Tre

Non aveva detto niente. Non che fosse rimasto a lungo senza parlare, non era qualcosa che fosse presente nei geni Castle. Aveva chiacchierato disinvolto, ma senza toccare quell'argomento specifico, come se non fosse successo niente di particolare. O nulla del tutto.
Aveva mantenuto un contegno inappuntabile, mostrandosi molto interessato a osservare il paesaggio urbano al di fuori dal finestrino, con le dita intrecciate in grembo, proiettando una sensazione di totale agio, a lei preclusa.
Non recava in viso nemmeno i segni di una notte insonne, per quel che poteva scorgere.
Lei, invece, avrebbe potuto concorrere per il primo premio di totale disastro mattutino. Non aveva fatto in tempo a passarsi uno strato in più di correttore sopra le occhiaie, che dovevano essere notevoli e, soprattutto, rivelatrici. Si pregò di non essere così dura con se stessa. Invece sì, doveva farlo. Doveva darsi una sferzata.
Deglutì un paio di volte, prima di essere più o meno sicura di avere il controllo delle proprie corde vocali e la certezza che non l'avrebbero tradita.

"Va... tutto bene?", gli chiese intenzionalmente, quando il silenzio dell'abitacolo divenne quasi tangibile. Lame di luce abbagliante penetravano attraverso i vetri e si conficcavano nella retina dolorante. Aveva anche dimenticato gli occhiali da sole, giusto per rendere l'inizio della giornata il migliore possibile.
Si voltò verso di lei come se stessero amabilmente conversando dell'opera teatrale al cui debutto si erano trovati ad assistere casualmente insieme. Kate sbatté le palpebre qualche volta di troppo e si impose di sottrarsi al suo sguardo gentile (lei avrebbe detto magnetico, ma non era brava con i sinonimi), per tornare a concentrarsi sulla guida. Per fortuna era in grado di inserire il pilota automatico mentale anche in circostanze che avrebbero richiesto maggiore attenzione da parte di un guidatore meno esperto.

"Sì. Benissimo. Vuoi parlare del caso?". Il suo tono era diverso dal solito, se ne era accorta incontrandolo quel mattino. Profondo, ma venato di una nota più spensierata. O forse era sempre stato così e lei adesso stava dando i numeri.
Nessun accenno a quello che era successo la sera prima, come sarebbe stato normale e come si era aspettata. Lo aveva temuto, anzi. Si era preparata a essere, nell'ordine: inseguita, tormentata, chiusa in uno sgabuzzino e indotta a parlare del loro... scambio serale- era la definizione giusta-, con l'ausilio di preghiere, suppliche, incantesimi o promesse di doni.
Niente di tutto questo.
Se lui era in grado di essere tanto professionale, lo sarebbe stata anche lei, naturalmente.

"Mi farebbe piacere. Se non ti è di troppo disturbo".
Perché? Perché faceva così? Era partita bene, aveva parlato con un tono serio, adatto alla circostanza. Perché aveva concluso su una nota molesta? Castle aveva lasciato correre con eleganza. Forse non si era accorto.
Si permise di lanciargli una rapidissima occhiata. Quel mattino non si era fatto la barba – unica indicazione non troppo evidente che qualcosa non era andato secondo i piani, o forse dipendeva dal fatto di essere uscito di casa in fretta. Oppure voleva sedurla, per via dell'aspetto tenebroso che forse pensava di assumere. Non che ce ne fosse bisogno, doveva trattenersi a forza dall'allungare una mano per accarezzarlo sulla guancia. La sensazione del calore sotto le dita si era conservata indelebile in tutte quelle ore.
Smettila. Smettila. Comportati da persona adulta.
Preferì disciplinare la sua mente costringendosi a staccare a viva forza gli occhi dal suo volto per concentrarsi su qualcosa di meno audace, per esempio il colore della sua camicia. Blu? No, troppo ovvio e generico. C'era una sfumatura di viola, forse? Come lo chiamavano? Azzurro glicine? Perché non intavolare una discussione cromatica, già che c'era?
Osservò che il colletto era impeccabilmente stirato e ancora in ordine nonostante fossero stati accovacciati a lungo sul pavimento, accanto al cadavere. Si chiese come facesse. Sembrava uscito dritto da una rivista patinata. Doveva trattarsi di abitudine, chissà quante volte era stato paparazzato nei posti più improbabili. Non che a lei interessasse, finché il suo stile di vita non interveniva a rallentare il loro lavoro.
Fu così brava che non pensò nemmeno per un attimo alle compagne casuali che venivano fotografate con lui in tali circostanze.
Si accorse che, mentre era impegnata a rimuginare su questioni di primaria importanza – "la moda secondo Richard Castle" –, lui aveva iniziato a discutere del caso e lei si era persa gran parte della conversazione, che era così diventata un monologo. Capì che lui stava aspettando una risposta a una domanda che le era ignota. Avrebbe dovuto fare un lungo discorso con se stessa, per far finire quella follia e molto prima che la giornata volgesse al termine.

Il supplizio proseguì alla scrivania, accanto alla quale Castle si era accomodato nella sua solita sedia che aveva visto giorni migliori, accavallando le lunghe gambe e appoggiandosi soddisfatto allo schienale. L'aveva raggiunta solo dopo qualche minuto, perché si era attardato a prepararle l'ennesimo caffè e a chiacchierare con qualcuno capitato lì per caso. Non aveva individuato di chi si trattasse, ma aveva teso l'orecchio per captare qualche brandello del discorso. Parlavano del più o del meno, da quello che era riuscita a ricostruire. Che cosa si aspettava? Che raccontasse i fatti loro al primo che passava? E poi non c'erano "fatti loro". Non c'era niente. Solo un buco nero che li aveva attratti a sé e poi dissolti.
Continuò, senza alcun cedimento, a comportarsi impeccabilmente con lei. Nessun contatto ravvicinato, nessun tentativo di baciarla di nuovo – tecnicamente era stata lei a, ehm, avventarsi senza un briciolo di ritrosia – e nessuna richiesta di chiarimenti. Il motore ben oliato di tale garbo senza macchia si era inceppato solo quando lui, del tutto inaspettatamente, l'aveva preceduta per aprirle la porta del distretto e lasciare che passasse per prima. L'unico dettaglio che incrinava un quadro di totale, perfetta precisione e ostenta noncuranza.

Lei non aveva previsto la mossa, così poco usuale, e aveva quindi rischiato di abbattersi contro la porta, la cui maniglia le era sfuggita di mano, a causa dell'intervento di Castle, quando era ormai quasi certa di averla afferrata. Solo in quell'istante aveva scorto un'ombra di incertezza nel suo sguardo che le aveva fatto pensare - in ascensore, dove erano stati divisi da almeno un metro di ottime intenzioni – se non fosse un preciso piano di Castle, quello di fare finta di niente. Era troppo plateale, il suo comportamento. Troppo curato.
Ma si era trattato solo di un dettaglio trascurabile, forse solo un abbaglio creato dalla sua fervida immaginazione e dai suoi sensi all'erta.
Si passò una mano tra i capelli corti che a malapena le toccavano le spalle e bevve un sorso del caffè ancora bollente. Troppa caffeina non avrebbe aiutato a mantenere i nervi saldi, ma non ne poteva farne a meno.
"Te ne preparo dell'altro?", si offrì sollecito, ma lei sorrise per ringraziarlo e scrollò il capo.

Le prime tracce di vero e proprio nervosismo fecero capolino intorno a metà pomeriggio, quando, stremata, avrebbe quasi preferito farsi dare il colpo di grazia per chiudere quelle maledette farfalle in un vasetto sigillato e dar loro fuoco. Le loro mani si sfiorarono per sbaglio, nonostante l'estrema cautela che l'aveva fin lì mossa.
Non era stato facile sopravvivere sotto gli occhi di falco dell'intero ufficio, che lei sentiva, forse erroneamente, puntati su di loro. Nessuno aveva fatto il minimo riferimento a pettegolezzi sul loro comportamento poco professionale della sera prima, quindi erano al sicuro. Ma non ne aveva la certezza, e subodorava che ci fosse molto non detto (oltre al suo personale con Castle) che aleggiava su di loro, quindi era consigliabile rimanere in guardia. Non si poteva mai sapere da chi sarebbe arrivata la stoccata.

Si erano sporti entrambi nello stesso momento per recuperare un documento sepolto sotto a una montagna di altre carte, al termine di un ragionamento piuttosto proficuo sul caso, il primo in cui lei non era stata distratta da altro.
Si era spostata precipitosamente per prima, mormorando delle scuse, e aveva lasciato che lo prendesse lui. La porzione di pelle venuta a contatto con quella di Castle non era andata a fuoco come succedeva di solito nei romanzi d'amore, a segnalare una grande e infausta attrazione fisica dal destino maledetto. Niente di tutto questo. Ma riusciva ancora a percepire, a distanza di tempo, il punto esatto in cui si erano toccati.
Fu sconvolta dal rendersi conto che aveva voluto che lui le stringesse la mano. Non aveva mai avvertito un desiderio così vivido di vicinanza fisica tra loro, quasi insuperabile e difficile da gestire. Non che ne fosse stata tanto consapevole, almeno. Perché temeva che, invece, da qualche parte fosse sempre stato annidato. E, sì, aveva già avuto qualche dubbio, ma una prova tanto evidente era spiazzante.
Aveva immaginato qualche volta, così per gioco, come sarebbe stato, ma era sicura che non sarebbe mai successo. Forse in un altro universo, un'altra vita. Aveva accantonato il pensiero in un pertugio della sua mente e da lì non era mai più emerso.
Forse doveva solo imparare a resistergli.

Si alzò di scatto, si scusò di nuovo – sembrava essere diventato il suo nuovo modello di comportamento – e si chiuse in bagno, dove si ritrovò finalmente da sola.
Fissò la sua immagine allo specchio. Non era tanto male, e di certo non recava i segni di tutto quell'andirivieni tormentato tra la razionalità e...
Si mordicchiò le labbra, che non avevano nessun bisogno di aumentare la sfumatura di colore.
Smettila, si redarguì guardandosi minacciosa negli occhi, un po' più accesi del solito. Pensa al lavoro e non tormentarti con cose che non esistono. È stato solo un bacio. La gente non fa altro che baciarsi per sbaglio e poi non ci pensa più.
Inspirò aria fresca, bevve avidamente dal rubinetto e si sfregò la bocca con il dorso della mano. Aveva perduto ogni traccia di civiltà e buona educazione ed era sicuramente un segno della sua mancanza di auto controllo.
Era pronta a uscire.

Castle l'aspettava ancorato alla sua postazione, proprio dove lo aveva lasciato. Era intento a leggere alcuni documenti e a studiare la lavagna. Completamente professionale, si risentì. Lei aveva combinato poco o nulla.
Provvidenzialmente arrivò una chiamata da parte di Lanie, che la interruppe nel suo mesto ritorno a passi strascicati verso Castle, che la informava degli ultimi dettagli del caso su cui stavano lavorando.
"Arrivo subito", cinguettò felice al telefono, precipitandosi alla scrivania per raccogliere le sue cose in tutta velocità. Castle si allarmò e la studiò per capire il da farsi. Kate riattaccò prima che Lanie avesse modo di spiegarle che non c'era alcun bisogno di correre in obitorio, a quell'ora del pomeriggio.
"Devo passare da Lanie", informò Castle, che si alzò volenteroso, pronto a seguirla. "Non serve che venga anche tu, Castle. È tardi e non è niente di importante".
"Se non è niente di importante perché devi andare da lei? Non poteva darti le informazioni al telefono?", le domandò corrugando lievemente la fronte.
Proprio ora doveva iniziare a mostrarsi tanto ragionevole e sensato?
Kate scrollò le spalle, per comunicargli che ne sapeva tanto quanto lui.
"Ti accompagno", insistette, facendo un passo verso di lei, che indietreggiò. Non aveva nessuna intenzione di permettergli di farle compagnia perché, tanto per cominciare, non c'era alcun bisogno di attraversare la città per raggiungere il laboratorio, e così Castle lo avrebbe scoperto.
"Non serve, davvero. Non voglio che ti rovini la serata. Avrai degli impegni...". Buttò lì la frase per studiare la sua reazione.
"Nessun impegno. Vengo volentieri con te".
Sì, aveva capito il concetto. Non serviva che lo ripetesse in tutte le salse.
"Il fatto è che... poi devo scappare. Ho delle cose da fare". Annuì per dare forza alla sua affermazione inventata su due piedi.
"Hai un appuntamento?". Glielo lasciò credere. Non era la scappatoia migliore, ma avrebbe colto qualsiasi scusa per liberarsene.
"Non è proprio... non è un appuntamento, ma...".
Appuntamento, come no. Con i suoi rimorsi.
Non seppe decidere se Castle era più incredulo, deluso o arrabbiato. Non che le importasse, non doveva importarle.
Le ombre del cattivo umore, che la sua menzogna imbastita in fretta e furia avevano prodotto, scomparvero in fretta. Castle tornò alla compostezza che aveva ostentato per tutta la giornata e si fece da parte.

"Buona serata. Divertiti". Riuscì ad aggiungere anche un sorriso garbato, che la convinse, più di tutto il resto, che non gli importava che uscisse con chicchessia. Forse doveva farlo davvero.
Quel bacio non aveva significato niente, pensò allontanandosi a testa alta. Non per lui e nemmeno per lei. Buono a sapersi. Forse essere di bell'aspetto e universalmente corteggiato lo faceva imbattere spesso in baci occasionali, nelle più strambe circostanze.
Un'ultima occhiata verso la sua scrivania, dove Castle era rimasto in piedi a guardarla andare via, la fece però ripiombare nella confusione. Chinò la testa solo quando le porte si richiusero, lasciando che le spalle si afflosciassero.