Anche da vuota, Abby poteva sentire il freddo mordere le sue carni, il vento ghiacciato farsi strada nei suoi vestiti, e un brivido gelido pungerla fin nelle ossa. Si strinse più forte tra le braccia, avvolte intorno alle gambe, ed avvicinò le ginocchia allo stomaco. Il pavimento roccioso era duro e frastagliato sotto di lei, ma senza alcun giaciglio di cui disporre, doveva arrangiarsi; i suoi vestiti erano le sue coperte, ed il suo stesso cappello il suo cuscino. Per qualche tempo le sembrò che la speranza che portava nel cuore la riscaldasse, ma mentre i giorni passavano il freddo non fece altro che aumentare, e la donna arrivò a realizzare che sarebbe morta in quella cella. Da sola. Ed al freddo; Troppo freddo.
Pensandoci, finì per addormentarsi. Non sognava perchè (almeno così pensava), quando diventi un essere vuoto, anche la parte di te che sogna diventa vuota. Questo la rese triste. Il sonno, da non morto, è breve, inquieto e vuoto, e quando si svegliava, non le sembrava di aver dormito affatto. Non era neanche sicura di aver bisogno di dormire. E comunque, dormiva. Forse per abitudine, forse come ultima difesa contro il pungente ed instancabile freddo. Forse perché in una cella tre metri per tre, dormire era l'unica cosa che si potesse fare.
"Che ragazzina pelle e ossa, eh?"
Voci nel buio; parole che cavalcavano il vento.
"è lei, in tal caso. Quella per cui abbiamo sofferto."
Abby aprì gli occhi. Non era il vento a parlare.
"Beh, allora tiriamola fuori da qui. Sto gelando."
Con una scarica improvvisa di adrenalina, Abby frugò nei vestiti, trovò l'elsa della sua mazza e la sfoderò. Rotolò su un fianco, eseguendo una spazzata ad arco con la mazza e riassestandosi sui propri piedi in un movimento singolo. Stette immobile, con l'angolo della cella alle sue spalle, e fissò ad occhi spalancati e attenti alla stramba compagnia davanti a lei. Il più vicino era un uomo calvo e alto, con un ghigno bizzarro in volto. Dietro di lui si trovava un cavaliere che indossava un'armatura d'oro. Non portava l'elmo, ed Abby riuscì a vedere la sua faccia. Era affascinante, nonostante gli occhi grigi e penetranti che la fissavano. Ancora più indietro, si trovava una figura più bassa, vestita solo di abiti neri. Era legata da corde su petto, braccia e anche, ed Abby sentì un brivido correrle lungo la schiena mentre guardava nel cantuccio ombroso generato dal cappuccio abbassato sui suoi occhi.
"Qual è il mio nome?" chiese il cavaliere dorato, facendo un passo verso di lei e spostando l'uomo calvo, in modo da essere proprio di fronte ad Abby. "Rispondimi, ragazza. Qual è il mio nome?"
Gli occhi di Abby saettarono sulle tre figure, poi si leccò le labbra e deglutì. "Non capisco… Chi siete? Siete qui per liberarmi, o… per uccidermi?"
"RIspondi alla mia domanda e lo scopriremo," disse il cavaliere. "Chi sono io? Dove ti trovi? Sai almeno una di queste cose? Rispondi sinceramente."
"No!" sbottò Abby. "Quel che dice non ha senso! La prego! Sono prigioniera qui da…"
"Prosegui. Da quanto?" chiese il cavaliere, avvicinandosi. "O meglio: come sei finita qui?"
Abby sollevò la mazza tenendola con entrambe le mani e la piegò in modo da comporre una blanda difesa davanti a lei. "Non si avvicini, signore, la prego!"
"Cerco risposte", ripetè Lautrec. "Da dove vieni?"
"Vinheim! Ok? I miei genitori mi hanno mandato alla scuola del Drago per stregoni. Ho… fallito. Non ero brava con la magia. Ho provato con le arti bianche, iniziato ad usare miracoli. Sono un semplice chierico! Non c'è bisogno di farmi del male! Io-"
"Non ho chiesto la maledetta storia della tua vita, ragazza." Disse il cavaliere, ed ormai si trovava ad una distanza da cui poteva sferrare un attacco. "Come sei finita in questa cella. Come sei diventata Vuota?"
"Io…" iniziò Abby, ma non trovava le parole. Corrugò la fronte ed avvicinò le sopracciglia in un'espressione dubbiosa, ma più provava a ricordare, più sembrava lontana l'apparenza di una risposta. Deglutì, scosse la testa, e ricambiò lo sguardo del cavaliere. "Non lo so."
"Bene. Non devi saperlo," le disse. "Ora rispondi alla mia ultima domanda. Chi sono? Pensa. Guarda la mia armature. Armatura dorata. Chi sono?"
"I-io…" balbettò Abby.
Il cavaliere scattò in avanti. Abby gridò e tentò di colpirlo con la sua mazza, ma non era mai stata particolarmente brava con essa, e il cavaliere era chiaramente addestrato al combattimento. Alzando il braccio, catturò il polso della ragazza che stava scendendo prima che potesse anche solo caricare il colpo, e torse il suo braccio dietro la schiena. L'altro braccio la spinse contro l'angolo della cella, e ancor prima che lei potesse rendersene conto, l'uomo aveva sfoderato una lama curva e lunga, e la stava puntando contro il suo petto.
"Per favore!" gridò Abby, chiudendo gli occhi.
"Sei Vuota, ragazza. Che paura ti pone la morte?"
Abby riflettè. L'uomo aveva ragione.
"Ok, riproviamoci: chi sono?"
La ragazza aprì gli occhi a forza e studiò il volto dell'uomo. Niente. Non le ricordava nulla. Le aveva detto di concentrarsi sulla sua armature, e lo fece, ma non ottenne risultati. "Te lo giuro: non lo so."
Gli occhi freddi e grigi dell'uomo penetrarono nei suoi e, dopo alcuni momenti brevi ma intensi, annuì, rinfoderò la lama e la lasciò andare. "è nuova," disse ai suoi compagni. "Non so se sia una cosa buona o cattiva. Ma almeno sta dicendo la verità."
"Hee-hee!" ridacchiò l'uomo calvo. "Nuova e Vuota. Una contraddizione che parla e cammina!"
Abby si mise una mano tremolante sulla fronte ed espirò profondamente per stabilizzarsi.
"Chi siete?"
"Io sono Lautrec, Cavaliere di Carim," disse l'affascinante uomo, facendo un leggero ed impercettibile inchino. "Il gentiluomo privo di capelli dietro di me è Patches. È piuttosto stupido e non degno di fiducia. Lo eviterei, nei tuoi viaggi futuri."
"Hey!" protestò Patches.
"Beh, è vero, no?"
Patches riflettè, scosse le spalle, poi annuì.
"Chi è il vostro prigioniero? Mi spaventa." Ammettè Abby, strizzando gli occhi per vedere meglio in mezzo agli strati ondulati di tessuto nero che indossava la terza persona.
Il cavaliere si avvicinò alla donna incappucciata, che tentò di liberarsi della presa dell'uomo prima che quest'ultimo che levasse in cappuccio. "Questa è la nostra strega. Figlia del Chaos,Quelana."
"Strega?!" ripetè Abby, indietreggiando nel suo angolo di cella.
Finalmente, Lautrec scoprì il volto di Quelana. Abby la fissò, sconcertata. Si aspettava un qualche mostro uscito dritto dall storie che i suoi genitori le leggevano da piccola. Naso adunco e brufoloso, pelle verde, piena di verruche, denti gialli e marci. Fortunatamente, non vide nulla di tutto ciò. La strega era giovane, almeno lo sembrava. La sua pelle era candida, liscia e morbida. Uno straccio era stato legato sulla sua bocca; le sue labbra sottili avvolte attorno al nodo al suo centro.
"è… Bellissima." Disse Abby. Gli occhi della strega caddero su di lei.
"Si, sfortunatamente." Ammettè Lautrec. "è una sfortuna che sia qualcosa di tanto pericoloso."
"Perché l'avete imbavagliata?"
La strega si voltò verso il cavaliere e gli lanciò un'occhiatacca, ma Lautrec le rimise velocemente il cappuccio in testa. "La nostra piccola bella strega ha la sfortuna di possedere una lingua da serpente. Può schiavizzarti con pochi semplici bisbigli nelle tue orecchie. Il mio compagno calvo ha rischiato la vita per colpa di questo trucchetto."
Patches fece una smorfia e si grattò il collo. "Schifosa put- er, strega."
"Che potere…" mormorò Abby, affascinata dalla strega.
"Si," concordò Lautrec, mentre si metteva tra Abby e Quelana in modo che non potessero più fissarsi. "è una prigioniera potentissima, ma non la più cooperativa. Ecco il perché delle corde.
"Dove la state portando?"
"Nello stesso posto in cui sto portando te. Fuori da questo manicomio. A Lordran."
Abby aggrottò le sopracciglia. "Siete qui per liberarmi quindi, ma… cosa mi aspetta a Lordran?"
Il cavaliere scrollò le spalle. "Tutto? Niente? Chi lo sa. Stiamo facendo un viaggio per un cambiamento. Un viaggio che è già iniziato." Sulla sua bocca si dipinse un ghigno mentre alzava le mani, circondando con esse la cella. "Di certo senti quell'intenso, intenso freddo?"
Abby annuì.
"Noi l'abbiamo creato. Esci con noi. Ammira I meravigliosi cambiamenti che abbiamo già apportato."
Il cavaliere le mise una mano davanti, per stringere la sua. Abby deglutì nervosamente e la guardò, per poi tornare a fissare lui. Sentiva che accettarla significava fare una sorta di patto con il cavaliere, con i suoi compagni. Diventare una di loro. E il pensiero la terrorizzava. Sembravano tutti così… Forti. Veterani, addirittura. Era una maga fallita ed un nuovo chierico: cosa poteva mai offrire loro?
"Non mordo," le assicurò il cavaliere, facendo un altro ghigno.
Abby si sforzò di sorridere insicura e, senza altre opzioni, strinse la sua mano. Lautrec si inchinò e la portò fuori dalla cella, mentre l'uomo calvo afferrava i nodi della strega e la portava con loro. Il corridoio era buio, alcune torce appese ad intervalli regolari ai lati fornivano però una minima quantità di luce, e le sembrò addirittura più freddo che nella sua cella. Si strinse nelle sue stesse braccia mentre camminavano, ed il cavaliere la dirigeva verso la giusta direzione, tenendola per le anche. Delle fratture nel muro mostravano una grossa sala sotterranea. Era vuota. Alla fine del corridoio si trovava una stanza circolare; una lunga scala a pioli era attaccata ad una parete, che portava in alto. Abby allungò il collo e vide un turbinio bianco, nel mondo che la aspettava li fuori.
"Nevica." Disse.
"Si. Una bufera a tutti gli effetti," ammise Lautrec. "è iniziata non appena siamo arrivati qui."
"Sembra che agli Dèi non piacciano particolarmente i cambiamenti." Aggiunse Patches, dietro di loro, sempre con la sua solita risata.
"Non capisco, signore," disse Abby, voltandosi verso Lautrec. "Di che 'cambiamento' andate parlando lei e i suoi compagni?"
"Non preoccupartene per ora. Continua a salire. Presto capirai."
Abby tornò a fissare la scala a pioli, ed il mondo sopra di lei. Guardò un'ultima volta la sua piccola cella, ed una sensazione di eccitamento la invase. Finalmente, il suo piede si poggiò sul primo piolo, la sua mano afferrò un lato della scala e, quando stava per salire, si voltò verso il cavaliere. "Io… grazie, signor cavaliere. Lei mi sta liberando. Credevo che avrei passato il resto dei miei giorni in quella prigione.
Lautrec le mise una mano sulla spalla e annuì. Lei ricambiò il gesto, sorrise, ed iniziò a salire.
Il mondo era un bianco, freddo, bagnato turbinio su di loro. Abby uscì dal buco della scala e si riparò immediatamente gli occhi dal forte diluvio di neve compatta. Fece faticosamente un passo attraverso la neve alta fino al ginocchio, lasciando che quella cadente finisse sui suoi capelli, sulla sua faccia, sulla sua lingua. Sorrise; era meraviglioso. Guardò il pallido cielo sopra di lei e allargò le braccia, e sentiva chiaramente di essere libera: una sensazione mai provata prima.
La freccia trapassò la carne marcia del suo petto in modo così pulito e con tanta facilità che Abby non se ne accorse nemmeno, fino a quando non vide l'asta di legno che spuntava dal suo torso. "Oh no." Mormorò, cadde in ginocchio, e si abbandonò nella neve.
Il suo fiato si strozzava nel petto, e poteva sentire il sapore del sangue in bocca. Fece un suono gorgogliante che poteva suonare come una richiesta di aiuto, ma neanche lei ne era tanto sicura. La neve inumidiva i suoi vestiti. Si sentiva fredda e bagnata e… da sola.
Il volto del cavaliere entrò nella sua visuale pochi istanti dopo.
"Ma che diavolo…" disse, vide la freccia, realizzò l'accaduto, e rotolò a qualche metro di distanza.
Nello stesso istante, una seconda freccia si piantò nella neve, dove giusto un attimo prima lui era inginocchiato.
"Maledizione!" sibilò, corse di nuovo da Abby, e la afferrò per le spalle. La trascinò con se dietro l'arcata di pietra che portava alla scala a pioli. Riuscì a tirarla con se giusto in tempo, prima che una terza freccia si piantasse vicino alle sue caviglie.
"S-secondo… piano…" gracchiò Abby, sentendo un immenso dolore ad ogni parola. "L'ho visto… è… come me. Vuoto…"
"Non è possible," le disse Lautrec, mentre si spogliava dei propri guanti dorati. "Nessun essere Vuoto è tanto preciso." Si voltò verso il buco della scala. "Attento, Patches. C'è un arciere quassù."
"Un arciere?!" gli fece eco la voce di Patches dal buco. "E cosa diavolo vuoi che ci faccia, Lautrec? Io sono quello che porta la maledetta strega in spalla!"
"Lo uccido." Spiegò il cavaliere con noncuranza. Si era tolto I guanti e gli stivali, e stava sganciando la pettorina. "Aspetta un istante, sbrigati a salire e mettiti in copertura."
Abby si toccò la ferita, ma il contatto con le sue dita le causò una fitta di dolore. Strinse i denti e strizzò gli occhi finchè non passò.
"Non toccarla. Sarò di ritorno immediatamente." Disse il cavaliere.
Abby lo guardò. Quando indossava l'armatura sembrava così grosso e imponente, ma senza di essa aveva il fisico di una persona normale; sotto di essa, indossava una tunica nerastra e dei calzoni alla zuava. "Sto… per… morire…"
"Non puoi morire." Le spiegò Lautrec. Afferrò la pettorina, si avvicinò all'acata e la lanciò fuori con una torsion del polso. Un secondo dopo, il suono della punta di una freccia che tintinnava sull'oro riempi l'aria.
Lautrec scattò all'esterno e divenne una visione sfocata nella bufera, per poi scomparire totalmente.
Patches si arrampicò sulla scala con la strega piazzata sulla sua spalla pochi istanti dopo. Si affrettò per nascondersi dietro il muro di pietra giusto in tempo; l'enesima freccia mancò e colpì il muro dietro di loro.
"Bastardo!" ringhio Patches, mettendo la strega di fianco ad Abby. "Tira frecce a me?!" Mise le mani a coppa attorno alla bocca e fece un passo nell'arcata "Uccidi quel subdolo cazzone, Lautrec! Uccidilo!"
"…muoio…" riuscì a mormorare Abby tra un verso strozzato e un colpo di tosse. "Uccidetemi…"
"Calma, ragazzina. Non morirai." Spiegò Patches. "Sei il maledetto Prescelto."
La strega si inginocchil di fianco a Abby e la fissò da sotto il cappuccino. La ragazza tremò, anche se non fu sicura se si trattava del freddo, della ferita, o dello sguardo della strega. Quest'ultima si avvicinò ancora, più che poteva, ed afferrò la mano di Abby con le sue. Fu scioccata nel constatare quanto fossero calde le mani di Quelana nel suo palmo. Chiuse gli occhi e si rilassò, e si sorprese di capire quanto facile fosse diventato.
Li fuori, da qualche parte, un grido risuonò nell'aria. Non era il cavaliere.
"Ha-ha! Ha beccato il bastardo!" gongolò Patches.
Alcuni momenti dopo, Lautrec fu di ritorno. Abby vide, in modo sfocato e impreciso, che portava un corpo con se, dietro di lui.
Gli occhi di Patches finirono sul corpo e la sua mascella cadde. "Ma che diavolo… Com'è possibile?"
Abby lo guardò. L'arciere era Vuoto. Aveva visto giusto. Era Vuoto e vestito con abiti di pelle lucida, stivali, guanti e una faretra piena di freccie sulla schiena. Più importante del resto, però, era il fatto che fosse ancora vivo.
Lautrec scosse la testa. "Ce ne sono due."
"Due Prescelti?" sbottò Patches "Non ti sembra strano?"
"Guardalo!" disse Lautrec. "è vestito come una persona normale. Mentre usava l'arco, era molto più preciso di quanto un qualsiasi essere Vuoto possa mai sognare di essere. È un Prescelto. Oppure… è il Prescelto." Gli occhi del cavaliere saettarono su Abby. "E lei non lo è."
Abby trasalì e strinse la ferita. Gli occhi di Patches saltavano da lei all'arciere e viceversa. "Questo… non ha alcun senso."
"Lo avrà presto," spiegò il cavaliere. "Lei sta morendo per quella ferita, e lui sta morendo per la mia ferita. Li portiamo al falò. Poi vedremo chi vive… E chi muore."
L'uomo calvo sollevò Abby, prendendola tra le braccia, e la portò attraversò l'arco di pietra. Dentro la bufera. Lautrec trascinava l'essere Vuoto morente con loro, tenendolo per il colletto della tunica. La strega camminava lentamente dietro di loro, ed Abby vide, facendosi mille domande, che dovunque i piedi di Quelana si poggiassero, la neve si scioglieva attorno a lei.
Fecero poca strada, arrivando ad un falò spento, un derelitto abbandonato e dimenticato in mezzo a quel turbinante caos di neve. Abby fu posta di fianco ad esso, e l'altro essere Vuoto fu posto di fianco a lei, mentre Lautrec liberava la strega dalla corda.
"Accendilo." Le ordinò, portandola di fianco al falò.
La strega si voltò verso di lui, ma Abby vide gli occhi di lautrec fissi sul fuoco spento davanti a se. La strega tornò a guardare il falò, alzò la sua pallida mano finchè le corde lo permettevano e piazzò le mani su di esso, a dita aperte.
"Aspetta," la fermò Lautrec. Si abbass e prese due rametti* dal falò. "Bene, strega. Vai."
La vista di Abby si era ridotta ad uno sfocato, tremolante tunnel buio davanti a se, ma quel che vide non mancò di sorprenderla. Fiamme rosse e dorate nacquero direttamente dalle mani della strega, che le poggiò letteralmente sul falò, appiccandovi immediatamente fuoco. Il tepore crebbe di intensità, riscaldando le gote di Abby.
"Ecco," disse Lautrec, inginocchiandosi di fianco a lei. Le mise un pezzo di legno nella fragile, debole mano e glielo fece tenere. Lei lo strinse più forte che potè e chiuse gli occhi. "No. Sveglia, ragazza. Lancialo nel fuoco."
"…fuoco…" gracchiò Abby.
"Fallo!" impose Lautrec, e rianimata dalla paura sorta dal grido dell'uomo, lanciò debolmente il rametto nel fuoco con l'ultimo barlume di forza che aveva. "Bene," disse il cavaliere, alzandosi. "Ora tu, ragazzo. Sempre se puoi sentirmi."
Abby sentì l'altro essere Vuoto sibilare qualche cosa in modo calmo. Non fu sicura del se avesse preso il legno o meno, perché non aveva più la forza di tenere gli occhi aperti. Sentì la neve sul suo volto, sulle sue guance, e non fu sicuro se quella sensazione umida fosse la neve o le sue stesse lacrime. La strega doveva aver preso la sua mano di nuovo, poiché sentì un accogliente tepore. Ci fu il momento in cui a Abby apparve evidente che sarebbe spirata.
Ed infine, morì.
*Nota a piè di pagina: theseeker parla di rametti, pezzi di legno e carbone, ma I falò dell'universo di Dark Souls sono alimentati da ossa, umane o meno che siano. Ho deciso di mantenere l'opera fedele all'originale poiché è una fan fiction, ma volevo semplicemente condividere con voi questo.
