3 Ossa

L'odore di caffè permeava la vecchia cucina.

Il liquido scuro si trasferiva schiumando dalla macchinetta alla tazza che lui stringeva in mano. Era ancora la sua vecchia tazza, con la scritta I'm a Genius, che si era miracolosamente salvata dal tempo, dall'attacco al covo, dalla sbadataggine di Mikey e dalla furia distruttiva di Raph.

Il caffè caldo scendeva allo stomaco per fare a pugni con la sua gastrite. Il toast che Mikey gli aveva preparato era lì accanto, non toccato. Era strano che dopo quasi tre giorni che non assumeva cibo, non riuscisse a mangiare. Ed era strano con quanto poco cibo fosse riuscito a tirare avanti negli ultimi mesi. Forse era ancora più rettile di quanto credesse, dopo tutto.

Si è guardato i polsi che fuoriuscivano dalle lunghe maniche della maglia. Lui era sempre stato abbastanza magro, rispetto ai suoi fratelli, ma adesso si sarebbe potuto definire scheletrico. Le ossa dei polsi sembravano voler uscire dalla carne. Ha alzato la manica destra. Il braccio era esile, quasi uno stecco; il gomito risaltava sulla tirata pelle verde. Sapeva che mai avrebbe potuto riportare al pieno splendore la sua muscolatura atrofizzata. Non che lo volesse, non che gliene fregasse niente.

Ha ricoperto velocemente il braccio quando ha sentito una voce familiare provenire dai tornelli dell'ingresso.

"Ragazzi? Mikey? Donnie?"

E' andato incontro a suo fratello nella zona centrale.

Se Mikey era ormai alto e robusto, e Raph con la sua montagna di muscoli verdi incarnava la forza bruta per antonomasia, Leo rappresentava la perfezione delle forme. Se mai ci fosse stato un modello di equilibrio e bellezza per i mutanti, ebbene, questo sarebbe stato lui. Muscoli aggraziati in un corpo alto e atletico, viso fresco e giovane su un collo taurino, assoluta grazia nei movimenti, ha tolto di dosso il suo mantello col cappuccio per svelare questo suo corpo perfetto, le immancabili katana, la maschera blu.

Leonardo l'ha abbracciato un attimo, poi ha chiesto: "Raph dov'è?"

"E' in camera sua, vieni."

"Come sta?"

"Ha ancora la febbre alta, e non ha ripreso conoscenza. Questa notte ha delirato. Ma da stamattina sembra che dorma tranquillo, e adesso la febbre è scesa di mezzo grado."

Donatello ha guardato il fratello prima di entrare nella stanza di Raffaello, dove Michelangelo e Casey Jones dormicchiavano su due sedie, e l'ha afferrato per un polso.

"Ma purtroppo non è ancora fuori pericolo, Leo. Ha una grave infezione, che forse ha coinvolto una parte del cervello."

Leonardo ha restituito lo sguardo, annuendo grave. Aveva già capito dalla telefonata di quasi quindici ore prima che la situazione non era delle migliori. Non l'avrebbero chiamato subito a New York, altrimenti.

Come sempre, Donatello gli stava raccontando i fatti nudi e crudi, senza edulcorarli. E come sempre, appena al di fuori delle orecchie di Mikey.

"Leo!" Appena entrato in camera, Mikey è balzato dalla sedia ed è corso ad abbracciarlo. Si è staccato subito, gli ha sorriso triste, e poi insieme hanno guardato Raph, che ancora dormiva.

"Ehi, Leo!"

"Ciao Casey."

Una stretta alla spalla dell'amico umano e poi ha sfiorato la fronte del fratello inconscio.

"Quanto è grave la ferita sul viso?"

"Mikey non te l'ha detto?" Donatello si è girato verso il fratello minore, che ha abbassato lo sguardo.

"Detto cosa?" Leonardo ha squadrato a turno i due fratelli, confuso e spaventato.

"Raph ha perso un occhio, Leo."

Alle parole di Donatello, Leonardo ha sussultato, sconvolto; poi le sue spalle si sono afflosciate e si è seduto sul letto del fratello.

"Oh no. Oh cazzo, no…" si è passato una mano sulla fronte, poi si è tirato un pugno sul ginocchio, ed ha bestemmiato.

"Lo devi dire a Splinter, Donnie." Leonardo si era spostato velocemente di lato.

"Ma Sensei già l'ha capito da tempo, Leo. Uh, acc…" Un colpo di bo a sinistra.

"Sì, ma gliene devi parlare… oph… parlare lo stesso." Un affondo di katana andato a segno.

"Ma io… io non so come dirglielo. E se lui…" Ha fatto un giro su sé stesso ed ha staccato con un colpo forte una testa robotica.

"Lui ti vuole bene, Donnie. E ne vuole anche ad April. Capirà, come abbiamo capito noi."

Un colpo incrociato con le due katana, ed anche l'ultimo bot ninja era a terra.

Il terreno del vicolo era cosparso dei distrutti corpi robotici del Piede, quando anche Raph e Mikey si erano avvicinati a lui, ansimando leggermente.

"Sì, secchione, cosa aspetti a dirglielo?" Raph gli aveva mollato una pacca sulla spalla così forte da farlo quasi cadere a terra.

"Uh uh, e nel caso le cose andassero male, e Splinter ti facesse a pezzettini, posso prendermi io la tua stanza, Donnie? La trasformerò nella più stupenda sala giochi che si sia mai vista!"

"Grazie Mikey! Adesso sì che sono molto più tranquillo!" Donatello aveva abbassato la testa e tirato un profondo respiro.

Raffaello aveva mollato uno scappellotto a Michelangelo, e poi aveva buttato un braccio intorno alle spalle di Donatello. "Tranquillo fratello. Non ti farà a pezzettini."

Poi gli aveva sorriso sarcastico. "Forse."

La febbre era scesa ancora. Ma Raffaello non si era svegliato. Erano ormai passate più di ventiquattro ore da quando Donatello aveva iniziato a somministrargli la sua cura.

Adesso erano tutti nella stanza del malato, distrutti dalla stanchezza ma incapaci di lasciarlo anche per poche ore. Michelangelo e Casey, sopraffatti dal sonno, dormivano per terra su delle coperte. Donatello era seduto sulla sedia di ferro a lato del letto, e detergeva con una pezzuola il corpo sudato del fratello.

Leonardo era seduto per terra, guscio al muro e braccia a stringere le ginocchia, e guardava il suo fratello mascherato di viola. O meglio, il fratello che una volta indossava una maschera viola, dato che da mesi ormai non la portava più. Da quando April era stata ricoverata in ospedale per la prima volta.

Nessuno gli aveva mai chiesto il perché, o che fine avesse fatto la maschera. Ormai, si erano quasi abituati a vederlo senza.

Quello che invece a Leonardo appariva strano, era l'aspetto del fratello. Non lo aveva visto per tre mesi, ed adesso quasi faticava a riconoscerlo. Era cambiato, molto.

Sotto i larghi vestiti che ormai indossava sempre, si poteva intuire l'impressionante magrezza del suo corpo. Il collo che spuntava dalla scollatura della maglia era sottile come quello di un bambino. Le vertebre cervicali si potevano contare ad una ad una. Le guance erano scavate, gli zigomi sporgenti, le orbite scure ed infossate.

Donnie non era solo magro, era denutrito.

Un profondo senso di colpa ha colpito Leonardo nello stomaco. Lui era andato da ormai più di cinque anni in Giappone, a vivere la sua vita, ed aveva abbandonato i fratelli che aveva giurato di proteggere. E se con il tempo si era pian piano convinto di aver fatto la scelta giusta, poiché i fratelli sembravano ormai maturi e responsabili, ed ora che nessun mortale nemico minacciava la loro sicurezza, sapevano gestire bene e felicemente le loro vite, ecco che adesso si era ricreduto tutt'a un tratto.

Raph lottava tra la vita e la morte sopra un letto, ferito in chissà quale battaglia che continuava ad inseguire, e Donnie era diventato il fantasma di sé stesso, gracile e fragile come una statuina di vetro.

Leonardo si stava chiedendo se il fratello una volta brillante e geniale non avesse deciso di lasciarsi morire.

D'altronde, da una parte poteva capirlo. Cosa avrebbe fatto lui se si fosse trovato nella terribile situazione di Donatello? Come si sentirebbe se dovesse perdere lei? Avrebbe voglia di continuare a vivere?

"Donnie?" incapace di resistere ancora con questi pensieri, aveva sussurrato piano, per non svegliare chi dormiva.

"Uh?"

"Sei troppo magro."

Donatello aveva lasciato la pezzuola dentro il catino d'acqua, e si era girato a guardare Leonardo con occhi freddi, quasi cattivi.

"Leo, non iniziare."

"Sei troppo magro, Donnie."

"Finiscila." Gli aveva voltato le spalle, come a significare che la discussione per lui era chiusa.

Michelangelo non stava dormendo, dopo tutto. Si è alzato a sedere per terra, a gambe incrociate, si è strofinato gli occhi, ed ha sentito il suo solito impellente bisogno di placare la tensione emotiva che si era formata, greve e uggiosa, nella stanza.

"Com'è stato il viaggio, Leo?"

"Tutto tranquillo Mikey, grazie."

Donatello ha sbuffato. Forse un po' troppo forte, in modo da farsi sentire. Come diavolo poteva andare un viaggio sul lussuoso jet privato della Saki Corporation? Che cosa sarebbe potuto andare male, che a bordo fossero finite le noccioline? E poi, dalla pista privata dell'aeroporto, ben incappucciato, diritto nella sua lussuosa macchina con i vetri oscurati sulla quale poteva attraversare Manhattan anche in pieno giorno, che problemi avrebbe potuto dare al suo ricco fratello un semplice viaggetto dal Giappone?

Donatello ha stretto gli occhi, premendoseli con le mani. Cosa stava pensando? Perché queste cattiverie gratuite contro suo fratello? Era forse invidioso di lui? Era forse invidioso che il suo caro fratello potesse ancora la notte stringere al petto la donna che amava? Che vivesse nel lusso, circondato dai lacchè che una volta erano stati del loro peggior nemico? Che magari dormisse nella stessa stanza che una volta era stata di Shredder? Che mangiasse negli stessi fini piatti di porcellana in cui aveva mangiato quel porco schifoso che aveva portato via loro il padre?

D'altronde, non si poteva negare che per la legge Karai fosse ancora, a tutti gli effetti, la figlia di Shredder. E che avesse ereditato da lui un vero e proprio impero milionario. Che adesso era tutto in mano sua. E di suo "marito". Chissà se la notte, mentre l'abbracciava, mentre gemeva con lei tra le lenzuola, pensava mai a questo, il grande Leonardo. Il leader Senzapaura. L'infame.

No, no. Perché pensava questo. Stava forse diventando pazzo? Fino a questo punto il dolore aveva incattivito la sua anima? Stava davvero, davvero odiando suo fratello? Donatello non riusciva a crederci. Non era più lui. Non era lucido, ed era ingiusto. Sapeva che Leonardo aveva faticato molto a convincersi per andare a vivere con Karai.

Lui stesso, insieme a April, gli avevano consigliato di seguire il suo cuore. Ricordava ancora quella sera. Erano tutti a cena nella casa colonica, l'odore delle vivande si diffondeva per le stanze; April aveva messo sul tavolo delle candele rosse. Loro tre erano in cucina, lui abbracciava April da dietro, e Leonardo vicino alla porta guardava Karai scherzare in soggiorno con Raffaello e Michelangelo, bellissima nel suo vestitino nero.

Pertanto Donatello sapeva quanto fosse pesata a Leonardo la scelta di lasciare i fratelli, e sapeva che, se con Karai avevano accettato di prendere nelle loro mani la Saki Corporation, era per trasformare un impero di violenza e corruzione in quella che adesso rappresentava una delle principali organizzazioni al mondo attive in campo umanitario, che investiva nella ricerca medica e poi vendeva i farmaci nei paesi poveri a prezzi bassissimi, che insegnava le arti marziali ai bambini togliendoli dalla strada, che salvava con i suoi ospedali da campo migliaia di profughi di guerra.

Quindi sì, suo fratello era da stimare. Stava mettendo tutto sé stesso per rendere il mondo un posto migliore. Ci aveva quasi rimesso la vita quando con Karai aveva salvato quella situazione in Guatemala. Il mondo non lo conosceva, ma era un eroe.

Donatello lo stimava.

E lo disprezzava.

Lo amava teneramente, era il suo fratello maggiore, il suo caro Aniki che lo teneva stretto, nel letto, da bambini.

Lo odiava, di un odio profondo e sottile, di un invidia rossa e funesta, col cuore e col cervello, per averlo lasciato, per avere ciò che lui non ha più, per non averlo difeso da tutto questo dolore!

Il suo cuore era lacerato e diviso in due, la sua mente era confusa, i suoi pensieri contorti: la sua coscienza stava scivolando piano, giorno dopo giorno, inesorabilmente, lungo una triste e grigia follia.

Donatello se ne stava rendendo conto solo in quel momento. Non era più un genio.

Lui stava impazzendo.

"Uhmm"

Al suono del gemito davanti a lui Donatello ha aperto gli occhi. Michelangelo e Leonardo sono balzati in piedi, e Michelangelo ha scosso Casey Jones.

Raffaello si stava svegliando.

"Raph!" Michelangelo gli era già addosso, mentre Raffaello ha mugugnato un po' prima di aprire l'occhio e poi sbatterlo più volte, confuso.

"Raph! Fratello! Mi senti?"

"L…Leo?" Raph ha sussurrato piano, poi si è guardato intorno. Un volto umano con la barba non rasata da almeno un paio di giorni, un volto verde con una maschera arancione con un sorriso largo come un tunnel, un volto verde con una maschera blu con un sorriso appena un po' più piccolo, ed un volto verde senza maschera con un sorriso solo abbozzato. Tutti stanchi, tirati.

Si sentiva debolissimo, esausto. Cosa ci facevano i suoi fratelli intorno a lui? C'è voluto quasi un minuto per prendere pienamente conoscenza, mentre la febbre ed il mal di testa gli trapanavano il cervello, il dolore all'orbita sinistra lo stendeva, la nausea lo stava uccidendo e le ciance di Michelangelo in tutto questo aiutavano poco. Ma un poco forse sì.

Quando si è svegliato completamente, ha capito che se anche Donnie e Leo erano lì a togliergli l'aria di sopra, voleva dire che se l'era vista brutta, e che quel bastardo col coltello per poco non gli aveva preso ben più di un occhio.

"R… ragazzi…"

"Sì, Raph?" Leo gli si è avvicinato ancora.

"Avete… avete delle facce di merda."

Detto questo, Raffaello è tornato a dormire.

"E' perfetta, Donnie!"

"Mhm, se lo dici tu…"

"Dai, non fare il guastafeste! E' lontana dalla strada, abbastanza isolata ma relativamente vicina a New York, immersa nel verde… e costa poco!"

"Certo, è un rudere!"

"Adesso! Ma tu immaginala tutta pitturata di bianco, con un bel dondolo sotto quel portico… Vedi? Riesco quasi a vederla!"

Lei saltellava eccitata, come una bambina. Il sole picchiava forte, e Donatello si doveva coprire la fronte con una mano per squadrare bene la vecchia casa colonica. Effettivamente sì, si poteva fare. Sì, sarebbe stata anche una bella casa. Sarebbe stata la loro casa!

L'eccitazione del momento stava prendendo anche lui, non poteva credere che sarebbe andato ad abitare con lei, che avrebbe avuto April al suo fianco per sempre.

Sorridendo felice, aveva deciso di giocare ancora un po'.

"Sai, in fondo non è tanto male. Certo, io sono abituato a qualcosa di meglio…"

"Ma sentilo! – Lei gli aveva dato una spinta. – Vive nelle fogne!"

"Signorina O'Neil! – Aveva restituito la spinta, fingendo indignazione. – Ma come si permette! Criticare l'onorabile residenza Hamato!"

Lei aveva fatto per colpirlo ancora, lui aveva schivato. Sotto il sole, tra gli alberi, avevano iniziato a cercare di colpirsi, ad eseguire kata cento volte provati insieme, a danzare l'uno di fronte all'altra nei gesti guerrieri del ninjutsu. Lei era brava, con gli anni era diventata sempre più rapida, i suoi movimenti sempre più precisi, i suoi colpi sempre più forti. Ma non avrebbe potuto competere con lui in una battaglia vera.

Lui si era fatto mettere giù di proposito, non schivando il colpo da dietro al polpaccio, atterrando sull'erba alta, morbida, odorosa.

Lei lo sovrastava, sorridendo bellissima ed ansimante, fili di capelli sfuggiti dalla coda a formare un'aureola di fuoco in controluce davanti al sole: "Non chiamarmi signorina O'Neil!"

"Ah no? – Lui l'aveva afferrata dalla caviglia e buttata a sua volta giù, poi le era salito di sopra, a cavalcioni, attento a non gravare col suo peso sul corpo di lei. – E come dovrei chiamarti, di grazia?"

"Signora Hamato…" Lei aveva mormorato piano, poi gli aveva cinto le mani dietro al collo e l'aveva portato giù, ad incontrare la bocca con la sua.

Adesso che suo fratello era fuori pericolo, Donatello poteva concedersi un po' di riposo.

Era distrutto, fisicamente e psicologicamente. Non dormiva da...da non ricordava quanto. Quasi non riusciva più a tenere gli occhi aperti. Così, dopo aver cambiato ancora una volta la fasciatura a quell'orrenda ferita, dato che Casey si era sistemato per passare anche questa notte nella stanza di Raph, tutti erano potuti tornare nelle loro stanze per riposare.

O meglio, lui e Leo in quelle che una volta erano state le loro stanze.

Donatello era buttato sul letto, si era svestito ma non si era ancora messo sotto le lenzuola. Guardava il soffitto, familiare, del quale ricordava ancora tutte le crepe, tutte le irregolarità.

Il letto era stato rifatto, tutta la stanza era pulita ed in ordine. Era stata spazzata e spolverata da pochi giorni. Dubitava che Mikey l'avesse fatto dopo l'incidente di Raph, con il fratello in quello stato aveva avuto altro a cui pensare. Quindi l'aveva fatto prima. Perché? Perché teneva la sua stanza come se lui dovesse tornare a dormirci da un momento all'altro?

Ha sentito qualcosa aggrovigliarsi e contorcersi tra lo stomaco ed il cuore.

Perché, Mikey? Valeva la pena darsi tanto da fare per lui, dopo tutte le cattiverie che gli aveva vomitato addosso negli ultimi mesi? Perché Mikey lo voleva ancora così fottutamente bene? E perché invece il suo cuore non riusciva più a volerne a nessuno? Né a Mikey, né a Leo, né a Raph?

Ma era vero, poi? Non aveva sentito ansia, paura, anzi vero e proprio terrore al pensiero che Raph avrebbe potuto non farcela? Ed adesso che lui era salvo, non stava forse meglio?

Sì, dannazione, questa che sentiva nelle viscere, che lo riempiva, non era forse felicità?

E' balzato a sedere sul letto. Era felice. Era felice che Raph fosse vivo. Era felice di aver rivisto Leo dopo mesi e che i suoi fratelli fossero tutti sani e salvi sotto lo stesso tetto dove dormiva lui.

Una vertigine l'ha afferrato. Stupido crudele imbecille, mostro, macchia oscena che intorpidisci la perfezione del cosmo, come osi essere felice? Come puoi esserlo, quando lei non c'è più? Come puoi solo minimamente pensare di assaporare un attimo di felicità quando non sei stato capace di salvarla?

No no no, basta basta basta. Non ce la faceva più.

Ha scosso la testa, ha stretto i pugni fino ad imbiancare le nocche. Non poteva farcela. Non da solo. Aveva bisogno d'aiuto. Ma chi poteva aiutarlo se lui era solo? Era l'essere più solo dell'universo…

La porta si è aperta.

Mikey non ha bussato, neanche questa volta. Piccolo idiota maleducato.

Era troppo tardi per rimettersi i vestiti.

Michelangelo è stato bloccato sulla soglia, con una coperta sotto braccio, dallo sguardo di fuoco che lo stava trafiggendo.

"Uh… Donnie, ti disturbo?"

Donatello si è alzato in piedi.

Michelangelo ha fatto un passo avanti ed ha continuato. "Io… Ti ho portato una coperta. Nel caso stanotte sentissi freddo…"

Le parole della tartaruga più giovane gli sono morte in gola, mentre squadrava il corpo del fratello che gli era davanti.

Dal guscio le gambe e le braccia spuntavano esili. Orribilmente esili. L'immagine, grottesca, che è venuta in mente a Michelangelo, era quella di una mela caramellata con quattro bastoncini. Non credeva che si potessero vedere in quel modo le ossa delle spalle e delle cosce; se non fosse stato in quella situazione ne sarebbe rimasto affascinato.

Ora invece ne era turbato. Anzi disgustato. Anzi spaventato. Sì, proprio spaventato.

Ha alzato i suoi tremanti occhi azzurri ad incontrare quelli nocciola, freddi.

Donatello aveva già la frase in gola. "Cosa cazzo c'è da guardare?"

Ed invece, questa volta si era limitato ad un: "Grazie, Mikey", prima di prendere la coperta dalle braccia del fratello che aveva frettolosamente dato la buonanotte ed era subito corso via, impacciato, visibilmente scosso.

Donatello ha steso la coperta sul letto, poi si è infilato sotto le lenzuola.

Prima di scivolare nel sonno, ha ripensato allo sguardo che gli aveva rivolto Michelangelo.

Vi era dentro disgusto. Pena. Dolore.

Ed affetto, voglia di fare qualcosa, voglia di aiutare.

Una lacrima è rotolata sul cuscino.

Forse non era completamente solo.


Ciao! Grazie mille a chi mi ha letto fin qui!
Se vi è piaciuta, la storia ha un seguito, che pubblicherò a giorni. Un abbraccio a tutti!