Sotto, la nera terra era scavata in gole, e forre, traboccanti di vegetazione, e percorse da canali e torrenti, che trovavano sfogo in vasti paludosi pianori. La cintura a sensori barometrici si slacciò al segnale, scivolandogli via dalle spalle. La tela militare produsse uno sgradevole fruscio, contro il tessuto traslucido della cappa.
Ma sopra, a metri e metri dalla superficie, le acque di Ag'guuna si addensavano in banchi di nebbia, percorsi da sbuffi di correnti ascensionali: la navigazione, turbolenta; la visuale, limitata a non oltre un metro dalla plancia. Tirò i manubri verso di sé, contenendo la vibrazione del motore, forzando la navetta a procedere lentamente. Stormi di nuvole si sfilacciavano davanti al visore, al di sopra dlle pccole fievoli spie nel quadrante di alimentazione.
Poteva distinguere qualche cirro lacerarsi sulla chiglia, e i brandelli rotolare via con il vento, verso la cabina di pilotaggio, e giù, ai lati della fusoliera. Con una torsione impercettibile- avanti, a sinistra, una quindicina di gradi- iniziò la discesa, lasciando che fosse l'atmosfera ad attutire la caduta con un sordo rollio.
Quando la foschia si diradò, poté distinguere i primi contorni: terra, scura- mota, quasi sicuramente- e masse oscure, che oscillavano sotto il battere del vento- alberi e piccoli rilievi. E, ovunque, specchi- lunghi specchi d'acqua, su cui aleggiavano nastri di vapore.
Governò il timone a procedere parallelamente al terreno, a pochi centimetri di distanza da terra.
Alla fine, lo vide- il lago, l'Ashla Tar'o'oka: una torbida distesa opalescente. Sobbolliva, e brevi creste di liquido perlaceo si srotolavano dal cuore del lago fino alle sponde luccicanti di alghe e di residui vegetali.
Ciottoli; sabbia color antracite; la spiaggia offriva un approdo più affidabile delle paludi.
Virò verso riva e il mezzo vi si abbatté, dolcmente, con un tenue cigolio di ferraglia. Sospirò, drizzandosi contro il rigido shienale di serie.
"Procedura di blocco in 5, 4, 3, 2, 1…
Controllli settati.
Freni impostati sui protocolli V51 e 890 del codice di sicurezza terra-navale.
Pressione nel range, autoregolazione a 5 secondi dallo stand by."
Si concesse il tempo di passare in rassegna per l'ultima volta il suo scarno equipaggiamento: verificò che le fasce avvolgessero strettamente polsi e caviglie, riparando le articolazione, che l'elsa fosse assicurata saldamente alla spessa banda di cuoio della cintura, da cui aveva sganciato la piastra dei comandi in remoto, riponendola nel voletto inferiore, davanti al sedile del co-pilota, sul quale riposava uno zaino caricato con tutto l'indispensabile.
Ascoltò ogni singolo suono che le sue mani producevano sul cruscotto di resina, sulle superfici di metallo bianco, sui severi arredi immacolati. Il tintinnare del pavimento cromato percosso dalle grosse suole dei suoi stivali; il rumore della stola che grevemente vi ricadeva, e il battere del suo cuore.
La maschera era a terra, in mezzo a rotoli di cordami, come se lo studiasse.
La raccolse: sembrava estranea. Era fredda della condensa accumulatasi nell'andito, e l'umidità che si era raccolta lungo i cardini del portellone, nei pochi minuti intercorsi tra l'atterraggio e l'abbassamento degli scudi atmosferici.
La infilò, rabbrividendo al contatto con la resina interna: urtava rudemente contro gli zigomi, e lo stringeva alle tempie.
Insofferente al peso che gravava sul naso, e ansimando alla sensazione del respiratore, armeggiò impazientemente con il portellone. Per prime buttò le corde; un balzo, ed era a terra, sabbia e ciottoli e pietre che pungevano la carne al di qua del cuoio degli stivali e accompagnavano ogni suo movimento con tonfi e scroscii.
Richiuse la porta scorrevole, inserendo la sicura che aveva trovato sulla plancia, alla partenza. Girò intorno alla carena e iniziò ad assicurare le corde alle cinghie, e le cinghie ai morsetti da traino. Per tutto il tempo necessario all'operazione, la maschera morse la sua carne e rese insopportabile la pressione che la capigliatura opponeva fra cranio e calotta. Il sudore grondava in rivoli, inzuppando le ciocche, colando lungo la mascella fino all'orlo della sua prigione, e giù, sulla banda di tessuto inamidato che gli stringeva il collo.
La sua seconda bocca- una lunga smorfia di scherno che rideva del mondo dalla metà destra del suo viso- ora non sogghignava più: urlava, irritata dall'acidità del sudore.
Per giorni aveva guidato, assorto, senza lavarsi, senza quasi bere, senza quasi mangiare, e ogni secrezione del suo corpo era diventata densa, e acre, e salata, e l'essudato bucava la cicatrice, con fitte di fuoco.
L'umidità sarebbe stata il suo peggior nemico, pensò; o uno dei peggiori.
Soffocò più volte l'istinto di liberarsi, stapparsi di dosso quell'odiosa museruola e scagliarla nell'acqua per guardarla affondare al centro del lago.
E' parte della prova. E' tutto necessario alla prova.
Quando ebbe finito di trascinare lo Spectre T25 lontano dalla riva, assicurandolo ad un tronco che sembrava affondare abbastanza saldamente nella terra, riprese il suo zaino e diede le spalle alla navetta.
Sentì un fremito, seguito da uno scarto e, poi, un sibilo meccanico: gli scudi si erano attivati.
Quaranta notti alla fine di quest'agonia.
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Dai Registri del Maestro Sellar Ataana, capo di gabinetto dello Studio di Banizar, III sect. O. E., 91' C1- C25 Antaridaes;
(...) è un pianeta che vanta una storia millenaria.
Era noto ai nostri predecessori, i Padri Je'daai; infatti, vi inviavano coloro che desideravano dedicarsi ad uno studio più approfondito dell'Ashla e del Bogan. Li inviavano su Ag'guuna a meditare e a (... ) per isolarsi dal mondo: questo cammino era noto con il nome di Ka'aluha.
Col tempo, tuttavia, la pratica di purificazione divenne una prova, atta alla conoscenza di Sé, e non diversa dal pellegrinaggio alla grotta che ancor oggi l'allievo deve compiere per poter fare il suo ingresso nell'Ordine Jedi.
Poiché i Je'daai non ricusavano la conoscenza di entrambe le vie (…) che noi chiamiamo Forza, la Ka'aluha era assai più complessa (...) durava più tempo. La Ka'luha non può svolgersi in meno di 40 giorni.
Colui che deisderi conoscere l'Ashla e il Bogan (…) sono i due volti della Forza, deve purificarsi e meditare, e affrontare, in quei giorni, qualsiasi asprezza e pericolo che l'isolamento più completo gli presenterà.
Non avrà aiuti, né alcuna forma di sostegno da coloro che , un tempo, chiamava fratelli e maestri: è solo.
Non potrà partire prima della quarantunesima alba, nemmeno se si trovasse nel più grave pericolo di vita.
(…) sopportare la presenza di se stesso, e osservare le vie che gli indica il Jaq'ir.
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Quando la navetta planò sulle acque dell'Ashla tar'o'oka, dovevano essere le prime ore dell'alba.
Un vento leggero agitava la foschia e il sussurro del folto, a qualche miglio dalle sponde sassose, faceva sembrare le dense foreste di Ag'guna incredibilmente più vicine di quanto annunciasse la mappa.
La superficie argentea del lago si sollevava in risplendenti ali ai lati dell'abitacolo: spruzzi di spuma, densi di particelle d'alga, ricadevano sugli schermi della plancia, imperlandolo, come stille di pioggia su una tela di ragno.
Un tonfo ostinato: avevano guadagnato terra. La navetta sembrò rimbalzare, riottosa; le slitte di appoggio raschiavano contro i ciottoli e affondavano in una materia grassa e compatta.
Il Moth 230 rallentò la sua corsa, fino ad assetarsi con uno scarto repentino, e lei ricadde in avanti, sui comandi, dando un brusco strattone alle cinghie che la assicuravano al sedile di pelle sdrucita.
Avevano percorso ancora qualche decina di metri verso le distese settentrionali: trattenne il respiro, chinandosi a guardare oltre il vetro ricoperto di spruzzi e schizzi di sabbia color ferro.
Coltri azzurrine si affollavano, in strati sovrapposti, ai margini dell'orizzonte: erano gli sterminati boschi di Gun'naan, immersi nella guazza del mattino.
Le mani le tremavano: paura; eccitazione; il desiderio, mai sopito, per l'acqua - e la diffidenza che le suscitava ogni ambiente diverso dalle brulle distese di dune fra cui era cresciuta.
Non ci volle molto per controllare che ogni cosa fosse al suo giusto posto: con un ultimo sguardo ai comandi, si caricò in spalla lo zaino e scivolò nell'andito alle spalle della cabina di pilotaggio, dove un nodoso bastone di legno e un paio di calzature di tela e corda intrecciate la aspettavano accanto al portellone.
Oh, sì!, sospirò, scagliando a destra e a sinistra i pesanti scarponi, adatti alla guida, ma così pesanti e troppo caldi. L'aria, anche all'interno del Moth, era bagnata, e le sembrò di immergere i piedi in una pozzanghera. Con un brivido di delizia infilò le sue scarpe, e si avvolse nel mantello di grossa tela marrone che aveva trovato accuratamente piegato sul sedile del co-pilota: per proteggerti dal freddo, la notte.
Dicono che l'escursione sia così grande, che la resina gela in grani lungo i tronchi degli alberi a poche ore dal tramonto.
Calò con un balzo dalla sponda della navetta e richiuse il portellone con la sicura che aveva ricevuto in una notte di pochi mesi prima, avvolta in una pezza di stoffa ricamata che aveva tutta l'aria di essere incredibilmente vecchia ed immensamente preziosa.
Il vento che le scorreva sul viso era umido, e odoroso di pioggia, vegetazione e sale. Zaffate di legno e alghe marci si levavano dal lago, saturando l'atmosfera: era persino più soffocante delle esalazioni canicolari su Jakku, notò.
Respirò profondamente, diede le spalle alla navetta, e avvertì che qualcosa l'aveva sigillata.
Per quaranta giorni non avrai altra compagnia che te stessa e i tuoi fantasmi.
Si avviò verso le montagne, sorreggendosi con il bastone e affondando sempre di più nella sabbia, mentre quest'ultima trascolorava in molle argilla rossa: licheni dall'aroma rugginoso la percorrevano, luccicanti di pioggia, scivolosi sotto le suole di sughero.
Il respiro del lago, maestoso, risuonava via via più distante.
La prova è a oriente. La prova è sopra di te.
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Sud- sud est, circa otto miglia.
Radici ovunque, dannata melma scivolosa a ogni passo, fango fino alle ginocchia, fino nei polmoni.
Avanzava e imprecava, imprecava e cercava di trattenersi, e ogni volta era uno sdrucciolare, e affondare, e lottare con il terreno per andare avanti, ancora avanti.
La zona era fittamente innervata di canali sotterranei e irta di sabbie mobili: ma di quelle, almeno per ora, non c'era ombra- da qui a poco sarebbero comparsi i primi banchi, poco più a ovest e, c'era da sperare, non sul suo percorso.
Prima di inoltrarsi nella regione paludosa, però, aveva raccolto un grosso ramo. Si era seduto su un masso tutto ricoperto di mucillagine verdeggiante. Con il suo vecchio coltellino a serramanico, aveva ripulito i polloni, le biforcazioni dalle quali, un tempo, dovevano dipartirsi rami più piccoli.
I primi a spezzarsi.
Aveva liberato la linfa giallastra intorno a quella che, aveva deciso, sarebbe stata l'impugnatura, incidendo nella polpa e osservando i liquidi colare appiccicosi sulle sue dita, sulla lama.
Raschia bene e parallelamente alla circolazione. Se vuoi fare un lavoretto di fino, puoi persino intagliarlo tutto intorno e tagliare la punta; non si sa mai. Con uno di questi cosi, una volta, su Dantooine...
Era rimasto a riposare, per un po', il coltello in mano, il bastone in grembo, e il vento che soffiava alle sue spalle e si ingolfava nei lembi della stola. Le raffiche erano brevi e frequenti.
Si era alzato, scuotendosi i trucioli dalle balze del saio; la cicatrice all'addome rispose al movimento improvviso con una staffilata.
Ogni pezzo di questa macchina ha il suo dolore da sopportare.
Prima di procedere, tastava il terreno con il bastone: la punta affondava, scricchiolando, ma, per fortuna, senza che la terra la risucchiasse.
Fece così per un altro imprecisato numero di miglia, lentamente, finché la zoppia dell'anca non divenne più marcata, e la stanchezza fu troppa, per proseguire ancora.
Ormai, il cammino si inoltrava sotto il folto della vegetazione, così densamente verde, sopra la sua testa, da sembrare un cielo gonfio di tempesta. La corteccia dei tronchi- alti, sottili ed elastici: fremevano e ondeggiavano al vento e a ogni movimento di bestie invisibili, come se fossero vivi- la corteccia, diceva, trasudava resine dall'odore soffocante. Rivoli d'acqua colavano lungo gli anelli di legno, dalle barbe marroni, simili a mazzi di piccoli nauseabondi tentacoli.
La maschera sembrava ormai un'unica morsa di vapore- dentro, per via della traspirazione: fuori, per la condensa attorno al respiratore.
Poco più a nord c'è una radura.
Ma guarda che roba.
Al centro della radura sorgeva una strana creatura- la più strana che avesse mai visto, in effetti.
Uno stelo si alzava da terra, per diverse decine di piedi: il diametro del tronco era commisurato all'altezza, ma quest'ultimo era nudo, e di un pallido verde, percorso di venature biancastre. Come se la linfa- che pulsava, sotto la crosta, e illuminava di un tenue riverbero lo spazio circostante- si fosse solidificata, a contatto con l'aria, in una sottile pellicola.
Sopra quel formidabile stelo, si allargava un'unica specie di grossa foglia dai contorni crespi, e di forma convessa.
Se avesse potuto arrampicarsi in cima ai cedri che orlavano la radura, immaginò, avrebbe visto la parte superiore della foglia incurvarsi sotto il peso dell'acqua piovana che, raccogliendosi, doveva formare un specie di grosso bacino.
Invisibili uccelli sembravano affollarsi lassù, forse per abbeverarsi alla conca; e liane di rampicanti ne ricadevano fin quasi a terra, alcune ricoperte di minuscoli fiori bianchi.
La pianta doveva gradire l'umidità. Forse se ne nutriva, perché l'aria, sotto il gonfio baldacchino che ricopriva l'intero spiazzo ai piedi del tronco, era tersa, e quasi perfettamente asciutta.
Le radici si estendevano a tutta la radura e sembravano essersi intrecciate con quelle dei cedri: innervavano il suolo in un reticolo rilevato, che si perdeva in sinuosi arabeschi, tuffandosi nuovamente nel folto circonvicino.
Tentò il terreno con il bastone.
Ma il bastone non affondò, imprimendo, sul suolo, niente più che una lieve orma.
La terra è asciutta.
Le radici si ritirarono, con una sorda vibrazione: le chiome dei cedri oscillarono e l'aria si riempì del loro profumo.
Provò ad avanzare: le radici si ritraevano, formando, davanti a lui, un sentiero liscio e privo di inciampi.
Quando fu ai piedi della creatura, depose il suo carico e si abbatté a terra, poggiando la schiena contro la salda massa del tronco.
Sono stanco.
Riuscì, faticosamente, a piegare la gambe.
Un ginocchio, poi l'altro, uno sopra l'altro.
Forzò il piede destro nell'incavo del ginocchio sinistro, e trascinò l'altro polpaccio verso di sé: i muscoli erano troppo esausti per rispondere da soli ai comandi.
Infilò le dita nello spazio fra maschera e mascella: se non poteva toglierla, desiderava almeno sentire che non si era del tutto fusa con la pelle del viso- che c'era ancora un viso, in effetti, lì sotto, e, con esso, qualcosa di sé, ancora.
Ho smarrito la strada e, come i perduti, avanzo sulla via del Ka'aluha.
Chiuse gli occhi. Le palpebre erano gravate dal sonno- il suo cuore era gravato dal sonno.
Ho smarrito la strada, la strada è chiusa alle spalle di colui che cammina.
Chiusa alle spalle e chiusa davanti all'uomo che cammina.
Quale uomo può tornare indietro? Quale uomo avanza, nella notte?
Nessun uomo.
Nessun uomo.
