La notte novembrina era insolitamente tiepida, più dell'anno precedente, per quel che ricordava Beckett. Forse perché allora la brezza proveniente dall'oceano si era insinuata nel vestito bianco di tessuto leggero, increspandole la pelle.
L'associazione di pensieri fu immediata, e al ricordo fu inondata da appagamento misto a pura gioia incontenibile.
Sentendosi molto innamorata, prese Castle sotto braccio, il buonumore a fare capolino dal sorriso sfavillante con cui lo guardava piena di aspettativa.
Sapeva di avere un enorme cuore disegnato in viso e non le importava.
Era felice.
Aveva la vita per cui aveva lottato e ne era fiera.
Era fiera di averla, di godersela e di apprezzarla.
Era consapevole che si erano entrambi impegnati duramente per armonizzare le loro personalità, scontrandosi spesso. Ammetteva inoltre che erano accaduti loro una sfilza di drammi e imprevisti, da aver bruciato karma per tutte le loro successive incarnazioni, eppure si stupiva sempre di pensare a quanto fosse facile vivere con lui e amarlo.
A come era facile, in ultimo, essere felice.

Era sicura che avrebbero incontrato altre difficoltà, come era normale che fosse nel mondo degli esseri umani, ma era altrettanto certa che avrebbero saputo affrontare qualsiasi cosa fosse apparsa all'orizzonte per metterli alla prova e questo le dava la tranquillità, e la speranza, di riuscire a mantenere l'imperturbabilità del loro cielo sereno.
Lasciata fuori la notte, tolto il superfluo, loro due erano un nucleo indissolubile e resistente a qualsiasi attacco.
Forse era quello che pensavano tutti quelli che amavano intensamente, ed erano riamati con uguale trasporto, convinti di essere gli unici ad aver trovato il segreto dell'amore.
Intanto, si godeva un'esperienza per lei nuova e inebriante.

Qualsiasi nuvola sarebbe scomparsa. Faceva tesoro dell'intima convinzione che ce l'avrebbe fatta di fronte a tutto, grazie al compagno di vita che si era scelta e che avrebbe camminato con lei per sempre.
Avrebbero fatto quel viaggio insieme, fino alla fine. Se lo erano promessi.
Non che fosse una garanzia, né sapeva da dove le venisse quella certezza, ma era ferma nel credere che si sarebbero mossi intrecciando le loro orbite, in una danza creata appositamente per loro.
Non era solo suo marito, come dichiarato nei documenti ufficiali. Era suo amico, complice, alleato, confidente, fan.
Quello che la incoraggiava, la capiva, creava barriere protettive e universi magici in cui loro erano i protagonisti, facendolo sembrare naturale.
Lui amava così come gli altri respiravano. E lei era la destinataria fortunata della sua incredibile capacità di amore. Sapeva che aveva molto da imparare da lui, in quel frangente, ma sperava che lui si sentisse amato, e che lei riuscisse a trasfondere nei fatti i suoi sentimenti che dilagavano occupando sempre maggiore spazio, dentro e fuori di sé.
Voleva renderlo felice.
Sapeva di avere diversi aspetti non ancora risolti, ma lui l'accettava per quella che era. Lei non sarebbe stata altrettanto benevola con se stessa, nei suoi panni. Non lo era nemmeno nei propri, di panni.
Lui rendeva insuperabile tutto quello che toccava, nella loro relazione.

Forse stava esagerando, si disse. Forse è questa serata autunnale bagnata di profumo di primavera, o il primo anniversario, e chissà, magari esisteva un incantesimo che rapiva le mogli in certe ricorrenze.
Scrollò metaforicamente le spalle. Quindi? Era il suo giorno. Le era concesso tutto il sentimentalismo che voleva. Sorrise (aveva mai smesso da quando lui era arrivato al distretto?) pensando che per lei la carrozza non si sarebbe trasformata in zucca, perché il giorno dopo lui sarebbe stato ancora al suo fianco.
Tutti i giorni della sua vita.
Avrebbe quasi voluto imbottigliare un po' di essenza di Castle per donarla a qualche donna che aveva gettato la spugna sulle relazioni amorose.
Stava scherzando. Lei non era generosa fino a quel punto. Le sarebbero state più consone le mine antiuomo con cui delimitare il perimetro.

A proposito di romanticismo e festeggiamenti. "Cosa c'è in serbo per noi, uomo dei misteri?".
Riemerse dalle sue riflessioni smancerose, per tornare la solita donna concreta che desiderava fatti. Non trattati filosofici sull'esistenza dell'amore nel mondo razionale e reale. O erano la stessa cosa? I ricordi scolastici cominciavano a confondersi.
Lui non rispose, sibillino come la sfinge in attesa di risposte per il suo indovinello.

Si era aspettata che avrebbe spiattellato nel dettaglio le mille attività che aveva lungamente pianificato.
Dove erano i fuochi d'artificio? La banda marciante che avrebbe suonato la loro canzone? I cori gospel?
Si era quasi aspettata di trovarsi quattro mandolini sotto l'ufficio a farle una serenata e invece la strada era sgombra, l'auto parcheggiata senza nemmeno un enorme fiocco bianco e lui avvolto da calma olimpica, così fuori personaggio.
Perché non la stava strattonando incapace di trattenersi e spoilerandole tutte le varie attività che, era stata sicura, avrebbero costellato la loro serata?
Glielo aveva ripetuto anche mentre dormiva che era il loro anniversario, riusciva a crederci? Un anno insieme. Doveva tenersi la serata libera.
Come se lei avrebbe mai potuto lavorare in un giorno del genere. Ma nemmeno se fosse venuta la sicurezza nazionale a farla salire sull'Air Force One.
Era strano. Lui era strano. Non aveva i tipici atteggiamenti da Castle.
La cosa la rese perplessa, come se fosse davvero davanti a un quiz mitologico che non era capace di risolvere.
Lei sarà pure stata il mistero che lui non si sarebbe mai stancato di indagare (ricordava per filo e per segno quello che le aveva promesso dopo averle infilato la fede al dito. Durante la cerimonia si era sentita sospesa nel vuoto, ma, quando le sensazioni che l'avevano spazzata come una mareggiata tempestosa si erano affievolite, aveva scoperto che le parole erano chiare nelle sua mente, come se lui le avesse scolpite sulle tavole della legge lì accanto), ma anche lui non smetteva mai di sorprenderla.

Castle si ostinava a non rivelarle nulla, ma lei aveva notato il sorrisino compiaciuto che tentava di nascondere. Voleva farla penare solo per la sua piccola commedia che aveva architettato ai suoi danni? Marito permaloso.
Bene, se era quello che voleva, lei sarebbe stata ancora più serafica di lui. Si sarebbe fatta sorprendere attendendo tempi biblici e, per nessun motivo, gli avrebbe mostrato la sua impazienza.
Arrivarono all'auto, ma Castle non prese le chiavi e lei non si sentì il breve bip della chiusura centralizzata che si apriva.
Si appoggiò alla Ferrari dal lato del marciapiede e rimase così, in piedi e a braccia conserte.
"Chi sei? John Travolta?". Le scappò da ridere. Era così calato nel ruolo.
"Non uso brillantina nei capelli", protestò.
"Davvero? E' che sembrano così immobili". A quel punto non si stava più trattenendo.
"Sarò superiore e fingerò che tu non abbia detto niente. Ho dei capelli bellissimi. E tu mi invidi".
Lei storse la bocca, dubbiosa.
"Credevo di aver sentito pronunciare la parola hairporn, qualche volta. Mi sarò sbagliata".
Fece sfoggio di indifferenza simulata, ma fu ricompensata dall'espressione di ripicca che lui non seppe celare.
Era riuscita a fargli perdere la compostezza che cercava di mantenere con grande sforzo, e pessimi risultati.
Qualcosa bolliva in pentola, se lo sentiva.
Sperò che quello scambio di battute lo inducesse a svelarle i suoi segreti, ma lui non sembrava avere la minima intenzione di metterla al corrente di niente. Le venne perfino il dubbio che quello fosse il loro festeggiamento.
"Allora, Castle... dobbiamo rimanere qui tutta la notte? Vuoi dirmi che cosa hai organizzato?".
Fu la prima a cedere, del resto si era sempre stata vantata di essere una donna d'azione e non di pensamenti. Al tono aggiunse una spolverata di imperiosità, per fargli un po' di pressione psicologica.
Che cosa poteva farci? Era curiosa!
"Dimmelo tu". La faccia da schiaffi che aveva in quel momento la indusse a desiderare di morderlo. Segnatelo per dopo, si appuntò.
"Devo dirti io cosa tu hai organizzato per me?". Da quando era così esasperante? Fu pietosa con se stessa ed evitò di rispondersi. Da sempre.
"No, devi dirmi come vuoi festeggiare".
Bene. D'accordo. Se voleva prenderla alla sprovvista, ci era riuscito.
"Intendi... che non hai pensato a niente? Niente... cena in un ristorante di lusso, caccia al tesoro, altalene, gigantografie a Times Square?".
"No. Però l'idea di Times Square non era male. Perché non ci ho pensato?".
"Castle. Non divagare. E' il nostro anniversario e tu non hai pensato a... niente? E' uno scherzo?".
Era così incredula da rischiare di essere troppo brusca. Doveva moderare le sue reazioni.
"Credo tu non abbia capito, Beckett. Te lo chiederò un'altra volta".
Di nuovo quella faccia di bronzo da infilargli le unghie sotto la pelle della schiena (anche questo, teniamolo per dopo).
"Che cosa desideri? Vuoi il ristorante? Le altalene? Un uovo al tegamino? Guardare le stelle? La luna nel pozzo? Tutto quello che vuoi. Solo quello che vuoi".
Fece fatica a capire bene l'esatta natura delle sue dichiarazioni.
Forse avrebbe dovuto vederle scritte sul foglio precompilato delle confessioni.
"Cioè... davvero? Vuoi passare la serata facendo quello che voglio io?".
"Voglio passare la vita, facendo quello che vuoi tu".
Per lei fu come prendere un colpo nello stomaco, che quasi le fece piegare le gambe.
Era per via della data, lei di norma non era così svenevole, ma lui aveva fatto uso del particolare tono spacca cuore con cui era uso indirizzarle frasi a effetto che avevano il potere di fonderla e renderla inconsistente tra le sue mani.
"Sei molto dolce", ammise con la voce che teneva nascosta in un reparto segreto e che solo lui sapeva lasciar libera di manifestarsi nel loro mondo. "Vorrei fare del sarcasmo per controbattere a tale sfoggio di romanticheria, ma è impossibile anche per me".
"Lo sapevo! E' per via dello sguardo alla 'Castle ti ama di amore sconfinato?'. Ero certo che avresti ceduto! La partita è mia". Mancava solo il giro di campo con la coppa in mano.
Gli diede un romanticissimo spintone e un calcio nel polpaccio, ricevendo sonore rimostranze in cambio.
"Sei una persona orribile, Richard Castle", lo apostrofò severamente.
"Questo significa che vuoi darmi indietro?".
"No, affatto", gli spiegò alzando il mento in segno di sfida. "Significa che sei la mia persona orribile e non andrai da nessuna parte. Mai".
Castle la gratificò del sorriso scodinzolante con cui si beava delle sue esternazioni esplicite di amore, e le mise le mani sui fianchi.
Si chinò per baciarla.
"Un attimo", alzò la testa, fermato da un nuovo pensiero. "L'hai detto intendendolo davvero o adesso mi scorticherai vivo con qualche frase lapidaria e cinica?".
"Vorrei picchiarti, Castle", rispose lei tagliando corto
Lo abbracciò e aderì completamente contro di lui.

"Non mi hai detto cosa vuoi fare".
Perché? Non potevano star lì tutta la sera? Che le importava dei festeggiamenti?
"Eri serio, allora". Non riusciva a credere che non ci fosse qualcosa di organizzato.
"Sono sempre serio".
Kate sbuffò.
"Cosa intendi per 'tutto quello che voglio'?", chiese un po' ottusamente.
"Ehi, vorrei la moglie astuta e sveglia che mi era stata assegnata da contratto".
"Quindi... io sceglierò qualsiasi cosa e noi la faremo?".
"Ecco la tua parte perspicace farsi viva. Cominciavo a perdere le speranze".
Kate si morse le labbra, pensando a cosa desiderava in quel momento, con una serie di idee, alcune decisamente poco fattibili ad affastellarsi nella mente.
"E se dicessi... vediamo, prendere un aereo e uscire dal Paese? Quello non potremmo farlo". Logica come sempre.
"Mi commuove sempre la fiducia che hai nelle mie possibilità". Castle tirò fuori con aria da cavaliere errante due passaporti dalla tasca. I loropassaporti.
Kate saltò battendo le mani, vergognandosi subito del gesto da cheerleader, ma troppo emozionata e in preda alla meraviglia per trattenersi.
Il gesto così compiaciuto e virile con cui li aveva estratti, inoltre, le aveva fatto venire la subitanea voglia di spingerlo in macchina e oscurare i finestrini.
"Sei...". Non le veniva nemmeno la definizione.
"Lo so", la anticipò compiaciuto. "Mi trovi irresistibile e sexy, vero?".
"Non vorrei alimentare il fuoco della tua autostima senza limiti ma sì... in effetti, sì", ammise con riluttanza.
"Come dicevo... tutto quello che vuoi", le ricordò in tono molto significativo. "E non c'è bisogno di specificare niente. So bene quello che vuoi".
Kate si trovò ad arrossire come se fosse una scolaretta. Era del tutto in balia di suo marito, ma solo in questa precisa circostanza, si disse per stare tranquilla. Non mi ha affatto stregato, sono padrona di me stessa.
Vagliò tutte le opzioni che aveva davanti, per decidere cosa avrebbe reso memorabile quella serata per loro, prendendosi il tempo per riflettere.