscienza di significati, toni, intenzioni, dello stesso suono mamma gli giunse tutta insieme mentre lei chiamava con angoscia quello che ora sapeva essere il suo nome, colmandolo di un indistinto terrore che si precisava sempre di più man mano che si rendeva conto di cosa e ad opera di chi gli era successo. L'aveva sentita entrare col suo passo pesante nella sala operatoria della piccola clinica annessa alla loro casa– dopotutto suo padre era un medico privato. Un profumo di freddo, vento e neve prematura era entrato con lei. Avrebbe voluto gridare per avvertirla, dirle di scappare, ma la debolezza del suo corpo, il dolore alla testa e la valanga d'informazioni che gli stava sommergendo la mente era ancora troppo per lui. Non riusciva neanche a vagire.
«L'ho fatto per il suo bene!…»
«Piccolo mio, perdonami… avrei dovuto proteggerti…»
Aveva sentito le sue braccia note e confortanti intorno a sé. Aveva compreso che cercava di portarlo in salvo. Aveva sentito il rumore dell'osso spezzato... la scossa orribile… l'indebolirsi della sua stretta, il gemito della sua voce. L'aveva vista cadere a terra come morta davanti a lui. La prima scena a cui aveva assistito nella sua nuova vita, con la sua nuova mente geniale che non ne avrebbe mai dimenticato neanche un dettaglio. Solo allora aveva trovato la forza di scoppiare a piangere disperatamente.
Non aveva neanche avuto il tempo di capire se fosse morta davvero o no. Quegli uomini erano arrivati quasi subito. Forse avevano seguito la scena coi loro macchinari, gustandosela, pronti ad intervenire al momento opportuno. Suo padre aveva confabulato con loro, li aveva seguiti afferrandolo. Per tutto il viaggio in macchina e poi in aereo avevano continuato a discutere.
«I diritti della mia scoperta…»
«Non è nostra intenzione portarglieli via. L'aiuteremo semplicemente a perfezionarla. Compiremo il passo successivo».
«Non vedo l'utilità…»
«Caro dottore… se una mente maggiormente sviluppata è un vantaggio per l'uomo… può vedere da sé le implicazioni di ULTERIORI vantaggi… naturalmente, tanta energia va sostenuta anche rafforzando il fisico…»
«Non ho le competenze per realizzare una cosa del genere».
«Non si preoccupi. Le affiancheremo validi collaboratori».
«Uhm…»
A quell'uomo non interessava più il proprio figlio se non come esperimento. Non aveva pensato, o forse non gli era importato, che ormai grazie a lui capiva tutto quello che stavano dicendo. Che sapeva esattamente cos'era successo e cos'avevano intenzione di fargli.
E non sapevano o non gli importava, lui e i suoi nuovi complici... che i normali anestetici ormai non potevano più fare effetto su una coscienza così vigile.
Agli altri non l'aveva mai detto… ma lui solo, tra tutti, prima di tutti, era rimasto cosciente ogni minuto. Aveva sentito attimo per attimo quello che gli stavano facendo… senza avere la forza di fermarli.
Era stato il primo. Era stato l'inizio. Il prototipo… di un'arma da guerra.
La sua vita di essere umano... era durata così poco. Quasi nulla, in confronto a quella di ora. A volte provava l'irrazionale timore di dimenticarsene del tutto.
Non era neanche corretto dire che il russo fosse la sua lingua madre. Era la prima che aveva sentito parlare e imparato. E le prime frasi comprese in quella lingua erano state urla e imprecazioni di rabbia e dolore. Ma entro pochi giorni era stato in grado di capirne tantissime… in mezzo a quel guazzabuglio di idiomi e pensieri internazionali in cui l'avevano gettato a forza. Pensieri oscuri, meschini e irati, tra cui solo pochi splendevano come stelle… Non era neanche vero che ogni essere umano pensasse nella propria lingua. La struttura, certo, veniva da lì… i passaggi logici e razionali… ma gli impulsi e i moti più profondi, personali, immediati, quelli che facevano di ognuno ciò che era, precedevano il linguaggio. Erano uguali per tutti. Probabilmente chi gli aveva dato i suoi poteri non immaginava nemmeno che lui riuscisse a vedere tanto oltre. Quando aveva iniziato ad esprimere i suoi pensieri telepaticamente, non li inviava in una lingua o un'altra, ma direttamente come concetti, che poi la mente del ricevente traduceva nell'idioma che più preferiva.
Il russo non aveva un significato speciale per lui, più di quanto lo avessero altre lingue. Eppure…
Matjushka…
I ricordi di essere stato stretto a lei, al suo corpo tozzo e goffo ma tanto amorevole, erano pochi. Più numerosi erano quelli di un corpo tenero e sottile, di una voce tanto più fresca e giovane che cantava ninnenanne in un'altra lingua. Ma quei ricordi erano i primi. Lei gli era scritta dentro.
Non poteva essere certo che fosse morta.
Questo pensiero l'aveva tormentato per tantissimo tempo, all'insaputa dei suoi compagni. Certo, l'aveva vista accasciata sul pavimento. Aveva visto il suo sangue allargarsi in una pozza attorno alla sua testa, i suoi occhi spenti. Ma la speranza che potesse essersi salvata non l'aveva mai abbandonato. Qualche tempo dopo la loro fuga, aveva chiesto al professore di effettuare segretamente delle ricerche, per scoprire cosa poteva esserne stato di lei: ma non avevano avuto alcun esito certo. Nessuno aveva visto o ricordava nulla. Niente sangue nel laboratorio, né registrazioni negli ospedali. Non c'erano neanche tombe col suo nome nei cimiteri intorno alla città. Quei maledetti avevano fatto sparire ogni traccia, com'era loro abitudine.
E se fosse stata ancora viva da qualche parte?… Magari era stata trovata e soccorsa in tempo dopo che avevano lasciato la sala operatoria… magari era riuscita con le ultime forze a chiamare aiuto… e si era nascosta dall'uomo che l'aveva così brutalmente tradita, vivendo senza il suo bambino fino a quel momento. Se era così, si sarebbe ancora ricordata di lui? O magari… ma a questo preferiva non pensarci… qualcuno era stato mandato a prenderla da quello stesso uomo? E se vivesse ancora, ma nelle loro mani? Prigioniera di chi le aveva portato via suo figlio, forse come mezzo per ricattarlo un giorno? E come l'avrebbero trattata in quel caso? Il pensiero di lei rinchiusa in una cella buia, tra gli scherni e gli stenti, era uno dei sogni più orribili che lo tormentavano e di cui non riusciva a liberarsi.
E quante volte l'aveva cercata, in tutto quel tempo… senza mai dirlo a nessuno. Aveva cercato barlumi di lei, della sua immagine, in ogni mente con cui entrasse in contatto, in ogni pensiero vagante che lo raggiungesse, in tutti i suoi istanti di sonno o di riposo. Coi suoi poteri, per arrivare istantaneamente in ogni angolo del mondo, bastava pensarlo. Il mondo però era enormemente grande anche per lui. Miliardi di menti, tante che si spegnevano di continuo e altre che si accendevano a sostituirle… non tutte coscienti, non tutte sane… ognuna contenente un'infinità di dati… e più lontano era il luogo raggiunto, più sforzo gli costava e più a lungo doveva riposarsi dopo. Un istante di luce era pagato con giorni di sfinimento. Mosca… Madrid… Sidney… Manchester… Miami… all'inizio si era limitato ad indagare intorno alla sua vecchia casa, ma come poteva trascurare una qualsiasi parte del mondo? Se l'avevano catturata, avrebbero potuto tenerla ovunque… e se invece era libera, avrebbe potuto rifarsi ovunque una vita. Ma col passare del tempo, aveva iniziato a pensare che ormai in tanti tentativi avrebbe dovuto trovare qualche sua traccia… se non ci riusciva ancora, forse era segno che doveva abbandonare la speranza. O lei era morta davvero… oppure i suoi aguzzini la tenevano in un luogo sicuro e schermato dove non poteva raggiungerla. Eppure continuava caparbiamente, incapace di arrendersi, a volte chiamandola anche direttamente ad alta voce nel buio. E mai una volta in tante notti aveva ricevuto una risposta al suo grido telepatico…
Fino ad ora.
Non aveva prove che gli confermassero senza ombra di dubbio che quella che aveva avvertito era proprio lei. Non possedeva un campione del suo schema cerebrale. Poteva essere un'illusione, un'altra madre in cerca di un altro figlio. O addirittura una trappola dei nemici. Non si faceva illusioni.
Ma qualcosa nel punto più profondo della sua mente… in tutte le cellule del suo corpo… gli gridava che era vero. Sapeva di non sbagliarsi. L'aveva riconosciuta a un livello basilare, elementare, il più diretto e istintivo possibile. Da quel momento era rimasto continuamente in ascolto, lanciando segnali, ma l'esperienza non si era più ripetuta. Prima o poi era certo che sarebbe successo, però. E allora, ormai aveva deciso cosa fare. Dopo tanti sforzi a vuoto… finalmente un contatto.
Ora, doveva trovarla.
(1) Episodio 42, «Alla Ricerca dei Genitori». Lo ricordate tutti, vero?
