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Nota dell'autrice: tutte le storie di questa raccolta sono lemon, e come tali contengono scene erotiche più o meno esplicite. Pertanto se tali argomenti vi disturbano o vi mettono a disagio, vi chiederei per favore di leggere altro

LEMONISH
#10. The road back to you

When I hold you in this night-soaked bed it is courage for the day I seek. Courage that when the light comes I will turn towards it. It couldn't be simpler. It couldn't be harder. In this little night-covered world with you, I hope to find what I long for; a clue, a map, a bird flying south, and when the light comes we will get dressed together and go.
- J. Winterson, "The World and other places" -

Fine.

Non c'era davvero più nulla da fare, per quanto lui e Zell avessero cercato di salvare la vita di quel giovane cadetto non ci erano usciti. Nessun massaggio cardiaco, nessuna respirazione bocca a bocca, nessuna manovra di rianimazione che potessero conoscere aveva funzionato e il ragazzo se ne era andato tra il suo stesso sangue. Poco importava che qualsiasi medico, all'ospedale, li avesse rassicurati che non potevano fare nulla, che la ferita era troppo profonda e le condizioni troppo critiche per sperare di mantenerlo in vita almeno fino all'arrivo dei soccorsi –non poteva fare a meno di sentirsi comunque addosso la responsabilità di quella morte troppo prematura e troppo violenta.

Non era riuscito a dire nulla a nessuno; si era semplicemente accomodato sulla Lagunarock circondandosi della sua solita solitudine, desiderando ardentemente che qualcuno parlasse, che Zell si alzasse e prendesse a pugni l'aria come era solito fare, qualsiasi cosa pur di evitare quel silenzio assordante che gli sussurrava le sue colpe. Non sapeva come gestire tutto quello. Erano passati anni da quando un suo compagno di squadra era morto, erano passati mesi da quando aveva ricevuto la notizia della morte di uno dei cadetti durante l'allenamento; ma non aveva più la corazza con cui era abituato a difendersi, non poteva più rifugiarsi sul seno caldo della ragazza che lo aspettava a casa e sfogare con lei i suoi tormenti.

Non aveva più una ragazza che lo aspettava a casa.

Si passò una mano tra i capelli, con una smorfia di dolore per la ferita nel braccio che si faceva sentire; nemmeno il tentare di buttare a terra il ragazzo gli aveva permesso di salvarlo, a che cosa poteva mai servire un comandante come lui, se proprio quando c'era stato bisogno del suo intervento era stato troppo lento, troppo distratto, troppo…troppo poco? Tutte sensazioni che già conosceva, che erano passate attraverso di lui qualche anno prima, quando per la prima volta aveva perso un ragazzo, in missione, di cui era responsabile, ed era tornato da lei con un groppo in gola e la voglia di piangere sul suo seno, e l'incapacità di raccontarle anche solo che cosa era successo.

Già, tornare da lei.

Sarebbe stato bello poterlo fare. Sarebbe stato bello poter di nuovo avere la libertà di bussare alla sua porta in piena notte per chiederle conforto, potersi lasciar stringere tra quelle braccia esili eppure così forti quando si trattava di consolarlo, potersi abbandonare contro il suo corpo e lasciarsi cullare dal battito regolare del suo cuore e dalle carezze leggere, così sensuali e insieme così materne.

Sarebbe stato bello tornare da lei, per una volta.

Ma era impossibile. Impossibile perché era stato lui ad allontanarla, dopo quella notte di fallimenti, era stato lui a decidere che si soffriva troppo e lei non lo meritava –lei doveva poter vivere la sua vita senza preoccuparsi continuamente di lui, e chiedersi se era sano e salvo, anche se lontano. Lui, se la sarebbe cavata. Ma lei no, lei era troppo innamorata della vita, dell'amore e degli affetti, lei era troppo viva, ecco, troppo viva, per poter riuscire ad affrontare la morte. Allora era meglio allontanarla, distaccarsi da lei, spegnere il suo amore standole lontano e lasciandole la possibilità di scegliersi un compagno che avrebbe corso meno rischi e le avrebbe dato più sicurezze. Avrebbe sofferto meno, se un giorno il compagno di squadra a non tornare fosse stato lui. In fin dei conti, non si poteva patire la perdita di un amante come si pativa quella di un amore stanco del passato, no? Era meglio così. Era meglio per lei.

Era meglio per lei.

Cercò di cacciare quei pensieri dalla testa; sapeva benissimo dove lo avrebbero portato, dritto davanti alla porta di lei, incapace di bussare ed entrare. Incapace di sentirsi dire di no, che non poteva entrare, che non c'era più spazio per lui nella sua vita. Che non era più il benvenuto e che non avrebbe più potuto avere quegli abbracci confortanti perché ora erano di un altro. Non poteva sopportarlo, quello; ed era meglio rodersi il fegato da solo, nella sua stanza, con il pensiero che forse anche lei era sola quanto lui, piuttosto che stare di fronte a una realtà odiosa.

Doveva dormire, e avrebbe dimenticato tutto –anche quell'idea stupida e pericolosa di tornare da lei, per una volta. Foss'anche solo per una volta.


Hyne, che ci faceva lì davanti?

Aveva trascorso tutto il viaggio cercando di non pensare a lei, con l'unico risultato di pensarci ancora di più. E più ci pensava e più l'idea di andare da lei, appena tornato dalla missione, e sgattaiolare nella sua camera, diveniva allettante. Più ci pensava e più si rendeva conto che quei due, tre anni lontano da lei non erano riusciti a spegnere quello che provava –lui la amava quando l'aveva lasciata per le sue stupide convinzioni e la amava anche adesso, l'aveva amata sempre. Era il motivo per cui non voleva sentirsi rifiutare, perché preferiva sapersi amato piuttosto che sapersi dimenticato, accantonato.

E così era sceso dalla Lagunarock, aveva finto di andare in ufficio a scrivere il rapporto di quella missione, aveva cercato la chiave della stanza di lei che per qualche oscuro motivo aveva tenuto, e l'aveva rigirata tra le dita per lunghi minuti prima di decidersi che lui era un Seed, la sua aspettativa di vita, per il lavoro che faceva, non superava i trent'anni e ed era normale, logico, naturale che lui vivesse quegli anni come più preferiva, il più intensamente possibile. E per lui viverli intensamente significava viverli con lei.

E allora si era alzato, aveva attraversato i corridoi stringendo la chiave tra le mani, ed ora era lì davanti ancora preda dei soliti dubbi, delle solite paure. Sapeva che Rinoa gli era sempre stata fedele; Selphie aveva avuto la premura di fargli sempre sapere come stesse, quanto lui le mancasse, quanto non riuscisse a vedere altre persone e quanto non funzionasse anche quando ci provava. Era bello sapere che lei fosse ancora sua, almeno nel corpo. Era l'anima che lo impauriva.

Lei avrebbe anche potuto non amarlo più.

E lui non poteva accettare un rifiuto, non quella sera, non con quella responsabilità addosso, non con quelle colpe addosso.

Aveva bisogno di lei, quella notte, più di quanto ne avesse mai avuto.

Infilò finalmente la chiave nella serratura, facendola girare lentamente, per non fare rumore e svegliare qualcuno; entrò il più silenziosamente possibile, richiudendosi la porta a chiave alle spalle. Lei stava dormendo, a pancia in giù, le braccia infilate sotto il cuscino e con il lenzuolo che la copriva fino ai fianchi –aveva ancora l'abitudine di dormire nuda, come quando stavano insieme. La finestra era aperta e una brezza leggera saliva dal mare, gonfiando la tende e rendendo un po' più sopportabile quella notte calda di fine luglio; gli parve d'essersi reso conto solo allora che i vestiti che lo avevano protetto dal freddo a Trabia erano del tutto fuori luogo lì. Si levò la giacca di pelle, posandola sulla sedia che lei teneva in fondo al letto; le si avvicinò lentamente, cercando di resistere alla tentazione di svegliarla immediatamente, prima di averla guardata come desiderava fare.

Si inginocchiò accanto al letto, lasciando scorrere gli occhi sulla sua schiena nuda, ammirando i riflessi che la luce della luna le disegnava sulla pelle, e il contrasto con il lenzuolo candido; i suoi occhi vennero improvvisamente attirati sul suo viso, quando lei mugolò qualcosa di incomprensibile nel sonno e con un sorriso infilò ancora più profondamente le braccia sotto il cuscino. Chissà cosa stava sognando? Qualcosa di bello, a giudicare dalla sua espressione pacifica e beata; magari sognava lui…non era possibile, però, non era di certo lui il protagonista dei suoi sogni, e ora i suoi occhi vagavano ancora sul suo corpo e si fermavano su quel seno schiacciato contro il materasso, e la sua mente ricordava quanto fosse morbido, sodo, grande abbastanza da stare nella sua mano…

…si rese conto troppo tardi che la sua mano aveva iniziato a muoversi senza il suo consenso, ed era già ad accarezzarle la schiena, strappandole un mugolio soddisfatto, senza però svegliarla. Continuò a lasciar scivolare le dita lungo la sua spina dorsale, lentamente, chiudendo gli occhi alla sensazione così estranea e familiare della sua pelle contro la sua, per riaprirli pochi minuti dopo solo per posarle un bacio al centro della schiena, senza il coraggio di scostarle il lenzuolo –non ancora. La sua mano le vagò lentamente sul fianco, accarezzandola dove le piaceva –come era possibile saperlo ancora con quella precisione? Ma forse si era spinto troppo in là, perché lei si era svegliata, trattenendo il respiro, e sussurrando, "Squall, ma che ci fai qui?"

Si risollevò da lei per darle il tempo di trascinarsi il lenzuolo addosso e coprirsi il seno; un po' si vergognava di quello che aveva fatto, di essersi preso quelle libertà con lei, proprio con lei che non lo aveva mai forzato, non gli si era mai imposta, lo aveva sempre rispettato, capito, accettato e amato per quello che era. Si passò una mano tra i capelli, sedendosi sul letto prima di risponderle; e poi, sospirando profondamente, iniziò con la voce arrochita dal silenzio, "scusami, non so che mi è preso…"

Sentì la sua mano che gli si posava sulla spalla, in un tocco leggero e confortante che sapeva trasmettergli calore anche attraverso la stoffa leggera della sua maglietta; e poi la sua voce gli accarezzava le orecchie nel tono tenero che gli era sempre stato riservato, "è successo qualcosa in missione…?"

Come avesse fatto a capirlo, non lo avrebbe mai saputo dire; lui era convinto che lei nemmeno sapesse che lui era via in missione. Ma in qualche modo lei lo conosceva ancora perfettamente, e sapeva sempre che cosa stava facendo, dove si trovava, che cosa lo preoccupava e perché; sospirando, le disse semplicemente, "il cadetto che c'era con noi…c'è stato un agguato, ci hanno sparato addosso e lui è stato ferito…e…."

Non ci fu bisogno che dicesse altro, in qualche modo lei aveva già capito. La sentì farsi più vicina a lui, stringergli timidamente le braccia intorno, e si abbandonò contro di lei, lasciando scorrere una lacrima silenziosa che cadde sul lenzuolo tra di loro. Gli parve che milioni di pensieri gli corressero in testa in un solo momento, riviveva ogni singolo attimo di quell'agguato, rivedeva gli occhi rivolti al cielo del ragazzo morente, si risentiva dare ordini mentre tentava affannosamente di salvargli la vita, e si chiedeva quanto tempo sarebbe passato prima che toccasse a lui, prima che la Seed si prendesse anche la sua di vita. Lui voleva vivere, lui voleva amare, lui non voleva più rischiare di spegnersi su un campo di battaglia qualsiasi e soprattutto non voleva dover salutare tutti –salutare lei prima di partire in missione ogni volta come se fosse l'ultima. Lui voleva stare con lei, ringraziare ogni mattina d'essere vivo e sapere che avrebbe vissuto intensamente ogni giorno che gli restava, non…non rischiando di morire.

Alzò gli occhi sul viso di lei, sempre così dolce, così sorridente, così luminosa da dissipare ogni dubbio che lui poteva avere; se il solo pensiero di lei lo aveva guidato in quella stanza, vederla adesso di fronte a lui poteva soltanto spronarlo ad andare in fondo. Alzò una mano tremante ad accarezzarle una guancia, osservandola resistere alla tentazione di chiudere gli occhi e strofinare il viso contro la sua pelle; deglutì rumorosamente, e poi ammise con una voce che parve sperduta persino a lui, "ho bisogno di te…"

Stava per dirgli che lei sarebbe stata lì per lui sempre, quando si ritrovò premuta contro di lui, le sue labbra che le sfioravano la bocca e la lingua che le leccava appena in attesa che lei si decidesse a lasciarlo entrare. Non sapeva se era del tutto giusto quello che stava succedendo –o forse aveva soltanto paura che lui lo facesse solo guidato dalla forte emozione della perdita di quel ragazzo; ma poi la sensazione di sicurezza che lui le aveva sempre dato si fece strada nel suo corpo costringendola ad allargare le labbra per lasciarsi baciare, e si mosse per premersi un po' di più contro di lui. Era così persa nel suo abbraccio e nel suo bacio che non riuscì a fermarlo quando lui tolse febbrilmente di mezzo il lenzuolo, e anzi riuscì soltanto a muovere le mani verso l'orlo della sua maglia per tirarla e fargli capire di allontanarsi da lei quel tanto che bastava per farsi spogliare.

Le parve di averlo sempre saputo. Era ancora tutto così radicato, dentro di lei, che per un momento credette che quei due anni lontani non fossero mai esistiti, eppure l'incertezza delle loro mani che tornavano a cercare la pelle che conoscevano ancora perfettamente, il rumore nuovo dei loro sospiri, la sensazione di essere insieme a lui la riportarono ad un realtà a cui faticava a credere. Aveva sempre saputo che mai, qualsiasi cosa lui avesse detto o fatto, sarebbe stata in grado di rifiutarlo; mai lo avrebbe respinto, nemmeno mentre lui le rovesciava addosso passione rabbiosa che sapeva un po' d'amore e un po' di sfida. Aveva sempre sognato che prima o poi, lui avrebbe capito che era lei a dover scegliere cosa, chi l'avrebbe resa felice –e che quel qualcuno era lui; aveva sempre sognato di rivederlo davanti alla sua porta, di rivedere il suo sorriso, di risentire i suoi inviti timidi e sinceri.

Aveva sempre sognato che in qualche modo, lui sarebbe tornato da lei.

E ora la sensazione era così totalmente incredibile che non riusciva nemmeno a capacitarsi di aver sempre saputo che l'avrebbe provata e di non aver mai nemmeno cercato di prepararsi –ma prepararsi a cosa, poi?

Lei lo amava, e fine dei giochi.

Mugolò la sua soddisfazione tra i baci quando la loro pelle tornò a sfiorarsi; le sembrava che fosse passato abbastanza tempo da sentire il suo petto estraneo, contro di lei, come la prima volta, e che nello stesso tempo non sarebbe mai passato abbastanza tempo da non farle sentire quel corpo sempre come familiare. Si sentì distendere sul letto, le sue mani che le accarezzavano ancora i fianchi, scivolavano dietro di lei a sfiorarle la schiena e poi tornavano a stringerle il seno, e la sua bocca non la abbandonava mai, mentre il silenzio si riempiva dei loro baci e dei loro sospiri. Le parve di essere stata baciata per ore quando lui si risollevò da lei per guardarla, e socchiuse gli occhi per osservarlo attraverso i veli del suo piacere; lui contemplava il suo corpo lasciandovi scivolare le mani sopra lentamente, come volendo ricordare quello che aveva toccato in passato e riconoscere se qualcosa era cambiato. Forse lei avrebbe fatto la stessa cosa con lui, ardeva già dal desiderio di farlo; ma sapeva di dovergli lasciare il tempo di tornare familiare con la sua pelle e le sue forme, e rimase ferma sotto di lui, a osservarlo con il suo sguardo tenero, mentre lui memorizzava ogni minima imperfezione del suo corpo e le sussurrava ugualmente, quasi fosse una debolezza riconoscerlo, "Hyne, sei…così bella…"

Lei sorrise, accettando silenziosamente il complimento mentre allungava le mani per slacciargli la cintura e i pantaloni; ma lui la bloccò, afferrandola per i polsi e pregandola, "lasciami fare…", prima di farle posare le mani sopra la testa e continuare a divorarle il collo e il seno di baci. Incapace di resistergli, lei si limitò a inarcarsi sotto di lui, spingendosi contro la sua bocca e strusciando il sesso contro il suo bacino, strappandogli qualche gemito smorzato dalla sua pelle. Quanto le erano mancati quei piccoli morsi, la sensazione tutta della sua bocca su di lei, del suo intero corpo su di lei? Quanto le era mancato il suo chiederle se era troppo pesante per lei…il suo cercare ogni punto del suo corpo che sapeva darle piacere, l'indugiare su ogni centimetro fino a renderla incapace di ragionare? Non lo aveva mai né ammesso a se stessa, né confessato alle amiche, nemmeno a Selphie, ma qualcosa si era rotto dentro di lei quando lui l'aveva lasciata, come se lei non fosse abbastanza…abbastanza qualcosa, per lui. Forse non era abbastanza bella, o desiderabile, o sensuale, o formosa –forse qualcosa in lei non andava bene, tutto lì. E invece lui era tornato da lei, a cercare conforto e sostegno, e ora se ne stava nuda sotto di lui a godersi i suoi baci, i suoi abbracci, e i suoi mugolii smorzati dal suo seno. E lui le sussurrava quanto fosse bella.

Avrebbe pianto se non fosse già stata troppo presa dal piacere di essere con lui e della sua bocca che le scorreva addosso, inumidendola di saliva e di lussuria fino a strapparle gemiti più forti; era già fradicia d'eccitazione eppure lui continuava a giocare con lei fino a forzare ogni suo limite. Sperava solo di poter fare la stessa cosa, ed era così persa nelle fantasie dei giochi che avrebbe fatto al suo corpo che non si rese conto di come lui si fosse allontanato da lei fino a quando non lo sentì gettare la cintura, i pantaloni e la biancheria per terra e aprì gli occhi annacquati di desiderio per osservarlo distendersi sopra di lei e tornare ad impossessarsi della sua bocca. Gli strinse esitante le braccia intorno al collo, desiderava solo rovesciarlo e baciarlo ovunque, ricordare ogni cicatrice e ogni ferita e conoscere i nuovi segni che si portava sul corpo; ma prima che potesse fare qualsiasi altra cosa, lui le aveva sollevato le cosce a stringergli i fianchi ed era affondato con un gemito dentro di lei.

Solo quando la vide sbarrare gli occhi per il vago dolore di sentirsi penetrata dopo tutto quel tempo capì –lei non lo avrebbe mai rifiutato. Lei non avrebbe mai potuto rifiutarlo perché era rimasta sua completamente per tutto quel tempo, nel corpo e nell'anima. Nessuno aveva potuto portargliela via, nessuno aveva violato il suo letto, nessuno si era impadronito del suo cuore. Lei era rimasta sua sempre. E dopo moltissimo tempo, si trovò finalmente a sorridere di nuovo, mentre la guardava riabituarsi alla sua presenza dentro di lei, rimanendo immobile fino a quando non fosse stata lei a fargli segno di continuare.

E solo quando iniziò a muoversi, con gli occhi fissi in quelli perdutamente innamorati di lei, ricordò il motivo per cui era lì da lei –aveva bisogno del suo amore. Aveva bisogno di sapersi amato, ancora e nonostante tutto, per dare un senso alla sua vita altrimenti trascorsa tra missioni, ordini e morte. Aveva bisogno di vita, aveva bisogno di lasciare tutto e andarsene con lei il più lontano possibile, se lei lo avesse voluto. Non voleva morire solo, non voleva morire dimenticato, non voleva morire pianto soltanto da compagni di squadra che si sentivano in colpa. Non voleva far parte di un passato scomodo da dimenticare, voleva far parte di un luminoso presente d'amore e lei era l'unica che potesse amarlo anche se era così –lei era l'unica che lui potesse amare ed immaginare al suo fianco.

Rimase a guardarla anche quando il piacere in lei si fece più intenso costringendola a chiudere gli occhi, inarcarsi sotto di lui ed eccitarlo con quei lunghi gemiti incessanti che avevano sempre tormentato i suoi sogni. Cercò di resistere il più a lungo possibile ma gli riuscì soltanto di continuare a guardarla anche mentre gli tremava di piacere tra le braccia e si sentì erompere di orgasmo in lei, crollandole addosso per inondarle il viso di baci.

Udì a malapena il fruscio delle lenzuola tirate da lei a coprirli, tra i respiri pesanti di entrambi e il rumore delle sue labbra che continuavano a schioccarle baci sulla guancia. E poi di nuovo c'era la sua bocca rossa, calda e morbida che lo torturava un po' di coccole prima di separarsi da lui e tornare a sorridere, mentre lui si rovesciava su un fianco e continuava ad abbracciarla. Probabilmente non si sarebbe stancato mai di guardarla in silenzio; si stupì quasi quando lei mormorò, dopo aver recuperato un po' di fiato, "sono contenta, Squall…"

"…perché?", gli riuscì di chiedere.

"Sei venuto qui…sono…contenta che tu sia venuto da me…"

Si allungò nuovamente a baciarla, stringendosela poi al petto tra i suoi mugolii soddisfatti e il fruscio delle lenzuola che si stringevano intorno a loro. Era vero, era andato da lei, con parecchi ripensamenti, dubbi e paure, ma ci era riuscito. Era stata lunga e difficile la strada fino a lei, tanto che a volte aveva pensato che fosse impossibile per lui percorrerla. Era stato complicato ammettere quella sua debolezza, quel bisogno di lei che aveva cercato di negare a se stesso per anni, perché lui poteva anche soffrire ma lei…lei no. Lui non poteva nemmeno lontanamente pensare di farla soffrire, e soprattutto non voleva essere la causa del suo dolore. E solo quella sera aveva capito quanto questo suo rifiuto di affrontare la vita con coraggio avesse provocato più dolore di quanto ne avesse evitato.

Era stata difficile la strada per tornare da lei, ma ce l'aveva fatta, alla fine.

Distendendosi sulla schiena, con lei che gli si accoccolava sul petto sfiorandolo di tanto in tanto con le labbra, si trovò a pensare che forse non era stata una buona idea. Che andare da lei per farsi consolare e sostenere era una cosa, ma finire per farci l'amore era un'altra. Forse era stato sbagliato, forse lui non aveva diritto a quel piacere, non dopo che un ragazzo sotto la sua responsabilità era morto a quella maniera. E forse non era stato rispettoso nei confronti di nessuno, forse era stato solo un gesto egoistico che non aveva tenuto conto né del dolore di chi poteva essere affezionato a quel cadetto, né dei sentimenti di Rinoa.

Hyne, quante cose gli giravano in testa, quanto bisogno aveva di non pensare, per qualche minuto, anche solo uno, quanto aveva bisogno di godersi quel momento insieme a lei, il primo dopo anni di forzata solitudine. E come se lo avesse intuito, lei si sollevava dal suo petto, gli scostava i capelli dal viso con una carezza e gli sorrideva, "rimani con me…?"

Improvvisamente intimidito da quello che implicava restare lì a dormire con lei, rispose esitante, "se non ti do fastidio…"

Un bacio lieve, e poi un sussurrato, "non mi darai mai fastidio…", riuscirono a spazzare via tutte le sue insicurezze; e in un moto di coraggio che decise di sfruttare il prima possibile, le domandò con un fil di voce, "verresti via con me?"

Gli occhi di lei si spalancarono, luccicanti di gioia e di lacrime; e non ebbe bisogno di sentire nessuna risposta, bastava quell'espressione felice e quell'incapacità di dirgli di sì tra i baci.

Forse aveva sbagliato tutto e non aveva capito nulla nemmeno di se stesso. Forse fare l'amore con lei era stato l'unico modo per sconfiggere la morte che gli si era appiccicata addosso, insieme al sangue di quel ragazzo. Forse fare l'amore con lei era stato l'unico modo per dire al destino che a lui non interessava cosa sarebbe successo e quando, era con lei, e con lei sarebbe rimasto sempre, qualunque cosa sarebbe accaduta dopo. E se ne sarebbe andato insieme a lei, da qualche parte, a vivere una vita più tranquilla, più intensa, più viva. Fanculo a tutto. Fanculo alla Seed, alla logica, al senso di dovere e al senso di colpa. Era innamorato ed era con la persona che amava, e che lo amava, alla faccia del destino che l'aveva deriso per anni mettendolo in pericolo e portandogli la morte a pochi centimetri dall'anima. Alla faccia di tutto quanto si era messo in mezzo, era con lei adesso, e lo sarebbe stato per sempre. Tanto gli bastava.

Come sempre, Rinoa si voltava a dormire sul fianco, gli occhi rivolti alla finestra, la mano che cercava la sua per intrecciare le loro dita e posarsele sul grembo; e lui tornava a premersi contro di lei, per farle aderire la schiena contro il petto. Era tutto così familiare, ancora. Tutto come lo ricordava e come l'aveva sognato per tutto quel tempo in cui si era costretto a stare lontano da lei, fantasticando su come avrebbe potuto riavvicinarla, quando tutto fosse stato meno rischioso. Poco alla volta si era reso conto che erano solo fantasie, ma alla fine gli era sempre stato di conforto immaginare di invitarla a cena fuori, una sera d'estate –lei amava l'estate. Immaginava che sarebbero andati a mangiare l'orata al caffè che lei amava tanto, in quel posticino vicino al porto di Balamb da cui sembrava di cenare sul mare. L'avrebbe osservata alla luce delle candele, notando che era maturata nei tratti del viso ma era sempre bellissima, sempre la ragazza di cui si era innamorato. E poi l'avrebbe portata da qualche parte, un concerto, un cinema, il teatro all'aperto che era una delle sue passioni. Avrebbero chiacchierato, riso, scherzato, anche con l'imbarazzo di tutto il tempo passato lontani e che stava tra di loro con i suoi perché senza risposta. Avrebbero passeggiato sulla spiaggia e lì avrebbe trovato il coraggio di baciarla. Di domandarle, come quella sera, di andare via con lui. E lei avrebbe accettato, gettandogli le braccia al collo, e lui l'avrebbe baciata, baciata e baciata fino a quando il tempo tiranno li avrebbe costretti a tornare al Garden. E l'avrebbe accompagnata alla sua camera, avrebbe accettato il suo invito ad entrare, e una serata meravigliosa si sarebbe conclusa nella maniera più perfetta, con lui che ammirava, come quella sera, il suo corpo illuminato dalla luna e denso di amore e felicità. E avrebbe fatto l'amore con lei, delicato e attento, e avrebbe continuato a darle piacere fino a quando anche il solo pensiero di godere ancora di lui le sarebbe risultato insopportabile. E poi sarebbero rimasti nel letto a stringersi e coccolarsi, aspettando di osservare l'alba fuori dalla finestra di Rinoa, con i suoi colori rosati che si disperdevano nel mare. E si sarebbero alzati, si sarebbero rivestiti e sarebbero partiti, insieme, per la vita che li aspettava.

Non aveva mai pensato che la loro riconciliazione sarebbe avvenuta così, quando lei dormiva nuda tra le sue lenzuola fresche e lui tornava stanco, accaldato, sporco di sangue e sudato da una missione che gli aveva stravolto la vita. Tornò a chiedersi perché proprio quella sera; che cosa c'era stato di così strano, di così diverso, in quella missione? Non era forse abituato all'idea della morte che pareva rincorrerli e accarezzarli con la sua falce? Non era forse abituato all'idea che ogni partenza non significava necessariamente un ritorno?

Ma poi lei si voltò, a guardarlo con gli occhi socchiusi mentre si rannicchiava un po' e si premeva ancora di più contro di lui. E ripensò a quello che si era detto prima, e decise che non era importante. Chi se ne fregava dei perché, quando lei era tra le sue braccia e disposta a mollare tutto per seguirlo chissà dove. Non aveva nulla da offrirle se non il suo amore; e la cosa stupefacente era che a lei non interessava avere altro. E invece avrebbe meritato così tanto, pensava chinandosi a baciarla per la buonanotte, perché lei in cambio gli offriva una vita, non una lunga sequenza di giorni grigi e sempre uguali.

"Quando partiamo, mmh?", biascicò lei in uno sbadiglio.

"Domani," rispose sicuro, stupendosi lui stesso della sua decisione, "appena finisco con il preside, ce ne andiamo. Adesso dormi…"

Lei mugolò qualcosa, allungandosi appena per sfiorargli una guancia con le labbra, prima di tornare a posare la testa sul cuscino e addormentarsi con l'espressione beata che non riusciva più a togliersi dal viso. Ecco, a lui bastava anche vederla sempre così felice, come in quel momento.

Trascinando le lenzuola sopra le spalle di lei, e stringendola un po' di più a sé, si ritrovò a pensare a cosa era cambiato in una sola notte. Era vero, era stata lunga e difficile la strada per tornare da lei e forse non aveva ancora visto la fine di tutte quelle difficoltà. Ma alla fine era con lei.

Alla fine, l'indomani avrebbero guardato l'alba, si sarebbero alzati, rivestiti e se ne sarebbero andati, finalmente insieme, come nella sua fantasia.

E fanculo a tutto il resto.


Nota dell'autrice: questa storiella è il mio regalo di Pasqua (è stata scritta all'inizio del 2006...) prima di tutto alle persone importanti della mia vita, la persona che amo e le mie amicizie. E poi anche a tutti coloro che mi hanno seguita in tutti questi anni (non ricordo quanti), anche quando mi sono bloccata, incasinata e cose varie. Grazie a tutti, insomma (in effetti, non ci voleva Pasqua per dirvelo, ma fa niente XD).
Come al solito grazie a Tomislav per il beta-reading (anche se continua a rompere perché corregge poco -.-) e risposte a commenti, recensioni, critiche e cose varie sul forum e su Wide Awake.
Buona Pasqua a tutti!