PdV di Splinter. Terza persona.

Aveva meditato nel silenzio del dojo, mentre i suoi figli erano in superficie.

Ancora, sebbene fossero passati ormai parecchi mesi, ogni tanto faticava a credere di averli lasciati andare fuori dalla sicurezza confortevole della loro tana nella vecchia ed abbandonata fermata della metropolitana, dove li aveva amorevolmente cresciuti ed efficacemente addestrati.

Era fiero dei suoi quattro ragazzi, e consapevole di quanto fossero in gamba; in questi mesi avevano dimostrato il loro valore, avevano sconfitto terribili avversari. Eppure, quando erano in superficie, si sentiva sempre irrequieto. La meditazione, che il silenzio avrebbe dovuto rendere più facile, la preoccupazione rendeva più difficile. Erano i suoi figli, la sua gioia, la sua nuova famiglia, la sua ragione di vita.

Anche se loro non lo sapevano, lui aveva sempre aspettato il loro ritorno prima di addormentarsi, la notte. Il timore che qualcosa potesse andare storto non lo lasciava mai. Ricordava la paura che aveva provato quando una volta Michelangelo era tornato in stato di incoscienza, sorretto dai fratelli, o quando Leonardo era stato catturato.

Ogni volta, se prima non sentiva i suoi figli tutti di ritorno sani e salvi a casa, non poteva togliersi di dosso la molesta sensazione di irrequietezza.

Questa sera l'irrequietezza era ancora più pesante. I suoi figli stavano tardando. Si era alzato dalla sua posizione di meditazione, era andato in cucina. Riscaldata l'acqua, l'aveva versata nella teiera con alcune foglie del suo tè. L'acqua si era intorpidita piano piano…

Ha dato un'occhiata all'orologio sulla parete. Sarebbero dovuti tornare da almeno tre ore. Sperava di doverli punire la mattina successiva con una buona dose di allenamento supplementare per aver ritardato senza motivo. Leonardo era molto responsabile, ma era pur sempre un ragazzo, magari si era fatto trascinare da Raffaello e Michelangelo in qualche nuovo gioco e stavano tardando per questo. Ma sentiva dentro di se che era molto più probabile che i suoi figli avessero avuto qualche problema.

Finito di bere il tè, mentre stava valutando se tornare a meditare o cercare di passare il tempo guardando piuttosto qualche stupido programma in tv, un grido da oltre i tornelli dell'ingresso ha confermato i suoi timori.

"Sensei! Sensei!"

E' accorso veloce, ed ha visto uno sconvolto Donatello che trascinava a fatica sul suo guscio il fratello maggiore. Mentre prendeva tra le sue braccia Leonardo, e lo portava correndo nel laboratorio-infermeria, ha chiesto al figlio con la maschera viola che lo seguiva ansimando: "Cos'è successo? Dove sono i tuoi fratelli?"

Ha posto Leonardo sul lettino e nel frattempo ha alzato lo sguardo verso Donatello, aspettando ansioso la risposta. Ha incontrato gli acquosi e tremanti occhi nocciola del suo terzo figlio, e vi ha letto sgomento e paura.

"Uno-un attacco del Piede, L-leo è, è c-caduto dal quarto piano… Ralp e Mikey…" Donatello si è fermato, ha chiuso un attimo gli occhi. "Raph e Mikey sono stati presi, padre".