Capitolo 3

Oltre al codardo, un altro muore mille morti: l'uomo che vede morire tutti coloro che ama.
–Sir John Bishop, Poem of Humanity

–Sbaglio o hai sistemato tutto in modo da farmi stare al sicuro in ogni momento?
–Se ti aspetti che confessi sarai delusa. E goditi la gita.
Le prime centinaia di metri volarono, senza intoppi. Anche se le guardie non fossero state colte da improvvisi capogiri e da un inspiegabile stordimento e avessero potuto guardare bene, non avrebbero distinto cosa fosse quella macchiolina che si avvicinava schizzando sul ponte. E difficilmente qualcun altro avrebbe avuto il tempo per chiederselo. Erano già circa a metà quando sentirono iniziare a suonare l'allarme. Quasi contemporaneamente le navi iniziarono ad avere problemi dai due lati. Tutti erano troppo occupati per badare a cosa accadeva sul versante sud.
Naturalmente lo stesso non valeva per i puntatori automatici. Ma dopo l'esercitazione del giorno prima questo non era nulla. A complicati zigzag, presero ad evitare i raggi in successione rendendo allo stesso tempo difficile il compito di localizzarli, e spingendo i sensori a fondere per il sovraccarico o a colpirsi tra loro. La velocità non poteva essere la solita, perché la passeggera non era resistente quanto il suo portatore… ma comunque era più che sufficiente per quello che dovevano fare. Col vento negli occhi, si sentiva balzare il cuore ad ogni passo e si chiedeva se quest'esaltazione tra paura e potenza era ciò che lui provava ogni volta…
–Il portone principale. Dritto davanti.
–Fin troppo facile arrivare qui… sono troppo pessimista se dico che probabilmente ci sarà qualche altro sistema di sicurezza?
KABOOM! Aveva appena finito di dirlo che una granata scagliata da un cannoncino sulla postierla di sinistra esplose proprio davanti ai loro piedi. O c'era qualcuno piuttosto resistente all'ipnosi a distanza o anche quello era un sistema automatico. Subito la postierla di destra fece eco al fuoco anti–intrusi.
–A volte odio aver ragione…– Saltò da una parte all'altra del ponte attento che non accadesse nulla al suo carico prezioso. –Del resto se non avessero avuto delle altre difese ci avrebbero spalancato subito la porta! C'è un altro passaggio da cui possiamo entrare?
–Dammi un attimo.– Un'occhiata più penetrante di una scansione computerizzata sondò la facciata dall'alto al basso. –I due posti di guardia sono collegati a un passaggio aereo che supera il cortile interno e arriva direttamente all'ala del personale all'ultimo piano. Ognuno è dotato di postazione di controllo automatica. Ci sono due guardie da ogni parte ma al momento sono stordite. Non opporranno resistenza.
–Perfetto. Allora non ci serve la porta principale. Tieniti forte… si va in VERTICALE!
Se l'era caricata sulla schiena anziché portarla in braccio proprio per poter avere le mani libere in caso di bisogno. Estrasse la pistola e sparò quasi simultaneamente a entrambe le bocche di fuoco, mettendole fuori uso. E prima che lei potesse rispondere, salì sul muro correndo a un angolo di novanta gradi dal suolo per un centinaio di metri, mirando dritto al finestrino. Neanche il tempo di farsi venire le vertigini, ed erano dentro.
I due secondini in uniforme vagavano per la stanzetta con un'aria ebete, ripetendo frasi come «La stanza dei pinguini, mamma!» o «Bisogna rompere il bucato, l'avevo detto!». L'effetto era simile a quello di una droga pesante. Il piccoletto era davvero PERICOLOSO quando voleva. Uno dei due stringeva ancora in mano una tazza di caffé che nell'enfasi faceva traboccare abbondantemente sul pavimento. Una volta che la passeggera fu stata delicatamente posata a terra, bisognò solo spingerli con decisione a sedere perché non si facessero male da soli e poi far saltare la serratura della porticina blindata.
–Ci senti, piccolo? Siamo dentro… comunicalo agli altri!– esclamarono mentre filavano nel passaggio aereo verso il corpo interno del carcere.
Timer: 00.02.00

Tutto sotto controllo per adesso. Vi sto seguendo passo passo. Se qualcuno dovesse avere bisogno di aiuto posso raggiungervi in un attimo.
Il pilota automatico manteneva la nave stabile coi motori accesi a poca distanza dal fondo e il sistema di camuffamento rendeva improbabile che qualsiasi strumento elettronico la notasse. Solo a bordo, fluttuava sul ponte di comando controllando ogni tanto attraverso lo schermo che non ci fosse nessuno di sospetto in avvicinamento, mentre allo stesso tempo si raffigurava mentalmente –su uno schermo BEN PIÙ potente– tutt'e quattro le scene che stavano avendo luogo a distanza di qualche miglio l'una dall'altra. Nessuno pareva avere problemi. I diversivi procedevano a meraviglia, mentre nella parte alta e in quella bassa del penitenziario gli infiltrati avevano ormai saldamente preso posizione. A meno che non ci fosse qualche imprevisto…
Ma se c'è una cosa che ormai abbiamo imparato a PREVEDERE, è che gli IMPREVISTI capitano SEMPRE.
Ah!… Cosa è stato?…
Una scossa violenta fece ballare tutto strappandolo alla sua meditazione. Un'altra seguì a breve distanza. Bombe di profondità?… Impossibile… non potevano averli scoperti… no, era come se qualcosa spingesse fisicamente la nave colpendola ripetutamente. Qualcosa di grande e di estremamente robusto, per provocare una reazione del genere… qualcosa –scoprì perplesso estendendo la sua consapevolezza oltre l'ambiente– con una mente? Una mente debole… confusa… non umana… ma comunque una creatura viva… Certo, non potevano essere avvistati da nessuna apparecchiatura, ma un paio di normali occhi potevano localizzarli… non erano invisibili…
Via! Via! Via!
Un semplice impulso che anche il cervello più primitivo poteva capire. Ma dovette emetterlo con una forza considerevole perché fosse obbedito… le creature –ce n'era più di una– erano poco intelligenti ma di una tenacia innaturale. Finalmente le scosse si affievolirono, per poi sparire. Avrebbe dovuto controllare se c'erano danni ai sistemi. Ma doveva sapere cosa l'aveva trovato e aveva avuto tanta forza da disturbarlo. I suoi pensieri raggiunsero l'esterno e fissarono le forme enormi che con riluttanza stavano nuotando via dalla loro preda. E le riconobbero… se si può usare questa parola.
Un'angoscia indicibile gli riempì il cervello. Una paura primordiale simile a quella che aveva provato nel sogno. Che ricordava di aver provato pochissime volte nella sua vita.
In questo posto c'è più di quello che sospettavamo! Attenzione! Attenzione! Fate tutti attenzione!

–…Uh? Hai sentito?
–Un allarme? C'è qualcosa a cui non avevamo pensato? Come se non fossimo già abbastanza occupati…
–…YIKES!– La distrazione per poco non era stata fatale. Con un colpo di reni e ringraziando mille volte i suoi OTTIMI riflessi, il Barone Rosso si raddrizzò in verticale evitando un colpo d'energia che stava per friggere lui e il suo comandante in seconda. –Il microbo deve imparare a scegliere meglio quando disturbare gli altri! Per poco non finivamo in bocca ai pesci!
–Non dare la colpa agli ALTRI, pilota da strapazzo!… Ma che è successo? Hanno cambiato armi? Non sapevo che fossero equipaggiati con roba del genere qui… sicuro che si tratta di un SEMPLICE carcere governativo? Qualcosa mi puzza.
–Sarà l'aglio che hai mangiato stamattina. Scherzi a parte… questo non è normale… quelle sono pistole come le nostre… contro COSA pensavano di dovercisi difendere? A meno che qui non ci siano davvero i CAPI di tutti i terroristi del mondo o…
Un'ombra enorme passò SOPRA le loro teste mentre parlavano. Portando con sé un brivido sgradevolmente familiare.
–THEY'RE ESCAPED! THEY'RE ESCAPED!
Ancor prima di alzare lo sguardo seppero di essere in GUAI GROSSI.

–Ma che succede?… Stanno… battendo in ritirata?…
–Ne so quanto te. O gli abbiamo messo DAVVERO paura o hanno scoperto gli altri all'interno, e allora abbiamo un problema.
–Oppure li ha spaventati la stessa cosa di cui ci ha avvertiti il nostro amichetto… qualunque cosa sia! Però io non vedo…
–…AAAH!
Non c'era MOLTO al mondo che potesse far gridare di dolore in quel modo un uomo capace di prendersi un siluro in pieno petto senza battere ciglio. Nonostante la sua tolleranza alle basse temperature, l'altro si sentì gelare. Percepì l'acqua alle sue spalle intorbidarsi in una lotta feroce e bolle d'aria enormi spinte con violenza nella sua direzione. Gli parve che gli ci volesse un'eternità per voltarsi, e rendersi conto di quello che il compagno stava affrontando, e precipitarsi in suo aiuto con tutta la velocità che gambe e braccia gli permettevano.

–Oh mamma.
–Se ti risponde puoi passarla anche a me?
Si erano bloccati nel corridoio mentre intorno a loro militari e civili continuavano a scappare. Ma adesso scappavano VERSO DI LORO. Li spintonavano e li oltrepassavano, noncuranti della loro presenza. Gli spari frenetici con cui avevano tentato di respingerli avevano colpito qualcosa che non dovevano. O avevano svegliato qualcosa che non doveva svegliarsi. Ombre gigantesche si muovevano sul muro. Il metallo e il cemento rimbombarono di un ruggito che il mondo non udiva da tanto tempo da averlo dimenticato. Se pure l'aveva mai udito.
–Credo proprio che stia venendo da questa parte.
–Dovremmo fare qualcosa.
–Bella frase. Ricordami di incidertela sulla tomba.
–Spero solo che non abbia FAME. Non ci tengo a vedere un altro stomaco dall'interno.

–Ah!…
–COS'HAI?
–N… niente.– Si era appoggiata alla parete perdendo l'equilibrio, con una mano alla testa. –Il grido… così forte… doloroso.– Era sempre stata la più sensibile all'intensità dei messaggi psichici del compagno più giovane. Alzò gli occhi angosciati sugli occhi preoccupati che ricambiavano il suo sguardo. –Sta… soffrendo. Non l'ho mai sentito così.
–Lo so. L'ho sentito anch'io.– Il bisogno di voltarsi e tornare indietro per un momento fu quasi fisico. Si fissarono incerti. –Cosa può averlo spaventato in questo modo?…– chiese di nuovo lei. –Neanche l'ultima volta che…
Lui storse la bocca a quel ricordo sgradevole. Ma non poteva negare che fosse vero. –Non lo so– rispose sinceramente. –Ma allora perché non è venuto da noi… o non ci ha riportati a bordo? Ora non lo sento più… è come se fosse ammutolito… tu?
–Neanch'io.
Rifletté per un attimo. –Ascolta… dobbiamo trovare il dottore. Non possiamo sapere come stiano le cose, ma la missione ha la precedenza. Facciamo più presto possibile e poi precipitiamoci a vedere se sta bene.– Gli pesava dover parlare in quel modo, ma pur con riluttanza a sua volta, lei annuì. Lui le porse la mano e lei la prese. Ripresero a correre così. Ogni tanto stringeva un po' più forte, per comunicarle sicurezza. –Forse non è neanche lui quello per cui preoccuparsi. Quell'allarme… riguardava più un pericolo per NOI. Forse ha sentito qualcosa qui dentro che…
–Due guardie dietro quell'angolo.
Sparò automaticamente ancor prima di vederle. Tutti i secondini o i membri del personale che si facevano loro incontro venivano storditi e crollavano innocui sul pavimento. Nessuno aveva armamento pesante: per il momento si trovavano ancora lontano dalle celle dei prigionieri. Infilarono una rampa di scale di servizio verso il basso, evitando gli ascensori.
–Pensi che avranno messo una schermatura speciale sulla stanza dove tengono Hawthorne?
–Ricordo la piantina del carcere a memoria. Se c'è una zona non segnata o che non posso sondare, la controlleremo. Se fossi in loro…– Si voltò un attimo di scatto a far cadere a terra con un gemito una donna in uniforme. –L'avrei isolato nella cella di massima sicurezza… tre piani più in basso rispetto a dove ci troviamo.
–Va bene. Sbrighiamoci. Anche perché non ci metteranno molto a dare l'allarme e far arrivare rinforzi dalla terraferma, per quante precauzioni possiamo prendere.
Ogni porta del carcere–fortezza era sbarrata e richiedeva la tessera magnetica. Per i loro laser non era nulla. Un solo colpo distrusse quella in fondo alle scale, concedendo l'accesso alla zona della struttura dove dovevano essere ospitati i detenuti.
Che era immersa nel caos. Urla selvagge li accolsero sulla soglia. Oggetti di ogni tipo volavano, andando a schiantarsi sui muri o sui pavimenti, lanciate dalle celle nell'isterico tentativo di difendersi– vassoi, pezzi di cibo, suppellettili. Facce chiare e scure, rugose o sfregiate, aprivano le bocche in rantoli infantili di terrore. Spari inutili dei secondini accrescevano il pericolo, colpendo tutto tranne i loro bersagli, ferendo colleghi e prigionieri. Uno ricevette una pallottola nella spalla e fu proiettato all'indietro contro il fondo della cella, gridando. Un altro afferrò alle spalle una guardia che era indietreggiata verso di lui, attraverso la grata, togliendole la pistola e puntandola verso l'origine di tanto terrore, senza ottenere risultati migliori. I più si aggrappavano spasmodicamente alle sbarre come scimmie impazzite, urlando: –NON FATELO AVVICINARE! IN NOME DI DIO… NON FATELO AVVICINARE!
La bestia che riempiva tutto lo spazio disponibile davanti a loro doveva chinarsi per stare in un corridoio alto tre metri. Artigli lunghi come coltelli tenevano imprigionato un uomo sanguinante e strillante, affondandogli nel ventre. Denti altrettanto lunghi, macchiati di rosso, scattavano come tagliole. Le pallottole rimbalzavano su una pelle scagliosa e coriacea. Nessun sentimento nei piccoli occhi ai lati della testa se non una ferocia e una voglia di uccidere mai vista prima in nessun essere vivente. Non era un dinosauro. Non era neanche un rettile. Non era nessun animale riconoscibile come tale. Eppure in qualche modo li ricordava tutti, ed era allo stesso tempo terribilmente alieno. Estraneo ai sensi, al pensiero, all'intuito che permette a tutte le creature della terra di riconoscersi tra loro. Come se gli occhi si rifiutassero di guardarlo. Di ammettere la sua esistenza. Ci volle loro un attimo d'incredulità e sbigottimento prima di assimilare la presenza di una creatura del genere in quel luogo così improbabile.
Un attimo prima di puntare e scaricarle contro le pistole all'unisono, alla massima potenza.
Non vacillò nemmeno.
Si limitò a girare la testa deforme, smisurata verso i nuovi attaccanti e indirizzare loro il suo più terribile e osceno ruggito. La preda tra le sue grinfie cacciò un nuovo grido di dolore insopportabile quando le punte affondarono un po' di più lacerandole gli organi. La bestia mosse un passo in avanti per afferrare nuove vittime con la zampa libera.
–Di nuovo! Agli occhi!
I due raggi mirarono insieme nello stesso punto, combinando la potenza. Questa volta parvero avere qualche effetto. La creatura si fermò scuotendo il testone, accecata, portandosi la zampa alla parte ferita. Lasciò andare la guardia che rimbalzò contro il muro e cadde contorta a terra, sangue e altro che le imbrattavano gli abiti. Ma anche così la ferita non pareva essere decisiva. Stava già per riprendersi. Di COSA era fatto quel mostro?
Un'idea. Nei pochi secondi che aveva a disposizione fece scattare il piccolo pannello a lato dell'arma. Regolò i circuiti per mandarla in sovraccarico. Lei notò cosa stava facendo e silenziosamente lo imitò. Nell'istante in cui le fauci insanguinate si rivolsero nuovamente contro di loro, spararono ancora puntando al loro interno, senza interrompere il fascio. Sentirono il metallo scaldarsi nelle loro mani, diventare rovente, incandescente perfino per loro. Si morsero le labbra e resistettero. Cinque secondi. Dieci. L'urlo sempre più orribile della cosa agonizzante.
Poi, la fine. Cadde con tutta la parte superiore del corpo bruciacchiata. Il pavimento tremò violentemente sotto un peso di tonnellate.
Lui si strinse la mano dolorante con una smorfia. Rivolse lo sguardo alla mano della compagna, nelle stesse condizioni. –Ti fa…
–Non pensarci. Niente di insopportabile. Ma cos'era quella bestia? Cosa ci faceva qui?
–E come ha fatto a entrare?…– Poi notarono lo squarcio nel pavimento, poco più distante. Il mostro doveva essersi fatto strada arrampicandosi dal basso. Anche quello del piano inferiore era sfondato, e quello sottostante. Qui c'è più di quello che sospettavamo… a quanto pareva avevano scoperto cosa intendeva dire. Che Hawthorne fosse o non fosse là sotto, a questo punto non potevano non controllare. Tra le grida e i pianti di detenuti e secondini ormai salvi che si precipitavano a soccorrere i feriti, saltarono insieme nel buco per un volo di più di una decina di metri.
Atterrarono in piedi in un corridoio simile al precedente, ma spoglio e semibuio. Tutte le luci erano state distrutte, i muri erano graffiati, il pavimento segnato dagli artigli dell'essere e forse non solo dai suoi. Persone svenute o morte erano gettate qua e là. Uomini e donne in uniforme… o in camice bianco. Scienziati in un carcere? E una zona priva di celle? Questa doveva essere un'installazione segreta… sotto copertura. In cosa erano andati a cacciarsi?
Girando con cautela un angolo, lo scoprirono. E gelarono.

–Mio Dio… mio Dio…
–Quel mostro non era un robot, vero? Era… organico
Dietro le porte e le pareti divelte di un enorme laboratorio che sembrava occupare tutto il piano, una vasca di coltura infranta inondava il pavimento di un liquido tiepido, quasi amniotico. Altre erano ancora intatte, e mostravano il loro contenuto come immani acquari di uno zoo. Animali giganteschi, simili a quelli reali ma di dimensioni molto maggiorate, o con innesti tesi a migliorarli, rafforzarli… secondo un certo punto di vista. Squame di rettile su un orso, zanne acuminate ad un delfino. Altri che potevano sembrare creature preistoriche, come quella fuggita… ma con qualcosa di oscenamente mutato. E altri ancora diversi da qualunque essere fosse mai nato su questa terra. Certi pienamente formati, altri allo stato di cuccioli o di feti su cui le manipolazioni erano appena iniziate. Tutti dormienti, con molteplici tubi collegati, come cordoni ombelicali, a far giungere loro il nutrimento. Altrove, in grossi bacini idroponici, le piante… liane trasformate in tentacoli, tronchi dotati di ventose o bocche dentate, come quelle che avevano già visto una volta… ed era già stata una volta di troppo. Era a questo che si lavorava a St. Christian Island. Sotto le mentite spoglie del penitenziario per terroristi. Per un attimo le lancette girarono all'indietro. I loro torturatori… i loro incubi… erano forse ancora vivi? Tutti i loro sforzi non erano serviti a niente, e li avrebbero visti tornare ancora una volta come troppe volte? Ma la realtà era più sgradevole. Su tutte le apparecchiature videro impresso il marchio dell'esercito americano. La base era governativa in tutto e per tutto. Un'esclamazione d'angoscia di lei scosse quel silenzio tombale. Una delle vasche conteneva un uomo.
–Hanno abbandonato gli studi sull'elettronica… e ne hanno cominciati di più vantaggiosi. Questo è un centro di ricerca genetica… per ottenere creature da usare in guerra… soldati migliori… più bravi a uccidere…– Sentì un'ondata di nausea e di collera che lo pervadeva mentre lei si accasciava a terra sconvolta, con lacrime che le scorrevano sul viso. Le strinse le spalle. –Non si fermano mai… non si fermano davanti a niente
–Allora… allora è stato il nostro arrivo a far svegliare quella cosa? È per colpa nostra che quelle persone sono state ferite… uccise?– singhiozzò la ragazza, le mani alla bocca. –Per quanto ci proviamo… non riusciamo a far altro… che distruggere…

Il falco calava dall'alto a ripetizione cercando di ghermire gli uomini sulle mura. Era grande almeno dieci volte il normale, con artigli rossastri in proporzione, ed esibiva una coda prensile da drago e denti aguzzi nel becco. Una sorta di Archaeopteryx DECISAMENTE più vivo di quelli disegnati sui libri… anche troppo per i due malcapitati che cercavano in tutti i modi di distrarlo facendosi inseguire, e per fortuna o purtroppo sembrava che ci stessero riuscendo benissimo.
–Ma di che cosa è fatto? L'ho colpito DI SICURO almeno un paio di volte e non va giù!
–Ed è anche maledettamente veloce! Sto andando al massimo ma non ci molla… non so se dovrei essere contento o meno… che facciamo?
–Sali.
–Eh?
–Sali più in alto che puoi. Se RESPIRA, forse soffocherà ad alta quota. Noi possiamo resistere con poca aria… e nel caso possa anche lui… intanto preparo la granata più potente che ho a disposizione!

–Uhn… argh…
–Maledizione… non ce la faccio… cerca di resistere…
Il gigante sforzava al massimo i suoi muscoli poderosi per lottare contro lo squalo mastodontico che gli aveva addentato la spalla e stringeva senza pietà. Che razza di creatura poteva essere per metterlo in difficoltà in quel modo, e per di più con l'aiuto dall'amico? Preso per la mascella superiore come un toro cavalcato in un rodeo, tirato dalle due parti con una forza collettiva sufficiente a dividere in due una montagna, non accennava a disserrare le zanne, che anzi si chiudevano sempre di più. Dal corpo massiccio della preda cominciava a venire un sordo, preoccupante scricchiolio.
–Ahrrrr… il paralizzatore…
–Non funziona! Questa bestia è peggio di TE quando hai un brutto quarto d'ora! Accidenti… ODIO dover far male a un animale… ma d'altra parte non sono neanche sicuro che lo sia…
Si voltò indietro verso il tumulto selvaggio che agitava l'acqua più vicino alla superficie.
–E ce n'è un altro…
La creatura assolutamente identica all'altra stava speronando da sotto le navi militari in ritirata col muso, come un delfino che affronta da solo un branco di pescecani. Anche se non fossero stati così grandi… che motivo potevano avere per aggredirli? Gli animali attaccano per difendersi o per fame… e anche se era concepibile che fossero stati spaventati dalla battaglia in quello che poteva essere il loro territorio… cosa potevano trovarci di buono da mangiare in un grosso pesce metallico… o anche in uno di loro? No… non erano esseri naturali… non era istinto di sopravvivenza o di nutrirsi ciò che leggeva nelle loro azioni… era più come se fossero condizionati ad attaccare tutto… qualsiasi cosa avessero di fronte…
La seconda belva azzannò una parte sporgente di una nave come avrebbe potuto fare con una pinna sporgente di una balena. Allora gli venne un'idea luminosa.
–Ce la fai a resistere da solo qualche minuto?
–Ghhhh…– L'altro puntò entrambe le mani dentro la bocca del leviatano, spezzando qualcuno dei denti grossi quanto i suoi palmi e forzandolo ad allentare, anche se lievemente, la presa. –Farò del mio meglio… anche se questo non ha nessuna intenzione di cedere!
–Mi serve solo un attimo.– Si slanciò verso l'alto come un razzo, rivolto alla nave in difficoltà che beccheggiava come colta da una tempesta. –Se quella gente è intelligente e vuol salvarsi la pelle… mi starà a sentire! Altrimenti mi farò sentire io!

–Bell'elefantino bell'elefantino bell'elefantino…
–Con quel…
–Bel rinoceronte bel rinoceronte…
–Con quella…
–Ehi, ma tu non sei MAI contento, eh?
–Qualunque cosa sia comunque penso proprio che NON ti voglia ascoltare!
Una cornata violentissima strisciò contro il muro del corridoio in acciaio rinforzato lacerandolo come carta, con un suono stridente. Dove le zampe a martello pestavano il pavimento rimanevano buche profonde almeno cinque centimetri. E pareva non avere intenzione di fermarsi finché non avesse appiattito tutto ciò che aveva davanti.
–Forza, gente! Di qua! Non rimanete indietro!
Da intrusi che erano, si erano trasformati in guide. L'unica speranza per il personale del penitenziario di salvare la pelle. Se li spingevano avanti, attenti a frapporsi sempre tra loro e il mostro che guadagnava inesorabilmente terreno. La corta proboscide ondeggiava da un lato all'altro con furia, mentre la doppia corona di corna attorno alla testa lottava per ingrandire il passaggio stretto in cui doveva dibattersi, deformando i muri nella sua scia. Anche le fiammate più calde e il laser più potente riuscivano solamente a rallentarlo per poco.
–Dovrebbe aver PAURA del fuoco… sarebbe normale… ma di normale questo coso non ha proprio niente…
–Fai entrare tutti in quella stanza! Io cerco di tenerlo a bada!– Afferrò uno che aveva inciampato e lo gettò senza troppa grazia avanti in mezzo agli altri. Quindi si piantò da solo immobile nel mezzo del corridoio.
–Non dirmi che vuoi…
–Secondo te c'è altra scelta?– CLICK!
Il rumore umido e scivoloso di un palloncino bagnato, l'impressione di non sapere bene cosa stai guardando, e poi DUE bestie identiche cozzarono corna contro corna nel corridoio col fragore di due nubi temporalesche, spingendosi a vicenda per superarsi. Le persone atterrite raddoppiarono la velocità di fuga, il che era un'ottima cosa. Fermo accanto alla porta della stanza, assicurandosi che tutti si mettessero in salvo, il tappo fissava gli occhi sulla lotta. Il suo amico sarebbe stato in grado di resistere? Normalmente assumeva la stessa forza della forma in cui si trovava, ma a tutto c'erano dei limiti. E non sapevano cosa avevano di fronte. Se fosse stato costretto a cedere… lui cos'avrebbe potuto fare, visto che il suo potere sembrava inutile?

–No.– Non sopportava di vederla così. Si chinò alle sue spalle, prendendole la mano sana con la sua– CLACK, fecero gli anelli. –Non è stata colpa nostra. Hanno voluto creare delle armi vive assoggettate al loro volere, e le armi si sono ribellate. Come era normale. Guarda quei cavi di collegamento… sono stati tagliati. Qualcuno lo ha fatto di proposito. Con tutti questi sistemi di difesa, era improbabile che qualsiasi attacco causasse una fuga. Semplicemente hanno approfittato della confusione causata da noi per mettere in atto il loro piano.
–Ma chi…?
–Anche questo dovremo scoprirlo. Comunque… se il governo americano è implicato in certe cose, non c'è più tanto da stupirsi di quello che è successo in Medio Oriente. O che abbiano portato qui il dottor Hawthorne per nasconderlo. Deve far parte a sua volta di questo progetto.
–Non più, adesso– disse una voce calma alle loro spalle. –Né mai più, se potrà evitarlo.– Una donna dai capelli grigi, in camice bianco, lievemente pingue, stava avanzando tranquillamente verso di loro, uscita da una cameretta laterale. –Io sono Noelle Hawthorne. E non mi importa se siete venuti per uccidermi o per rapirmi, o per chi lavorate. Non dirò una parola sulle nostre ricerche. Ho visto succedere cose troppo orribili. Tutto questo deve finire.