Capitolo 3

Forse la nostra è una maledizione. La mia famiglia si è rovinata per secoli, economicamente e mentalmente, inseguendo un sogno che nessuno è riuscito a realizzare. Anche l'ultima guerra è finita senza portare gloria a nessuno e lasciando tanto da rimpiangere e recriminare, e tanto da ricostruire. L'età dell'oro non è stata realizzata, la superiorità che avremmo dovuto dimostrare al mondo si è invece rivelata la nostra disgrazia. Io sono l'ultimo… ormai ridotto in miseria e dimenticato da tutti, o solo segnato a dito come un povero pazzo.
Dovrei distruggere completamente l'eredità dei miei antenati. In fondo, non è stata altro che una calamità. Non posso neanche essere certo che l'autore originale dei manoscritti fosse in buona fede. Potrebbe essere tutto un falso storico… un'invenzione basata su un romanzo d'invenzione, sullo spunto di una casuale omonimia, che avrà fatto molto ridere nell'oltretomba il suo fantasioso scrittore vedendo che tanti si affannavano a prenderla sul serio.
Ma forse sono davvero pazzo. Non posso morire senza aver verificato se davvero si è trattato solo di un sogno. In fondo, anche un vecchio malato e senza speranze come me desidera una giustificazione per la propria esistenza, e per le esistenze e le follie di tanti come lui. Da qualche parte nei boschi attorno alla città d'origine dei miei avi dev'esserci ancora il laboratorio dov'è cominciato tutto. Ne ho trovata indicata la posizione approssimativa sui taccuini. Partirò domani stesso per cercarlo. E se dovesse realmente esistere… che cosa farò? Non lo so. Forse mi limiterò a rinchiudermivi dentro per dare una degna fine a una storia squallida durata più di duecento anni. Ma forse no. Sento che nonostante tutto in me arde ancora un briciolo di quella pazzia. Sono solo, non ho famiglia, nessuno che soffrirebbe per me se mi accadesse qualcosa d'irreparabile… non sarebbe una maggiore giustificazione per la mia esistenza, e per tutte le illusioni e le morti a cui quella maledetta scoperta ha condotto, se fossi proprio io quello che la condurrà a termine?
A differenza dei miei antenati, non avrei rimpianti né sensi di sconfitta se ottenessi l'ennesimo fallimento. Ma se invece dovessi riuscire?… Conquistare davvero la vita eterna ora che la mia sta per finire, dare la possibilità all'uomo di riportare indietro dalla tomba i suoi cari? Poter riparare ai miei errori e a quelli di mio padre, riavere la mia giovinezza e chiedere perdono alla mia cara moglie e alla mia bambina…
Tuttavia il mio delirio non arriva al punto di non capire che anche se non mi importa di me stesso, potrei generare un pericolo per l'umanità. Ed ho sufficiente vanità da desiderare che la mia vita spezzata non sia stata del tutto inutile… che qualcuno conservi memoria di quanto ho fatto.
Perciò invio questo, il mio messaggio in bottiglia… il mio testamento… diviso in copie diverse, affidato ad avvocati di città diverse che non sanno l'uno dell'altro. Le mie istruzioni sono che, se non si avranno più notizie di me dopo quattro anni, le carte siano inviate senza altre spiegazioni ai miei colleghi che collaborarono con me ai tempi in cui eravamo giovani e pieni di speranza… almeno, a quelli di loro che saranno ancora in vita. Con nessun'altra intenzione che di far loro sapere come sono morto, e perché sono vissuto. Perché possano conservare questa storia sfortunata, macchiata di sofferenza, dal primo capitolo fino all'ultimo: il mio.

–È stato lui, quindi.
–E se la lettera ci è arrivata, significa che è andata come aveva previsto… cioè, che non è più tornato.
–Che ne sarà stato di lui… e della sua ricerca? Possiamo correre il rischio che abbia davvero trovato qualcosa che lo ha ucciso e che potrebbe uccidere altri?
–C'è di peggio. Se ha inviato la stessa lettera a TUTTI i suoi ex colleghi… lui dopo la guerra si è molto isolato dal mondo… non sapeva che fine avessi fatto io… o… gli altri…
–Vuol dire che queste informazioni potrebbero essere finite anche in mano a chi non vorremmo.
–Precisamente. E poi… non posso negarvi che vorrei esser certo di cosa ne sia stato di lui… se c'è la possibilità che sia ancora vivo, o… me lo ricordo solo vagamente da allora… ma non posso fare a meno di sentirmi in qualche modo responsabile. In fondo… sono poi così diverso da lui?…

–…In ogni modo, sarebbe meglio andare a controllare.
–Tra le carte c'è anche segnata la zona in cui si è recato… dove dovrebbe trovarsi il laboratorio. Se non vi chiedo troppo… qualcuno di voi potrebbe…
–Ci vado io, professore. Credo di potermela cavare se ci fosse qualcosa di grosso.

«Presto sarà completo. Presto vivrà. E registro in me stesso un'ansia incontenibile nell'attesa di quel momento. Ma perché gli ho dato una forma del genere? Non trovo una spiegazione razionale, eppure in qualche modo è l'unica che mi è sembrata giusta. Nostalgia? Sentimentalismo?…»
Il bimbo lo fissava con occhi di colore e forma diseguali, su un volto che pur senza avere nulla di palesemente deforme dava ugualmente un'impressione di bruttezza… carnagione smorta, naso appiattito, denti che le labbra non riuscivano a coprire. Ma ciononostante, lo sguardo spaurito e il volto rigato di lacrime erano inequivocabilmente infantili. Non dimostrava più di sette anni. Portava abiti troppo grandi per lui, macchiati e strappati qua e là, che dovevano probabilmente essere appartenuti al dottore. Una grossa catena di ferro lo legava per la caviglia al lettuccio della cella sporca. Non doveva aver mangiato molto negli ultimi giorni. Le dita tozze delle manine avevano le unghie nere e rosicchiate. Aveva pianto tanto da non riuscire neppure più ad avere paura dell'estraneo piombato così violentemente nel suo luogo di prigionia.
–Il nonno– piagnucolò. –Dov'è… il nonno? Gli hanno fatto del… male?
–Tu… chi sei?– gli chiese, cercando di riordinare le idee. Il piccolo scosse la testa. La sua voce era faticosa, interrotta. –Non mi ha… dato un nome.
–Il dottore, vuoi dire? È stato lui a chiuderti qui?
–No! Non è stato il… nonno. Il nonno è… buono. Sono stati gli uomini cattivi!
–Proprio così– sentì la voce cantilenante e ironica dell'avversario che l'aveva raggiunto. –Immagina che delusione quando siamo arrivati qui e abbiamo scoperto che un così grande scienziato aveva sprecato tutte le sue brillanti ricerche per creare una povera cosa come questa. Evidentemente era un romantico vecchio stile e non capiva le potenzialità che aveva sottomano. Abbiamo cercato di convincerlo con le buone a passare dalla nostra parte, ma non ha proprio voluto sentirne parlare. E allora, be'… abbiamo dovuto essere un po' più diretti e liberarci degli scarti. Cosa non si fa per il progresso dell'arte bellica, vero? Non credevo però che il marmocchio resistesse così tanto in questo buco. Dev'essere più robusto di quanto sembri a prima vista. A questo punto, dei soldati molto più grandi e forti di lui dovrebbero essere quasi invincibili! A quanto pare il buon dottore lo teneva qui all'inizio perché non sapeva che farsene. Poi però gli si era affezionato e l'aveva fatto uscire. Doveva essersi un po' rimbambito per la solitudine. Non abbiamo fatto altro che rimettere le cose al loro posto.
–Mostri– ruggì lui, alzandosi in piedi con frammenti di mattoni che gli cadevano di dosso, ergendosi infuriato fino al soffitto.
–Oh, credi di insultarci? Non è molto più mostro quel nanerottolo disgustoso? O anche tu? In fondo, somigli molto al primo che è nato qui…– Un nuovo tocco al telecomando. –Finitelo, piccoli miei.
I granchi–aquila emersero dai detriti e avanzarono barcollando, tra sassolini caduti. Erano stati danneggiati dalla battaglia e dal crollo e perdevano copiosamente liquido vitale, ma obbedivano fedeli agli ordini. Uno fece per afferrarlo, ma ormai era troppo indebolito e ingoffito. L'afferrò facilmente e lo sbatté di nuovo contro l'altro. Entrambi rotolarono contro il muro opposto. E tornarono ad alzarsi.
I tiratori sollevarono lievemente i fucili.
Uno sguardo con la coda dell'occhio al bimbo che osservava la scena terrorizzato nel suo angolo. Doveva portare lo scontro lontano da lui. Avanzò tornando nel laboratorio. Era come un gladiatore nell'arena… vincere avrebbe solo fatto aprire il fuoco su di lui e ora forse anche su quella creatura. Ma non aveva alcuna intenzione di essere sconfitto.
«Non sono stato migliore dei miei padri. Sono stato egoista e malvagio. Solo ora mi sembra di capire davvero il senso di quanto accadde tanto tempo fa… chi sono io per chiamarlo mostro? Per dire cosa sia o non sia un essere umano? Chi sono io per giudicare lui… o me stesso? Se c'è un modo per espiare… o soltanto per prendermi la responsabilità di quello che ho fatto…»
Le due creature stavano tornando di nuovo all'attacco, sempre più vacillanti… ma incapaci di fermarsi. Non riuscivano a ribellarsi ai segnali inviati dall'uomo in nero… solo perché non avevano una mente? Oppure davvero non avvertivano ciò che le danneggiava? Ma dovevano sentire il dolore. È una reazione indispensabile degli esseri viventi, poter riconoscere il pericolo ed evitarlo. Anche degli esseri viventi artificiali dovevano esserne in grado. Possibile che lo sentissero ma semplicemente non riuscissero a distinguerlo dal dolore causato semplicemente dalla loro stessa esistenza?
No. Si può manipolare la natura, ma non se ne possono cambiare le regole fondamentali. E qualsiasi animale ferito, se lasciato libero…
Ecco la soluzione. Agì rapidamente. La prima bestia aveva una zampa mezza fracassata e non riusciva ad avanzare con sicurezza. La cintura–collare… nascosta sotto la massa dei tentacoli, per mezzo di elettrodi impiantati nella carne trasmetteva con scariche elettriche direttamente al sistema nervoso gli impulsi inviati dal loro aguzzino. Riuscì con difficoltà ad agguantarla. Fece molta resistenza. Anche la creatura, torturata, gli rendeva più difficile il compito dimenandosi continuamente. Una scossa gli attraversò la pelle intorpidendogli le braccia e strappandogli un gemito, ma non desistette finché non riuscì finalmente a spezzarla in due.
–No!…
–C'è bisogno di addomesticarli, i vostri animaletti, vero?– esclamò rauco gettando lontano i rimasugli inerti del collare. –Bene… voglio proprio vedere come vi comportate… quando ritornano selvaggi!
Il granchio–aquila stava roteando sul busto, incerto, come se stesse ritrovando un equilibrio perso o non si rendesse conto di dov'era e cosa doveva fare.
–Sparate, idioti! Sparate! Proteggetemi!
I sicari eseguirono immediatamente, colpendo la bestia con fasci di raggi a ripetizione. Grossissimo errore.
Qualunque essere vivente ha l'istinto di rifuggire dal dolore. E anche i meno intelligenti sono in grado di individuare la fonte del loro dolore, e fuggirla se sentono di essere meno forti… o attaccarla in caso contrario. E quello era decisamente un caso contrario. Il granchio–aquila si gettò immediatamente, con uno stridio assassino, contro le fonti del suo disagio. Il primo che riuscì ad afferrare non ebbe quasi il tempo di gridare mentre veniva disarmato e spezzato letteralmente in quattro pezzi tra chele e mandibole. Gli altri indietreggiarono e aumentarono la potenza di fuoco. Pezzi di carne del mostro volarono via, buchi fumanti gli si aprirono nel corpo. Ma più veniva ferito e s'indeboliva, più aumentava anche la sua rabbia. Stava falciandoli tutti come una morte deforme e scatenata.
È più comodo avere dei soldati senza una mente perché chi può pensare può ribellarsi… ma non ci sono tanti vantaggi neanche con degli schiavi irrazionali. Eppure non poteva fare a meno di provare compassione per gli uomini urlanti quanto per le bestie infelici.
–Ih…– esclamò tremante un sottoposto mascherato, gettando l'arma. –Non voglio morire!– E fece per prendere la fuga.
Una pallottola rinforzata lo colpì in piena schiena. Il rumore dello sparo era stato sorprendentemente simile a quello di una pistola da Far West. L'arma che fino a quel momento il comandante non aveva usato era enorme, più di quanto una persona normale avrebbe potuto sollevare, ma dal disegno che ricordava tantissimo una Colt a tamburo vecchio tipo, nonostante la canna lunghissima. Non sparava laser ma proiettili… anche se dovevano essere proiettili molto duri a giudicare dal foro che aveva passato da parte a parte l'aspirante disertore. –Idiota– sibilò con una smorfia, al di sopra del filo di fumo, con un ultimo resto di controllo di sé. –I traditori sono sempre stati merce di scarto.
Poi si rese conto che erano rimasti in pochi ormai. La maggior parte dei suoi era stata fatta a pezzi. Gli ultimi stavano indietreggiando fino a trovarsi spalle al muro, mentre il mostro continuava ad avanzare lento e inesorabile per finire il lavoro. Gli sparò senza esitazioni. Una volta, due. L'urlo stridulo e incessante che usciva dal becco crebbe d'intensità, ma per quanto sangue rosaceo perdesse quello non si fermò. Semmai divenne più determinato nella sua avanzata contro la fonte del proprio tormento, che invece stava perdendo rapidamente qualsiasi residuo di calma. Stanco e ferito, piegato su un ginocchio, il gigante guardava lo spettacolo ansimando, con un misto di orrore e pietà. L'altra bestia che lo stava attaccando si era bloccata quando aveva cessato di ricevere ordini, e attendeva ondeggiando incerta che le si dicesse cosa fare.
Sì. C'era ancora quella. L'uomo ghignò e afferrò il telecomando. Lo zombi composito rispose al segnale avventandosi lento e pesante contro il proprio fratello, bloccando la sua avanzata. Becco stridette contro becco, tentacoli si avvinghiarono viscidi a tentacoli col rumore liquido di carne strappata.
«L'evoluzione è una forza cieca… procede per tentativi assolutamente casuali, o almeno così è stato finora. Tantissime risorse preziose possono andar sprecate con un semplice incidente… un essere più evoluto intellettualmente ma più debole nel fisico può cadere preda di nemici o malattie prima di potersi riprodurre, rallentando il progresso di milioni di anni. Tante sofferenze, tanti sforzi e avanzamento per tentativi, così lento e goffo… Ma l'uomo è qualcosa di diverso. Può cambiare con la propria volontà. Per la prima volta, esiste una specie in grado di controllare l'evoluzione. E questo cambia tutto. All'inizio solo la propria mentalità… solo un individuo per volta… ma ora, grazie alla scienza, possiamo mutare fisicamente noi stessi e gli altri esseri viventi. Tenere a bada le malattie. Ricostruire arti malformati. E infine persino lo stesso codice genetico… possiamo eguagliare quasi in una sola notte il lavoro che alla natura ha preso anni incalcolabili. Se ci sono comportamenti controproducenti, possiamo smettere di attuarli. Se c'è qualcosa di sbagliato nel nostro corpo, possiamo correggerlo a nostro piacimento. Perché non dovremmo servirci di questo potere, se è stata la natura stessa a darcelo? Se può servire a migliorarci… a sopravvivere?»
Era una lotta terribile… preistorica, pietosa. Entrambi i mostri non vivi attaccavano con tutte le loro forze, senza curarsi dei danni subiti. Si stavano facendo a pezzi a vicenda… esseri della stessa specie, fratelli, lo schiavo e il libero… senza che nessuno dei due ne conoscesse il motivo. Frammenti viscidi di tentacoli, schizzi di materia volavano nell'aria. Il grido di entrambi si alzava e si abbassava come un'onda, una sirena d'allarme sempre più forte… ma allo stesso tempo sempre più debole. Nessuno dei presenti riusciva a smettere di guardare e di ascoltare, tutti ipnotizzati da quello spettacolo di morte.
Uno spuntone osseo si conficcò da una spalla in un torace… poi un altro… poi tutti i tre rimasti interi. Le chele si bloccarono a vicenda, e incatenati tra loro come gemelli i due presero a tirarsi in un macabro braccio di ferro. L'icore continuava a scorrere, inondandoli completamente e mascherando i musi distorti, le ferite. Si dice che chi muore disperato sparga sangue rosa…
Uno perse l'equilibrio, arrivando troppo vicino alla testa dell'altro… il quale finalmente parve capire a cosa gli serviva il becco adunco e morse selvaggiamente, forse trovando infine allo stremo delle sue forze ciò che si chiama istinto di sopravvivenza. Entrambi erano caduti sulle giunture centrali delle gambe, non sostenendo più di stare in piedi. Gli occhi grifagni, inespressivi, erano striati di sangue, ancor più vuoti. Finalmente… i loro movimenti si bloccarono quasi simultaneamente. Le grida di dolore si affievolirono e si spensero. Come un blocco unico, le creature terminarono di afflosciarsi sul pavimento, restando metà sollevate, allacciate, le teste reclinate insieme come a chiedersi perdono a vicenda, in un monumento alla follia che le aveva generate e alla loro sofferenza finalmente terminata. Il gigante chiuse gli occhi un istante quasi pregando per loro.
–Ingegnoso da parte tua.– Il comandante mosse un passo indietro, abbassando la pistola ma continuando a guardarlo fisso negli occhi. –Molto pratico… anche crudele. Mi hai costretto a far distruggere a vicenda le mie armi migliori. Ma posso sempre crearne altre. Immagino che ora crederai… di aver vinto?
–Arrenditi– replicò lui stancamente. Si tirò in piedi e prese ad avanzargli lentamente incontro. –Di' ai tuoi di buttare le armi e andatevene di qui. E non vi farò del male.
L'uomo rise. Una risata convulsa, quasi isterica. Intanto continuava a indietreggiare. Gli si avvicinò ancora, pensando che la sua follia ormai dovesse avergli dato alla testa. In un certo senso gli faceva perfino pena. –È finita– cercò di dirgli.
–Finita?– Si bloccò. La voce si alzò di colpo, facendosi dura e arrogante. –Oh, no, non è finita finché non lo dico IO, stupido bestione! Sai, c'è una cosa che non ti avevo detto riguardo alla nostra irruzione qui… il buon dottore era meno ingenuo di quanto crederesti, dopotutto! Non aveva affatto lasciato questo posto indifeso! Abbiamo perso molti uomini validi nel tentativo di penetrare il cerchio di trappole disposte nei passaggi segreti… vi si era rinchiuso come un ragno nella ragnatela… e naturalmente, una volta neutralizzato lui, abbiamo pensato bene di continuare a servirci di quelle ancora utilizzabili. Ti ho attirato esattamente dove volevo… e ora non mi resta che dirti Auf Wiedersehen, mostro! È finita, ma per te!
Batté con forza il piede a terra. Un clangore violento di metallo rugginoso liberato si avventò dal soffitto mentre un pannello inutilizzato si apriva facendo cadere frammenti corrosi. Un attimo di troppo per capire di cosa si trattava, per voltarsi e alzare istintivamente le braccia.
Una lastra di metallo del peso di tonnellate gli calò addosso sospinta da un meccanismo a pressa. Se fosse stato una persona normale lo avrebbe schiacciato come una mosca. Dal momento che non lo era, riuscì a rallentarla impiegando tutte le forze che gli erano rimaste. Sentì qualcosa nei muscoli cedere e mandò un ruggito simile a un gemito mentre doveva piegarsi su un ginocchio, poi ancora più giù, per contrastare l'enorme peso. Infine si bloccò quasi, a poca distanza dal pavimento. Ma non era riuscito a fermarlo. Non l'avrebbe tenuto ancora per molto. Lo sentiva vincere la sua resistenza, continuare a scendere un millimetro dopo l'altro. Era solo questione di tempo. Se non fosse stato già stanco e ferito… Ma ora era tutt'altro che certo che il meccanismo, pur vecchio e inutilizzato, avrebbe ceduto prima di lui.
–Fa male, vero?– gli arrivò la risata semilamentosa dell'avversario da un punto indistinto, mentre gli fischiavano le orecchie per lo sforzo. –Lo so perché ho visto che effetto ha fatto quella trappola ai granchi–aquila… abbiamo dovuto imprigionarcene qualcuno per riuscire ad infilargli il collare. Nessuno resisteva più di qualche minuto. Ne sono rimasti schiacciati parecchi prima che avessimo successo con un paio. Può esercitare una pressione superiore di varie tonnellate anche al tuo massimo… quando sei in condizioni ottimali. Non credo che tu abbia molte speranze di non finire in marmellata entro pochi secondi. Forse, se implori pietà… ah, no, aspetta… no, ti lascerò schiacciare in ogni caso.
Ansimò. Non gli entrava aria nei polmoni. Iniziava a girargli la testa. Cercò di raccogliere le energie per un ultimo sforzo, ma riuscì solo a sollevare la pressa spaventosa di qualche millimetro che riguadagnò immediatamente. No… non ce l'avrebbe fatta, questa volta. Le braccia stavano cedendo. Finalmente aveva incontrato qualcosa di più forte di lui?… La risata del suo nemico divenne un rombo indistinto, il mondo intorno si colorò di rosso. Le tempie pulsavano, gli si stavano spaccando. Pensò ai suoi compagni… al bambino… cosa ne sarebbe stato di quel bambino?…
–Appropriato morire qui, non trovi? Sentendo come ultima cosa i pianti di quella piccola aberrazione e gli insensati vaneggiamenti del suo sentimentale creatore…
La voce monotona o lamentosa della registrazione continuava a perseguitarlo. All'improvviso la sentì cambiare di tono.
«Chi siete? Cosa volete? NO! Uscite di qui… non… non fategli del male…»
In sottofondo c'erano grida, suoni di spari. Le urla del dottore stesso, e il pianto del bambino. Questa… era la registrazione di quanto era accaduto quando gli estranei avevano fatto irruzione nel castello?…
«Piccolo mio… perdonami. Non sono riuscito a proteggerti. Perdonami… di tutto… figlio mio…»
Quell'uomo aveva cercato di difendere il bambino. Adesso gli era molto chiaro come dovevano essere andate le cose. Aveva compreso lo sbaglio del suo modo di pensare. Aveva fatto ciò che nessuno dei suoi antenati era riuscito a fare… vedere la sua creazione come una persona, anziché un esperimento o un mostro. Aveva reagito da essere umano. Ed era stato ripagato con violenza e distruzione… mentre la creatura per cui aveva invocato pietà languiva affamata e imprigionata.
Per lui… per entrambi… una rabbia profondissima gli sorse dall'interno del petto. E con la rabbia, la forza. Non poteva lasciare che quei mostri vincessero. Doveva salvarlo…
Si sollevò con un urlo terribile facendo appello a tutta l'energia dei suoi muscoli. Acciaio e pistoni cedettero con uno schianto. La nera trappola mortale si ripiegò su se stessa, accartocciandosi e spezzandosi mentre il motore celato nel soffitto che cercava disperatamente di continuare a farla premere verso il basso si fondeva incapace di resistere alla pressione. Grossi calcinacci e mattoni caddero giù polverosamente. Il capo spedizione indietreggiò. Finalmente pareva si fosse accorto di avere di fronte un osso più duro di quanto potesse masticare.
–Sparate!…
I due o tre scagnozzi rimasti si affrettarono a obbedire. Ma ormai per quanto lo riguardava quelle potevano essere anche punture di zanzara. La maggior parte dei raggi gli rimbalzò semplicemente addosso. Qualcuno forò l'uniforme bruciandogli la pelle, ma servì soltanto a farlo infuriare maggiormente. Un semplice movimento col braccio e li gettò di lato tutti in una volta in un mucchio di armi ed arti scomposti che trovò molto più conveniente non muoversi più. Ed ora erano soli, faccia a faccia… lui e il responsabile di tutto questo.
–Credi che abbia paura di te?…– esclamò quest'ultimo, col sudore freddo e le gambe malferme che smentivano l'audacia delle parole. Sollevò tremando l'arma gigantesca puntandogliela contro. –Anch'io sono come te… e anche superiore a te! Fatti avanti, mostro! Venderò cara la pelle!
Avanzò di un passo, poi di due, senza badare minimamente a quella minaccia. Sentì lo sparo. Sentì qualcosa di duro, minuscolo e rovente squarciargli la pelle rinforzata. Gli strappò soltanto un lieve gemito soffocato. Se i granchi–aquila non si erano fermati per una cosa del genere… poteva forse fermarsi lui? Poteva forse lasciarsi fermare da qualsiasi cosa? Questo non era niente. Niente!
Allungò una mano e afferrò la canna della pistola accartocciandola come un foglio di carta, stritolandola insieme alla mano del proprietario che mandò un urlo lacerante. –Mostro io?…– mormorò roco, furioso. –Allora non ti sei mai guardato allo specchio. Non capisci niente della vita. Sai solo fare del male. Non hai idea di quello che potrei farti adesso… e di quello che vorrei farti!
L'urlo si elevò violentissimo al cielo. Poi si spense altrettanto rapidamente. Con tutta la sua arroganza, il comandante non aveva retto al dolore ed era svenuto. Lo sollevò con una sola mano sbattendolo via come uno straccio malandato, e restò a guardarlo ciondolante e abbandonato per terra, respirando profondamente. –Ma io non sono come te– sussurrò senza voce. –Non uccido… se non sono costretto. Vivi e torna dai tuoi padroni… e di' loro che verremo a cercarli. Un giorno la faremo finita. Presto.
Sbatté le palpebre, cercando di rimettere il mondo a fuoco. Il ronzio nelle sue orecchie stava passando. Le forze gli stavano tornando, anche se ci sarebbe voluto molto riposo. Si asciugò qualcosa che gli era colato negli occhi. Era rimasto solo.
Solo?… No. No. Rimaneva ancora qualcosa da fare.
Afferrò dei tubi metallici da qualche parte e li piegò attorno al corpo dei nemici sconfitti, assicurandosi che non potessero più nuocere. Poi, con un po' di sforzo, trascinò nuovamente le gambe pesanti nella piccola cella umida e sporca.
–Forza, piccolo. Gli uomini cattivi sono tutti andati via. Non devi più aver paura. E adesso ti porto via di qui.
Il bambino sbatté gli occhi acquosi solo leggermente quando le catene andarono in pezzi a una minima stretta del suo liberatore. Gli si aggrappò quasi istintivamente, lasciandosi sollevare. –Mi farai uscire? Farai uscire… anche il nonno? Quei cattivi gli hanno… fatto male.
–Dov'è tuo nonno? Ero venuto qui proprio per parlare con lui.
–Lo hanno inseguito… nel suo studio. Poi sono tornati… a cercare me e mi hanno… incatenato là dentro. Non l'ho più visto.
–Fammi strada.
Fuori dalla piccola cella si apriva un secondo corridoio segreto, molto simile a quello che aveva già attraversato ma non illuminato e dall'aria molto più trascurata. Probabilmente, pensò, seguiva un percorso circolare concentrico rispetto all'altro. Anche qui porte metalliche ad intervalli, aperte stavolta per la maggior parte. Gettò occhiate all'interno di alcuni stanzini identici al primo, contenenti gabbie con dentro piccole ossa di animali… probabilmente le prime cavie dell'esperimento. La sua piccola guida non sembrava affatto a disagio in quell'ambiente. Camminava davanti a lui con la sicurezza di chi aveva percorso il labirinto più e più volte, e il buio non gli dava fastidio più di quanto ne desse a lui. Si fermò davanti ad una cella sbarrata. La porta sembrava molto più robusta di tutte le altre, di un metallo che non riusciva a riconoscere. Anche la finestrella era stata completamente chiusa saldandovi contro una lastra di metallo. Il bimbo si appese alla maniglia tentando inutilmente, con tutto il suo peso, di aprirla. Erano stati gli invasori a sigillare lo studio, oppure il suo proprietario si era barricato all'interno da solo per proteggere se stesso e le sue ricerche? –Nonno… nonno!– chiamò la vocetta a lungo, senza ottenere risposta. –Ti prego, apri! Nonno!
–Fatti da parte.– Non era affatto un buon segno. Ma di qualunque cosa fosse fatta quella porta, non poteva resistergli. Non dopo tutto ciò che aveva affrontato quel giorno. Una spallata e si squarciò verso l'interno, mentre il pezzo rimasto attaccato ai cardini per un solo filo dondolava come stoffa al vento. –Dottore?– esclamò entrando. –Sono…
Si parò contro il vano della porta, perché il bambino non vedesse.
Lo scienziato che era venuto a cercare, il padrone di quel castello, sedeva alla sua scrivania, curvo, con la testa poggiata contro il piano di legno in un pesante abbandono, le braccia allungate verso una montagnola di pezzi di carta e taccuini strappati e macchiati di sangue, alla rinfusa. Buchi nerastri gli foravano il camice, da cui partivano rivoli di sangue secco. Era morto da tempo. Forse cercando di difendere o di distruggere i suoi appunti perché gli invasori non vi mettessero sopra le mani. Raccolse quasi religiosamente quel mucchio di fogli e di strumenti sparsi che dovevano essergli costati la vita.
Si accorse ora che aveva ancora una penna tra le dita rigide della mano destra. Sotto la sinistra era seminascosto un foglietto, forse il suo ultimo appunto prima di morire, forse un testamento. Con delicatezza lo sfilò senza rompere la carta ormai fragile. In una scrittura declinante, tremante, c'era scritta un'unica parola. Un nome.
FRANKIE.
Lesse silenziosamente il bigliettino. Poi guardò il povero corpo abbandonato, stremato, riflettendo.
Era un essere umano… come tutti. Con i suoi desideri, le sue paure, i suoi inevitabili pregiudizi. Aveva potuto commettere degli errori. Chi non ne commette? Ma alla fine era stato un uomo buono. Non meritava di finire così. O di essere lasciato così.
Ci volle un po' di tempo. Voleva far bene le cose. Ma per lui, non era un'impresa così difficile. Prima che il sole si fosse abbassato del tutto all'orizzonte, posò la pala con un sospiro. Aveva ricoperto la montagnola di zolle d'erba, scegliendo con cura i più bei fiori che era riuscito a trovare attorno al castello. La croce che gettava la sua ombra sulla nuova tomba era stata ricavata dalla pietra delle mura, e sopra vi era inciso in lettere belle e robuste il nome tormentato dell'uomo con cui quella lunga storia si concludeva. O forse, passava ad un nuovo capitolo. Poggiò con reverenza le penne, i quaderni degli appunti e tutto ciò che aveva trovato presso i resti dello scienziato nel punto dove doveva esserci il cuore. Il vento e la pioggia avrebbero dopo tanto tempo restituito quelle formule all'oblio a cui appartenevano. Non avrebbero causato altre sofferenze e non sarebbero più state usate per fare del male. Un giorno, certamente, qualcuno le avrebbe riscoperte, perché non si può tenere la conoscenza segregata per sempre. Forse, quando l'uomo fosse stato un po' più maturo e un po' cresciuto nell'amore verso la vita e verso i suoi simili… e avrebbe saputo finalmente farne l'uso giusto.

Secondo alcune filosofie, il mondo è stato creato da un dio malvagio che fuorviò gli angeli trasformandoli nei maledetti esseri umani. Il cristianesimo ci ha insegnato per secoli che fu Satana a dare la conoscenza all'uomo e che a causa di questo peccato originale ogni volta che cerchiamo di affidarci ad essa siamo destinati a soffrire. Io preferirei essere ricordato non come un demiurgo deviato o un demonio, ma come già lo è stato il mio antenato, come Prometeo…
Prometeo creò l'uomo dall'argilla, gli diede la conoscenza e la civiltà. Gli insegnò a tenere a bada le pretese degli dei. Rubò il fuoco divino per lui, e per questo fu punito dagli dei gelosi con un tormento eterno, il fegato roso ogni giorno dall'aquila di Zeus, mentre l'uomo suo figlio dovette conoscere tutti i mali… ma le sue intenzioni erano buone. Alla fine gli dei ebbero di nuovo bisogno della sua conoscenza, riconobbero che era utile e mandarono Ercole ad abbattere l'aquila e liberarlo…
Forse non ci sarà nessun Ercole a liberarmi, ma spero almeno che le mie ultime parole siano credute: non avevo intenzione di fare del male. Nessuno della mia famiglia, fin dall'inizio, ha mai avuto intenzione di fare del male. Anche se forse alcuni di noi non avevano le idee molto chiare su cosa fosse il bene. Ma si può progredire anche attraverso errori del genere…
Auguro che l'umanità possa non fermarsi mai. Auguro che chi verrà dopo di me sia un po' più fortunato di me. E che anche i miei sbagli possano essere serviti a qualcosa. Non dimenticatemi.
–Doktor Franz von Frankenstein

–Il nonno…
–Non c'è più, Frankie. Da tanto tempo. Però… credo che adesso il suo spirito sia stato liberato. Che riposi in pace, finalmente. Vieni. Non possiamo restare qui. Ti porterò in paese, dalla gente… dagli uomini.
–Uomini?
–Sì. Esseri umani. Come me e te.
L'uomo gigantesco si issò in spalla il bambino, che si riparò gli occhi, i piatti lineamenti pervasi di stupore per la luce del giorno e i colori del bosco, e s'incamminò verso ovest, in direzione del sole calante. Ormai il pomeriggio estivo cedeva alla sera e le nuvole di fronte a loro cominciavano a tingersi di rosa. Man mano che si avvicinavano al margine degli alberi, lo splendore che li avvolgeva si faceva abbacinante.
–Il mondo fuori… è bello? C'è gente… buona?
–Molto spesso sì, Frankie. A volte no. Capita che ci sia bisogno di lottare, anche se non si vorrebbe. Ma credo che le cose buone siano abbastanza da valere la pena di affrontare quelle cattive. E ci sarà sempre qualcuno che ti accetterà per quello che sei e ti vorrà bene. Se non altro… io.