Pellegrini di un lungo viaggio

D'improvviso Nera scomparve. Nessuno ci fece immediatamente caso, occupati com'erano a risanare le ferite di Fenrir e a carpire dalle sue labbra qualche informazione di quanto fosse successo nella grande sala di Olaf Monocchio.
Tutto andò avanti senza la sua presenza, senza che nessuno se ne accorgesse, nemmeno il dottore ci prestò attenzione perché quando sei nel Tardis sei certo di essere al sicuro. Anche lui era sconvolto dallo stato del giovane vichingo e lo voleva riportare al suo tempo, ma c'era qualcosa che lo fermava, qualcosa che aveva visto e che lo faceva esitare. In lui c'era una bestia, un mostro a forma di lupo, che fosse il vero e proprio Fenrir della storia? Colui che venne incatenato su un isola ed abbandonato li per secoli? Se era lui allora come aveva fatto a scappare ed assumere la forma di un giovanotto?

Anche Ruby lo preoccupava, dapprima entusiasta di partire e viaggiare, adesso aveva mutato sguardo e sembrava angosciata, forse per la salute del giovane. I due si osservavano, come a volersi conoscere meglio.

Aveva avuto già un'esperienza simile sulla sua nave e ne era spuntato un amore ed una pazza di nome River. Sperò che non si ripetesse.

Solo al mattino successivo cominciò a sentirne l'assenza, dove diavolo era andata quella cosetta fastidiosa che si chiamava Pera?! Ok, il Tardis era grande, ma al mattino tutti si riunivano in sala comandi per scegliere su quale meraviglioso pianeta a fare colazione! Sperò che non si fosse persa, ma decise comunque di andare a cercarla.

Nelle stanze più comuni non c'era, in piscina non v'era nemmeno la sua ombra, stessa storia per la biblioteca che aveva sempre suscitato il suo interesse. In sala macchine c'era troppo rumore per i suoi gusti, ed allora, dov'era?

Poi sentì un lamento, come una musica cantata, molto, molto triste, provenire dal profondo del Tardis. Allora aprì una porticina segreta ed il suono si fece più forte.

Dove era andata a curiosare quella bambinetta?! Di certo dove non doveva.

Si fece avanti nel buio, neanche lui conosceva bene quei luoghi della sua nave. Si accorse di star camminando su una passerella elevata, giunse in una stanza dove un grande albero che rassomigliava ad un salice piangente illuminava tutto grazie a delle sfere che pendevano dai suoi rami. Riconobbe il posto, c'era già stato, e qualcuno aveva cercato di portare via una di quelle preziose sfere, allora il Tardis si era arrabbiato non poco, ma non lo sembrava in quel momento. Lui poteva vedere dall'alto il grande albero che occupava quasi tutta la stanza fino al tetto e scorgere Nera che stava seduta a gambe incrociate contro il tronco.

Al contrario del solito, le sfere si erano animate e trasmettevano immagini cicliche che il dottore si mise ad osservare con interesse.

In alcune si vedeva la ragazza molto piccola al bordo di una strada con una grossa valigia a fianco, poi un orfanotrofio, una casa famiglia, e tante persone che ridevano di lei che esternava i suoi sogni e le sue paure. Poi … Una professoressa che pareva comprenderla, la tirava su di morale, la invitava a cena. Infine un brutto incidente di macchina e la professoressa se ne andava. La scuola stava finendo e lei incontrava Ruby, vide quanto era preziosa per lei, capì perché si ostinava tanto a rimanere con i piedi per terra, ma non comprese perché prima di una certa età le sfere fossero tutte offuscate, curioso com'era decise di dare una mano a quell'albero e sfiorò un ramo.

Il vortice del tempo che regnava in lui smosse la foschia e illuminò le sfere.

Un altro pianeta.

Altra gente, di certo non umana, ma con le sue fattezze.

Un grande drago che parlava alla Nera bambina.

Poi le chiudeva gli occhi.

Saliva da sola su una navicella grande come un guscio d'uovo intorno a lei.

Ed arrivava sulla terra.

Il dottore ritirò la mano.

Conosceva il drago, conosceva la gente, conosceva il pianeta, conosceva Nera.

E soprattutto, conosceva la sua voce.

Rimase in silenzio ad ascoltare ciò che cantava per avere un ulteriore conferma, ma già non aveva dubbi.

— Il tempo si è fermato per un po'.

Tenendo la tua mano nelle mie,

Con le stelle che brillavano nei tuoi occhi,

non lasciamoci andare.

Vola avanti, ragazza d'oro

Ed combatti le tue paure,

sarò con te nei tuoi sogni,

il mondo è più oscuro di quanto sembri.

Ed io vi aspetto per la luce

Che ci guida attraverso la peggiore delle notti

Ed io aspetto il segno che state tornando

E che avete trovato il vostro percorso.

So che hai visto il peggio prima

Il tuo cuore è stato strappato

Quella creatura non ti lascerà andare

Così aggrappati a quello che conosci

Quindi naviga, ragazza d'oro

E lotta contro queste tue paure

Sarò con te nei tuoi sogni

Nel mondo senza una regina. —

Le gambe gli tremarono per l'entusiasmo, riconosceva la canzone, era quella che aveva sentito tanto tempo prima cantata ad una bambina che era partita per un'avventura e poi nessuno più aveva avuto notizie su di lei. Il drago ormai era in fin di vita ed aspettava la voce della bambina dorata per respirare a fondo.

Voleva riempire Nera di domande, dirle il suo vero nome, farle capire quanto fosse importante e stava per scendere a parlarle, quando la vide piangere. In quel momento tutto l'albero la comprendeva, il cuore del Tardis batteva con lei, che era figlia dello spazio come quella nave, e si piegava verso di lei come a proteggerla in una gabbia di rami. Non sarebbe stato quel giorno quello in cui avrebbe disturbato, si girò lentamente ed andò via. Doveva controllare che Fenrir e Ruby stessero bene, accennare loro la cosa? No. Prima si sarebbero occupati della storia di Fenrir.

Si avvicinò a Ruby e le pose una mano sulla spalla destra. Fenrir dormiva in un lettino in una stanza vicino alla sala di comando.

— Hai trovato Nera? — Domandò lei distogliendo lo sguardo dal giovane per un attimo. Era stanca, aveva passato tutta la notte sveglia per cambiare le bende.

— Sì, ma vuole essere lasciata in pace. Poi ne parleremo. Adesso … Fen. Perché non ci parli di questa tua manifestazione di … Grandezza — disse, prendendo una sedia e sedendosi vicino a loro.

Fenrir si agitò nel letto, sembrava non aver tanta voglia di condividere le sue disgrazie con il Dottore, ma sapeva che se voleva rimanere al sicuro doveva.

Prese un lungo respiro e cominciò a spiegare — Quando ero ancora un ragazzino mi veniva spesso raccontata la storia del grande lupo, figlio del Dio Loki dal quale prendevo il nome, ma io non avevo mai creduto ad una sola parola, tanto che andavo in giro vantandomi di essere io medesimo il lupo. Lo stregone del villaggio volle punirmi e, in assenza di mio padre partito per uno scontro lontano, mi portò con se nell'entroterra fino al lago Ámsvartnir ,mi caricò sulla sua barchetta e mi portò su un'isola che si trovava al suo centro chiamata Lyngvi. Non appena fummo sul posto potei udire dei lamenti e degli ululati strazianti. Non credevo possibile che il Fenrir si trovasse proprio in quel luogo, ma c'era, con una spada conficcata nella bocca che gli impediva di mordere e dalla sua saliva si era creato un vero e proprio fiume che aveva eroso le rocce. Lo stregone lo chiamò Ván che nella nostra lingua significa attesa.

Lo vidi e cominciai a tremare.

"Hai visto, ragazzo presuntuoso, che il nobile Fenrir esiste?!" esclamò il vecchio, spaventandomi ancora di più, "Ed adesso patirai una pena per la tua arroganza!" esclamò intingendo la lama di un pugnale nel fiume e pugnalandomi al petto.

Caddi, con la consapevolezza di morire lentamente, lo stregone mi lasciò solo davanti agli occhi della bestia ed io svenni, o mi addormentai. Durante la notte udii ancora i suoi lamenti, ma mi accorsi di poterli comprendere. Chiamava casa, chiama i suoi amori, suo padre. Meditava vendetta e malediva colui a cui aveva strappato la mano, il dio Týr . Fino a che mi alzai urlando : "Fenrir che porti il mio nome! Smettila di lamentarti o non sarai mai libero! Non vedi che Gleipnir non ti lascerà mai andare? Allora smettila!" E lui rise, una risata lunga e roca, poi rispose : "Ragazzo che porti il mio nome, arroganza come la tua ne ho vista veramente poca. Io sono già libero in qualche modo, perché tu mi porterai nel petto!" Dopo quella frase, ritrovate le forze, scappai.

Il vecchio mi aveva lasciato la barca e così potei ritornare al villaggio, senza che nessuno sapesse che ero diventato mezzo lupo —

Calò il silenzio, sapeva di dover raccontare ancora di più, ad esempio di come era finito nelle grinfie di Olaf, ma aveva bisogno di prendere qualche attimo per ordinare le idee.

In quegli attimi guardò Ruby, il suo sguardo non lo abbandonava quasi mai ultimamente e lo confortava, in quegli occhi scuri ritrovò il coraggio per continuare. Il dottore si dondolava sulle gambe posteriori della sedia, curioso come non mai di apprendere ancora.

— Olaf arrivò qualche anno dopo, quando mio padre di aveva lasciato da qualche mese. Disse di essere suo fratello e mostrò un anello che ce lo fece credere. Disse che noi eravamo veri vichinghi e che dovevamo invadere lo spazio. Nessuno di noi capiva la logica dei pianeti e delle stelle, lui lo spiegò ad un ristretto numero di uomini che vollero comprendere e saperne di più. Tra quelli c'ero anche io, ma una notte dovetti trasformarmi, la luna me lo imponeva, e così Olaf fece in modo di catturarmi e darmi della bestia, anche se sapeva benissimo chi fossi. Disse che avrebbe rinchiuso la bestia nelle segrete e per farla stare buona gli avrebbe donato ad ogni luna un fanciullo o una fanciulla dal crine rosso. Io non ho mai mangiato nessuno, ve lo giuro. I ragazzi venivano trasformarti in nuove truppe e spediti nello spazio senza possibilità di tornare o chiamare a casa. Alla fine, quando il grande inverno si è preso il nostro villaggio ed un'epidemia ha decimato la gente, Olaf ci ha raccolti nella sua nave e ci ha portati su Freya, cominciando quella stupida politica di prigionia e parchi a tema. Capii da questo che non poteva essere un vero vichingo, lo comunicai a chi non credeva che fosse il fratello di mio padre e che ancora credeva in me ed allora cominciammo a meditare di scappare- —

Pausa.

Ruby aveva migliaia di domande che le frullavano per la testa, ma non sapeva quale porre per prima. Il Dottore dal canto suo se ne rimaneva in silenzio perché sapeva che la storia non era ancora finita, mancava un'ultima parte.

— Allora i tuoi compagni? Che fine hanno fatto? — si arrischiò a chiedere, la giovane.

Fenrir parve soffrire a quella domanda, ma rispose.

— Ognuno di loro aveva una specie di braccialetto, una volta usciti dal castello … — la sua voce tremò, abbassò gli occhi nel tentativo di non far vedere che erano diventati lucidi, ma poi continuò — Sono letteralmente stati inceneriti —

— E tu non ne avevi uno? — indagò il Dottore.

— Si è rotto alla mia prima trasformazione nel castello, dopo di che ho sempre finto di averlo —

— Capisco … Beh Fen, non hai voglia di tornare a casa? —

— Per essere etichettato come una bestia malvagia? No grazie. In più la gente del mio tempo è perita sotto il grande inverno e per la pestilenza, non conoscerei nessuno in nessun luogo tu mi portassi. —

— E ti piace l'avventura? — Domandò entusiasta il Dottore.

— Oh, da matti! — rispose il giovane senza neanche pensarci.

— Beh, benvenuto a bordo allora. Invece che due ne porterò tre, che differenza fa? Ricordatevi però che prima o poi tutti scendono. — mentre diceva così, il dottore rischiò di soffocare per il grandissimo abbraccio che ricevette da Ruby.

— Allora dove andiamo? — La voce stanca di Nera li fece sobbalzare tutti. Nessuno sapeva da quanto tempo fosse affacciata alla porta. Il Dottore si liberò dall'abbraccio, era una forma d'affetto che poco gradiva. Corse verso la sala di comando seguito dalle due ragazze e cominciò a pigiare pulsanti , rivolgendosi poi a Nera — Nel mondo che sogni da quando eri piccola, un mondo con draghi e lunghe canzoni che non sai da dove vengono, giusto? —

Nera annuì, aggrappandosi alla console, non capendo.

Il Dottore capiva benissimo invece, era giunto il tempo di ridare una casa a chi l'aveva persa e viveva male dove si era dovuto sistemare.

— Si va a Draconomicon! —