NIENTE SI SPOSA MEGLIO COL FREDDO DELL'OSCURITA' – TERZA PARTE

Con perfida soddisfazione Pitch strinse le mani sul bastone, sollevandolo platealmente di fronte a Jack, e, istantaneamente, urlò.

Un grido dirompente e sconvolto proruppe dal fondo della sua gola, rieccheggiando tra i muri di pietra della stanza da tanto era acuto per la disperazione. Mai, mai nella sua vita aveva provato un dolore così atroce, così assoluto: gli pareva di stringere tra i palmi due ricci infuocati.

Cadde a terra, contorcendosi, e si fissò terrorizzato gli arti: le dita erano ormai completamente ricoperte da un sottile strato di ghiaccio, il dorso nero come la pece, i polsi di un blu livido che preannunciava la cancrena. Stringendo i denti fece appello all'ultimo briciolo di razionale volontà rimasto e incastrò la sommità ricurva dell'oggetto in un anello che sporgeva dalla parete: tirando e aiutandosi con un piede riuscì al fine a staccarsi da quello scettro gelido, ruzzolando sul pavimento. Un gemito spezzato gli sfuggì dalle labbra mentre chiudeva gli occhi per riprendersi, e quando li riaprì desiderò di essere cieco.

Le sue mani, le sue affusolate e splendide mani erano ridotte a due miseri moncherini rinsecchiti: le dita, piegate ad artiglio, non rispondevano più, ed erano inguantate da un velo di brina, tanto inadeguatamente perfetto da sembrare una trina preziosa; il dorso era teso e screpolato, ruvido come carta vetrata; ma la parte peggiore era senza dubbio la morbida zona tra indice e pollice: uno squarcio tanto profondo da mostrare l'articolazione la lacerava, apertosi durante i folli e disperati strattoni per liberarsi. Sangue scuro e denso sgorgava dalle due ferite, colando a terra, raccogliendosi in una macabra pozza sotto il suo sguardo incredulo, e l'uomo lo fissò: pur avendo reagito rapidamente al potere del bastone non era stato sufficientemente svelto da evitare al gelo di irrigidirgli le membra, e queste, irrimediabilmente indebolite, non avevano potuto che cedere e spezzarsi.

Un movimento alla sua destra lo allarmò, inducendolo a girarsi: Jack, ormai libero dalla sabbia su cui Pitch aveva perso il controllo fin da quando aveva iniziato a urlare, era sceso dal letto e si avvicinava a lui a passi lenti e un po' incerti. Incespicando nella lunga veste l'Uomo Nero indietreggiò verso la parete, strisciando e trascinandosi, facendo forza sui gomiti e sulle ginocchia per non torturare ulteriormente le estremità offese; quando urtò la parete vi si appiattì e sollevò le braccia a croce per difendersi, troppo sconvolto per poter anche solo tentare di alzarsi in piedi, lo sguardo sbarrato in un'espressione da preda braccata.

Frost lo raggiunse e si chinò verso di lui, gli occhi lucidi, quindi sussurrò: «Oh Pitch, mi dispiace, mi dispiace tanto: non volevo che andasse così. Ho provato a fermarti, ma non mi hai ascoltato...».

Riacquistando un minimo, se non di dignità, almeno di audacia, l'Uomo Nero lo apostrofò: «Cosa intendi dire, eh? Era il tuo piano fin dall'inizio, vero? Volevi ingannarmi! Come diavolo hai fatto ad attivare il bastone senza toccarlo?».

«No, non avrei mai voluto questo, lasciami rimediare» disse l'altro con voce preoccupata. Immediatamente il giovane allungò le braccia verso l'uomo e questi istintivamente scattò: incapace di proteggersi in altro modo volse il viso di lato e sollevò le mani per pararsi, ma Jack si limitò ad afferrargliele in una presa ferma ma gentile. Con premurosa delicatezza passò i polpastrelli sulla sua pelle lesa, dalle unghie rotte ai polsi sottili, sfiorandolo appena per non provocargli ulteriore sofferenza, e proseguì a coccolarlo, vezzeggiando quelle falangi affilate.

Troppo stupito dalle sue carezze e incapace di spiegarsi come questi potesse trattarlo con tale dolcezza dopo essere stato crudelmente raggirato, Pitch subì, senza tuttavia avere la forza di girarsi e guardare: strinse invece le palpebre, e mosse debolmente le dita al contatto con Frost.

Sotto il suo tocco leggero avvertì l'epidermide distendersi, e accendersi di un fuoco tanto tenue quanto sbagliato. Come, come poteva da una creatura di ghiaccio provenire un tale calore? Come aveva potuto l'uomo contrarre dei muscoli ormai morti? Con somma meraviglia l'Uomo Nero spalancò gli occhi e fissò con aria allibita le sue estremità: il velo di brina era ormai sparito, richiamato dal potere del ragazzo, e la pelle riacquistava il naturale color grigio, non più interrotto dalle scabre screpolature; con la bocca schiusa per l'incredulità osservò la mobilità tornare nelle articolazioni a mano a mano che il blu livido spariva, e il respiro gli si bloccò quando capì che il giovane stava per indirizzare l'attenzione verso le due profonde ferite.

Pitch non lo vide mai raggiungerle: non appena Jack fu a pochi millimetri da esse ogni percezione venne annullata, e l'unica splendida cosa che l'uomo poté cogliere fu la propria carne che tornava alla vita. Sbarrò lo sguardo, ma non poté focalizzare alcunché; avvertì qualcosa di caldo colare sui tagli, riportando sensibilità ai nervi, e gli sembrò che ogni fibra dei muscoli lesi si agitasse e tendesse, contorcendosi fino a raggiungere la gemella spezzata fino a rinsaldarsi definitivamente con essa; e a mano a mano che queste sensazioni lo permeavano il suo corpo reagiva.

Le iridi magnetiche divennero liquide, e gli splendidi colori che le componevano risultarono più puri e intensificati: l'oro si riempì di migliaia di pagliuzze scintillanti, mentre il nero arse di oscure fiamme, mobili e tentatrici, che si allungarono fino a sfiorare le pupille in una violenta imitazione dei tentacoli di sabbia magica.

Un brivido caldo gli attraversò gli avambracci, scendendo languido fino alle cosce e poi risalendo, lambendo voluttuosamente l'inguine, trasmettendosi fino alla nuca, e Pitch non poté che assecondarlo, inarcando la schiena fino allo spasimo per quanto glielo permetteva la parete alle sue spalle, esponendo con inconsapevole indecenza il petto e il collo. Volse il viso verso l'alto, il capo gettato a sinistra, fissando un soffitto che non poteva vedere; infine, senza rendersene conto, senza che potesse nemmeno pensare di trattenersi proruppe in un gemito sensuale: dapprima profondo e tanto basso da risultare inudibile, quasi solo una vibrazione del suo torace, questo si trasformò lentamente, prendendo forma e volume, sgorgando sempre più completo dalle sue corde vocali, fino all'acuto culmine ai limiti dell'osceno.

Rimase teso in quella posizione qualche secondo,in ginocchio, scosso, ancora attraversato da quel fremito indescrivibile; poi i muscoli cedettero, e dovette poggiarsi alla parete, pur non variando la sua posa licenziosamente sconveniente.

Ansimando si passò la lingua sulle labbra e sollevò lentamente gli occhi verso Jack solo per indirizzargli uno sguardo lascivo, gli occhi appannati dall'eccitazione, carichi di promesse lussuriose, neanche avesse appena avuto un orgasmo. E, in un certo senso, ci era andato parecchio vicino.

Lentamente affogò nelle iridi dell'altro, di un azzurro zaffiro tanto intenso da far male, adorne di finissime pagliuzze più chiare come le pozze invernali di cristalli di ghiaccio, e gli sembrò che non esistesse altro: poteva solo sprofondare inesorabilmente in quei due specchi d'acqua purissimi, cristallini e gelidi come un lago d'alta quota ai piedi di un ghiacciaio.

Alla fine, però, una voce premurosa lo fece gradualmente riemergere: «Pitch...Pitch! Ti senti bene? Ho richiamato il freddo. Ti fanno ancora male le mani?».

L'uomo rispose con un sorriso tirato e indecifrabile, mostrando leggermente i denti affilati, guardandolo dal basso. Il giovane parve rassicurarsi e proseguì con voce seria: «Pitch, non volevo farti del male prima, lo giuro, però non dovrai mai, mai più provare a rubarmi il bastone. Io non ho più paura di te, Pitch, e tu non puoi prendere con la forza ciò che io non voglio spontaneamente donarti».

Con voce roca Pitch replicò: «Davvero, Jack?».

"Davvero tu pensi di non avere più paura? Di aver eliminato per sempre questa emozione? Non puoi sconfiggere la paura, Jack, non per sempre. Ma soprattutto...davvero pensi che non possa averti? Che non possa prenderti con la forza? Accetto la sfida, Jack" pensò, senza esprimersi ad alta voce. La sua mente era ancora obnubilata dall'esperienza appena avuta, le idee non si formulavano in modo limpido e pienamente comprensibile, ma una chiara pulsione era emersa prorompente dal suo petto: voleva e doveva farlo suo. Non importava quante moine, minacce, promesse o intimidazioni sarebbero servite, prima o poi lo avrebbe piegato e distrutto, e il giorno in cui avesse letto la sconfitta in quegli occhi cristallini sarebbe stato certo di aver vinto.

Frost aggrottò la fronte al suono di quelle due semplici parole, probabilmente contrariato nel sentire l'altro fare ancora testarda resistenza; vedendolo muoversi indietreggiò per lasciargli agio e consentirgli di alzarsi, ma uno sguardo stupito si dipinse sul suo volto nel vedere come questi si comportava.

Pitch, infatti, non approfittò dello spazio concessogli per tirarsi in piedi: lentamente sporse la schiena in avanti, dal bacino vertebra per vertebra in un calmo inarcarsi flessuoso, offrendo indifeso la scollatura profonda e il collo; quando il brivido raggiunse le scapole lasciò ricadere le spalle ciondoloni e subito dopo il capo, sostenendosi all'ultimo sulle braccia piegate ed esponendo la nuca. Senza fretta sollevò piano la fronte, fino a che le sue iridi non furono parzialmente visibili a Jack, e lo fissò con aria languida e possessiva, mentre sul viso gli si dipingeva un ghigno.

Con movenze feline allungò il braccio destro di fronte a sé e avanzò verso l'altro, gattonando piano piano, sinuoso, caricando ogni gesto di lussuria: il virile guizzare dei muscoli dorsali, il lieve ondeggiare di spalle e bacino, la potenza trattenuta, lo sguardo da predatore, tutto in lui gridava pericolo e libidine. Sembrava una pantera: nero, forte, gli occhi gialli, incatenava la preda sul posto con la magia delle sue iridi; così palesemente infido, eppure così inevitabilmente irresistibile, come solo Pitch poteva essere. L'Uomo Nero era sempre stato ben consapevole di quanto il suo corpo e la sua malvagità potessero essere crudeli tentazioni per gli altri, ed aveva sempre saputo trarne il massimo profitto: era certo che non avrebbe fallito nemmeno quella volta.

Con immensa soddisfazione vide Frost inizialmente indietreggiare perplesso, poi fermarsi, incantato da quello spettacolo, incapace di distogliere lo sguardo; risoluto l'uomo proseguì verso la meta, fino a che non poté toccare con la punta delle dita lo stinco sinistro dell'altro. Indugiò sulla sua gamba, percorrendola in su e in giù con i polpastrelli, sfiorandola distratto; poi, con un capriccioso guizzo, gli artigliò il laccio che stringeva i pantaloni sui polpacci e lo strappò, passandosi la lingua sulle labbra in una sconcia allusione. Con calma estenuante allungò il braccio sinistro verso l'altra coscia, vezzeggiandola amorevole, e di nuovo, senza alcun preavviso, stracciò il nastro gemello del primo. A questo secondo e brusco gesto Jack, fino a quel momento ipnotizzato dall'uomo, perse l'equilibrio e barcollò all'indietro: con un pronto balzo Pitch scattò in piedi e lo afferrò per il collo, stringendolo possessivamente a sé per impedirgli di cadere. Lo fissò dall'alto, sfacciato, godendo nel vedere lo smarrimento nei suoi occhi; in un impeto di controllo serrò la presa delle dita, fino ad avvertire ogni battito del suo cuore impazzito e costringerlo a schiudere la bocca in cerca di ossigeno, e non glielo concesse: era troppo crudelmente appagante vederlo ansimare per cercare di respirare, addossato al suo petto, sovrastato dalla sua figura.

Un sorriso malvagio gli nacque spontaneo sul volto, un'altra tentatrice minaccia per spezzare il ragazzo, e pensò: "La sfida è iniziata, Jack. E tu hai già perso".