Ice cream
"Jane, si può sapere cosa ti è saltato in mente?"
"Teresa, posso spiegarti…"
"No. Non voglio sentire le tue scuse. Fammi un favore e sparisci dalla mia vista".
...
Salendo lentamente le scale che portavano all'attico, Jane dovette ammettere con sé stesso che stavolta aveva davvero esagerato. Non gli era mai capitato di offendere i familiari della vittima, irritare un testimone chiave e insultare il capo della polizia locale tutto nello stesso giorno. Non c'era da meravigliarsi che Teresa fosse furiosa.
Si sdraiò sul suo letto improvvisato, alzando uno sguardo inquieto al soffitto. Dopotutto non era certo la prima volta che lui e Teresa litigavano a causa di qualche sua stupidaggine. Di solito si limitava ad attendere che Teresa si calmasse, prima di chiedere scusa e fare pace.
Ma stavolta – chissà perché – non si sentiva affatto tranquillo. C'era qualcosa che continuava a tormentarlo, qualcosa che non riusciva a focalizzare.
Finalmente, in un lampo, la sua mente individuò il dettaglio che l'aveva turbato.
Sparisci dalla mia vista, aveva detto Teresa. In quel preciso momento lo assalì un'ondata di panico. E se prima o poi Teresa si fosse stancata di sopportare le sue iniziative sconsiderate e i suoi metodi decisamente poco ortodossi? E se con il suo comportamento avesse finito per perderla?
Il solo pensiero lo fece stare male fisicamente. Chiuse gli occhi, cercando di scacciare quella paura irrazionale che improvvisamente minacciava di soffocarlo.
...
La prima a salire di sopra fu Grace. Jane l'aveva previsto, ma non aveva davvero alcuna voglia di parlare. Né con Grace, né con nessun altro.
"Jane… tutto ok?"
Attese invano una risposta. In ogni caso la sua era più che altro una domanda retorica. Jane aveva la medesima espressione di un cane bastonato.
"Se c'è qualcosa che posso fare…", proseguì in tono incerto.
Jane scosse la testa. Grace si rassegnò a tornare in ufficio.
...
Doveva avere un aspetto veramente terribile se perfino Rigsby aveva deciso di salire a controllare, rifletté Jane.
"Stiamo per uscire a pranzo. Ci chiedevamo se per caso ti va di unirti a noi".
Ottimo tentativo, almeno per gli standard di Rigsby. Jane si limitò ad un breve cenno di diniego.
...
"Non sei un po' troppo cresciuto per andarti a nascondere nella tua stanza ogni volta che c'è un problema?"
L'ombra di un sorriso sfiorò le labbra di Jane. Brusco e ironico. Tipico di Cho. Decisamente più efficace di qualsiasi parola detta in tono comprensivo o di commiserazione.
"Tecnicamente questa non è la mia stanza".
"Sai cosa voglio dire".
Un silenzio.
"Bene. Se hai voglia di parlare, noi siamo di sotto".
...
Teresa riappese il ricevitore. Finalmente anche questa era sistemata. Lanciò un'occhiata all'orologio: le quattro. Ormai era troppo tardi per pranzare.
Afferrò la giacca e uscì dal suo ufficio.
"Dov'è Jane?", domandò sorpresa, notando che non si trovava sul suo divano come d'abitudine.
"Di sopra, con l'aria di uno scolaretto in castigo", fu la concisa risposta di Cho.
Corrugando la fronte, Teresa si affrettò verso le scale.
...
"Patrick, cos'hai?"
Non c'era più traccia di collera sul viso o nella voce di Teresa. Solo una sincera preoccupazione.
Gli passò una mano tra i capelli, e Jane chiuse gli occhi, abbandonandosi alla sua carezza. Come un bambino che si sente finalmente al sicuro dagli incubi notturni.
"Sei arrabbiato con me per quello che ti ho detto prima?"
Lui la guardò, chiaramente sconvolto dall'idea.
"Io? No. Solo… ho avuto paura", concluse in un soffio.
Teresa capì al volo ciò che intendeva dire.
"Jane, quello che succede al lavoro non cambia quanto c'è tra noi due. So perfettamente che è difficile tenere separate le due cose, ma ho intenzione di riuscirci. Non voglio gettare via tutto quello che abbiamo costruito insieme per una semplice incomprensione sul lavoro. Anche se tu hai un dono particolare per farmi perdere le staffe", terminò ridendo.
Finalmente Jane sorrise. "Per fortuna tu sei la donna più paziente che io abbia mai conosciuto".
"Non approfittarne troppo, però".
"D'accordo".
Jane si alzò. "Come posso farmi perdonare tutti gli incidenti diplomatici che ho provocato stamattina?"
Teresa finse di riflettere.
"Potresti offrirmi un gelato. Ho passato le ultime ore a fare telefonate per rimediare ai tuoi disastri, e adesso sto morendo di fame".
"Vada per il gelato, allora".
Le passò un braccio attorno alle spalle, accompagnandola verso le scale.
"Naturalmente anch'io dovrei farmi perdonare per la sfuriata di stamattina. Ti va un gelato?"
"Ho un'idea migliore", replicò Jane, prendendola tra le braccia e dandole un bacio.
"Jane, non in ufficio!", rise Teresa.
"Per prima cosa qui non siamo in ufficio, ma nell'attico", puntualizzò lui con calma. "E secondariamente… preferisco che tu mi chiami Patrick".
"Va bene… Patrick", fece lei, restituendogli il bacio. Quindi gli lanciò un'occhiata maliziosa.
"E il mio gelato?"
"Agli ordini!"
La prese sottobraccio, correndo giù per le scale – tra le risate di entrambi.
...
"Ci vediamo più tardi", lanciò Jane, mentre trascinava Teresa – ancora in preda ad una crisi di ilarità – verso l'ascensore.
Grace, Rigsby e Cho si scambiarono un'occhiata.
"E anche stavolta è andata", commentò lapidariamente Cho, prima di tornare al suo lavoro.
