Eccoci finalmente al terzo capitolo, non stavate più nella pelle nevvero?
8 visite al primo capitolo e 2 al secondo, o poca gente legge le storie riguardanti Silent Hill o la mia storia deve essere di una mirabile bruttezza ahahah cough cough.

Prima di incominciare, comprendo che la descrizione del motel può sembrare un pò confusionaria ma... se avete giocato a Silent Hill Origins non potete biasimarmi, anche nel gioco è un labirinto di camere e giardini!
Ah, quanto tempo ci persi scorrazzando da una zona all'altra senza capire dove andare...
Bando alle ciancie, se vi interessa mandatemi un messaggio e vi posto il link della mappa del motel.
E adesso...trorniamo a torturare David Livingstone! (quanto mi piace il cognome Livingstone...)

Capitolo 3 - Il pericolo giunge dal cielo

Infilando il foglietto consunto nella tasca dei jeans, David socchiuse cautamente la robusta porta che collegava la cucina con il locale pubblico della tavola calda.

Tenendo la mannaia alta dinanzi a sè, pronta a calare con violenza al minimo segnale di pericolo, penetrò lentamente nel locale. Discrezione era la chiave per sopravvivere in tale luogo, di ciò oramai ne era completamente certo.

Non aveva scordato il cadavere crivellato di proiettili di quel gigante ed in cuor suo si riteneva estremamente fortunato.

I mostri incontrati in precedenza erano estremamente pericolosi, ma tuttavia stupidi e lenti. Cosa sarebbe accaduto se si fosse trovato dinanzi un simile colosso?

Forse la mente lo traeva in inganno, comprensibilmente suggestionata dalle fattezze antropomorfe di tale creatura, ma esisteva la seria possibilità che intelligenza permeasse quelle membra.

David comprendeva le implicazioni di tale considerazione: quanto pericolosa poteva essere una mente tanto malvagia e distorta quanto sottile e accorta?

Nascondersi poteva servire a depistare i normali fantasmi della nebbia, ma un predatore intelligente poteva leggere oltre gli inganni della preda e colpire implacabile.

E come poteva difendersi David? Aveva solo una mannaia pesante e poco maneggevole, inadatta a combattere...non che facesse una qualche differenza.

Il giovane non aveva mai avuto la necessità di difendersi in vita sua poichè conduceva una vita completamente normale e pacifica, come poteva comprendere anche i semplici fondamenti dell'autodifesa?

E mentre avanzava nel locale un singolo pensiero gli solcava la mente: " Come si suol dire, gettati a capofitto nelle gelide acque: annega o impara a nuotare"

E non aveva altre alternative, poichè il libero arbitrio gli era stato chiaramente negato. Sopravvivere o perire, un concetto tanto semplice quanto turpe.

La tavola calda era un piccolo locale luminoso ed accogliente; strideva con l'alone di gelida ostilità che permeava ogni altro angolo del motel.

Alcuni tavoli erano posti nelle vicinanze delle pareti, circondati da graziosi divanetti e sedie imbottite ma leggermente ingiallite.

Saliere e contenitori per il pepe erano posti con estrema meticolosità al centro delle superfici lignee, e piatti di ceramica risplendevano alla luce delle lampade elettriche.

David non credeva ai suoi occhi, c'era persino un Jukebox dal quale usciva una bassa melodia country... pareva quasi di essere tornati a casa.

Era una piacevole boccata d'aria fresca, anche se il ragazzo sapeva di non potersi permettere il lusso di abbassare la guardia.

Sulla destra l'angolo bar faceva capolino con un lungo bancone e ripiani colmi di bottiglie dai più svariati colori di succhi di frutta, sciroppi e liquori.

La porta d'uscita era lì nei pressi, ma al momento David era più interessato alla figura massiccia del Jukebox che in qualche maniera sconosciuta pareva imporsi nella sala.

Eppure non vi era nulla di insolito, e questo il giovane potè constatarlo piegandosi leggermente verso di esso e picchiettando più volte sulla superficie metallica.

Sospirò e scrollò il capo, sconsolato. Si stava comportando in maniera irrazionale.

Una risatina graziosa e argentina lo fece riscuotere all'improvviso da quei pensieri; voltandosi repentino vide l'ultima cosa che si sarebbe mai aspettato di scorgere in quell'inferno.

Seduta comodamente su di uno sgabello, il gomito appoggiato distrattamente sul bancone, stava una giovane ragazza che non pareva dimostrare molti anni di differenza da quelli del ragazzo.

Indossava un lungo abito da sera rosso acceso e portava un paio di orecchini che brillavano fiocamente nella luce del locale. Pareva stesse per dirigersi ad un party di classe, a giudicare dall'eleganza degli abiti che indossava.

Anche l'atteggiamento era ricercato, aggraziato. Il viso era curato e leggermente affilato, naso piccolo e occhi di una gradevole sfumatura azzurra. Per finire, una lunga chioma di capelli biondi le arrivava fino alle spalle.

Notando di avere l'attenzione del ragazzo, la giovane sorrise affabile, facendogli cenno di avvicinarsi con la mano graziosa e minuta.

Sorridendo a sua volta David si divesse verso il bancone, fermandosi a pochi passi dalla donna.

- Ciao. Non mi aspettavo di trovare un'altra persona in questo loco- Disse osservandola in volto, rapito dalla profondità dei suoi occhi azzurri.

- Mi hai rubato le parole di bocca. Sono Livia, Livia Hart. Piacere di fare la tua conoscenza.- Rispose, portando con una punta di timidezza le braccia al grembo, riservata.

- David Livingstone, il piacere è mio.-

-E dimmi, David, è tua abitudine aggirarti per i locali con una mannaia in mano? Se non sapessi che tu sei un cuoco mi preoccuperei...ma tu lavori quà, nevvero?- Terminò, con una punta di incertezza nella voce.

Tanto graziosa e delicata quanto dolce e timida. Come poteva sopravvivere un simile fiore in un luogo del genere, dove la violenza imperversava in ogni angolo?

Misurando accuratamente le parole disse - Non lavoro qui. Mi sono svegliato alcune ore fa in una camera di questo motel...ma non sò come ci sono arrivato. Francamente, sono ancora molto confuso.-

La ragazza parve riflettere su queste parole, poi cauta disse -Non mi sembri un pazzo o un malvivente, lo leggo nel tuo sguardo. Sei troppo dolce e ingenuo perchè tali turpi pensieri possano albergare nelle tue membra.-

Alla parola "ingenuo" David socchiuse le palpebre, punto sul vivo, ma la ragazza parve non accorgersene e proseguì -Io non posso soddisfare la tua sete di conoscenza, temo. Non ho le risposte che cerchi. Mi sono destata alcuni giorni fa in una delle camere del secondo piano e da allora ho vagato inutilmente per il motel, cercando a mio volta di comprendere dove sia mai capitata. Il mio povero marito...il mio povero figlio...chissà come sentiranno la mia mancanza.-

Si asciugò una lacrima che silenziosa aveva cominciato a solcarle la guancia come conseguenza della dolorosa reminiscenza. Sembrava così fragile...David fin dal primo sguardo aveva provato l'impulso irrazionale di proteggerla, quasi temesse che anche un semplice filo d'aria potesse portarla via. Sentimento forse accentuato dal fisico della ragazza, esile e snello. Se si fosse alzata in piedi lo avrebbe probabilmente superato in altezza.

-Ma sei pazza?- Esclamò concitato David prima di mormorare una scusa ed abbassare lo sguardo, imbarazzato. - Quelle creature...quei fantasmi. Non li hai incontrati? Non è un luogo sicuro!-

A queste parole Livia lo guardò preoccupata -Non sò di che cosa tu stia parlando. Mostri? Ho visto solo tanta nebbia...in verità questo perenne silenzio tombale mi spaventa. C'è qualcosa che bussa alle porte della mia mente, ma quando sono sul punto di afferrarlo esso mi sfugge. Che io abbia subito uno shock? Forse sono stata rapita...magari tale è il motivo per cui non mi ricordo più come ho fatto a giungere qui.-

-Considerazione alla quale ero giunto pure io, prima di incontrare la fauna locale. Hai detto di esserti svegliata in una camera al secondo piano...non è possibile che qualcuno abbia lasciato un indizio o qualcosa di simile? Sembrerò sciocco a dire queste cose, ma è innegabile il fatto che qualcuno dovrà pur averci trasportato in questo inferno. Non siamo certo giunti di nostra spontanea volontà. Magari ha lasciato qualche tuo oggetto personale?-

-Non ho controllato, ma non voglio tornare in quella stanza. L'ho chiusa a chiave perchè mi terrorizzava. Così tanta nebbia oltre la finestra...e strane sagome. Devo avere le allucinazioni... Ma se è ciò che desideri, soddisferò la tua curiosità. Prendi.-

E lentamente dischiuse una mano mostrando nel palmo una piccola chiave di metallo, incrostata a tratti di ruggine.

Porse l'oggetto a David che senza indugio lo ripose accuratamente in una tasca dei suoi pantaloni, assumendo un'aria corrucciata.

Strano, pareva evidentemente sollevata ora che si era liberata di quel fardello. Ma che pericolo poteva rappresentare un'innocua chiave?

Infine parve prendere una decisione. Con tono pacato e gentile disse -Livia, nonostante le tue precedenti parole probabilmente penserai a me come ad un pazzo. E chi può darti torto? Sono uno sconosciuto, spaventato e armato con una mannaia da macellaio. Almeno fossi squilibrato! Se tutto ciò che stiamo vivendo fosse frutto della mia mente malata sarebbe una consolazione, ma temo che la realtà sia ben diversa.-

Esalò un lungo sospiro, serrando le palpebre quasi non avesse il coraggio di guardare la ragazza negli occhi. -Ho una richiesta da farti.-

Livia, che fino a quel momento era rimasta perfettamente in silenzio, decise di dare voce ai suoi pensieri. Poggiando una mano sul braccio di David disse -Non nutro alcun dubbio sulla tua sanità mentale. Sei solo un ragazzo spaventato, anche se ignoro ciò che ti abbia terrorizzato in tale maniera. Dimmi pure, non esitare.-

-Ti ringrazio per la comprensione, ma lo dirò solamente una volta poichè non si presenterà una seconda occasione. Per favore, non avventurarti più all'esterno. Qui sei al sicuro, forse. Aspettami e poi andremo via insieme da questo posto maledetto.-

Detto ciò, si avviò verso la porta senza aggiungere altro, recando sul viso un sorriso amaro. Consapevole dello sguardo ansioso e angosciato della ragazza solo la pura forza di volontà lo trattenne dal gettarsi tra le sue braccia.

Non voleva fare altro che affondare il capo nella seta del suo vestito, confortandola e nel contempo cercando il conforto che tanto desiderava. Ma non c'è pace per i maledetti.

E mentre si richiudeva la porta alle spalle, gettato nuovamente in quell'ambiente nebbioso e inospitale, solo un pensiero gli solcava la mente. "Fa che non ti accada nulla mentre sono via... E soprattutto, se tardo a tornare scappa. Trova il coraggio e fuggi da questo luogo infernale. Dio ha distolto lo sguardo, possiamo contare solo su noi stessi."

Appoggiandosi pesantemente contro la superficie spigolosa della porta desiderava ardentemente di sbagliarsi, lo desiderava davvero. Ma sapeva che non era vero.

Dio li aveva abbandonati.

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Angolo autore

Hart è il cognome di...
-Non ci interessa Autore-san!- Urlò David, intento a giocare a poker con Alessa
Sono il tuo creatore, devi portarmi rispetto.
-Nè! Autore-san! Io sarò importante nella storia?- Domandò una saltellante Livia, correndo a caso per la sala.
San? Non è mica un cartone giapponese...
-Oh castite lilium...-
Lucy non mi pare il caso di canticchiare in latino, l'angolo degli emo è di là.
E mentre la suddetta ragazza si allontana mesta mesta arriva un tizio in bermuda e sombrero
-Lento lento, lemme lemme se ne va a Gerusalemme il fachiro Casimiro che ipnotizza la città! Tumbala tumbalatumballà!-
Via tu, non siamo in spiaggia. (Eco di gabbiani e tizi cocco-bello)
Stavo tentando di dire, prima che così rudemente mi si interrompesse...
-ALESSA TU PARTORIRAI DIO!- Gridò Dalia Gillespie spuntando dalla finestra.
(fuggi fuggi generale, Alessa in particolare si lancia dal balcone. Rimane solo l'autore attonito con i fogli in mano e Lucy a dondolarsi sconsolata in un angolo, un pollice in bocca.)
Ci rinuncio...
-Perchè? A me interessa- Affermò Dalia con un sorriso da ebete
Sparisci...
-Kyrie, ignis divine, eleison...-
Anche tu Lucy...

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Era mattino? Pomeriggio? Forse sera? Chi poteva dirlo, in quel luogo si perdeva inevitabilmente la cognizione del tempo.

"Ho fame" Pensò con vago dispiacere, conscio di essersi appena lasciato alle spalle una bellissima tavola calda. Sembrava essersi scordato che il poco cibo presente era per lo più ammuffito o andato a male.

Presto o tardi avrebbe dovuto cercare qualcosa da mangiare, e probabilmente pure dell'acqua potabile.

E restando in tema d'acqua, cos'era che gorgogliava in lontananza? Non sapeva dirlo, poichè la bruma rendeva impossibile approssimare le distanze tra gli oggetti.

Gettò una lunga occhiata dinanzi a sè, prendendo nota di quel poco che si presentava ai suoi occhi: stando alla mappa si trovava nel tratto di giardino più esteso, e difatti la superficie ghiaiosa indistinta si estendeva fino a sparire inghiottita nella nebbia, senza alcun limite o confine.

Il silenzio era totale, l'aria pesante e carica di oscuri presagi; David in quell'immensità si sentiva incredibilmente piccolo e insignificante.

Thump. Thump.

David si irrigidì all'istante, deglutendo di riflesso. Non osò muoversi, timoroso di svelare la propria presenza alla creatura celata nella nebbia. Non era più solo.

Fece guizzare lo sguardo intorno a sè, tentando di individuare la sorgente di quel tonfo leggero e strascicato, rumore terribilmente noto al ragazzo.

Non aveva scordato il terrore provocato da quella creatura, nè il lungo tentacolo irto di spine che per poco non si era avviluppato intorno alla sua gamba.

Un turpe abbraccio che lo avrebbe condotto alla morte. E nella mente già vedeva cosa il futuro aveva in serbo per lui, riusciva ad immaginarselo.

La creatura sarebbe sbucata dalla nebbia, il lungo tentacolo gli avrebbe afferrato la gamba senza esitazione, affondando le spine nella sua carne.

E mentre David si dibatteva futilmente, il tentacolo l'avrebbe trascinato vicino alla creatura, finchè questa non si fosse chinata sulla sua preda, azzannandola alla gola senza esitazione.

Avrebbe assaporato il suo dolce sangue, l'avrebbe dilaniato, l'avrebbe mutilato. E poi...avrebbe atteso la sua prossima vittima.

Questo il futuro che l'attendeva se si lasciava prendere dal panico. Doveva ragionare. Sapeva solamente, grazie alla cartina, che a destra ed a sinistra nei pressi di alcune camere si ergevano gli scalini che conducevano al corridoio aperto del secondo piano, la sua meta.

Alzando lo sguardo David poteva notare i tratti sfocati della ringhiera del corridoio del secondo piano, e di conseguenza poteva farsi un'idea del percorso da intraprendere.

Thump. Thump.

A sinistra, una figura si stava lentamente appropinquando. "Tombola" Rimuginò il ragazzo, scivolando dalla parte opposta.

Mentre si muoveva riusciva a distinguere i bordi di una piscina, leggermente macchiati di quello che pareva essere sangue. Ma poteva sbagliarsi, la nebbia non permetteva di scorgere bene i dettagli.

La creatura procedeva senza mutare il passo, dunque non lo aveva scorto oppure non lo reputava abbastanza interessante da meritare di inseguirlo.

Ma sembrava seguire le orme dei suoi passi...le orme... orripilato David abbassò lo sguardo e vide che i suoi sospetti erano fondati.

Il sottile strato di cenere che fioccava costantemente dal cielo lasciava tracce ben visibili delle suole delle scarpe del ragazzo.

Possibile che stia seguendo le mie orme? Sarà veramente così intelligente?

Non rimaneva che una cosa da fare, anche se rischiosa: cancellare le sue tracce, e sapeva bene come fare. Se correva al secondo piano la bestia lo avrebbe seguito e il corridoio pareva stretto.

Ergo, se là in alto era presente un altro mostro David si sarebbe trovato stretto tra due fuochi, in trappola e spacciato.

"La piscina!" Pensò con un lampo di comprensione. Serrando la mascella, si diresse verso l'acqua compiendo un grande arco nel tentativo di non essere scorto da quella cosa.

Era un rischio calcolato, ma rischio rimaneva: se nel giardino era presente una seconda creatura allora era spacciato.

Thump. Thump.

Non mollava, come un segugio lo tallonava implacabile e deciso.

Giunto nei pressi della piscina sentì le proprie speranze risollevarsi dal baratro dell'incertezza. Era di modeste dimensioni e pareva profonda; l'acqua gorgogliava placidamente e alghe galleggiavano a tratti lungo la superficie.

Non doveva essere stata pulita di recente, considerando pure le macchie di sangue che incrostavano i bordi. Represse un brivido; non voleva pensare a cosa mai potesse nascondere quella superficie apparentemente calma e innocua.

Ma alla luce di tali considerazioni, conveniva disturbare le acque? Un brivido freddo gli corse lungo la schiena.

Thump. Thu-thump.
Thu-thump. Thu-thump.

Agghiacciato, colse all'istante il mutamento repentino dei passi della creatura. Ora erano smaniosi, febbrili...aveva raggiunto una decisione ed era a caccia.

Non poteva perdere altro tempo. "Dio, se esisti fa che non spunti qualcosa dall'acqua ad afferrarmi e gettarmi nelle sue profondità melmose" Supplicò dentro di sè.

Chinandosi, prese l'acqua a grosse manciate, gettandola ad arco dietro di sè, in modo da rendere indistinguibili le sue impronte in un certo raggio.

Compì un lavoro approssimato, ma aveva solo pochi istanti poichè se la creatura l'avesse scorto era inutile tentare di depistarla.

Correndo lungo il bordo della piscina si portò sul lato opposto per poi lanciarsi affannosamente in uno scatto verso la direzione approssimata in cui doveva trovarsi la scala.

Solo quando superò l'ultimo scalino si concesse di tirare il fiato, appoggiandosi stancamente contro la parete delle camere e scivolando lentamente fino a terra.

Portandosi una mano al petto, aspettò che gli si regolarizzasse il respiro, l'adrenalina ancora in circolo nel sangue.

"Morirò d'infarto" Commentò dentro di sè, ma più l'agitazione passava più un senso di euforia lo assaliva: era ancora vivo!

"Che bella la vita...solo quando rischi di perderla impari ad apprezzarla veramente."

In basso, in una direzione indefinita nei pressi del centro del cortile, ringhi rabbiosi e impotenti salivano al cielo. Le urla disperate del predatore che scioccamente si era lasciato sfuggire la preda.

Ciò che David ignorava però, era che non era solo come pensava di essere: sul tetto dell'edificio adiacente due occhi iniettati di sangue e pieni di odio lo stavano fissando intensamente.

-Stanza 212- Sussurrò giocherellando con la chiave affidatagli dalla ragazza, da quella tale Livia. Una ragazza così ammodo, elegante e raffinata...nobile quasi. Di sicuro doveva essere ricca, a giudicare dalla fattezza degli abiti che indossava.

-Forza e coraggio, se restò qua presto o tardi qualcosa mi troverà. Meglio non indugiare oltre-