Anche in questo capitolo, mi sono avvalsa dei dialoghi che abbiamo sentito nel corso del tempo fra Callie e Arizona. Tutto il terso dei pensieri di Arizona sono frutto della mia fantasia, o meglio, di ciò che ho potuto dedurre del suo personaggio mettendo insieme i pochi pezzi che gli autori ci hanno permesso di vedere nel corso delle stagioni. Spero che quello che leggerete possa essere di vostro gradimento.

Grazie anticipatamente. Buona lettura.

HFC

Capitolo 2

Il tempo che si era concessa per abbandonarsi al dolore, per ora, era finito. Era mattina. Un nuovo giorno stava iniziando. Nuovo sotto tutti i punti di vista.

Fu questo ciò che pensò Arizona dopo essersi asciugata il viso. Le piaceva credere che tutta quell'acqua gelida che si era buttata sul volto, l'avesse davvero destata dal turbamento in cui si trovava la sera prima.

Chissà perchè l'acqua aveva questo potere; dopo una giornata pesante il primo impulso era quello di farsi una doccia con l'intento di portare via i pensieri; o dopo aver pianto o avuto una discussione si cercava istintivamente la sorgente di acqua più vicina con la speranza di scuotersi usando quel fluido tanto semplice ma che pareva nascondere qualcosa di miracoloso.

Arizona sentiva ancora dentro di se il senso di vuoto, perchè quello non poteva di certo essere portato via dall'acqua, però aveva preso coscienza del fatto che doveva reagire perchè quella era l'unica strada che poteva percorrere. Non sapeva ancora se ci sarebbe riuscita, però sapeva che ci avrebbe provato con tutte le sue forze.

Ed era ben consapevole di quanto potesse essere forte e caparbia quando si impuntava su qualcosa.

Proprio come lo era stata per il Carter Madison.

Aveva deciso di candidarsi per il premio appena arrivata a Seattle; spinta dall'amore per il suo lavoro e dalla consapevolezza di quanto fossero enormi le carenze nell'assistenza all'infanzia nei paesi in via di sviluppo. Sapeva che le organizzazioni sanitarie mondiali si dedicavano a cose come i vaccini o le malattie infettive e non alla chirurgia pediatrica. Lo riteneva tremendamente ingiusto, ma sapeva anche che se avesse vinto quel premio, sarebbe stata in grado di iniziare a cambiare le cose.

Credeva a tal punto in quel progetto, che la sua tenacia fu ricompensata. Aveva vinto il premio e ricevuto il finanziamento che le avrebbe permesso di partire per l'Africa. Era l'occasione della sua vita, il suo sogno che stava concretamente diventando realtà.

Sarebbe stato da stupidi rinunciarvi e lei non era una stupida. Aveva deciso di salire su quell'aereo ad ogni costo e così fece, anche se questo aveva voluto dire lasciare Callie nel bel mezzo dell'aeroporto; mettendo così la parola fine alla loro storia.

In quel momento un sorriso amaro comparve sul suo volto: sentimenti contrastanti la stavano invadendo. Da una parte la consapevolezza del suo valore e della sua fermezza a livello professionale; ma dall'altra, la mancanza di lucidità e l'irrazionalità che non riusciva a fare a meno di provare quando si trattava di Callie.

"Non avrei mai creduto di vincere il Carter Madison, ero così felice ed entusiasta. Sarei partita per l'Africa e avrei aiutato tanti bambini malati, avrei cambiato delle vite. Partendo avrei vissuto il mio sogno e lei avrebbe dovuto venire con me. Già, avrebbe dovuto, ma le cose andarono diversamente e la scelta di impedirglielo fu proprio mia. Voglio dire, eravamo nel bel mezzo di un aeroporto, l'una di fronte all'altra e stavamo nuovamente litigando; così presi una delle decisioni più sofferte e difficili della mia vita.

'Non voglio andare in Africa con te, mi dispiace.

Tu resta qui e vivi felice e io andrò la e vivrò felice'

Non aveva mai mostrato un solo briciolo di fervore per quello che mi stava accadendo. L'unica cosa che aveva fatto, era stata lamentarsi e con il suo falso entusiasmo continuava a mostrarmi quanto le pesasse salire su quell'aereo. Diceva di voler partire con me, ma la cosa la deprimeva talmente tanto che non si era di certo risparmiata nel mostrarlo a chiunque. Poco importava se quello che stavo vivendo mi rendeva felice. Non aveva mai provato a capirlo per davvero.

Non si era nemmeno resa conto che io ero davvero felice per lei quando erano i suoi sogni a realizzarsi; lo dava per scontato, come se fosse normale e dovuto provare gioia e felicità per la persona che si ama. E fino a quel momento lo credevo anche io, credevo che non ci fosse nulla di più bello se non vedere rinascere la persona che ami perchè un suo sogno diventa realtà e poter condividere con lei la gioia di quel momento. Insomma, quando fu lei a concretizzare la sua ricerca sulla cartilagine, io mi sentivo felice come una bambina davanti allo zucchero filato, come se quello fosse stato anche un mio progetto. Ma evidentemente mi sbagliavo. Evidentemente, almeno per quello, anche per quello, il nostro era un rapporto a senso unico.

Le cose in Africa andavano alla grande, le persone erano gentili e simpatiche, l'ospedale magnifico e vedevo che quello che stavo compiendo faceva davvero la differenza. Mi sentivo forte ed invincibile.

Ma lei mi mancava da morire, non averla con me mi faceva sentire persa, vuota. Non facevo altro che piangere, così decisidi rinunciare a ciò che non era più solo un sogno, per tornare da lei.

Ovviamente non mi accolse a braccia aperte, anzi, non lesinò nel mostrarmi tutta la sua rabbia e frustrazione. Era dura ed orgogliosa, ma potevo comprendere la sua reazione, il suo sentirsi ferita e delusa. Ma rimasi li, sopportai i suoi comportamenti e le sue parole decisamente poco gentili. La rivolevo a tutti i costi e poco importava se questo voleva dire subire per un pò la sua arrabbiatura, o se significava dover chiedere consigli a Mark su come fare per riconquistarla.

Però Mark aveva centrato il punto: io scappavo quando le cose si facevano serie. Ora non volevo più farlo e non sarei scappata da lei, mai più. Ero riuscita a bloccarla in ascensore e iniziai a parlare. Le parole uscivano a fiume.

"Io scappo quando le cose si fanno difficili. Forse perchè sono figlia di un militare e ci spostavamo ogni 18 mesi, forse non ho mai imparato a impegnarmi, ma sono qui adesso e resto qui per lottare in modo che tu sappia che tengo molto a questa storia. Io non sono perfetta ma nemmeno tu. Vogliamo parlare di difetti; per esempio non saper perdonare, a un certo punto dovrai perdonarmi quindi tanto vale farlo subito perchè io sono innamorata di te Calliope e tu sei innamorata di me e ti chiedo solo che tu mi dia un'altra possibilità"

"Vuoi un'altra possibilità?"

"Si, più di qualsiasi altra cosa, voglio un'altra possibilità"

"Oggi ho scoperto di essere incinta e il bambino è di Mark"

A quel punto Arizona si rese conto che la sua mente stava iniziando ad addentrarsi in strade pericolose da percorrere in quel momento. Un tremore di rabbia percorse il suo corpo; com'era possibile che la seconda possibilità che Callie le stava dando, includeva del sesso avuto con un uomo durante la sua assenza; e non un uomo a caso, ma bensì Mark Sloan, dal quale, oltretutto, ora stava aspettando un figlio!

I suoi ricordi continuavano a riportarla a Callie e quest'ultima considerazione non fece altro che aumentare il disagio e il dolore che cercava di arginare. Doveva assolutamente fermare quei pensieri.

Così chiuse gli occhi e fece un respiro profondo. Poi si diresse verso la camera da letto per prepararsi per il lavoro. Aprì l'armadio e, sebbene l'istinto l'avrebbe portata ad infilarsi la prima cosa capitata fra le mani; la ragione, le fece scegliere con cura gli indumenti da indossare. La scelta cadde su un semplicissimo paio di pantaloni neri e su una maglia non eccessivamente colorata, sobria, che le scendeva morbidamente sui fianchi. Si raccolse i capelli in una coda e si soffermò per un istante davanti allo specchio per controllare che fosse tutto a posto. Una volta stabilito che ogni cosa era di suo gradimento, si infilò la giacca e si diresse verso l'ospedale dove l'avrebbe attesa un'altra giornata come specializzanda in chirurgia materno-fetale.

La Herman era stata molto dura con lei, ma aveva ragione. Durante quell'operazione non era stata pronta. Aveva passato la notte insieme a Callie e, anche se era difficilissimo e doloroso da ammettere, questo le aveva impedito di esercitarsi per riuscire ad eseguire l'intervento che le era stato affidato. Non si era affatto pentita di aver fatto l'amore con sua moglie, ma alla luce dei fatti, non si perdonava questa sua leggerezza.

Ora Callie non c'era più, ma la specializzazione era ancora li ed Arizona non aveva nessuna intenzione di fallire anche in quello.

Ripensò alle parole che la Dottoressa Herman le aveva detto nello stanzino.

"Tra tutti ho scelto te. E tu mi stai deludendo. Non sto mettendo in dubbio le tue abilità, sto mettendo in dubbio le mie. Pensavo avessi qualcosa. pensavo fossi speciale. Sei il primario di chirurgia pediatrica, sei un membro del consiglio, i colleghi ti stimano molto...Pensavo avresti fatto di meglio e in meno tempo, ma oggi...oggi mi hai messa in imbarazzo. Oggi non eri preparata per la seconda volta. Quindi potrei dover riconsiderare il tutto perchè tu potresti non avere ciò che serve. Non so cosa ci sia che non va in te, non so che demoni tu abbia, ma posso dirti che sei indietro in questa specializzazione ed io non posso aspettare che tu ti metta in pari, non ho tempo per un terzo errore. Se succede ancora una cosa del genere, sei fuori"

Quelle parole l'avevano turbata. Ma ciò che la sconvolgeva di più era che iniziava a rendersi conto che uno dei demoni di cui parlava la Herman, molto probabailmente, era proprio la sua storia con Callie. Le tornò alla mente una cosa che aveva detto nello studio della terapista

"non so più cosa faccio mentre opero"

Ora iniziava a vedere sotto un'altra luce quello che era successo realmente. Adesso stava capendo che quella mattina la sua mente non era in sala operatoria insieme alla sua paziente, ma era nello studio della terapista, in quello studio in cui, qualche ora dopo, avrebbe detto a sua moglie che l'amava più di ogni cosa, che una vita senza di lei la terrorizzava, che tutto il resto non importava e che aveva bisogno di lei perchè era la sua ancora.

La Herman aveva ragione; era indietro. Si perchè errori di questo tipo non sono concessi nemmeno agli specializzandi del primo anno. Una delle prime cose che insegnano a medicina è di mettere il bene dei pazienti al primo posto e di lasciar fuori dalla sala operatoria i propri problemi personali.

Arizona si stava rendendo conto che, seppur involontariamente, aveva iniziato ad affrontare quella specializzazione senza la motivazione giusta. Fino a poche ore prima c'erano in ballo troppe cose nella sua vita: il suo matrimonio con Callie, la maternità surrogata, Sofia, l'unità di pediatria che faticava a lasciare.

Ma da ora, da quella mattina, la sua vita aveva subito un'importante scrematura.

Aveva deciso di dare piena fiducia ad Alex per la gestione del reparto, perciò da quel giorno non avrebbe più interferito con le decisioni di quello specializzando che lei aveva trasformato nel Dottor Alex Karev: medico strutturato di chirurgia pediatrica, a meno che, ovviamente, non fosse stato lui ad interpellarla.

Il suo matrimonio, beh, non c'era più; quindi non avrebbe più dovuto preoccuparsi di quello, o di come Callie avrebbe potuto reagire se lei avesse preso un'altra decisione di quelle che, la moglie, amava definire "egoiste".

Ora si sarebbe divisa solo fra due cose: Sofia e la specializzazione in chiururgia materno fetale.

Callie aveva deciso di mettere la parola fine al loro matrimonio.

Arizona stava decidendo di mettere la parola inizio alla sua vita.