Il rientro in città fu impegnativo, e richiese molto più tempo e concentrazione del previsto. O forse era lei a essere più distratta rispetto all'andata.
Nell'oscurità tagliente, calata dopo un lento crepuscolo, Kate aveva controllato sempre più impaziente i minuti che sembravano prendersi gioco di lei, rincorrendosi beffardi, mentre lei e il suo compagno erano imbottigliati nel traffico serale.
La sua mente frastornata e febbrile, senza nient'altro a cui appigliarsi, aveva riesaminato la situazione da cima a fondo senza tregua, valutando ogni dettaglio e provando ad abbozzare una rudimentale organizzazione dei futuri passi da compiere.
Per prima cosa, Castle sarebbe dovuto essere trasferito in un altro ospedale, decise silenziosamente tra sé, se lo stato di incoscienza fosse perdurato, anche se il medico era convinto che si sarebbe svegliato presto, visto che non c'erano ragioni cliniche a indicare il contrario. Per quanto Kate apprezzasse il tipo di assistenza che gli avevano assicurato nella piccola struttura – nonché una certa rapidità di azione e una gradita discrezione - intendeva spostarlo nel migliore ospedale della città, in modo da garantirgli le cure migliori e averlo sempre a portata di mano. Ne avrebbe parlato con Martha e Alexis, con cui si era accordata per incontrarsi il mattino seguente nel suo ufficio.
Era molto più tardi di quanto avesse calcolato quando era partita dalla clinica alla volta della città, quando parcheggiò davanti al distretto e salutò Esposito, ringraziandolo ancora una volta per la compagnia e il supporto. Si affrettò a entrare nell'edificio ma, invece di raggiungere il suo piano per concludere il lavoro lasciato in sospeso – non c'era niente di urgente - , salì velocemente un paio di rampe di scale, con il senso di colpa, suo compagno onnipresente, a fare da eco ai suoi passi impazienti.
Le sale del nido brulicavano di attività operose, quando fece il suo ingresso trafelato, già pronta a scusarsi per aver lasciato (dentro di sé risuonava l'accusa: abbandonato) Alex alle loro cure più a lungo del previsto, nonostante li avesse scrupolosamente avvertiti che avrebbe tardato, come faceva sempre. Sapeva che non sarebbe stato un problema: il servizio era stato creato proprio per venire incontro alle esigenze dei poliziotti del suo distretto, e garantiva quindi una copertura maggiore rispetto alle altre strutture cittadine. Ma cercava sempre di andare a prendere suo figlio a un orario decente, per trascorrere con lui più tempo possibile, come ricompensa, che valeva per entrambi, per tutte le ore che erano costretti a trascorrere lontani.
L'odore tipico di quelle stanze, che l'accolse come ogni sera - un misto di profumo di fragole, talco e l'inconfondibile essenza di bambini - la rilassò all'istante, proiettandola in un mondo di mani paffute e filastrocche colorate, lontana migliaia di chilometri da omicidi e ogni altra miseria umana che doveva affrontare quotidianamente.
Da quando aveva avuto la certezza che l'identità dello sconosciuto fosse quella di Castle, era stata pungolata dall'impellente desiderio di fare a ritorno a New York il prima possibile per affondare il naso nel collo del suo bambino e aspirare il suo aroma innocente. Avvertiva il bisogno fisico di contrapporre la solidità del suo piccolo corpo al proprio tremante, per trovare un senso a quello che era successo e farsi ancorare a terra. Niente come guardarlo negli occhi grandi color nocciola – identici ai suoi - riusciva a rimettere le cose al loro posto, troncando di netto timori inutili e facendole distinguere quello che era importante, da quello che invece non lo era affatto.
Si affacciò nell'ampio salone dove erano riuniti i bambini ancora rimasti a quell'ora – per fortuna il suo non era l'unico ad avere un genitore che faceva spesso tardi – impegnati in giochi vivaci, immersi in un baccano infernale. Aveva sempre pensato che, per quanto il suo lavoro fosse complicato e spesso spossante, non era nulla a confronto di quello che le maestre di Alex dovevano sobbarcarsi quotidianamente. Per quanto la riguardava, le capitava spesso di essere sopraffatta da quell'unico esemplare che non arrivava al metro d'altezza e che le era capitato in sorte, figurarsi doverne gestire altri tutti insieme.
Lisa, una delle insegnanti del nido con cui aveva ottimi rapporti ed era maggiormente in sintonia, si alzò dal pavimento coperto di tappeti, tenendo in braccio il suo bambino riccioluto che aveva smesso di cantare canzoncine stonate - o qualsiasi cosa fosse stato impegnato a fare - e già si allungava smanioso per farsi prendere in braccio da lei, felice di vederla come si fosse trattato di un'apparizione miracolosa.
Le scaldava sempre il cuore essere accolta con tanto ardore ed entusiasmo dall'unico uomo presente della sua vita; la faceva sentire molto fortunata. Il legame che si era instaurato tra loro era stato molto profondo, quasi viscerale fin dall'inizio, e non sarebbe potuto essere altrimenti, viste le particolari condizioni in cui era venuto al mondo.
Aveva scoperto di essere incinta diverse settimane dopo la scomparsa di Castle, più di quante fosse stato normale aspettarsi da una persona assennata e maniaca del controllo come lei. Ma aveva avuto delle scusanti.
All'inizio aveva dato la colpa dei suoi malesseri al trauma, all'esaurimento delle forze fisiche e mentali e, non in ultimo, al fatto che non si concedeva da giorni un pasto decente, perché il suo stomaco era stato perennemente sigillato. Era normale, quindi, che il suo ciclo fosse scomparso, per via delle condizioni debilitanti in cui costringeva il suo corpo, privato di cibo e riposo adeguati.
Solo molto più tardi, guardandosi distrattamente allo specchio, si era resa conto che c'era qualcosa di diverso. A quei tempi era stata così impaurita, così disperata, che si era precipitata dal medico, convinta che si trattasse di qualcosa di grave.
Dopo una visita scrupolosa e delle analisi di cui aveva aspettato ansiosamente l'esito, la realtà delle sue condizioni era apparsa subito evidente. Il medico le aveva fatto le solite congratulazioni di circostanza, convinto che si trattasse di una buona notizia. Lei era rimasto a fissarlo incredula per lunghi minuti in cui aveva sperimentato la totale assenza di qualsiasi reazione. Non era rimasta nemmeno sconcertata o sorpresa. Non aveva provato nulla, solo un torpore che l'aveva protetta dal mondo circostante.
Aveva cercato rifugio nel suo appartamento, aveva spento il telefono prima di lasciarlo cadere sul tavolino all'ingresso e si era diretta nella sua stanza, dove si era sdraiata sul letto, al buio. Era rimasta a fissare il soffitto per ore, con gli occhi sbarrati che non vedevano nulla, oppressa dal peso disperato della mancanza di Castle, che non si era ancora lenito, chiedendosi come diamine avrebbe fatto ad avere un bambino senza di lui. Dove avrebbe trovato l'energia, prima di tutto? Non era nemmeno in perfetta salute! Come avrebbe potuto fargli da madre e da padre, se non riusciva nemmeno a tenere saldamente in mano le fila di se stessa? Perché doveva imporre a un povero innocente un peso così grande, ancor prima di nascere?
C'erano stati dei momenti molto cupi, all'inizio, in cui avrebbe preferito che non ci fosse stato nessun bambino di cui occuparsi. Un bambino arrivato nel momento più sbagliato della sua vita, come se il suo mondo non fosse già stato ridotto a un cumulo di macerie. Dove poteva trovare l'entusiasmo per crescere una nuova vita che aveva ogni diritto di avere una madre serena e in possesso di un discreto equilibrio?
Non era stata felice di scoprirsi incinta, né la gravidanza in sé era stata facile, appesantita da innumerevoli disturbi fastidiosi che, oltre a impedirle di svolgere il proprio lavoro con la solita efficienza, non le avevano permesso di dedicarsi alle indagini sulla scomparsa di Castle nel modo in cui le aveva programmate.
A ogni traguardo raggiunto in quei mesi, accolto con sollievo, si erano riversate in lei tristezza e rabbia per l'ingiustizia di non avere vicino Castle a rassicurarla come solo lui sapeva fare, accarezzarle la pancia sempre più voluminosa e riempire la casa di oggetti assolutamente folli e inutili.
Aveva stretto i denti ed era andata avanti, aiutata da suo padre, che era diventato una presenza indispensabile nella sua vita e quella di Alex, una volta nato. Oltre allo stuolo di amici, l'unica nonna e la sorella maggiore del suo bambino.
Alex si arrampicò su di lei, balbettando qualcosa di incomprensibile, stringendole il collo tra le piccole braccia paffute insolitamente robuste, mozzandole il respiro. Aveva sempre avuto un modo molto fisico di esprimere il suo amore nei suoi confronti, insieme a una certa tendenza a diventare melodrammatico quando la vita li separava crudelmente, anche se poi, magnanima, li riuniva a sorpresa ogni sera. Proprio come suo padre.
Era sicura che si divertisse con gli altri bambini – lo era perché le sue maestre lo affermavano con regolarità e perché l'aveva colpevolmente spiato – ma ogni volta che tornava a prenderlo sembrava che fosse giunta la salvatrice che l'avrebbe portato via da quel girone infernale.
La simbiosi nella quale erano cresciuti insieme - alla fine, per quanta gente potessero avere intorno, erano sempre e solo loro due - avrebbe dovuto essere gestita durante la sua crescita, ma a quello avrebbero pensato più avanti. Alla peggio gli avrebbe pagato le sedute di psicoterapia per prendere le distanze da una madre molto presente.
Anche se... per la prima volta da quel pomeriggio la nuova realtà nella quale era precipitata assunse dei contorni reali.
Non erano più da soli, realizzò esterrefatta. Alex aveva un padre, che non si sarebbe più limitato a guardarli benevolo dalle fotografie che aveva disseminato per casa e che aveva indicato a suo figlio come "papà" fin da quando l'unica cosa che gli importava era mordere la cornice di metallo.
Non sapeva come sarebbe andata tra di loro, a essere sinceri non poteva nemmeno prevedere che cosa sarebbe successo l'indomani o quando si fosse svegliato, ma una cosa era innegabilmente certa: Castle era suo padre e i due uomini avrebbero dovuto instaurare un legame tra loro, che lei ne fosse coinvolta o meno.
"Va tutto bene, Kate?".
Si riscosse dai suoi pensieri, grazie alla voce gentile di Lisa. Stava per risponderle sviando il discorso, quando fu presa invece dall'urgenza di confidarsi con qualcuno di estraneo alla famiglia, qualcuno la cui vita non era appena stata sconvolta dalla notizia del ritrovamento di Castle e che aveva le competenze giuste per capire il suo turbamento. Lisa era sempre stata una sua grande alleata e sostenitrice, quando si sentiva insicura ed era convinta di essere una pessima madre.
"No", rispose con un sospiro, mentre Alex pretendeva la sua attenzione con la solita impazienza.
"Vuoi che ne parliamo?", si offrì l'altra spontaneamente. Non era la prima volta che, al termine di un turno massacrante, recuperava forze ed energie grazie alle parole gentili e il robusto buonsenso della donna più anziana.
