Capitolo terzo
THE CREEPING TERROR (1)
Camminando più svelta che poteva, Vanessa tastò una per una le diverse tasche della sua uniforme fino a che non trovò quella dove ricordava di avere riposto tempo prima una piccola borraccia; la rigirò un istante tra le mani e le tornò in mente che lei e Rax avevano scherzato più volte su come l'avrebbero riempita…
Effettivamente le era capitato solo una volta di utilizzarla - non per l'acqua, ovvio, ma per il gin liscio - durante un appostamento particolarmente noioso.
Adesso invece era vuota, sfortunatamente: già, proprio una sfortuna, perché un goccio per tirarsi su le avrebbe fatto bene.
Avendo notato che l'acqua della laguna era malsana, si diresse - costeggiando la foresta - verso il fiume che distava non più di duecento metri; giunta presso la riva, vi si curvò per riempire il contenitore.
Sospirò, domandandosi senza volere se avrebbe mai rivisto quel farabutto di Sly, che a quell'ora probabilmente se ne stava stravaccato su una sdraio, fumando sigarette di pessima qualità come suo solito… chissà se lui e gli altri la stavano cercando, ormai dovevano per forza essersi accorti della sua scomparsa!
Riempì svelta la borraccia e tornò verso la laguna, guardandosi continuamente le spalle.
Quando vi giunse, l'agente di M.A.S.K. era caduto in un profondo torpore e giaceva, sull'erba, con le braccia leggermente allargate e la testa reclinata all'indietro.
Vanessa stava per chiamarlo, ma all'improvviso si ritrasse mandando un grido di orrore: sul suo petto, tra la maglietta e il tessuto dell'uniforme, stava accovacciato un ragno mostruoso dal corpo nero e peloso, le lunghe zampe rigate di giallo e ricoperte anch'esse da una schifosa peluria marrone.
Aveva otto occhi, brillanti come carbonchi, di grandezza ineguale, disposti gli uni vicini agli altri in forma d'una X.
L'animale - evidentemente attirato dall'odore del sangue - sembrava intenzionato a rimuovere la fasciatura della ferita.
"Oh, no, no…" mormorò la ragazza, disgustata "tutto ma non questo, io detesto i ragni!"
Poi però si guardò rapidamente intorno, raccolse un grosso ramo e, vincendo il ribrezzo che quella creatura le ispirava, si avvicinò all'uomo.
Deglutì, fissando la bestia che nel frattempo si era accorta del suo arrivo e si era girata verso di lei, scrutandola con i suoi strani occhietti da alieno; con un gesto repentino la colpì con la punta del bastone scagliandola al suolo zampe all'aria. Poi, tirò fuori il coltello e la trafisse, inchiodandola al terreno.(2)
Trattenendo a stento un conato di vomito, si appoggiò con la schiena a un albero e si asciugò il sudore dalla fronte.
"Giuro che se esco viva da questa storia corso di sopravvivenza lo faccio davvero…" disse tra sé e sé.
In quel momento vide l'uomo tentare di rialzarsi.
"V-Vanessa…" mormorò, quasi sorpreso di vederla lì.
"Hai sete?" gli chiese lei.
"Sì…ho la gola arsa…per la febbre" disse, ma subito ricadde all'indietro.
La donna si curvò su di lui e, più delicatamente che poté, gli sfilò la pesante maschera metallica posandola lì accanto sull'erba.
Lo fissò in volto e, senza alcuna esitazione, lo riconobbe.
Guardandolo negli occhi, si rese conto che se solo avesse avuto la forza di farlo avrebbe tentato di impedirglielo; ma non l'aveva e, quando lei gli sollevò il capo e gli accostò alle labbra la borraccia, bevve avidamente mandando un sospiro di soddisfazione.
Poi, però, chiuse nuovamente gli occhi e rimase immobile.
Lei tornò a fissarlo: accidenti, Matt Trakker, questa sì che era una sorpresa!
Il multi-milionario filantropo che si divertiva a girare il mondo alla ricerca di opere d'arte da salvare, tradizioni neglette da preservare e altre sciocchezze… Dio, a volte, leggendo di lui sui giornali, aveva pensato che non potesse esistere una vita più oziosa e inutile della sua!
E invece proprio lui era stato il loro più temibile avversario, l'unico che fosse riuscito a mettere i bastoni tra le ruote a Miles Mayhem sventando uno a uno i suoi piani.
Gli si avvicinò di più e tornò a guardarlo: era mortalmente pallido, i capelli biondi appiccicati alla fronte madida di sudore, ma i suoi lineamenti regolari non erano stati alterati né dalla febbre né dal dolore.
Vanessa era curiosa: cosa poteva mai spingere un uomo che aveva tutto - classe, denaro, amicizie influenti - a rischiare la vita per aiutare persone che nemmeno conosceva e che non avrebbe mai più rivisto?
Beh, comunque - considerò - meglio una specie di bislacco Robin Hood con la fissa di salvare il mondo che un riccone annoiato buono solo per una partita di golf.
Strana la vita…da quel poco che aveva capito del comandante di M.A.S.K. durante i loro combattimenti si era fatta l'idea che dovesse trattarsi di un uomo razionale, abituato ad avere sempre tutto sotto controllo e a non mostrare debolezze. Adesso, invece, la sorte aveva deciso di giocargli un brutto tiro, costringendolo ad affidare la sua salvezza all'arbitrio una nemica.
Di più, a rivelare proprio a lei ciò che accuratamente celava persino ai suoi amici.
Gentilmente gli scostò dal volto una ciocca umidiccia e gli mise una mano sulla fronte, sentendo che bruciava.
A quel tocco, lui riaprì gli occhi e cercò di sollevarsi ancora una volta, senza riuscirvi, mentre Vanessa ritirò la mano, lesta come un fulmine e quasi vergognosa.
L'uomo fissò sconcertato la sua M.A.S.K. che giaceva, inutile, nell'erba.
"Guarda il lato positivo" lo anticipò lei, ormai tornata al solito spirito "molto probabilmente moriremo tutti e due in questa fogna e nessuno scoprirà il tuo segreto!"
Annottava rapidamente e l'agente di Veleno si rese conto che sarebbe stato necessario provare ad accendere un fuoco per scaldarsi e, soprattutto, tenere a distanza i predatori: non ne capiva granché di queste cose, ma mentre erano in viaggio Mayhem le aveva raccontato che le tribù locali adoravano una specie di dio giaguaro e, anche se non credeva ci fosse niente di particolarmente divino in tutto questo, era probabile che qualcuna di quelle bestie davvero di aggirasse nei dintorni.
Si diresse allora verso la boscaglia, con l'intenzione di attraversarne il lembo che copriva una specie di promontorio, dietro al quale scorreva il fiume; s'inoltrò fra le piante, che crescevano in tale numero e così vicine l'una all'altra da non permettere al sole di attraversare la volta verdeggiante che si chiudeva sopra i due fuggiaschi.
Raccolse parecchi rami secchi, ricchi di resina, che per fortuna abbondavano nei dintorni e poi s'allungò verso il fiume per riempire nuovamente la borraccia, affrettando il passo perché vedeva ormai il sole declinare e l'oscurità addensarsi tra i cespugli.
Quando tornò indietro Matt era sempre sdraiato, ma aveva gli occhi aperti, fissi sulle acque nerastre della laguna; la febbre doveva averlo ripreso, giacché aveva la fronte imperlata di sudore e il viso leggermente arrossato.
Spostò lo sguardo sulla carcassa della migale che ancora giaceva, zampe all'aria, a pochi passi da lui.
"Non ti sarai mica preoccupato per me?" fece Vanessa "guarda che quello non è il primo tipaccio peloso e con molte zampe che tengo a bada…".
L'uomo, nonostante il malessere che lo assaliva, non trattenne un leggero sorriso e subito dopo chiuse gli occhi.
"Ecco la febbre che torna… mi dispiace, passerai una brutta notte".
"Tu, non io" ribatté lei con un sorriso che tolse alla frase ogni possibile retrogusto acre.
"Vado a raccogliere un altro po' di legna per il fuoco prima che faccia buio del tutto" aggiunse, temendo che quella che aveva già portato non fosse sufficiente per l'intera nottata.
Si era già caricata degli altri fastelli, quando in mezzo a una folta macchia di passiflore, udì un miagolio rauco che terminò in una specie di ululato.
L'agente di Veleno rabbrividì e si mise a correre, senza però lasciar andare la legna.
Trovò il milionario seduto con le spalle addossate a un tronco e l'aria decisamente angosciata.
"Hai sentito?" le domandò, appena la vide spuntare dal folto della vegetazione.
"Sì. Era un giaguaro, vero?" chiese a sua volta.
Lui annuì.
"Fa' presto ad accendere il fuoco" aggiunse, più debolmente "sembrava piuttosto vicino".
Vanessa accatastò le fascine in due punti a pochi passi di distanza l'uno dall'altro e poi, servendosi dell'accendino che portava sempre con sé, li accese senza difficoltà.
"Chi ha detto che fumare fa male alla salute?" mormorò tra sé e sé.
Andò a sedersi, gambe incrociate, accanto all'uomo che nel frattempo l'aveva seguita con lo sguardo.
"Stanotte…" disse, sentendo che la febbre l'assaliva di nuovo "non sarò in grado di aiutare nessuno…"
La donna si volse verso di lui e gli sorrise.
"Guarda che so cavarmela benissimo anche da sola" replicò.
"Infatti io ero preoccupato per il giaguaro…" precisò l'uomo, restituendole un tenue sorriso.
In quell'istante istante, nella tenebrosa foresta si levò un altro urlo, più prolungato del primo.
Il giaguaro certamente stava per scendere verso la laguna.
La notte, sulle rive di quella deserta laguna al margine di una foresta infestata da belve affamate e uomini ben poco amichevoli, s'annunciava difficile.
Vanessa si era accoccolata presso il ferito e dietro ai due fuochi che mandavano bagliori sinistri sulle piante vicine; teneva accanto a sé il coltello e la pistola e spiava ansiosamente il margine della foresta donde proveniva, di quando in quando, il lugubre ululato del giaguaro.
Mille rumori cominciavano a penetrare la notte, sia sugli isolotti e sui banchi della laguna ingombri di mangrovie e di manghi, sia fra le folte macchie che proiettavano le loro cupe ombre sulla riva.
Gracidii, sibili di rettili e urla acute di scimmie che riecheggiavano amplificate sotto la cupola vegetale che nascondeva il cielo.
La ragazza si sforzava di mostrarsi tranquilla e tuttavia, a ogni ululato del giaguaro, si avvicinava un po' di più all'uomo e rabbrividiva.
"Come finirà questa notte?" si chiedeva con angoscia "Avessi almeno con me la mia Frusta Magnetica, allora sì che a quella bestiaccia potrei persino insegnare qualche bel numero da circo! E invece non ho che pochi colpi da sparare e con questo buio potrei anche non riuscire a colpirla".
L'agente di M.A.S.K., al contrario, pareva che non udisse nulla; dormiva o meglio era assopito dalla febbre che abbatteva la sua vigorosa fibra, però di quando in quando si agitava violentemente, sbarrava gli occhi e pronunciava parole che non avevano senso.
Lei aveva rinunciato all'idea di calmarlo, giacché pareva che lui non sentisse nemmeno la sua voce e anzi sembrava addirittura aver dimenticato di averla vicina.
Intanto, l'ululato del giaguaro si faceva udire sempre più vicino.
Vanessa afferrò la pistola e tornò a fissare con profonda ansietà il margine della foresta: l'urlo dell'animale risuonò allora così vicino da far credere che si trovasse solo a pochi passi da loro.
E infatti, in mezzo a un folto cespo di passiflore che si alzava a metà costa, la donna vide d'improvviso scintillare fra le tenebre due punti verdastri, simili agli occhi di un enorme gatto.
"È là che mi spia" mormorò, mentre si sentiva bagnare la fronte di sudore freddo.
Gettò sul compagno uno sguardo disperato; l'uomo aveva sempre gli occhi chiusi, però continuava ad agitare le braccia e a pronunciare parole sconnesse.
Colla punta di un bastoncino riattizzò il fuoco più vicino, poi vi gettò sopra un fastello di legna resinosa: la fiamma s'alzò altissima, illuminando tutto il declivio della costa e gettando in aria numerose faville ardenti.
Il giaguaro, senza dubbio spaventato o irritato da quell'improvvisa fiammata, si era slanciato fuori dalla macchia di passiflore, ruggendo in modo spaventoso.
La luce proiettata dalle fiamme lo illuminava pienamente: era un magnifico animale lungo quasi due metri, con un mantello corto, fitto e morbido dalla tinta giallo-rossiccia a macchie nere orlate di rosso e il ventre biancastro.
Vedendo la donna in piedi dinanzi ai due fuochi, in un atteggiamento risoluto, con la pistola in pugno che mandava bagliori metallici alla luce dei due falò, si era fermato, corrugando il muso e mostrando i suoi formidabili denti color avorio.
La sua coda spazzava dolcemente le erbe, sollevando le foglie secche con uno scrosciare ruvido.
Non ululava più: coi baffi irti ringhiava sordamente, dardeggiando sulla donna uno sguardo carico di bramosia.
La fame doveva tentarlo, però i due fuochi lo trattenevano ancora e non osava slanciarsi verso l'uomo che, in preda alla febbre, continuava a vaneggiare.
Stette un momento immobile, poi fece alcuni passi ancora, sempre fissando Vanessa e accostandosi al fuoco; si muoveva lentamente, con passo elastico, quasi avesse paura di spaventarla.
La fissava, come se con i suoi occhi ipnotici fosse certo di riuscire a intrappolarla.
Lei, sempre immobile dietro ai due fuochi, con la pistola in pugno, sosteneva il suo sguardo cercando di mantenere il più possibile la calma, i muscoli irrigiditi nell'attesa dello scontro.
"Magari ci fosse qui Rax" pensò confusamente "mi sarebbe stato utile il suo tocco magico con gli animali…". (3)
La belva esitò un attimo, poi cercò di girare attorno ai due fuochi, prima quello di destra, poi quello di sinistra; Vanessa, comprendendo il pericolo che correva se l'animale riusciva a compiere quella manovra, s'abbassò rapidamente deponendo per un momento la pistola, raccolse da un falò un grosso ramo resinoso e glielo gettò contro colpendolo sul muso.
L'animale, sentendosi bruciare i baffi, mandò un ululato spaventoso e si dileguò a lunghi balzi sul margine della foresta, dove si fermò guardando con i suoi occhi fosforescenti e minacciosi i due uomini.
La donna allora trasse un profondo respiro di sollievo: il pericolo per il momento era scongiurato.
"Non so se riuscirei ad affrontarlo di nuovo" mormorò, asciugandosi il sudore che le bagnava la fronte.
Nonostante tutto quello che aveva affrontato fino ad allora, le pareva di non aver mai visto la morte così vicina.
Guardò Matt e vide che dormiva tranquillo; la febbre doveva avergli concessa un po' di tregua.
"Non si è accorto che quella bestiaccia stava per assalirci" disse "…meglio così: sono sicura che, nonostante tutto, si sarebbe alzato per intervenire e forse avrebbe fatto più male che bene".
Alzò gli occhi verso il margine della foresta e vide ancora il maledetto animale, ritto fra due cespugli, che la osservava seguendo attentamente tutti i movimenti che essa faceva.
Pareva di pessimo umore, perché lo si udiva brontolare.
"Speriamo che non abbia voglia di riprovarci…" mormorò, gettando sui fuochi altri fastelli di legna.
In quel momento udì l'uomo chiederle dell'acqua.
"Ancora la febbre?" gli domandò, porgendogli la borraccia e aiutandolo a sollevarsi un po'.
"Già, temo che ne avrò fino all'alba" ansimò lui.
Si guardò intorno con ansia improvvisa e aggiunse: "…e il giaguaro?".
"L'ho fatto fuggire" ribatté lei "gli ho accarezzato il muso con un tizzone acceso e lui non l'ha presa benissimo".
Il milionario la guardò per la prima volta con ammirazione.
"Accidenti!" disse "allora mi sa che sono ufficialmente in debito con Veleno…"
"Oh, sì, di un po' d'acqua" scherzò lei.
Anche qui una citazione, dall'episodio n. 13 stavolta: lì erano bruchi giganti, qui un ragnone peloso…
Ok, è una scena politicamente scorretta, ma Vanessa non ha esattamente quel che si dice una coscienza animalista.
Rivedendo qualche puntata in rete ho notato che il povero Sly viene costantemente inseguito e aggredito (per lo più senza alcuna plausibile spiegazione) da animali di ogni genere: orsi polari, facoceri, cagnolini e così via.
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