Nota autore: Ed ancora salve a tutte/i!^^

Innanzitutto volevo scusarmi con voi per il ritardo. I motivi sono infiniti ma devo ammettere che esso è soprattutto dovuto alle mie indecisioni su come raccontare la storia. Ho preso, spostato e modificato il capitolo e quello successivo non so quante volte ma adesso sono più o meno convinta del risultato, credo.

Altra cosa altrettanto importante: grazie a chi ha messo la storia fra le seguite! Spero di non deludervi con il proseguire del racconto.

Anche questo capitolo non è lunghissimo ma è molto più "corposo" e per certi versi introspettivo (altro motivo per cui lo sto pubblicando così tardi, è stato complicato per me renderlo efficace!). Spero vi piaccia.

Ed ora, come sempre, a voi il giudizio e le critiche!

A presto,

Anne^^


L'errore di Sherrinford Holmes

"E' un vero piacere rivederti dopo così tanto tempo, Sherry!"

Mrs Hudson era intenta a versarsi il suo thè pomeridiano quando lo sbattere del portone del 221 di Baker Street la fece sobbalzare. L'anziana signora si alzò ed andò, per quanto la sua età e la sua anca glielo permettessero, rapidamente nell'ingresso. Nonostante i suoi sforzi, tuttavia, tutto quello che vide fu un'ombra salire rapidamente le scale per poi udire un perentorio e per certi versi isterico "Sherlock!".

John Watson era fuori di sé dalla rabbia. Era stato chiamato meno di un'ora prima da un a dir poco imbarazzato Greg Lestrade che lo informava della surreale scena a cui aveva assistito chiedendogli se lui ne sapesse qualcosa. Il dottore, ancora in veste da camera dopo i bagordi per i festeggiamenti del nuovo anno, si era vestito rapidamente aggiornando nel mentre la moglie che cercava, senza successo, di calmarlo. John Watson era quindi uscito con passo militare da casa, preso l'auto e raggiunto Baker Street in tempistiche che suggerivano il completo disinteresse per i limiti di velocità.

Sherlock Holmes, quindi, aveva visto irrompere il suddetto dottore nel suo salotto mentre era intento a suonare seduto in poltrona. Al richiamo tutt'altro che educato dell'uomo il detective gli rivolse una rapida occhiata.

«Problemi con il rasoio?»

Il dottor Watson corrugò la fronte.

«Cosa?» L'altro pulì il suo archetto con accuratezza mentre il dottore si avvicinava con fare minaccioso accentuato dall'implicita offesa dell'uomo. «Sherlock, si può sapere che diavolo hai fatto questa mattina?»

Il detective gli lanciò uno sguardo indecifrabile per poi ignorarlo e ricominciare a suonare.

Nonostante il totale disinteresse dell'uomo, John Watson non si scoraggiò. Le mani sui fianchi e la mascella contratta, osservò il consulente investigativo alzarsi e dargli le spalle per guardare fuori dalla finestra.

«Vuoi spiegarmi perché Lestrade mi ha chiamato dicendomi che ti ha trovato nell'appartamento di Molly Hooper nel caos più completo mentre tu le…smettila Sherlock!»

Il detective smise improvvisamente di suonare. Il dottore sospirò pesantemente pensando di aver avuto successo quando una voce seria e pacata alle sue spalle gli fece intuire di non essere stato il motivo del silenzio dell'uomo.

«Lo reputo anche io un discorso interessante, Sherlock.»

John osservò l'uomo di fronte a sé voltarsi e seguì lo sguardo algido del detective sino a voltarsi egli stesso verso la porta d'ingresso.

Mycroft Holmes, un volto più tirato del solito, rispondeva allo sguardo del fratello con la medesima espressione.

Sherlock posò lentamente il violino sul tavolo, mantenendo lo sguardo fissò in quello del fratello, per poi riaccomodarsi in poltrona indicando con gli occhi quella di fronte a sé. Il maggiore degli Holmes sbottonò la giacca e si accomodò, una mano a giocare con non curanza con il manico dell'ombrello.

Il detective unì i palmi delle mani per poi poggiare il mento sulla punta delle dita e sorridere con sarcasmo.

«A cosa devo l'onore della tua presenza, Mycroft?»

L'uomo irrigidì leggermente la schiena, segno lampante della sua irritazione e del suo nervosismo, per poi osservare John Watson sedersi su di una sedia e posizionarsi con aria severa e critica in direzione del detective.

« Sherlock, vorrei sapere che cosa è successo questa mattina a casa di Miss Hooper.»

Il detective non distolse lo sguardo posizionato sul fratello.

«Non vedo perché dovrei dirti qualcosa che già sai. Piuttosto, dimmi tu qualcosa che non so…»

L'altro reagì con un sorriso a mezza bocca.

«Sai già tutto, fratellino.»

Sherlock sghignazzò.

«Oh no! Ad esempio io non so, o forse sarebbe meglio dire non dovrei sapere, di un tentativo di furto negli archivi secretati dello MI6 avvenuto due giorni fa. Come non dovrei sapere che questo tentativo è andato fallito e che i due uomini che l'hanno organizzato non sono più in grado di fornire alcuna informazione considerando il fatto che attualmente risiedono sotto tre metri di terra. Ed infine, io non dovrei sapere che ciò per cui questi uomini hanno tentato di entrare in uno degli archivi maggiormente custoditi del mondo è il cellulare di Irene Adler, cellulare che Sherry mi ha rubato la vigilia di Natale.»

John Watson portò uno sguardo allibito prima sull'uno e poi sull'altro dei due fratelli Holmes.

Il detective scavallò le gambe e posò le mani sui braccioli della poltrona. Gli occhi freddi come il ghiaccio in quelli del fratello.

«Come vedi, fratellino» la voce a calcare con astio sul vezzeggiativo «ci sono molte cose che non so o che non dovrei sapere ma suppongo tu sappia che c'è una cosa ed una soltanto che voglio sapere. Perché volevano quel cellulare e soprattutto chi.»

Il maggiore dei fratelli Holmes sorrise nuovamente ma questa volta in maniera decisamente più dura ed inquietante.

«Sherlock, come ti ho appena detto, sai già tutto ciò che devi sapere.»

Il detective0 sorrise sarcasticamente.

«Che devo o che posso?»

Mycroft Holmes tacque per qualche istante per poi spostare lo sguardo sul manico in legno del suo ombrello ed utilizzarlo come sostegno per alzarsi.

Il detective ed il dottore fecero la medesima cosa.

«Non sono venuto qui per questo.»

Sherlock Holmes infilò le mani nelle tasche ed a passi lenti andò verso la porta per poi tornare ad osservare il fratello.

«Allora non abbiamo altri da dirci.»

Il maggiore degli Holmes strinse i denti innervosito.

«Sherlock, quegli uomini a casa della Dottoressa Hooper…»

Il detective lo interruppe aprendo la porta con un gesto secco.

«Buona serata, Mycroft.»

L'uomo osservò il fratello minore per qualche istante poi, richiuse un bottone della giacca e lanciò uno sguardo al dottore che, con aria spersa, lo guardava. Fece un paio di passi fino a trovarsi a pochi centimetri dal consulente investigativo.

«A quanto pare la tua pigrizia mentale sta aumentando.» Il detective strinse gli occhi con fare minaccioso ed inquisitore ma il fratello continuò ignorandolo. «Prima di fare danni peggiori di quelli che hai già fatto, fratellino, è meglio che tu ti faccia da parte.»

Sherlock Holmes arricciò il naso per poi prendere un'espressione fra il supponente ed il divertito.

«Cos'è? Una minaccia?»

L'uomo scosse amaramente la testa osservando la punta delle proprie scarpe lucide per poi espirare profondamente e riportare uno sguardo rassegnato sul volto del detective.

«No, Sherlock. E' solo un consiglio fraterno.»

Il detective sorrise.

«Non ho mai seguito i tuoi consigli, Mycroft. Fossero essi fraterni o meno.»

L'altro alzò un sopracciglio con fare annoiato.

«Ne sono perfettamente conscio, purtroppo.»

Detto ciò, il maggiore degli Holmes si voltò verso il dottore chinando la testa in segno di saluto e scese elegantemente le scale.

John Watson aveva assistito alla scena con l'espressione di chi ascolta una conversazione in sanscrito antico: senza capirne nulla!

Non appena il portone di Baker Street si era chiuso alle spalle del cosiddetto "Mr Governo", John aveva tentato di esporre un qualsivoglia pensiero in maniera lucida e chiara ma con decisamente scarso successo dato che tutto quello che riuscì a dire fu "Irene Adler?". Nonostante questo, anche se fosse riuscito ad esporre una domanda o un'affermazione sensata, il detective non lo avrebbe comunque degnato di una risposta.

Sherlock Holmes, infatti, aveva incominciato a camminare nervosamente per la stanza, una mano nella tasca dei pantaloni l'altra a stringere la radice del naso, per poi sedersi in poltrona, le dita incrociate di fronte a sé.

«Non ora John, devo riflettere.»


Molly socchiuse gli occhi.

Dalla finestra entrava la luce di un tramonto che stava ormai finendo, di un rosso che lentamente ma inesorabilmente stava divenendo viola per far spazio al blu scuro della sera. Le ombre dei mobili si allungavano di qualche millimetro per ogni secondo che passava. In casa regnava il silenzio più totale, un assenza di suoni che risultava quasi irreale.

La donna era immobile. Il corpo avvolto nel tepore della trapunta che la copriva fino al collo, i capelli sciolti e arruffati con decisamente poca eleganza sopra il cuscino. Fissava le ombre che si muovevano lente sul pavimento senza vederle realmente. La mente, che aveva avuto pietà di lei durante quelle poche ore di sonno, si era riattivata con una velocità impressionante nel vago tentativo di recuperare ciò che la patologa aveva provato ad ignorare e dimenticare.

Rivide lei e Meena andar via dalla festa, Sherry di fronte alla sua porta, il sorriso accennato di Sherlock mentre entrava a casa sua, lo sguardo affettuoso di Sherry quando la salutava, il sopracciglio alzato di Sherlock quando le apriva il portone di casa, lui che vagava per il suo salotto con la debolissima luce dell'aurora che lo circondava.

Molly chiuse gli occhi improvvisamente per cercare di non ricordare il dopo ma fu un tentativo vano. La sua mente era impietosa ed inesorabile.

Ricordò i passi di quegli uomini, lo sparo, la voce e lo sguardo di Sherlock, le dita di lui che le stringevano le braccia senza farle male ma con decisione e gli occhi di lui, quegli occhi e quell'espressione probabilmente non l'avrebbero mai più abbandonata.

Spostò la coperta con una mano e fece penzolare le gambe giù dal letto. Rimase ferma così per un po'.

Ciò che avvenne dopo l'uscita di Sherlock da casa sua, lo ricordava a malapena. Era solo un insieme di rumori e voci fatto delle domande di Lestrade e Donovan su cosa fosse successo, degli agenti di polizia che spostavano, fotografavano ed analizzavano casa sua, di un calmante che la poliziotta le aveva dato e del suo vagare fino alla camera da letto per poi addormentarsi definitivamente.

Portò gli occhi sulla sveglia e la sua attenzione fu attratta da un biglietto scritto a mano.

"Ho chiamato l'ospedale ma non ti possono dare un giorno di permesso,

a quanto pare c'è molto lavoro a causa del capodanno.

Però ti hanno spostato al turno di notte.

Cerca di riprenderti, domani ne parliamo.

Un abbraccio,

Greg"

Molly fece vagare lo sguardo per la camera senza sapere neanche lei cosa cercasse o volesse. Alla fine, si alzò e con passi lenti andò verso l'armadio. Avrebbe fatto una doccia, indossato abiti comodi, mangiato qualcosa ed alla fine sarebbe andata a lavoro. Voleva e doveva darsi degli obiettivi e degli impegni per far passare del tempo; non era in grado di affrontare tutto quello che le era successo. Doveva lasciar sedimentare il tutto per poi gestirlo con una mente, se non razionale, quantomeno calma.

Aprì la porta del bagno e da esso, insieme a lei, uscì anche una leggera nuvola di vapore. Si era vestita ma il suo stomaco, a digiuno quasi da un giorno intero, reclamava del cibo, per cui decise di andare in cucina per prendere qualcosa da mangiare prima di finire di asciugarsi i capelli.

Con una mano ancora intenta a frizionare i capelli con un asciugamano ormai umido, accese il bollitore e tirò fuori dal frigo del formaggio e qualche affettato. Thè e club sandwich, certo non una gran cena dopo un'intera giornata di digiuno ma era tutto ciò che la sua mente affollata di pensieri poteva produrre.

Spense il bollitore e versò l'acqua bollente in una tazza dove aveva già posto una bustina di thè. Prese il piattino con i sandwich, la tazza e si avviò verso il salotto; avrebbe visto qualche sciocchezza alla tv per non pensare. Si voltò indirizzandosi verso il divano ma si bloccò. Gli occhi fissi, il corpo rigido, un piede ancora piegato ed immobilizzato in quella posizione innaturale.

«Dottoressa Hooper! La prego di scusarmi per l'invadenza ma le circostanze mi hanno costretto ad un comportamento così disdicevole.»


John Watson, seduto sulla sua poltrona, i gomiti appoggiati su entrambi i braccioli, osservava le fiamme del camino con aria assente. Avrebbe dovuto essere a casa già da tempo ma non poteva certo andarsene senza aver capito che cosa fosse successo.

Si voltò per guardare il detective immobilizzato nella medesima posizione ormai da ore. Osservò lo sguardo vuoto dell'uomo ed i leggeri movimenti delle labbra; stava palesemente cercando di ricollegare i pezzi ma, da quel che si intuiva, senza alcuna soluzione soddisfacente. Il detective corrugò la fronte innervosito e, improvvisamente, colpì con un pugno un bracciolo nero della poltrona.

«Dannazione!» i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le mani passate nervosamente fra i ricci scuri.

Il dottore osservò l'uomo per qualche istante.

«Sherlock.» Il detective alzò lo sguardo per incontrare quello dell'amico. «Ti prego, mi vuoi spiegare quello che sta succedendo?»

Sherlock Holmes espierò profondamente appoggiandosi allo schienale della poltrona. Passarono alcuni minuti prima che con espressione rassegnata ed innervosita rispondesse al collega.

«Non ne sono certo, John…» gli occhi del detective erano intenti ad osservare le proprie dita giocare con una piega della pelle di un bracciolo. «Ho solo ipotesi, una più improbabile dell'altra.»

Il dottore respirò profondamente. Fece vagare lo sguardo per la stanza per qualche istante prima di tornare ad osservare l'uomo di fronte a sé.

«Che cosa è successo a casa di Molly?»

Gli occhi dell'uomo lasciarono le proprie dita per andare ad osservare il fuoco.

«Sherlock, perché hai…»

«Ho sbagliato!»

Un silenzio interrotto solo dal crepitio del fuoco riempì il salotto di Baker Street.

John Watson osservava quell' uomo come se non capisse più chi fosse. In principio aveva creduto di aver immaginato quella frase. Sherlock Holmes non faceva ammissioni del genere e, soprattutto, Sherlock Holmes non sbagliava mai, o quasi mai. Tuttavia il silenzio che ora li circondava e lo sguardo quasi malinconico di quell'uomo che pensava di conoscere, fece sparire quella supposizione.

Sherlock Holmes, l'unico consulente investigativo esistente e l'uomo più orgoglioso del mondo, aveva ammesso di aver sbagliato e da quel che il dottore poteva intuire stava provando…rimorso?

Watson tossì leggermente cercando di riprendersi e di attirare l'attenzione dell'altro.

«Che cosa c'entra il cellulare di Irene Adler?»

Il dottore vide il detective irrigidirsi e credette stesse per rispondergli quando una voce proveniente dalla porta del salotto li interruppe.

«A questa domanda credo di poter rispondere io, Dottor Watson.»


Le erano capitati episodi di sonnambulismo in passato ma, per quanto quella situazione potesse sembrarle irreale e per certi versi onirica, non vi era nulla che le facesse sperare e credere di essere in un sogno.

La patologa, ancora impietrita, guardava con occhi spaventati quei quattro individui che si trovavano nel suo salotto buio.

L'uomo in piedi vicino alla finestra si chinò leggermente per accendere la lampada che lei aveva riparato qualche ora prima. Una luce fioca e calda illuminò tutti i presenti. Oltre quello che aveva acceso il lume, vi erano altri tre uomini: uno vicino alla porta di casa, uno in direzione della cucina ed infine uno seduto sul suo divano. Fu quest'ultimo ad attirare l'attenzione di Molly, non tanto perché era alquanto ovvio che fosse lui a dettar legge o perché era stato lui a parlare, quanto per la sua avvenenza.

Gli altri uomini presenti nella stanza non potevano certo esser definiti brutti ma quell'uomo riusciva ad attirare l'attenzione su di sé senza alcuna fatica. Quando poi lo vide alzarsi, accennando un sorriso e facendole segno di sedersi sulla poltrona di fronte a lui, Molly non riuscì ad impedire alle sue guance di tingersi di un leggero rossore.

A passi lenti ed incerti avanzò fino a sedersi dove le era stato indicato, posando la tazza ed il piatto sul tavolino che li separava. L'uomo chinò leggermente il capo e si accomodò nuovamente.

Molly lo studiò per qualche istante. Analizzò la corporatura slanciata, le spalle larghe e dritte, i lineamenti marcati ma non rigidi del volto, il sorriso affascinante, i capelli di un rosso scuro e gli occhi di un verde caldo; tuttavia furono proprio quest'ultimi ad inquietarla. L'espressione del viso era gentile ed intrigante e lo stesso gli occhi ma c'era qualcosa, Molly vide qualcosa, in quegli occhi che non andava. Non era qualcosa di definito e descrivibile, quanto un riflesso di durezza e cattiveria che, nonostante gli sforzi dell'uomo, li caratterizzava.

«Chi siete?»

La voce della patologa era pacata e controllata, nonostante l'angoscia e la paura che l'attanagliavano. Era da sola, poteva contare solo su se stessa. Non poteva mostrarsi debole, questa volta.

L'uomo rimarcò leggermente il suo sorriso e Molly, nonostante lo sforzo, tremò.

«Sono un uomo all'antica Miss Hooper e ci tengo a rispettare l'etichetta, per quanto questo mondo la reputi ormai obsoleta ed inutile. A breve arriverà una conoscenza comune che potrà toglierci da questa situazione disagevole e fare le dovute presentazioni.»

I modi gentili ed affettati dell'uomo, in un'altra circostanza, l'avrebbero resa cordiale e sorridente ma quell'uomo ed i suoi comportamenti non fecero altro che spaventarla maggiormente.

Un leggero scricchiolare al di là della porta dell'appartamento attirò l'attenzione di entrambi. L'uomo si alzò lentamente richiudendosi il bottone di mezzo della giacca.

«Nikolai, la porta.»

L'interpellato annuì leggermente e girò il pomello.

Molly seguì con ansia il lento muovere e lo scricchiolio costante della porta. Un leggero sorriso deformò le sue labbra quando vide la conoscenza comune, che quell'uomo aveva preannunciato, varcare a passi lenti l'uscio. Tuttavia, il sorriso svanì repentinamente dal suo volto non appena notò l'espressione dura ed austera che caratterizzava il volto della nuova presenza.

L'uomo aprì maggiormente il suo sorriso e per un attimo, solo per un attimo, Molly vide gli occhi di quell'uomo pervasi di vera felicità.

«E' un vero piacere rivederti, dopo così tanto tempo, Sherry.»

La donna incatenò il suo sguardo inespressivo a quello dell'uomo.

«Temo di non poter dire lo stesso, Godfrey.»


Note autore:

Ero incerta se dirlo ora o nel prossimo capitolo ma non vorrei "correre rischi". Godfrey esiste nei romanzi di Conan Doyle. Se siete dei grandi conoscitori di Doyle non vi sarà difficile capire chi è e di conseguenza fare un po' di collegamenti sino a capire come si svolgerà questa storia…per cui, scusate se vi ho rovinato la suspense ma tanto prima o poi lo avreste scoperto! ^^

Ora, ciò che vi chiedo è: se non lo conoscete, non andate a cercarlo, così vi lascerete l'effetto suspense; se lo conoscete e per caso volete commentare la storia, non dite precisamente chi è, per favore, così da evitare che qualcuno che non lo sa lo possa venire a sapere!

Ovviamente, come sempre, siete liberi di seguire i miei consigli oppure di ignorarli e anche se doveste lasciare un commento con su scritto "lui è…" non sarebbe certo un problema! ^^

Scusate la filippica e spero che il capitolo vi sia piaciuto!

A presto,

Anne ^^