Settembre 2016

"Sì, siamo a casa."

Rick stava avendo difficoltà a distogliere lo sguardo dal punto che aveva occupato, quando Caleb Brown li aveva colti di sorpresa proprio qualche mese prima, ma, sollevò la testa, sentendo la voce di Kate.

"C'è stato utile tornare a casa, trovandola in ordine," continuò Kate a voce bassa dalla loro camera da letto e lui se l'immaginò mentre teneva il cellulare tra la spalla e l'orecchio. "Quindi grazie per l'aiuto. So che tu e Martha avete collaborato per occuparvi di tutto mentre noi non c'eravamo."

Ah, Lanie. Stava parlando con Lanie.

Sapeva che Lanie e sua madre s'erano occupate delle pulizie del loft subito dopo che loro avevano lasciato la città, ma, guardandosi in giro, si rese conto che le due donne avevano fatto molto di più durante l'estate. C'erano dei nuovi cuscini sul divano, le tende facevano entrare più luce nella stanza, fiori freschi adornavano il bancone, e, cosa più importante, non c'erano tracce di sangue o di proiettili.

"No, non devi farlo. La domestica è andata a fare la spesa stamattina e credo che per stasera proveremo semplicemente a sistemarci, a riabituarci ad essere di nuovo qui. Grazie del pensiero, però."

Castle la sentì ridacchiare. "Sì. Lo farò, promesso. Anche se è tardi, chiamerò se avremo bisogno di qualcosa. Okay. Sì. Ciao, Lanie."

Kate emerse dalla camera da letto, prima che lui potesse fingere di non stare ascoltando. S'era cambiata, mettendosi un'altra maglietta e sostituiendo i pantaloncini, che aveva indossato per lasciare gli Hamptons, con un paio di pantaloni che usava per fare yoga.

"Cosa?" Chiese lei, inarcando un sopracciglio.

Castle scosse la testa, costringendosi ad uscire dal tunnel buio in cui era entrato non appena s'erano separati, subito dopo essere entrati in casa. Kate era di buon umore e lui non gliel'avrebbe rovinato, solo perché la loro casa non sembrava così confortevole al momento. "Niente. Era Lanie?"

"Sì." Beckett s'avvicinò, passandogli una mano lungo il braccio, e lui le afferrò le dita, facendo oscillare le loro mani tra loro. "Ha chiamato solo per controllare. Esposito, invece, ha mandato un messaggio. Sanno che tua mamma ed Alexis rimarranno negli Hamptons per qualche altro giorno."

"Io ho ricevuto un messaggio da Ryan, mentre stavamo parcheggiando. Voleva sapere se avevamo bisogno di qualcosa."

Le labbra di sua moglie si sollevarono. "Scommetto cinque dollari che stasera passeranno, anche se gli abbiamo detto che stavamo bene."

"Probabilmente. Potremmo sempre mettere un calzino sulla maniglia della porta per dirgli che stiamo bene, ma siamo occupati."

Kate rise, dolce e spensierata nel silenzio della loro casa. Il tempo trascorso lontano dalla città aveva fatto bene ad entrambi, ma, se lui doveva essere onesto con se stesso (cosa che cercava d'essere), ristabilire il loro legame intimo, sia fisico sia mentale, era proprio quello di cui avevano bisogno per riprendersi.

"Fa molto vecchia scuola, Castle."

Castle sollevò una spalla. "Mi piace attenermi ai classici, che posso dire?"

"Okay, Sig. Classico. Perché non mangiamo qualcosa prima di lasciarci trasportare troppo?" Kate s'alzò sulle punte e lo baciò con una risolutezza tale, da dirgli che non ci sarebbe stato alcun 'piatto speciale' pre-cena.

"Se proprio insisti."

Lei gli lanciò un gran sorriso, portandolo con sé in cucina, e il cuore di lui sobbalzò con decisione contro lo sterno, facendogli pulsare la ferita quasi guarita del petto.

"Castle," Kate pronunciò il suo nome ad alta voce e lui sentì il suo palmo sulla guancia, che gli fece distogliere lo sguardo dall'alcova sotto le scale. "Hey, stai bene?"

"Sì," disse, schiarendosi la gola. Stava bene. Non c'era nessuno nel loft, che s'aggirava nell'ombra per ucciderli. "Sì, sto bene. Credevo che ci fosse già qualcuno alla porta."

Kate annuì, premendo le labbra all'angolo della sua bocca. "Facciamo la pasta. Dall'inizio. E la tua salsa di burro all'aglio. Per favore?"

Beh, non era una mossa leale; lo sapeva che lui non riusciva a resistere quando lei lo pregava in quel modo. Specialmente quando lo faceva, guardandolo con occhi grandi ed innocenti.

"Okay. Ma solo perché hai detto per favore."

Lei gli rivolse un gran sorriso ed abbassò gli occhi lentamente, facendoli scorrere sul suo petto, seguendo sentieri immaginari. "Se ti è di conforto, ho pienamente intenzione di dirti anche grazie."

Castle represse un gemito. Oh, quello sì che era proprio confortante, sì.

"Quindi, se domani Burke mi darà l'autorizzazione, dovrei tornare a lavoro nei prossimi giorni," disse Kate, spezzettando una fetta di pane all'aglio, per passarla sulla salsa residua che c'era nella ciotola. "Vuoi venire con me?"

Sfiorò la caviglia di Castle con il piede e si deliziò nel vederlo faticare a deglutire. Giocare con lui era sempre divertente.

"Vuoi dire che, dopo aver passato tutta l'estate insieme, riesci ancora a sopportarmi abbastanza, da volermi con te anche a lavoro?" Scherzò lui, pulendosi la bocca con un tovagliolo. Il pasto era stato ricco, quasi eccessivo, ma una vera e propria soddisfazione, che ne era valsa la pena.

Kate fece sbattere la sua spalla con la propria, sistemandosi al suo fianco. "Mmm, beh, quest'estate abbiamo passato molto tempo a dormire, per cui."

Castle ridacchiò e chiuse le dita attorno alle sue in un gesto che fu contemporaneamente sia un conforto sia una promessa.

"Sarei felice di venire a disturbarti di nuovo a lavoro. Certo, dovrò controllare il mio ufficio investigativo ad un certo punto, ma posso farlo quando voglio. Dopo il lavoro, persino, se vuoi accompagnarmi."

Lei annuì, acconsentendo facilmente. "Però, se ci sarà Hayley, non pomicerò con te nella stanza segreta."

"Tu mi ferisci."

Kate lo sentì irrigidirsi alle sue stesse parole. "Come se il tuo intento non fosse quello, Castle," mormorò, invece di fare cadere l'attenzione sul suo lapsus.

"Beh, non sarebbe la cosa peggiore del mondo. È privata, è comoda, è-"

"Non succederà. Non stavolta, quantomeno."

"Oh, la dolce speranza aumenta," scherzo lui, facendo scontrare le loro labbra.

Kate gli sorrise in modo smagliante. Stupido.

"Andiamo, lasciamo perdere i piatti e rilassiamoci."

Sedersi al bancone della colazione era stata un'idea di lei, un modo per lottare contro lo spettro di Caleb Brown e di quel giorno, ma Kate era stanca; il viaggio di ritorno non era stato lungo o particolarmente stancante, ma lei era comunque sfinita e pronta a sprofondare su una superficie che avesse un cuscino, da poter usare per la schiena.

Suo marito sembrò essere d'accordo con lei, perché s'alzò in piedi e tolse i loro piatti dal bancone, mettendoli nella lavastoviglie prima che lei potesse protestare.

"Era vuota e c'è ancora del lavoro da fare," spiegò lui, ritornando da lei, pronto ad aiutarla a scendere dalla sedia, se si fosse irrigidita mentre stavano mangiando.

Lei non lo spinse via, ma non accettò nemmeno il suo aiuto. Invece, invase il suo spazio personale, colpendogli lievemente il mento con il naso. Erano entrambi forti e pronti a spingersi oltre i loro limiti, ancora più di quanto non facessero già.

"Sai, se tu non avessi accettato di ritornare, avrei potuto farlo diventare un ordine."

Le mani di Castle caddero sui fianchi di Beckett, tenendola stretta, mentre camminavano verso il divano. Si mossero insieme e la loro danza fu lenta e ben affinata, anche dopo mesi d'assenza da casa.

"Perché? "Mormorò lui con voce rauca, mentre le labbra gli guizzavano verso l'alto.

"Perché qualcuno deve ancora terminare le sue ore di servizi sociali."

Anche includendo l'estate prima che lei prendesse il comando del Dodicesimo, gli mancavano ancora circa duecento ore e, anche se entrambi sapevano che la punizione aveva poca valenza, di certo non avrebbe fatto male chiudere quella faccenda, ripulendo, così, la fedina penale di Castle.

"Beh, il marito di un capitano non può essere inadempiente, giusto?"

"Mmm, probabilmente no. Inoltre, se volessi… Dopo che avrai finito le ore, potrebbe aprirsi una posizione."

La mano di Castle si bloccò mentre vagava pigramente sulla sua schiena. "Ti ascolto."

"Ho dato un'occhiata veloce all'e-mail di lavoro prima, solo per assicurarmi di non essermi persa niente prima di ritornare. La maggior parte dei messaggi era spazzatura, ma ne ho letto uno a proposito di una posizione d'investigatore civile. Conosci qualcuno che ha esperienza in quel settore?"

L'interesse gli brillò negli occhi. "Potrei conoscere un tizio."

"Bene. Domani ti manderò l'e-mail. Adesso," mormorò lei, prendendogli il cellulare dalla tasca e posandolo sul tavolino accanto al proprio, prima di girarsi di nuovo, per prendergli il volto tra le mani. "Hai messo il calzino sulla maniglia della porta?"


Rivedere il Dr. Burke per la prima volto dopo molti mesi fu strano, ma più confortante di quanto pensava che sarebbe stato. L'analista la salutò sull'uscio della porta dell'ufficio con un sorriso sincero ed una calorosa stretta di mano, esprimendo la propria felicità nel vederla bene.

"Come sta Rick?"

Beckett sorrise, sistemandosi nella sedia che occupava sempre, quando si sottoponeva a seduta. "Sta meglio. Abbiamo trascorso l'estate negli Hamptons. Gli ha fatto bene e ha fatto bene anche a me."

Burke annuì. "Sono contento di sentirglielo dire. Sembra che il tempo trascorso via le sia giovato."

"Sì. Le cose sono state… Difficili in passato; avevo bisogno d'una pausa."

Lo psicologo annuì nuovamente, sistemandosi meglio il taccuino in grembo. "Adesso, so che siamo qui perché lei abbia l'autorizzazione per ritornare a lavoro, ma se non le dispiace, mi piacerebbe che questa fosse come una nostra normale seduta, così possiamo parlare anche della sua sparatoria."

"Va bene," disse lei. Forse sarebbe stato più facile, in realtà, visto che non vedeva Burke da un bel po'; non avrebbero di certo parlato subito della sparatoria.

"In tal caso, perché non iniziamo, parlando di cosa è cambiato dal nostro ultimo incontro."

Okay, forse non sarebbe stato così facile.

"Forse avremo bisogno di più di una seduta per dire tutto quel che c'è da dire al riguardo," disse lei lentamente, facendo salire le gambe sulla sedia per sistemarsele sotto di sé, ignorando il modo in cui quel movimento le tirò la cicatrice che aveva all'addome.

Le labbra di Burke si sollevarono un pochino. "Ci prenderemo il tempo di cui avrà bisogno. L'ultima volta che abbiamo parlato, credo che avesse appena scoperto che avrebbe preso il comando del Dodicesimo, è corretto?"

"Corretto." Sembrava una vita fa, quando le sue preoccupazioni maggiori erano state la sua capacità di comandare in modo efficiente ed il passaggio dalla posizione di pari a quella di capo. Poi era arrivato il primo giorno di lavoro da capitano e Vikram aveva chiamato, e tutto si era messo in moto, muovendosi, muovendosi, muovendosi, finché lei e Castle erano quasi morti dissanguati sul pavimento della cucina.

"Kate?" L'incoraggiò Burke, costringendola a far ritornare l'attenzione su di lui e a far entrare aria nei polmoni ancora una volta. "Mi dica a cosa sta pensando in questo momento."

La testa le cadde sul ginocchio. "È stato un anno infernale."

"Sì," concordò lui, paziente come sempre.

"È solo che non riesco a fare a meno di pensare che il mio primo giorno da capitano è stato quello che ha dato forma a tutto quanto."

L'analista annuì, ma non le offrì niente in cambio, lasciandola a scavare per trovare le parole che voleva dire, la spiegazione che voleva dare.

Alla fine, Beckett iniziò dal principio. La telefonata, la squadra d'assalto, LokSat, l'allontanamento per tenere Castle al sicuro. A poco a poco, disse tutto – persino perché, mentre succedeva tutto ciò, non era andata da lui, per chiedergli aiuto, pur sentendone il bisogno.

"Credevo che sarebbe bastato tenere le persone al sicuro, Castle al sicuro, e che sarei riuscita a porre fine a tutto quanto."

"Invece hanno sparato a tutt'e due comunque," osservò Burke, arrivando dritto al punto della questione.

Beckett annuì, passandosi i denti sopra il labbro inferiore. "Già. E Castle, Castle incolpa se stesso, credo. Ma non è stata colpa sua, niente di tutto questo lo è stato."

"Non è stata nemmeno colpa sua, Kate."

Ci sarebbe voluto qualcosa di più per convincerla di questo.

"È ancora difficile per me pensarla così," disse alla fine, distogliendo lo sguardo dalle mani.

"Ci vuole tempo. Ma, proprio come lei rassicura Rick, lasci che lui rassicuri lei. Rassicuri se stessa." Il Dr. Burke scrisse un appunto sul taccuino e poi cambiò argomento. "Mi dica della sparatoria e dei giorni che l'hanno preceduta e seguita. Cosa ricorda?"

La prima volta che aveva incontrato Carter Burke, lui le aveva fatto una domanda simile, "Cosa ricorda della sua sparatoria?", e lei aveva mentito, per proteggere quella cosa fragile e rovinata che definiva cuore.

Oggi gli disse tutto.

Beckett emerse dall'ufficio di Burke un'ora dopo, sfinita ma in un certo senso più leggera di prima. Aveva un altro appuntamento tra una settimana, ma aveva l'autorizzazione per ritornare a lavoro. Ammesso che il One Police Plaza avesse approvato, ovviamente. Il che significava che aveva un'altra telefonata da fare.

Forse, però, l'avrebbe fatta davanti ad un caffè con l'uomo seduto in bilico su una panchina davanti all'edificio dove si trovava l'ufficio di Burke. Castle si stava impegnando tanto per scrivere l'ultimissimo capitolo di Heat Storm,quando era andata via dal loft prima, ma Beckett non poté dirsi sorpresa di vederlo adesso.

"Hey, tesoro," lo salutò, avvicinandosi abbastanza, perché le punte delle loro scarpe si toccassero. "Sei a buon punto?"

Castle annuì ed emise un mormorio, usando una mano, per mettere in tasca il cellulare, e l'altra, per legare l'indice a due delle sue dita. "Ancora meglio."

Non spiegò altro e lei non insistette; le avrebbe detto cosa intendeva dire, una volta sentitosi pronto.

"Bene. E visto che suppongo che ciò significhi che oggi pomeriggio non andrai a lavoro, posso offrirti il pranzo?"

Suo marito le rivolse un sorriso a trentadue denti e, stringendole le dita, eliminò un po' dell'affaticamento che lei provava sempre, quando finiva una seduta con Burke, essendo semplicemente se stesso. "Mi piacerebbe tanto."

"'Okay. Dove si va? Scegli tu."

Castle inclinò la testa in un momento di concentrazione, prima d'alzarsi in piedi. "Ho il posto che fa al caso nostro."

Si girò nella direzione opposta rispetto a quella che lei s'aspettava.

"Non andiamo da Remy?" Chiese lei, stando al passo con lui, mentre le loro dita erano legate nel poco spazio tra i loro corpi.

Lui scosse la testa. "Non oggi. È una sorpresa, visto che ritornerai a lavoro."

Sarebbe stata una sorpresa, stare seduta alla scrivania con lui, mentre gli rubava le patatine dal contenitore d'asporto, dopo aver finito le proprie. Sarebbe stato come i vecchi tempi, solo che la scrivania, che avrebbero usato come tavolo, sarebbe stata più grande.

"Non vedo l'ora," disse, facendo sbattere il naso contro la sua spalla. "Allora, dove stiamo andando adesso?"

"In un altro posto preferito," promise lui e il suo sorriso s'allargò ulteriormente, quando lei sbuffò per la frustrazione. "È una sorpresa, Beckett. A te piacciono le mie sorprese."

La maggioranza di esse. Alla fine.

Quando la portò davanti ad una vetrina senza pretese che faceva da biglietto da visita al loro ristorante cinese preferito, dovette ammetterlo. Le piacevano le sue sorprese.

Almeno finché non entrarono e l'odore normalmente allettante di salsa di soia e d'olio di semi di sesamo le fece rivoltare lo stomaco.

Beh. Quella sì che era una novità.


"Sei sicura di stare bene?"

Non era la prima volta che Castle glielo chiedeva, ma lei represse l'irritazione nascente. Era solo preoccupato. Era stato così bravo a non starle addosso quest'estate – in parte perché anche lui si stava riprendendo, ma avrebbe dovuto dargliene atto comunque – che si era meritato l'appellativo di marito-elicottero, proprio perché s'era preso cura di lei, non standole troppo vicino.

"Sì. Sì, sto bene. Sono solo stanca." La testa le penzolò contro lo schienale del divano, dandole una migliore visuale del suo volto, mentre lui lavorava. "Tu non sei stanco? Abbiamo fatto tantissime cose oggi."

Castle fece scorrere il pollice sulla cima del suo piede. "Lo sono, ma tu sembri – e non fraintendermi – sembri esausta. E hai piluccato il pranzo. Lo so che il dottore ti ha dato l'autorizzazione, ma sei sicura di stare bene? Non è troppo, troppo in fretta?"

"Ma ho mangiato la cena," gli ricordò lei, inarcando un sopracciglio. "Ero un po' agitata per la conversazione con la Gates, tutto qui."

L'ex capitano aveva espresso sollievo per la sua guarigione (anche per quella di Castle) ed aveva accettato di permetterle di ritornare a lavoro tra due giorni, ma Victoria Gates l'aveva anche messa in guardia dal tenere un profilo basso stavolta.

"Hey, andrà bene. Sei un bravo capitano, Kate. E hai catturato un uomo pericoloso e potente, oltre ad aver ottenuto giustizia non solo per la tua squadra, ma per moltissimi altri."

Beckett scosse la testa, allungando una mano verso di lui, per afferrare qualsiasi parte di lui riuscisse a toccare. "Noi l'abbiamo catturato, insieme. Ce l'abbiamo fatta insieme."

Suo marito le offrì un dolce sorriso, chiudendo lo schermo del laptop e allungandosi lungo il divano.

"Attento alla spalla," l'avvertì lei, studiando il suo volto per scovare segni di sofferenza, mentre lui appoggiava le mani ai lati della sua testa, e posò le dita sul suo petto, dandogli stabilità, nel caso in cui lui ne avesse bisogno.

"La spalla sta bene," promise lui, abbassando la testa.

"Okay, bene." Lei sollevò il mento e schiuse le labbra in attesa.

Con sua soma sorpresa, lui posò le labbra sulla sua fronte, poi sulla sua tempia e, in seguito, sulla sua guancia, prima che le loro labbra s'incontrassero finalmente.

"Vieni a letto, Beckett," mormorò lui con voce profonda, sfiorandole la punta del naso con la propria.

"Sono le otto di sera."

"E allora? Hai detto che eri stanca."

"Non voglio dormire prima che tramonti il sole. Mi fa sentire vecchia."

Castle fece scivolare sul suo fianco una mano, calda attraverso il tessuto sottile della maglietta. "Okay. Vediamo, allora, se riesco a trovare un modo per farti andare a letto."

Kate sorrise raggiante, piegando le dita sotto il colletto della sua maglietta. "Così va molto-"

Il telefonino di lei vibrò dal tavolino. Una volta, due volte, tre volte in rapida successione.

"-meglio," concluse con un sospiro.

"Sei sicura di volere tornare a lavorare?" Borbottò lui in modo bonario. "Perché ho il presentimento che avremo altre interruzioni simili in futuro."

Kate gli posò una mano su una guancia, stampandogli un bacio a bocca aperta sulla tempia.

"Lo metterò in modalità silenziosa la prossima volta," promise.

Agitandosi sotto il suo peso, afferrò il cellulare e lesse velocemente le notifiche – un'e-mail dalla Gates con un modulo da faxare, una notifica di un gioco grazie a Castle, che prima aveva armeggiato con il suo telefonino, e un messaggio da parte di Ryan.

Sono contento di sapere che tornerai tra un paio di giorni, capo. Javier t'ha messo a soqquadro l'ufficio.