Molly Hooper
Non sapeva con esattezza come tutto era cominciato. Era accaduto così velocemente e in modo talmente inaspettato da prenderla totalmente alla sprovvista.
Così ora, quando si guardava la mano sinistra, continuava a domandarsi se quell'anello con diamante glielo aveva veramente regalato Sherlock Holmes.
Era successo durante una lunga notte all'obitorio. Lei aveva il turno di notte e lui si annoiava, evidentemente, e non riusciva a dormire nel suo appartamento di Baker Street. L'aveva raggiunta nel bel mezzo di un'autopsia e aveva cominciato a ronzarle attorno come al solito, ruffiano come un gatto che vuole un favore. Lei lo aveva accolto con la stessa rassegnazione con la quale si può accogliere un gatto che viene a grattarti la porta nel bel mezzo della notte in cerca di riparo dalla pioggia. Lui aveva fatto qualche accenno al suo nuovo taglio di capelli – in effetti era stata dalla parrucchiera quella mattina – e si era immerso nell'analisi di un esperimento al quale lavorava da qualche giorno.
Dopo circa mezz'ora lei lo aveva raggiunto nel laboratorio e aveva cominciato ad analizzare a sua volta i campioni appena estratti dal corpo. Lui aveva sollevato lo sguardo dal microscopio e l'aveva osservata a lungo.
Strano.
"Sei proprio carina, così" aveva ribadito, nonostante solitamente ritenesse inutile ripetere dei concetti, soprattutto quando si trattava di complimenti.
Troppo strano.
"Grazie, Sherlock, ma l'hai già detto" si era schermita lei, arrossendo come un'adolescente.
"Lo ripeto perché è vero, Molly" aveva risposto lui, girando il viso in modo da nasconderlo alla sua vista. Un momento, mi stava nascondendo il viso?
Sempre più strano.
"C'è qualcosa che non va, Sherlock?" gli chiese lei, preoccupata che l'uomo avesse ormai perso completamente il senno.
"No, va tutto benissimo. Va sempre benissimo quando ci sei tu con me, Molly"
Se possibile la donna era diventata ancora più rossa.
"Perché me lo chiedi?"
"Non lo so ..." rispose lei, leggermente imbarazzata "Sembri diverso ..."
"Diverso?" chiese lui, con un'ingenuità nella voce che la sorprese. Si alzò e andò a specchiarsi nel riflesso della finestra "Non mi sembra!"
"Intendo dire nel comportamento … sei così dolce … non mi fai mai complimenti ..."
"Forse finalmente ho scoperto quanto sei bella e straordinaria, Molly" rispose lui, evitando accuratamente di guardarla in viso.
Si diresse verso la sua giacca e, dopo un iniziale momento di esitazione, ne estrasse un piccolo pacchetto blu. Rimase a soppesarlo qualche minuto prima di decidersi a tornare indietro. Aveva il viso rosso per l'imbarazzo e sembrava non sapere da dove cominciare per spiegarsi. Anche Molly, nel frattempo, era arrossita. Il cuore cominciò a batterle a mille per l'emozione. Sherlock aveva appena preso un regalo per lei? Figuriamoci, le sussurrò una voce nella sua testa Perché dovrebbe prendere un regalo per me? In fin dei conti siamo soli qui … Perché dovrebbe tirarlo fuori se deve darlo a qualcun altro? A chi, poi? Alla Donna? A Irene Alder? Allora perché farlo vedere a me? Vuole farmi soffrire ancora di più?
Il profondo dialogo interiore di Molly fu bruscamente interrotto da Sherlock.
"Molly ..."
"Dimmi, Sherlock ..."
"Ascolta, so che forse questo non è il luogo più appropriato per dirti questa cosa, ma non posso più resistere. So che probabilmente in un parco avrebbe fatto un effetto diverso, ma questo è il luogo dove ti ho conosciuta , così ho pensato che fosse perfetto per lo scopo"
"Per quale scopo?" chiese Molly titubante.
Sherlock, ancora più titubante di lei, scartò l'involucro del pacchetto e ne emerse una scatolina di velluto blu, decorata con sottili arabeschi argentati. Il suo viso pallido divenne ancora più rosso per l'emozione.
"Molly, vorresti sposarmi?" le disse, e le porse la scatolina.
Molly l'afferrò con mani tremanti e l'apri con fatica, tanta era l'agitazione che la scuoteva. All'interno c'era un anello con un solitario bellissimo. Non era troppo piccolo ma neanche esageratamente grande. Era proprio della misura giusta.
"Sherlock … è per me?" chiese, ormai con le lacrime agli occhi, porgendogli la mano.
"Certo che è per te" rispose lui sfilando l'anello dalla scatolina e infilandoglielo delicatamente al dito "Allora, vuoi farmi l'onore di diventare mia moglie?" chiese infine, inchinandosi al suo cospetto come un principe d'altri tempi.
Molly aveva la gola chiusa dall'emozione e si limitò ad annuire, più felice che mai.
Il resto della notte lo passò come in trance. Le sembrava tutto un sogno, un bellissimo, straordinario sogno dal quale avrebbe voluto non svegliarsi mai.
Nei giorni seguenti era andata sempre meglio. Sherlock era sempre pieno di premure per lei. Già la mattina dopo entrò in laboratorio con due tazze di caffè fumante.
"Lungo, con un goccio di panna e un cucchiaino di miele, come piace a te" le aveva detto entrando e posandoglielo vicino al microscopio.
"Gra-grazie" aveva risposto lei.
"C'è qualcosa che non va?" le aveva chiesto lui, guardandola preoccupato.
"No, non è nulla, solo ..."
"Hai cambiato idea?" le chiese lui, visibilmente allarmato "Non vuoi più sposarmi?"
Lei sobbalzò a quella domanda, posta con un tono di voce così incerto e spaventato. Si guardò la mano, dove ancora brillava il solitario sul suo anello.
"No, Sherlock" aveva risposto, sorridendo "Non preoccuparti"
Nei giorni seguenti non era andata diversamente. Lui le portava il caffè ogni mattina e il pomeriggio una tazza di té. A pranzo, poi, anche se non mangiava, restava ugualmente con lei per farle compagnia e per guardarla. Si piazzava davanti a lei e restava ad osservarla finché non aveva finito. Molly non sapeva se sentirsi compiaciuta o spaventata da questo comportamento. Sembrava tutto così assurdo!
Così anche quella mattina si ritrovò a pensare se quello fosse un sogno o se veramente Sherlock le avesse chiesto di sposarlo. Osservava il diamante come faceva ogni mattina. Per qualche minuto lo guardava, sperando che non scomparisse, che fosse reale. Infatti il diamante rimaneva lì. Anche quel giorno non fece eccezione, come non la fece Sherlock, entrando con il consueto caffè del mattino.
"Buongiorno Amore!" le disse con un sorriso che avrebbe fatto sciogliere chiunque "Ti ho portato il caffè e anche una brioche alla crema!"
"Grazie Sherlock" rispose lei, prendendo la tazza che lui le offriva insieme ad un sacchetto bianco dove c'era la brioche "Non dovevi disturbarti"
"Questo e altro per la mia adorata Principessa!" rispose lui con un breve inchino.
"Lestrade mi ha mandato questi campioni da analizzare" disse lei, imbarazzata, cercando di cambiare discorso, porgendogli una fiala con un liquido scuro.
"Adesso non sono imoprtanti" rispose Sherlock prendendole di mano la fiala per posarla poi sul tavolo "Adesso sei importante tu"
"Ma, Sherlock, dobbiamo lavorare!"
"Non mi interessa"
"Suvvia, Sherlock! Non fare il bambino capriccioso!" disse lei ridendo "Ora dobbiamo davvero metterci a lavorare!"
Sherlock, seppur recalcitrando, aveva annuito e, afferrata nuovamente la fiala che Molly gli aveva dato, si era messo all'opera davanti al suo microscopio preferito. Nonostante avesse deciso di riprendere a lavorare, ogni tanto Molly lo scopriva a spiarla con la coda dell'occhio, per poi distogliere lo sguardo e sorridere, diventando rosso come un peperone. Sembrava un adolescente alla sua prima cotta eppure le aveva addirittura chiesto di sposarla.
Erano cose che solo una persona come Sherlock Holmes poteva fare. Uno come lui non era adatto alle cose 'normali'. Doveva per forza sorprenderti. Nel bene o nel male sapeva sempre come far rimanere a bocca aperta i suo interlocutori e, nonostante lo conoscesse da tanti anni, Molly rimaneva sempre a bocca aperta davanti a lui. Davanti a quei suoi comportamenti così strani e imprevedibili, davanti alla sua bellezza, così perfetta da sembrar provenire da un altro mondo, davanti a quella sua risata, che aveva scoperto da poco e che le era piaciuta così tanto, davanti a quell'anello, promessa di matrimonio alla quale lei aveva rinunciato da anni ed era arrivata in un modo così inaspettato e improvviso.
Molly stava quasi per rimproverarlo dicendogli di smettere di distrarsi, quando arrivò Anderson.
"Buongiorno dottoressa Hooper" disse rivolto a lei "Ciao Stramboide" disse poi rivolto a Sherlock. Lui non rispose. Si limitò a grugnire un sì in risposta, per poi tornare al suo campione da analizzare.
"Guarda che sono venuto qui per te, Stramboide" disse Anderson a voce alta "Ti ho portato altri campioni da analizzare. Vedi di farlo prima possibile, altrimenti mi vedrò costretto a fare rapporto all'Ispettore Lestrade"
"Sì, Anderson" rispose lui afferrando al volo ciò che l'altro gli aveva lanciato con malagrazia "Cercherò di fare più velocemente possibile"
"Sì Signore" disse lui per correggerlo "Quando ti rivolgi a me devi chiamarmi 'Signore', capito?"
"Sì, Signore" rispose lui annuendo "Ho capito, Signore"
"Molto bene" riprese Anderson incrociando le braccia dietro la schiena "Cosa stavamo dicendo? Ah, giusto! Le analisi … i risultati li voglio pronti al massimo per domani mattina.
Sherlock guardò il pacco e anche Molly lo osservò allibita.
"Ma ..." cercò di protestare Sherlock "Sono troppe provette! Dovrò lavorare tutta la notte per farcela!"
"Allora ti consiglio di non perdere tempo, giusto?" chiese Anderson con una vocetta falsamente mielosa.
"Ma .." riprese Sherlock "Questo sarebbe un tuo lavoro, o sbaglio? Io dovrei solo collaborare!"
"Noi chiudiamo un occhio sul tuo consumo di cocaina o sbaglio? Chiudiamo uno occhio quando ti porti via qualche prova senza permesso o sbaglio? Chiudiamo un occhio quando ti intrufoli senza autorizzazione nella scena del crimine o sbaglio?"
"No, non sbagli ..."
"Non sbaglia!" lo corresse di nuovo "Ricordati che devi darmi del 'lei'"
"No, non sbaglia … Signore"
"Molto bene" disse infine "Adesso mettiti al lavoro! Muoviti!"
sherlock non rispose ma si afrettò ad aprire il pacco pieno di provette che Anderson gli aveva portato.
"Arrivederci dottoressa Hooper" le disse prima di uscire "Non so come abbia potuto accettare di sposare uno sfigato come lui! Bah!" e si chiuse la porta alle spalle.
Quando anche il rumore dei suoi passi svanì, Sherlock si abbandonò sul microscopio, cercando maldestramente di ricacciare indietro le lacrime di frustrazione.
"Perché ti lasci maltrattare così?" gli chiese lei "Non lo hai mai fatto!"
"Sono troppo ricattabile" rispose lui "Hai sentito, no? La cocaina, le prove trafugate … e poi se voglio continuare ad analizzare le scene del crimine devo continuare a fare quello che mi dice, altrimenti mi sbatterà in prigione!"
"Non dire così!"
"Poi, in fin dei conti, ha ragione!"
"Su cosa?" gli chiese lei, senza riuscire a credere alle sue orecchie.
"Ha ragione, non so come una donna perfetta e bella come te abbia potuto accettare di sposare uno sfigato come me ..." rispose lui, mentre le prime lacrime cominciavano a solcargli il viso.
"Non dire così, Sherlock, ti prego ..." disse lei, a disagio "Ti amo, lo sai che ti amo, no? Sono io che mi sento onorata della tua proposta di matrimonio … perciò ti prego di smetterla di dire cose del genere!"
Sherlock annuì ma non poté fermare il pianto che, nel frattempo, si era fatto più intenso.
"Scusa" disse infine, quando i singhiozzi cessarono "Mi dispiace tanto, non avrei dovuto comportarmi così ..."
"Va tutto bene, Sherlock, va tutto bene" lo rassicurò lei, andando ad abbracciarlo.
Lui rispose all'abbraccio come un bambino bisognoso delle cure della mamma, dell'affetto di qualcuno disposto ad amarlo per quello che era, senza condizioni. Molly Hooper era quella persona.
Lo era davvero?
"Vai a lavarti il viso" gli disse, come avrebbe fatto con un bambino "Intanto ti preparo una tazza di tè"
Sherlock annuì e si alzò per andare a sciacquarsi gli occhi, rossi e gonfi di pianto.
Molly andò stancamente verso la stanzetta dove c'era il bollitore per il tè e ripensò a quello che era successo.
Vedere e sentire Sherlock così disarmato e vulnerabile l'aveva atterrata. Davvero lei era la donna giusta per lui? Davvero lui era l'uomo giusto per lei? La domanda di Anderson cominciò pian piano a trapanarle il cervello. Aveva ragione lui? Sherlock era diventato davvero uno sfigato? Era diventato più dolce, più premuroso, meno attaccato al lavoro, ma era anche totalmente privo di spina dorsale. Non sapeva neanche rispondere a tono a quel cretino di Anderson. Si guardò l'anello. Il diamante brillava sotto la luce della lampada. Doveva dirglielo.
Doveva dirgli che non l'avrebbe più sposato, che avrebbe donato il suo cuore a qualcuno più meritevole di lui. Lo avrebbe fatto soffrire, ma sarebbe stato meglio farlo il prima possibile, prima che lui si affezionasse troppo a lei, anche se in realtà sembrava averlo già fatto.
Accese il bollitore e si sedette lì davanti, aspettando che l'acqua raggiungesse la temperatura ideale. Normalmente lo avrebbe lasciato lì, ma oggi non se la sentiva di tornare in laboratorio dove, nel frattempo, era tornato Sherlock. Gli occhi non erano più così rossi, ma si vedeva che aveva pianto e che un'intensa sofferenza interiore deformava i tratti del suo viso, di solito così perfetti.
Ogni tanto guardava nella sua direzione, cercando di intercettare il suo sguardo, ma lei lo distoglieva sempre, incapace di reggere quel dolore, incapace di dirgli che non lo amava più. Alla fine, rassegnata, chiuse gli occhi. Aveva lavorato parecchio, in quel periodo così appena appoggiò la testa alla mano aperta, il sonno arrivò a prenderla in pochi minuti.
Si risvegliò con il fischio del bollitore. In fianco c'erano già le loro tazze con la bustina, pronte per essere riempite di acqua calda.
Staccò la spina al bollitore e sollevò la caraffa per versare il liquido sulle tazze. Fu in quel momento che lo vide. O meglio, che non lo vide.
L'anello era scomparso.
Qualcuno glielo aveva rubato! Guardò Sherlock. Era seduto, impassibile, al suo posto. Gli occhi erano limpidi e cristallini, glaciali, come al solito. Anche da quella distanza riusciva a percepire il freddo cinismo che emanavano.
Non era possibile! Che si fosse arrabbiato? Che avesse cominciato a fare i capricci come un bambino e per ripicca le avesse rubato l'anello?
Impossibile. Non aveva il sonno così pesante, anche se da parte di Sherlock si sarebbe potuta aspettare un tocco degno di un ladro professionista. Eppure non doveva aver dormito tanto. Giusto cinque o sei minuti, il tempo che il bollitore ci aveva messo a scaldare l'acqua, eppure … negli occhi di lui non si vedeva la minima traccia di pianto. Erano puliti e lui osservava il campione sul microscopio con la solita solerzia.
Afferrò le tazze e si avviò verso di lui che, in quel momento, aveva preso il cellulare per fare una chiamata.
"Dove sono i miei campioni, Anderson?" chiese rivolto al telefono "Se fosse per te tutte le prove andrebbero distrutte! Passami Lestrade, per favore, mi viene il mal di testa quando parlo con te. Lestrade? Quando avrò i campioni dell'ultima scena del crimine? Ho fatto una lista accurata, eppure non sono ancora arrivati! … Se ti affidi a quel deficiente devi essere proprio alla frutta! … Non mi interessa! Digli che li voglio qui al massimo tra un'ora!"
Chiuse bruscamente la telefonata senza neanche salutare.
"Oh, Molly, grazie, il tè"
"Non c'è di che" rispose lei, disorientata.
"Per caso hai visto il mio anello?" gli chiese titubante, pentendosi immediatamente di aver pronunciato quella domanda.
"Anello?" chiese Sherlock, girandosi un secondo per guardarla, per poi tornare a fissare il microscopio "Non avevi nessun anello"
Lei lo guardò per qualche istante, confusa. Non aveva nessun anello? Ma il solitario … la dichiarazione … ripercorse gli ultimi mesi e si rese conto della realtà. Era stato tutto un sogno.
Un incubo, per la precisione. Il suo più bel sogno corrispondeva al suo peggiore incubo. Se Sherlock si fosse dichiarato a lei in quel modo, se avesse avuto un carattere più arrendevole, più dolce, meno arrogante e saccente, se avesse implorato il suo amore … non sarebbe stato più Sherlock, l'uomo di cui si era innamorata.
C'era poco da fare. Le non si era innamorata di un tenero gattino nero che chiede riparo dalla pioggia nelle fredde notti d'inverno.
Lei si era innamorata di una pantera, sempre indipendente e fiera, che vagava nella giungla e solo quando voleva lei si concedeva o faceva finta di concedersi per qualche momento di intimità. Una pantera decisa, orgogliosa e consapevole del suo valore. Ecco l'uomo di cui Molly si era innamorata.
Un uomo inavvicinabile eppure così affascinante. La attraeva e la spaventava. Lo temeva ma non avrebbe potuto fare a meno di lui. Lo vedeva come una pantera chiusa nella gabbia di uno zoo e questo la riempiva di tristezza. Lui non aveva niente a che fare con quel mondo. Con Anderson, così indisponente e incompetente, con Lestrade, così cieco da non vedere il suo vero valore. Quelli erano i turisti che si soffermavano come ebeti a guardarlo attraverso le sbarre e facendogli fotografie come un fenomeno da circo.
L'unico degno della sua presenza era John, il guardiano dello zoo che, premuroso, gli offriva il cibo e cercava di farlo sentire come a casa sua, per quello che riusciva.
L'unica intrusa era lei. Che ruolo aveva, lei, in quel teatrino?
"Cosa c'è, Molly?" gli chiese lui, riportandola alla realtà.
"Nulla, nulla" rispose lei scuotendo la testa "Ti piace il tè?" chiese poi, arrossendo leggermente.
"Sì" si limitò a rispondere lui, bevendone un sorso e posando di nuovo la tazza sul mobile "Grazie" aggiunse infine, regalandole un breve sorriso.
Si girò di scatto per nascondere l'emozione e il largo sorriso che le illuminava il viso.
Lei non aveva parte in quel teatrino ma aveva il sommo privilegio di poter osservare quella maestosa pantera nel suo ambiente naturale, vederlo sorridere soddisfatto, aiutarlo. Lei era lì per aiutarlo, per sostenerlo. Niente di più, niente di meno, e se questo le avrebbe permesso di ammirare la sua bellezza, seppure da lontano, avrebbe continuato ad aiutarlo fino alla fine dei suoi giorni.
