N.d.A. Per Stefi: grazie dei commenti che lasci, mi piacerebbe risponderti ma (non essendo tu registrata) non mi da l'opzione per gli mp. Comunque Gideon apparirà varie volte lungo la storia. Spesso in flash-back (come in questo capitolo), attraverso telefonata e più avanti in contemporanea con lo svolgimento temporale di questa FF. Avrà comunque una certa importanza nell'andamento della storia, anche se apparirà meno degli altri. Spero di aver risposto alla tua domanda in modo soddisfacente, altrimenti puoi contattarmi anche tramite FB ( pages/Theunsub76/277902802355049)

Gennaio 2002 – Accademia F.B.I., Quantico, Virginia

La sala mensa era affollata e risuonava delle chiacchiere dei cadetti, più rumorosi del solito secondo Gideon. Dal canto suo, lui se ne stava rintanato in un angolo con davanti il suo vassoio quasi dimenticato mentre leggeva un libro. Alzò lo sguardo, notando con la coda dell'occhio un vassoio che veniva poggiato sul suo tavolo.
Sospirò rassegnato, guardando la cadetta Collins sedersi con disinvoltura, mentre il resto della sala si zittiva per guardarli. I cadetti ruppero subito il silenzio per cominciare a bisbigliare e a darsi di gomito.
- Non credo che sia opportuno mangiare insieme. – Jason chiuse il libro, conscio che il suo momento di quiete e tranquillità era terminato – Si fanno già abbastanza chiacchiere su di noi.
- I cadetti spettegolano in continuazione, è il loro passatempo preferito. – rispose la bella ragazza, spostando i lunghi capelli neri dietro le spalle – Non vedo cosa ci sia di male se approfitto della pausa pranzo per confrontarmi con il mio professore su alcuni punti della lezione appena conclusa.
- Non vedi cosa ci sia di male, eh? – Gideon sorrise divertito – Non ti interessa che la tua carriera potrebbe essere stroncata?
- Perché la mia carriera dovrebbe essere stroncata? – la ragazza sorrise di rimando, poggiando i gomiti sul tavolo e osservando il suo interlocutore – Dicono che abbiamo una relazione: anche se fosse? Non credo che questo influisca in un modo o nell'altro sulla mia preparazione.
- Dovresti stare più attenta. Che tu ci creda o no, una volta diventata agente speciale dovrai fare molta attenzione a seguire la politica interna del bureau.
- Uffa! Sempre la solita solfa. – si lamentò Sarah incrociando le braccia – Piuttosto, perché non parliamo della lezione di oggi su Ed Gein. E' inquietante che si siano ispirati a lui per libri e film, non trovi?
Collins continuava a parlare, mentre Jason sorrideva bonario non prestando molta attenzione a quello che la ragazza diceva. Era più concentrato sul notare quanto bella fosse: i lunghi capelli neri, leggermente mossi, incorniciavano un viso dai lineamenti regolari; gli occhi, grandi ed espressivi, erano di un intenso color verde, che raramente il profiler aveva visto; inoltre, il suo viso era illuminato da quel sorriso spensierato che riusciva sempre a rischiarare le sue giornate.
Sarah era diventata importante nella sua vita, ma aveva paura che il loro legame potesse essere di ostacolo al desiderio della ragazza di entrare nella B.A.U. e diventare una profiler. Si concesse di sbirciare il resto della sala, incontrando solo sguardi di disapprovazione o quelli di invidia di qualche cadetto che avrebbe voluto destare l'interesse di Collins.

Novembre 2007 – Accademia F.B.I., Quantico, Virginia

Spencer guardò l'orologio mentre attendeva l'ascensore, constatando che era ancora presto e che sicuramente sarebbe stato il primo ad arrivare. Si girò di scatto, vedendo un'ombra al suo fianco. Tornò a guardare dritto davanti a sé, con una nuova tensione addosso, mentre le porte si aprivano con il classico rumore di campanello che annunciava che l'ascensore era al piano.
Entrambi entrarono in silenzio e Reid premette il bottone del terzo piano. Abbassò lo sguardo, deciso ad ammirarsi i piedi fino a che non avresse potuto eclissarsi.
- Ti chiedo scusa.
La calda voce femminile lo costrinse ad alzare gli occhi sulla sua compagna di viaggio. Collins indossava abiti simili a quelli del giorno prima, in una mano teneva una tazza da viaggio e nell'altra un borsone. La ragazza guardava i numeri che lentamente si accendevano in successione, senza guardarlo direttamente.
- Per ieri – precisò, visto il mutismo dell'altro – Credo di doverti una spiegazione.
Sorseggiò il suo caffè e poi aggrottò le sopraciglia, mentre Spencer la guardava di sottecchi.
- Quando, tre anni fa, ci fu l'incidente di Boston io chiesi il trasferimento – fece una risatina sarcastica – Visto che si erano "liberati" dei posti, credevo che sarei stata riassegnata a questa squadra. Immagina il mio disappunto quando mi hanno riferito che Gideon mi aveva preferito un certo dottor Reid, uno appena uscito dall'accademia. Volevo tornare a casa ed invece, visto che il posto nella squadra era toccato a te, dovevo rimanermene a Lione.
- Mi dispiace – si scusò il ragazzo, mordendosi un labbro.
- Non devi – la ragazza fece spallucce – Non è colpa tua, evidentemente videro in te delle potenzialità che io non avevo. Quello di ieri è stato un comportamento infantile da parte mia e me ne scuso ancora.
Il ragazzo tornò ad abbassare lo sguardo, ma un leggero sorriso gli incurvò le labbra, mentre pensava che forse la nuova arrivata non era così male se sapeva chiedere scusa.
Era così preso ad esaminare ancora il comportamento di Collins e a chiedersi che tipo fosse, che non si era accorto che le porte dell'ascensore si erano aperte e la ragazza era uscita. Ora era ferma a pochi passi da lui e lo guardava con occhi spenti e apatici.
- Dottor Reid? – chiamò piano Sarah.
- Ehm… ero soprapensiero – si giustificò il ragazzo, aggiustandosi una ciocca di capelli dietro l'orecchio.
- Ti capisco – la ragazza aspettò che lui uscisse per incamminarsi insieme – Capita spesso anche a me. Dicono che le persone con un Q.I. sopra i centocinquanta si perdano spesso dietro i propri pensieri.
Spencer afferrò la maniglia e aprì la porta, per poi guardare la ragazza con aria interrogativa.
- Capita spesso anche a lei? – non era quella la domanda che voleva rivolgerle e ingoiò, impacciato.
- Non ti allarmare – gli sorrise distratta la ragazza, rispondendo come se gli avesse letto nel pensiero – Sono solo 178. Sei ancora tu il più intelligente della squadra.
Dicendo così lo superò per andare a sedersi alla propria scrivania. Reid pensò agli uffici ancora vuoti e si chiese come avrebbe retto la tensione di stare solo con lei fino all'arrivo degli altri.

Febbraio 2002 – Accademia F.B.I., Quantico, Virginia

Jason era intento a correggere i compiti dei cadetti, sapendo che avrebbe dovuto consegnare gli esiti dell'esame entro due giorni. Annuì leggermente, mentre constatava compiaciuto che il compito che stava correggendo era ben fatto e accurato nelle conclusioni: sapeva già, senza bisogno di leggere, a chi apparteneva quello scritto che meritava il massimo dei voti. Sorrise soddisfatto, contento dei progressi che la ragazza stava facendo e di come assorbisse come una spugna tutto quello che lui diceva.
Tornò serio sentendo bussare alla porta. Guardò l'orologio a parete di fronte a lui e si accigliò. L'orario di ricevimento degli studenti era finito da circa mezz'ora e lui aveva fretta di uscire: quella sera aveva un impegno a cui non intendeva mancare. Senza aspettare risposta, il ritardatario aprì piano la porta e si affacciò.
Con grande sorpresa di Gideon, Sarah apparve sorridente sulla soglia del suo ufficio con una grande busta regalo in mano. Sbatté le palpebre interdetto, ma le fece segno di entrare.
- E' successo qualcosa? – chiese preoccupato.
- Deve essere successo qualcosa perché io venga a trovarti? – rispose lei, chiudendo la porta con un sorriso birichino.
- L'orario di ricevimento è finito e tu sei un tipo puntuale. – voleva rimproverarla, dirle che non era appropriato, ma era rapito dal sorriso raggiante della ragazza.
- Ho pensato che fosse meglio che venissi quando tutti gli altri se ne erano andati. Come dici sempre tu, girano già abbastanza chiacchiere su di noi. – lo prese in giro, porgendogli la busta che teneva in mano – Buon Compleanno.
- Non avresti dovuto. – farfugliò lui, prendendo il regalo e aprendo la confezione – Se me lo avessi detto, ci saremmo accordati per vederci fuori. Non è bene che io esca di qui con un regalo che mi hai fatto tu.
- Adesso non posso più neanche fare un regalo al mio insegnante preferito? – si poggiò con le mani sul tavolo e reclinò la testa, non smettendo di sorridere neanche un attimo – Piuttosto, vedi di dirmi che sei entusiasta di quello che ho scovato per te, vecchio orso brontolone.
- Non dovresti rivolgerti così ad un'insegnate. – la redarguì lui, con tono falsamente severo, mentre cercava di scogliere i nastri che chiudevano la busta.
- Non mi rivolgo così ai miei insegnanti. – rispose ridendo allegra – Lo faccio solo con te.
- Io non sono un tuo insegnante? Mi sembrava di stare appunto correggendo il tuo compito. – Jason riuscì finalmente ad aprire la confezione, ma si fermò per guardarla – Di' la verità. Il tuo esame è andato malissimo e stai cercando di corrompermi per avere un bel voto.
- Tu sei molto più di un'insegnate – la ragazza reclinò il capo, smettendo di sorridere e guardandolo intensamente – Noi siamo molto più che insegnante e allievo.
- Sarah… - l'uomo fissò Collins ricambiando la forza di quello sguardo – Sarà meglio che mi decida a vedere cosa tu mi abbia regalato.
Aprì finalmente la busta e afferrò il disco in vinile che vi era dentro. Quando lo tirò fuori e vide il titolo non riuscì a soffocare un'esclamazione di sorpresa.
- Frank Sinatra! Quest'album è introvabile in America.* – Jason guardò stralunato il disco che teneva in mano.
- Sapevo che ti sarebbe piaciuto. – squittì Sarah battendo leggermente le mani e guardandolo contenta.
- Avrai speso un mucchio di soldi, non dovevi. – Gideon si sentì in colpa perché non avrebbe passato quella serata con lei.
- Più che altro ho fatto fatica a trovarlo. – fece il giro della scrivania, l'abbracciò e lo baciò su una guancia – Auguri.
- Sarah, – lui l'allontanò delicatamente – ti ringrazio, ma ora devo proprio andare.
Dicendo così, cominciò a mettere i compiti non ancora corretti nella valigetta; poi prese il vinile e lo ripose con cura nella busta regalo.
- Hai qualche impegno? – chiese lei, cercando di non apparire delusa.
- Vado a cena con mio figlio. – Jason evitò il suo sguardo – Sai che abbiamo un rapporto difficile e sto cercando di ricucirlo.
- Certo, la famiglia prima di tutto. – scosse la testa e tornò a sorridere, anche se non riusciva a nascondere la delusione – Ancora tanti auguri, divertiti.
Si avviò verso la porta, decisa a non fargli pesare il fatto che non sarebbero andati a cena insieme per festeggiare.
- Potresti venire a cena da me, domani. – si lasciò sfuggire lui – Sempre che tu non abbia altri impegni.
La ragazza si voltò sorridendo. Jason meditò che sembrava un angelo.
- Certo che ho un impegno. Cenerò con il mio agente federale preferito! – aprì la porta, continuando a guardarlo – Se non l'hai capito, sto parlando di te.

Novembre 2007 – Uffici B.A.U., Quantico, Virginia

A differenza delle aspettative di Reid, non erano i primi ad essere arrivati: Rossi sorrideva ai due ragazzi dalla porta del suo ufficio. Collins non sembrò neanche notarlo, dirigendosi spedita alla sua scrivania e sistemando il borsone da viaggio sotto di essa. Spencer, invece, la seguiva a qualche passo di distanza, fissando l'agente supervisore e chiedendosi come mai quel giorno fosse arrivato così presto.
- Buongiorno – li salutò David, scendendo un paio di gradini – Collins, potrei parlarti?
La ragazza alzò la testa di scatto, accorgendosi solo in quel momento della presenza dell'uomo più grande. Batté le palpebre leggermente interdetta, poi fece spallucce e si diresse verso le scale. Rossi le tenne la porta aperta e la invitò ad accomodarsi con un gesto noncurante.
Collins si mise a sedere su una delle sedie davanti alla scrivania dove David si era seduto in atteggiamento rilassato.**
- Agente Collins – esordì con tono conciliante Rossi – Volevo parlarle in privato.
- Di cosa, signore? – rispose la ragazza con il tono più professionale che aveva.
- Lei è la figlia di Mary Elizabeth, vero?
- Ha conosciuto mia madre? – la ragazza era shoccata.
- Sì, anche se sono molti anni che non la vedo. Spero stia bene.
- E' attaccata ad un respiratore da otto anni – rispose la ragazza con tono indifferente – Ormai è solo un vegetale.
- Sono mortificato – Dave sembrava estremamente partecipe – Come? Se posso…
- Un incidente. Un guidatore ubriaco.
- Mi dispiace molto, Collins. Le mie più sentite condoglianze.
- E' passato molto tempo, ormai. Non si preoccupi, l'ho superato – era diventata una bugia standard, non aveva superato un bel niente, ma aveva imparato che a nessuno importava veramente; perché mostrare un dolore di cui nessuno sarebbe stato partecipe se non per mera cortesia?
- Sua madre era una donna eccezionale, mi dispiace moltissimo… Era anche estremamente bella ed intelligente.
- La conosceva molto bene, dunque.
- Sì. – sospirò alzandosi, prontamente seguito da lei – Per qualsiasi cosa il mio ufficio è sempre aperto. Anche solo per fare due chiacchiere.
- Lo terrò presente, signore.
Rossi parve ripensarci mentre lei era già sulla porta.
- Il suo istruttore in accademia è stato Jason Gideon, vero?
Sarah si girò ad osservarlo, mascherando il suo stupore dietro la facciata di indifferenza che ostentava sempre.
- Sì, signore.
- Credo sia molto orgoglioso di lei, Collins.
- Non saprei, signore, ma sono portata a credere di no – chiuse la porta senza aspettare la risposta di Rossi.
L'openspace, nel frattempo, si era animato all'arrivo del resto degli agenti. Sembrava che tutta la squadra fosse già sul posto di lavoro, ma Sarah non avrebbe saputo dirlo, visto che Garcia e JJ avevano un proprio ufficio. Si avvicinò alla scrivania e afferrò i fascicoli che stava studiando la sera prima, limitandosi a fare un cenno di saluto a Prentiss e Morgan.
- Se il capo mi dovesse cercare – disse, rivolgendosi a Reid – Potresti dirgli che sono nella sala audio-visivi?
- Certo – balbettò Spencer, ancora scombussolato per la chiacchierata di prima.
Collins si incamminò a passo svelto e si chiuse a chiave nella saletta insonorizzata. Lasciò cadere a terra i dossier, mentre scivolava con la schiena lungo la porta, premendosi entrambe le mani sulla bocca per soffocare i singhiozzi che la scuotevano.

- Ti ha chiesto di avvertire Hotch? – JJ parve stupita e sconcertata – Beh, dopo come si è comportata con te ieri, al suo posto non mi sarei permessa di chiederti un favore.
- Veramente – Reid arrossì lievemente, sotto lo sguardo di Garcia, Jennifer, Prentiss e Morgan – Stamattina si è scusata, più di una volta.
- Si è scusata? – Penelope parve la più sorpresa – Miss Ghiacciolo si è scusata?
- E' mi ha anche spiegato perché mi ha guardato così ieri – il ragazzo si portò una ciocca di capelli dietro l'orecchio – Devo ammettere che a parti invertite, probabilmente anch'io proverei un po' di rancore nei suoi confronti.
- Perché, cosa le avresti fatto? – chiese Morgan, scambiandosi occhiate preoccupate con Prentiss.
- Quando fece domanda di trasferimento, Gideon scelse me al suo posto – Spencer si inumidì le labbra, timoroso che gli altri non capissero il comportamento della ragazza – Voleva tornare a casa ed invece è dovuta rimanere in Francia per altri tre anni.
- Beh, quanto meno si è scusata – gli sorrise Prentiss – Non credo che sia una cattiva ragazza, anche se sembra diversa da come la ricordavo.
- Perché, che tipo era? – chiese Penelope, incuriosita.
- Non aveva quello sguardo spento e non evitava di guardare gli altri negli occhi. Certo, non era un tipo espansivo, anzi era così riservata che ci siamo scambiate sempre e solo i saluti di rito – distolse lo sguardo, cercando di rievocare l'immagine della ragazza che ricordava – Portava i capelli lunghi raccolti in una coda di cavallo, indossava solo tailleur pantalone e sorrideva sempre in modo triste. Sembrava che portasse il peso del mondo sulle spalle.
- Perfetto, era nella fase che io ho attraversato a quindici anni: quale ragazzo che gioca a fare l'incompreso non si comporta come se avesse il peso del mondo sulle proprie spalle? – scherzò Derek.
- Forse non porterà sulle spalle il peso di tutto il mondo, – rispose Rossi, attraversando il gruppo e dirigendosi nell'area relax – però il peso del suo di mondo le basta e le avanza.
- Perché, tu cosa sai di lei? – chiese Morgan a voce alta.
David non rispose, andando a prendersi un caffè nel cucinino.

Continua…

* Sinatra Sings Great Songs from Great Britain Il disco registrato a Londra e destinato esclusivamente al mercato inglese.
** Scena e dialogo sono ripresi dalla one-shot "Dirty little secret".