"Mi hai quasi ammazzato", fu l'unica cosa che riuscì ad articolare, e la prima che gli venne in mente, quasi a sua discolpa, come se quello fosse un motivo valido per indurla a fare quello che non stava facendo, cioè aprirsi con lui. Ma quante volte era successo? Mai. Kate Beckett non si apriva. Dovevi coglierla. Che cosa aveva pensato? Che sarebbe bastato irrompere nella sua nuova vita (era una vita, quella?) per convincerla di che cosa? Di tornare a casa con lui?
"Castle, se avessi voluto ammazzarti non saresti qui, seduto sul mio divano. Hai notato che la casa è l'ultima della strada? Ci sono molti posti dove avrei potuto seppellirti senza farmi notare".
Si era alzata in preda a una visibile energia nervosa, gli aveva dato le spalle, aveva soppesato le parole con cui rivolgersi a lui e poi si era voltata di nuovo, con le mani sui fianchi, l'espressione fiera e qualcosa nello sguardo, in quelle iridi nocciola che non riusciva a distinguere nitidamente, che gli aveva ricordato la vecchia Beckett. Adesso avrebbe estratto una lavagna da dietro la porta e si sarebbe seduta accanto a lui per risolvere il loro prossimo caso insieme. Non era cambiato niente.
Era cambiato tutto. A partire dai capelli, che avevano lo stesso tono delle foglie che aveva osservato staccarsi dai rami degli alberi negli ultimi giorni, mentre girava a vuoto sperando che lei si palesasse dal nulla in cui si era dissolta, in un magico esempio di serendipità, come era in effetti avvenuto.
Non era stato un caso, giusto? Era stato l'universo a metterla sulla sua strada, lui gli aveva solo dato una piccola spinta.
"Questo significa che non sei arrabbiata con me? Per via del mio... arrivo qui?". Alzò su di lei un paio di occhi che nelle sue intenzioni dovevano apparire il più adorabili possibili, ma la reazione che ricevette in cambio non fu delle più incoraggianti.
Lei abbassò i suoi, si allontanò ancora di più e si avvicinò alla finestra. Castle ammirò le linee di legno armoniose che costruivano una perfetta finestra a bovindo bianca. Chissà se passava lì il tempo libero... libero da che cosa? Che cosa ci faceva lì? Come trascorreva la sua vita nella placida campagna che a lui dava un po' i brividi? Concentrati, Rick. Odiava quando si allontanava, quando frapponeva distanza fisica tra loro. Il fatto che dopo ogni faticoso scambio – quante frasi si erano detti finora? Era una conversazione, quella? - continuasse a indietreggiare, non era un segnale incoraggiante, come aveva imparato nel lungo tirocinio di comprensione delle sue reazioni. Capì che non si era davvero preparato a quella Kate che non aveva nessuna intenzione di farlo entrare nella sua esistenza, nemmeno di un millimetro. E lo aveva deciso con una fermezza che non gli lasciava molte speranze, come se si fosse lungamente preparata. Aveva perfino creduto di suscitare una reazione violenta – avrebbe significato che le importava, in qualche modo, che lui fosse lì. La reazione c'era stata, in effetti, ma non del tipo che gli avrebbe fatto piacere.
"No, non sono arrabbiata", mormorò più a stessa che a lui, giocherellando con qualcosa che aveva raccolto da una poltrona e che lui non vedeva chiaramente. Magari era un'altra arma.
"È perché sapevi che ero qui? Forse qualcuno te ne ha parlato? O... forse te lo aspettavi". Stava improvvisando e, a suo modesto avviso, le cose stavano andando malissimo. Ma lei non gli consentiva di fare niente di diverso. Iniziò a sudare, forse per la debolezza.
"No. Non sono arrabbiata, perché in realtà tu non sei qui", affermò con una tranquillità che lo affascinò, nonostante l'assurdità delle sue parole.
"Come sarebbe...". Stava sognando?
"È ora che tu vada, Castle. Torna al tuo alloggio, torna da dove sei venuto, prendi un aereo e torna a casa. Non sei mai stato qui, non ci rivedremo più".
Spiazzato non era esattamente la parola che si confaceva alla situazione, ma era straordinariamente privo di qualsiasi reattività adeguata. Doveva avere sgranato gli occhi e apparirle ridicolo. Doveva fare qualcosa. Doveva quantomeno capire se era pietrificato, dentro a un incubo o se lei fosse magari sotto l'effetto di qualche sostanza? Si mosse in preda al panico sul divano e la fitta che gli attraversò il cranio lo convinse di essere vivo e vegeto.
"Perché? Vivi sotto copertura? È per questo che vuoi che me ne vada senza parlarmi? Potrei... far scoprire la tua nuova identità e tu saresti costretta a fuggire?". Oh, l'idea era incredibilmente logica. Avrebbe spiegato moltissime cose, compreso il fatto che fosse stato tanto difficile rintracciarla.
Un sorriso appena accennato. E così inaspettato che rimase abbagliato. Come aveva fatto a vivere senza, per tutti quei mesi?
"No, Castle, non ho assunto nessun incarico sotto copertura in Inghilterra. C'è il mio nome sulla cassetta della posta. E non pensi che avrei almeno cambiato colore dei capelli?".
Peccato, era una delle sue migliori teorie. Molto creativa e avventurosa. E rimpolpava la sua autostima maltrattata.
"A dire il vero i capelli sono diversi". Fu felice di scoprire che lei apprezzava il fatto che lui si fosse accorto del piccolo cambiamento.
"E io non ho... avuto il tempo di controllare il nome sulla porta, prima che tu...". Perché non ci aveva pensato? Perché lo aveva tramortito, ecco perché. Ottenne in cambio solo silenzio.
"Quindi non te ne sei andata da New York perché eri in pericolo?". Questo avrebbe salvato la sua dignità e il suo amor proprio. Oltre a tutto un altro tipo di amore, ben nascosto in fondo alla sua anima.
"Non sono fuggita, Castle. Ho preso un aereo e sono venuta qui". Sembrava perfino ragionevole, detto così.
"Ma sei introvabile! Ho dovuto assumere...". Si morse una lingua e si intimò di chiudere la bocca.
"È ora che tu te ne vada, Castle", tagliò corto. Lei era molto determinata, ma lui lo era di più.
"Che cosa ci fai qui, Kate?", domandò sommessamente, sperando di prenderla in contropiede.
"Non sono affari tuoi". Si avvicinò alla porta e l'aprì con piglio sicuro, voltandosi nella sua direzione per fargli capire che non era più il benvenuto. Anzi, non lo era mai stato. Una folata di aria gelida lo fece rabbrividire. Non avrebbe sprecato giorni di ricerche infruttuose, caffè cattivo e umidità nelle ossa solo per farsi cacciare. Era abituato. Era stato invitato ad andarsene con una certa frequenza, negli ultimi anni. Ma era sempre lì.
"Nessuno sapeva dove fossi, Kate. E il tuo numero di telefono è stato disattivato. Ero preoccupato. Volevo solo accertarmi che stessi bene". Stava offrendo una scusa non richiesta che aveva naturalmente il sapore di un'autoaccusa. Stava retrocedendo in una posizione di difesa, da cui sparava malamente le sue misere cartucce e lei continuava a rifiutarsi di partecipare alla conversazione. Lui era praticamente in ginocchio e lei era lontana. Assente.
"A nessuno interessava dove fossi", replicò con un'inflessione di amarezza così distante dalla vecchia Kate da meritare un approfondimento.
"A me, sì". Ehi, stava parlando con lui. A lui interessava per contratto. Ce l'aveva tatuato nel DNA.
La vide abbassare gli occhi, vagare con lo sguardo attorno a lei, stringere le dita e rilasciarle irrequieta. Ridusse le labbra a una linea tirata, che la incupì. Riconosceva tutti quei piccoli segnali e sapeva di aver forzato la situazione, uscendosene con una frase del genere. Ma l'alternativa era che lei gli chiudesse la porta alle spalle, e non solo metaforicamente. Alla fine decise di tornare verso di lui. Solo allora si accorse di aver trattenuto il fiato involontariamente.
"Che cosa vuoi sapere, Castle? Qual è il modo più veloce per cui tu te ne vada da qui?".
Non aveva certo migliorato le sue doti diplomatiche. E, a quanto pareva, le interessava unicamente che lui se ne andasse.
"Dalla voglia che hai di mandarmi via sembra che tu abbia dei cadaveri nello scantinato".
Non sorrise. Eppure aveva sperato di riuscire almeno a modificare l'atmosfera da fine del mondo incombente che percepiva provenire da lei.
Provò di nuovo. "Ti aiuterei. Nel caso... tu avessi davvero dei cadaveri. E puoi contare sul mio silenzio".
Non stava funzionando. "D'accordo. Se tu non vuoi parlare, lo farò io". Aveva iniziato con una spavalderia che non provava e che sperava l'avrebbe tratto d'impaccio, ma proseguire era qualcosa di ben diverso. "So che sei arrabbiata perché sono piombato nella tua nuova... casa. E che la leggi come una specie di intromissione. Perché in effetti lo è". Sperò che il tentativo di andarle incontro non venisse interpretato come ruffianeria – quale esattamente era.
"Non è niente di diverso da quello che fai di solito. Non è vero, Castle?".
"Questo significa che ti aspettavi che venissi qui?".
"Me lo sarei aspettata se ci avessi pensato. Ma non l'ho fatto".
Era dura come una parete di ardesia flagellata dai venti. E non gli avrebbe fatto nessuno sconto.
"Ma...", decise per la verità. "Non è normale che tu te ne sia andata improvvisamente dall'altra parte dell'oceano, e ti sia rifugiata in un villaggio popolato da quattro persone e una decina di pecore".
"È strano che l'abbia fatto o che non ti abbia avvisato? Mi sembri più ferito nell'orgoglio che preoccupato. Anche se vuoi spacciarlo per generoso interessamento alla mia sorte".
Wow. Aveva frequentato un corso di "so dove infilarti il coltello nel punto più vulnerabile"? Ed era anche un po' insensibile, a dirla tutta. Oppure ferocemente arrabbiata con lui, che era un'ipotesi di gran lunga migliore rispetto all'assoluta indifferenza. Cominciò a vedere aprirsi dei varchi, o forse era solo troppo ottimista.
"Mi mancavi". Era la verità. Ed era l'unica cosa che potesse smuoverla, a quel punto.
Il boomerang tornò indietro sotto forma di un ostinato silenzio che cominciava a dargli sui nervi. Era arrivato il momento di tirare i remi in barca, o qualsiasi altra metafora banale che non era nemmeno in grado di ricordare correttamente.
"Hai ragione", riprese, alzandosi. "È ora che me ne vada. Ero davvero preoccupato per te, non sapevo dove fossi e se stessi bene. È difficile smettere di farlo – di preoccuparmi -, dopo quattro anni passati come tuo... partner. Mi sembrava legittimo voler controllare che fosse tutto ok. Ma ora ti ho visto e ti trovo in splendida forma ed è evidente che la mia presenza ti infastidisce".
Era stato un grande discorso, di cui era molto fiero. Pieno di dignità e grande forza d'animo. Stava per aggiungere, come gran finale, che le augurava il meglio di tutto e tante meravigliose avventure senza di lui, quando un improvviso capogiro lo fece vacillare, rovinando la sua magnifica uscita di scena.
Si aggrappò allo schienale del divano, per non caderci sopra rovinosamente, facendosi male a una spalla. Kate, con sua enorme sorpresa, fu subito accanto a lui per aiutarlo a tornare seduto.
"Sei tu a non essere in splendida forma, Castle". Si stava prendendo gioco di lui? Lo sapeva che sotto quell'impassibilità c'era una Kate che avrebbe riconosciuto ovunque.
"Mi hai preso a bastonate", le ricordò un po' offeso, afferrando quel tenue filo di disponibilità comunicativa.
"Non era un bastone. E tu dovresti sapere che non si segue di soppiatto un poliziotto. Ex poliziotto". Percepì molto bene il cambio di tono, quando si corresse sommessamente. C'era una ferita aperta e non si trattava di quella che lui aveva sulla fronte. Avrebbe indagato anche su quello. "Stai bene? Hai delle vertigini? La nausea? Forse è meglio portarti in ospedale".
Non c'era niente che gli facesse meno piacere che l'idea di passare qualche ora nella sala d'attesa di un pronto soccorso.
"No, grazie. Mi sento già meglio. È ora che vada", ripeté con ostinazione.
"Non puoi tornartene in paese a piedi e sotto la pioggia. Posso accompagnarti io un auto, ma...".
Quel ma racchiudeva la sua intera speranza di vita. Racchiudeva anche le estatiche sensazioni che provava sotto il tocco delle dita leggere che gli percorrevano le tempie mentre lei era assorta in riflessioni su – sperava – il suo benessere.
"Temo che tu abbia una commozione cerebrale e non mi sento sicura a lasciarti da solo".
Di bene in meglio. Forse avrebbe dovuto accentuare l'espressione smarrita, per farle ancora più compassione?
"Dovresti rimanere qui stanotte".
Che cosa? Che cosa aveva detto? Forse aveva davvero un trauma cranico e aveva capito male. Raccolse tutto il contegno che gli era rimasto e fece per alzarsi.
"Ti ringrazio per l'offerta, ma mi sento bene. Non voglio abusare della tua ospitalità e pazienza. Alloggio alla locanda, non è lontana da qui".
"Piove a dirotto, Castle. E intendevo offrirti solo il mio divano, non aspettarti niente di troppo ospitale". Gli fece piacere che, tutto sommato, si sentisse in dovere di mettere le mani avanti per proteggere la virtù di entrambe le persone presenti.
"Non vuoi avermi qui. Non voglio importi la mia presenza oltre... il necessario".
"A questo avresti dovuto pensare prima, ma dal momento che sei qui ed è colpa mia se hai un taglio sulla fronte...". E l'orgoglio sotto i piedi – era sicuro che fosse il naturale proseguimento del discorso, ma lei si fermò. "Preferisco tenerti sotto controllo, almeno fino a domani mattina".
Realizzò con sgomento che si trattava di un numero di ore che gli sembrò spropositato da trascorrere sotto lo stesso tetto ed era molto più di quello che aveva osato immaginare fino a quel punto. Avrebbe enormemente desiderato esternare il suo stato d'animo, almeno con un sorriso di trionfo, ma si trattenne. Era troppo bello per essere vero – altro modo di dire che non faceva onore alla sua creatività – e lei era troppo esperta per non rendersene conto. Oltre a conoscerlo troppo bene.
Posò una mano sulla sua – un gesto insensato che non aveva ponderato, in preda all'euforia dell'inaspettato. "Grazie. Lo apprezzo molto".
Lei fu lesta a sottrarsi al tocco. "Lo faccio solo per non essere accusata di omissione di soccorso. O magari omicidio". Si alzò per andare a recuperare la biancheria, sfuggendo ai suoi occhi e a tutto il resto.
Per il momento doveva bastargli quello che aveva, si disse ascoltando i rumori del piano di sopra, dove si era rifugiata in quella che doveva essere la sua camera da letto, che naturalmente lui non aveva visto. Non sapeva nemmeno dove fosse il bagno. Apprezzò il silenzio e l'oscurità della stanza, aveva in effetti bisogno di un po' di riposo, nonostante le sue proteste. La testa gli pulsava e aveva qualche rigidità in altre parti del corpo che era troppo stanco per registrare. Aveva anche bisogno di qualche tempo da trascorrere in solitudine per riflettere sui vari colpi di fortuna succedutisi – averla trovata, essersi fatto colpire, aver avuto bisogno di cure. Per non parlare dell'emozione di averla rivista e delle riflessioni a cui doveva necessariamente far spazio riguardo alla nuova persona che si era trovato davanti. Ma era troppo stanco e dolorante, e ben presto lasciò che la sua mente vagasse senza controllo, prima di sprofondare nel sonno chimico dei farmaci che lei gli aveva procurato, senza aspettare il suo ritorno.
