Capitolo 4

–Che cosa?… Accidenti… le disgrazie non vengono mai sole… Ho capito. È giusto. Entro quanto potete essere qui, allora?… Tre giorni?… D'accordo. Non c'è molto da fare. Cercherò di arrangiarmi e speriamo che le cose non precipitino per allora. Datevi da fare anche per me laggiù. Ci vediamo. Chiudo.
Tolgo la comunicazione di pessimo umore. Quando esco dallo stanzino in cui ho sistemato la radio quasi mi scontro con Ahmed appena fuori dalla porta. Stava origliando? Se è così non si cura di nasconderlo. –Allora? Qualcosa è andato storto, vero? Non verranno?
–Sono tutti dall'altra parte del mondo… a portare soccorso alle vittime di un'alluvione. Purtroppo nessuno può prevedere i disastri naturali. Arriveranno appena potranno, ma per il momento siamo soli.
Sembra sia contrariato che sollevato dalle mie parole. –Hum. Be', a quanto pare vi date tutti molto da fare. Comunque… non posso dire che mi dispiaccia del tutto. Devo ancora digerire quello che ho visto… e che mi hai raccontato. Non so se riuscirei ancora a reggere conoscendone… altri.– Prende a camminare nervosamente per la stanza. –Io pensavo di essere cambiato molto. Ma a quanto pare mi hai battuto. Capisco perché non avevi intenzione di parlarmene.
–Credimi, non sono cambiato di mia volontà. Non sempre quelli che lo vengono a sapere reagiscono bene. E comunque preferisco non coinvolgere altri se posso evitarlo. Ma giunti a questo punto ho pensato che ne avessi il diritto. Stai bene? La tua espressione… è quasi come se pensassi che ti ho fatto un torto.
–Non è questo.– Si appoggia alla finestra col braccio, e al braccio con la testa. Sembra avere il volto molto più segnato di ieri, e il nervosismo nel suo modo di fare è ben visibile. –Mi sono battuto contro separazioni e pregiudizi tutta la vita… pensi che adesso sarei così meschino da giudicarti per quello che sei? È solo… che a volte vorrei essere rimasto ai vecchi tempi. Poteva essere una vita stentata, piena di pericoli. Ma almeno era qualcosa che CAPIVO. Adesso… sembra quasi che tutto mi sia sfuggito di mano. Che perfino quello che faccio non sia per mia volontà, che tutto vada avanti da solo, lo voglia o no. E adesso mi dici anche che potrebbero esserci questi tuoi… nemici… dietro l'attentato… Non riuscirei neanche a concepire persone del genere, con mezzi del genere… o quali possano essere i loro motivi… se non fossi già coinvolto in questa storia… mio malgrado. E senza poterne uscire. Armi e guerrieri contro cui le nostre mitragliette di allora non potrebbero combinare nulla… da farmi sentire inutile come combattente. E anche come giornalista. Ci pensi se pubblicassi una storia del genere? Chi mi crederebbe? Eppure è vera!– Ride, una risata amara. –Una volta almeno conoscevi i tuoi amici e i tuoi rivali. E sapevi di poter fare una differenza agendo. O almeno ci credevi. Sembrava tutto più semplice. Forse solo perché eravamo più giovani.
–Vorresti ancora che io non fossi mai tornato?
Esita prima di rispondere. La porta della stanza accanto si apre per un attimo facendoci voltare entrambi, rivelando il viso di Karima con gli occhi gonfi di lacrime e l'espressione di rimprovero. Poi si richiude subito.
–Ha saputo di ieri… e ce l'ha con me– mormora Ahmed con uno sforzo, battendosi la testa quasi esasperato. –Ma dovrà farsene una ragione. Non posso tirarmi indietro ora… non posso più.
–Allora cerchiamo di fare il punto della situazione e capire cosa fare d'ora in poi. Sarà come una volta… ci arrangeremo coi mezzi a disposizione finché non arriveranno i rinforzi. Ti prometto che farò tutto ciò che mi sarà possibile per aiutarti.
Mi scocca un'occhiata di sbieco. –Il tuo braccio? Sei già di nuovo a posto… anche dopo quel colpo che hai ricevuto?
Mi guardo l'arto fasciato. –È ancora indolenzito, ma posso muoverlo. Ho cercato di sistemarlo meglio che potevo con gli strumenti che avevo con me. Non è l'ideale, ma potrò combattere se quell'essere dovesse farsi vivo di nuovo. Sperando che non porti con sé degli altri. Quel lampo che ho visto…
–Lasciamo stare questo.– Agita violentemente una mano come se non volesse neanche pensare all'idea. –Già uno basta e avanza. In ogni modo, credo che dovremo vedere il ministro e parlare direttamente con lui. Per precauzione dopo ieri è stato portato in ospedale per accertamenti, ma sembra che sia incolume a parte lo spavento. Comunque aspetteranno ancora un po' a dimetterlo, così sarà più facile proteggerlo nel frattempo. Pensi di dire anche a lui chi sei?
–Ci sto pensando. Credo che dovrei. È giusto che sappia chi potrebbe avere contro. E almeno così potrò prendermi più libertà d'azione.
–Potresti anche peggiorare le cose– grugnisce. –Per ora aspettami qui. Vado a vedere se sono permesse le visite, e nel caso ti preparerò il terreno.– Prende la giacca. Prima di aprire la porta si volta un attimo, le parole che sembrano non volergli uscire di bocca. –Comunque… in ogni modo… non so come andrà a finire, ma una parte di me è contenta che tu sia qui. Credimi.
Sbatte involontariamente la porta. Lo vedo allontanarsi nervosamente verso l'auto. Solo qualche minuto dopo che è partito mi arrischio a bussare alla camera. –Karima? Mi spiace. Possiamo parlare?
Socchiude prima, poi apre. Deve aver pianto per molto tempo, ha gli occhi rossi e il visetto che mi era apparso così bello al nostro nuovo incontro è quasi deformato dalla pena. Mi sembra quasi che quello sguardo e quel silenzio rimproverino anche me. Aspetta molto tempo prima di mormorare, con voce alterata: –Ahmed è andato di nuovo dal ministro, vero?
Allargo le braccia. –So come ti senti. In qualche modo mi sento assurdamente colpevole di tutto questo. Ma non punire così tuo fratello. Questa situazione non l'ha voluta lui. Capisco che tu non voglia che si metta in pericolo… ma se sta cercando di risolverla è anche per te. Come ha sempre fatto tutto per te. Perché ti vuole bene.
–È proprio questo il punto. Ci sono cose che vorrei non facesse per me.– Scuote la testa, non mi guarda. Appoggia una mano sul davanzale della finestra e il suo sguardo si perde nel vuoto. –Eravamo sempre in pericolo quand'ero piccola ed eravamo tutti insieme. E io avevo paura per lui a volte. Come per tutti voi. Però ero anche fiera del suo coraggio, di come restava fedele ai suoi ideali. Era il mio eroe. Da grande volevo essere come lui. Anche come te– sorride per un attimo, facendomi intravedere la bambina luminosa che ricordavo oltre le lacrime. –Mi piacevi molto, sai? Mi sa che avevo una cotta per te. Il mondo poteva crollare… potevano arrestarci, ucciderci come avevano fatto con mamma e papà, ma tu e Ahmed non avreste mai ceduto. Avreste sempre combattuto per le cose in cui credevate. Questo mi dava forza. Ma ora lui… è cambiato.
–Ha deciso di combattere in un altro modo. Non vuol dire che abbia rinunciato.– Ma dentro di me non posso non pensare al comportamento del mio amico. Quello sguardo da animale in gabbia, che inizia per la rabbia e la frustrazione a rodere se stesso… l'ho già visto altre volte, e non è mai stato un buon segno. Karima ha visto giusto.
–Questa vita non faceva per lui. È sceso a compromessi, ha ingoiato il suo orgoglio… e questo lo sta distruggendo. Ha dovuto fare concessioni e ricevere favori da persone che non stima. È entrato al loro servizio e deve eseguire i loro ordini… non può ribellarsi o protestare. È diventato tutto ciò che ha sempre odiato, e non può perdonarselo. Ed è stato a causa mia. Per proteggermi…– Un brivido la fa vibrare tutta. –A volte penso che sarei dovuta morire di quella malattia.
–Non dire così, Karima. Sarebbe morto anche lui con te, lo sai bene. Sei sempre stata la sua ragione di vita.
–C'è una sola cosa che può farmi soffrire di più che veder morire mio fratello. Ed è vederlo agire in modo indegno di lui.– Un grande sospiro accompagna queste parole, appannando il vetro.
–È indegno di lui, secondo te… quello che sta facendo adesso? In fondo agisce per il bene del vostro paese. Ora come allora.
Fa di nuovo segno di no, violentemente. È come se non riuscisse ad esprimere tutto ciò che prova, o forse non volesse. Torna improvvisamente a scoppiare in lacrime, e quando mi avvicino di un passo per confortarla mi si aggrappa come se fossi l'unica cosa che le impedisce di precipitare nel vuoto. Sento le sue dita stringere la stoffa della mia casacca, che le sue lacrime bagnano. –Io devo salvarlo. Tu devi salvarlo. Ti prego… qualunque cosa accada…
A quanto pare Ahmed non conosce sua sorella bene come crede. Non so cosa sia successo tra di loro, ma anche se non comprendo bene il motivo di tanta angoscia, mi sento stringere il cuore. Forse il problema qui non si limita alla situazione politica. Comunque non ho mai sopportato di vederla piangere, neanche da bambina.
–Karima, non fare così. Farò quello che posso. Non so cosa… o come… ma ti giuro che farò quello che posso.
Fuori stanno accumulandosi nubi minacciose, una rarità nel deserto. Continuo a stringerla, ravviandole i capelli, per non so quanto tempo. Finché il telefono non squilla e Ahmed non mi sollecita a raggiungerlo all'ospedale centrale.

Il ministro ibn–Said sembra molto diverso dall'uomo gentile e sicuro di sé che ho conosciuto solo l'altro ieri. È più come se avessi a che fare con un bambino spaventato che non capisce cosa è andato storto. Certo, sapeva di avere dei nemici, ma forse si aspettava un boicottaggio politico… al massimo il lancio di qualche granata durante il suo discorso. Non ciò che è accaduto. E di certo non si aspettava che una delle sue guardie del corpo fosse più di quello che sembrava. Mentre termino le mie spiegazioni, vedo la barba tremargli. Si lecca nervosamente le labbra e gira gli occhi intorno in continuazione come se non sapesse dove guardare. Gli lascio il tempo di riprendersi e riordinare le idee.
–È… difficile– mormora quindi. –Tutto questo è così… così lontano da tutto ciò che conosco.
–Me ne rendo conto. Ma se deve essere protetto da quelli che vogliono ucciderla, è necessario che sappia.
–E lei quindi…– Alza la mano scuotendo la testa, quasi cercando di respingere l'idea. –No. Ho combattuto nella guerra precedente e mi è bastato per cento vite… credevo di aver visto tutte le crudeltà possibili dell'uomo sull'uomo. Ancora non riesco ad accettare che ci siano persone che preferiscono rischiare le proprie vite e quelle altrui per odio… o per profitto… ma almeno in qualche modo, in minima parte, ne posso capire i motivi. Quello che mi descrive… una pura malvagità simile… anche se esiste, mi è completamente aliena. Per non parlare di una tecnologia… che dovrebbe essere solo fantascienza…
Sento Ahmed, alle mie spalle, agitarsi nervosamente. Sono parole molto simili alle sue di poco fa. Forse vorrebbe dire qualcosa, ma non ci riesce. –Tuttavia… ciò che ho visto con i miei occhi non posso negarlo. E quel mostro…– Il ministro stringe forte le mani tentando di fermare il tremore mentre parla. –Non ho mai visto niente di così… inumano in vita mia. Sono sempre stato convinto che ogni ostacolo si potesse superare… con il dialogo, la ragione… per quanto alcune persone possano essere ignoranti e testarde. Ogni ostacolo di misura mortale. Ma se abbiamo a che fare con esseri del genere… com'è possibile salvarsi?
–Non deve perdere la speranza. Il fatto stesso che l'abbiano presa di mira significa che la considerano una minaccia. Lei potrebbe riportare l'unità in questo paese. Perciò, finché non si perde d'animo possiamo contrastarli. Quantomeno, può stare certo che io non lascerò niente d'intentato.
Il vecchio solleva la testa e mi scruta a lungo valutandomi, come se volesse rendersi ben conto di chi ha davanti. –Già… immagino… se mi perdona un'espressione da vecchia scuola religiosa… che quando i demoni dell'inferno si scatenano contro un uomo, arrivano anche i loro avversari a fermarli. Mi fiderò. Non posso non farlo, se voglio andare avanti per il bene di tutti. Mi dica cosa devo fare, e le darò tutta la mia collaborazione.
Devo ammettere che sono ammirato. Ciò che quest'uomo ha vissuto avrebbe scosso chiunque e avrebbe tolto la voglia di combattere anche a qualcuno più giovane e forte di lui. Invece è riuscito a riprendersi piuttosto in fretta, tutto considerato… e ha deciso di reagire. Un motivo di più per difendere la possibilità di futuro che rappresenta.
Vedo che qualcuno dello staff storce la bocca. Si fidavano poco di me –dello straniero– prima e ancor meno adesso. Ma non è a questo che devo pensare. Annuisco e mi rivolgo al vecchio. –Il modo migliore di neutralizzare l'assassino è costringerlo a uscire allo scoperto. Non sul suo terreno, ma sul nostro. Ho già un piano.

Un piano piuttosto semplice e banale. Diffonderemo la notizia che il ministro è scosso ma illeso e che terrà una conferenza stampa per parlare dell'accaduto tra qualche giorno. Daremo il luogo e l'ora. Ma in realtà sarà una trappola. Non ci andrà nessuno.
Il ministro sarà al sicuro per tutto il tempo in una casa isolata, protetto dagli uomini della scorta. Quando il sicario si farà vedere, troverà i corpi speciali dell'esercito ad aspettarlo, con le armi pesanti… e me. In realtà avrei preferito andare da solo e non mettere in pericolo nessun altro, anche sapendo che il mio avversario è più forte di me. Ma il ministro ha insistito. Non me lo avrebbe mai permesso. E in fondo, la gente di questo paese ha il diritto di difenderlo. Non sono così presuntuoso da non capirlo. Forse potrebbero anche darmi il vantaggio che mi serve per vincere.
O forse no.
Quando esco dalla stanza dove ho conferito fino adesso con gli agenti di sicurezza, Ahmed quasi mi piomba addosso. Ha gli occhi infossati, e sul pavimento intorno sono sparse parecchie cicche di sigaretta come quella che ha in bocca adesso. –A quanto pare, sei diventato una specie di capo qua dentro. Istruisci addirittura i capi dello staff in sessione segreta… e i semplici membri come me devono stare ad aspettare. Mi farai impazzire come amico e come giornalista. Posso essere messo a parte di quello che vi siete detti o è troppo riservato? Pensi che il ministro sarà al sicuro?
–Dipende da molte cose, Ahmed. C'è un motivo se ho voluto esporre il mio progetto a poche persone.– Getto rapidamente un'occhiata in giro. –Ho il sospetto che il sicario con cui mi sono battuto possa essere proprio un membro dello staff. O perlomeno, deve avere un complice qui dentro.
Quasi ingoia la sigaretta. –Come sarebbe a dire? Ieri non è stato riferito di nessuno che abbia abbandonato il suo posto! I sorveglianti erano tutti in coppia! L'hai detto anche tu che restavano buchi nel perimetro anche con le modifiche che avevi apportato…
–Già. Tuttavia, quel che mi dà da pensare è che NESSUNA delle guardie è stata uccisa o ferita. È già abbastanza incredibile che il nostro avversario sia riuscito a superare il cordone senza farsi vedere. Non è proprio il tipo che passa inosservato. Ma è come se avesse scelto il suo percorso con cura in modo da non dover combattere con nessuno. E perché avrebbe dovuto preoccuparsi di non ferire persone tanto più deboli di lui… o anche solo di mostrarsi a loro, se è per questo? Mi vengono in mente due motivi. O non voleva che potessero riconoscerlo… o non voleva far del male a NESSUNO tranne che al suo bersaglio.
–Parli quasi come se un mostro del genere potesse avere una coscienza. Ho visto io come ti ha ridotto.
–Se non è un robot… se è un essere vivente… allora una coscienza ce l'ha per forza di cose. Neanche i più corrotti riescono a liberarsene del tutto. Piuttosto dovremmo chiederci perché questa contraddizione… un assassino al soldo di un mercante di morte che si fa scrupolo ad uccidere.
–Comunque trovo difficile pensare che qualcuno dei miei colleghi possa essere un traditore. Ci lavoro da molto tempo e ho imparato a fidarmi di tutti loro. E in questo caso… come faremmo a scoprire chi è?
–Per questo ho voluto incontrarmi prima coi più alti in grado. Ho chiesto a tutti di farmi il loro resoconto sugli eventi di ieri. Ora lo chiederò anche agli altri agenti, singolarmente. È chiaro che questo include anche te. Dimmi di nuovo tutto ciò che hai visto e ti è sembrato degno di nota prima, durante e dopo l'attentato.
Sembra sorpreso, ma dura solo un attimo. –Stai cercando discrepanze? Come ti ho già detto, nulla che possa servirti. Ero lontano dal punto dell'attacco quando ho sentito lo scoppio e ho visto il fumo. Ho corso più forte che ho potuto ma sono riuscito soltanto a vedere te a terra col vapore che ti saliva dal braccio e quel tipo che saltava giù dal palazzo. E meno male o avrei potuto rimetterci una mano anch'io.– Se la strofina come se sentisse il dolore che sta evocando.
–Sei assolutamente certo che non ci sia altro?
–Pensi che te lo nasconderei in questa situazione?– Sembra offeso. Poi si pente quasi subito. –No, hai ragione. Non ho il diritto di dirti questo dopo che sono stato io per primo ad essere sospettoso verso di te nei giorni scorsi. Ma credimi, questo è tutto. Niente che tu non sapessi già. Non penso che gli altri potranno dare molte altre informazioni utili.
–Non importa. Non dobbiamo trascurare niente. E poi… ho un sistema più sicuro per sapere la verità senza ombra di dubbio.– Mi avvicino e abbasso il tono della voce. –Il ministro NON sarà nascosto dove ho detto ai capi dello staff. Lo farò sorvegliare in un terzo punto.
–Dove?
–In una stanza del Grand Hotel Al–Johara. Questo lo sapremo soltanto tu, io e quelli che sceglieremo insieme come scorta. Se il sicario tenterà di colpire nel luogo pubblico, vorrà dire che non ha complici infiltrati. Se però si presenterà nel nascondiglio… saremo certi che i miei sospetti sono fondati.
–Come fai a sapere che non abbia altri mezzi per venire a conoscenza delle nostre intenzioni? Potrebbe servirsi di apparecchi che non riusciamo ad individuare. Insomma, mi hai parlato tu stesso di…
–È vero, potrebbe. Ma qualcosa mi dice che non è così. Ho effettuato un controllo accurato su tutto il palazzo e la zona circostante, prima di venire ad incontrarvi… anche se per avere una certezza al cento per cento dovrei chiedere conferma a qualcuno più abile di me. Ma soprattutto lo schema degli eventi non quadra con questa spiegazione.
–Non ne sei del tutto certo ma mi stai chiedendo ugualmente di fidarmi… basandoti su che cosa? Su prove incomplete e sul tuo intuito?
–E sulla mia esperienza in queste cose. Non sarebbe la prima volta che uno di noi si fida dell'istinto dell'altro, Ahmed. E poche volte ce ne siamo pentiti.
–Quelle poche sono state dolorose però.– Corruga la fronte, ricordando. –E adesso c'è in gioco più di quanto ci sia mai stato. Posso permettermi di rischiare?
Il ricordo è brutto anche per me. E il colpo è forte. A volte né la ragione, né l'intuito, né l'esperienza sono garanzie sufficienti che andrà tutto bene. E allora cosa lo è? E su cosa possiamo fare affidamento? Tuttavia, liquido la discussione. –Il ministro ha deciso di farlo. La decisione spettava a lui, visto che è lui ad essere in pericolo. Per il resto, sta a te. Ma sai che non rischierei mai alla leggera la vita di qualcuno che mi è affidato.
–Già. Va bene. Seguiremo il tuo piano– dice, a malincuore, rilassando la mano che mi aveva involontariamente stretto con forza la manica della giacca. Come la mano di sua sorella, poche ore fa, anche se in modo diverso. E sembra che anche lui faccia questo collegamento, perché mi chiede all'improvviso: –Hai parlato con Karima, non è vero? Cosa ti ha detto di me? È ancora arrabbiata?
–Più che altro credo che sia molto preoccupata per te. Vede che non sei felice. Vede che vorresti tornare com'eri un tempo. Non so come stiano esattamente le cose, ma credo che voi due dovreste parlare.
–Già. Ma lei non vuol parlarmi… se non per rimproverarmi. Non capisce che non ho altra scelta…
–Non dovresti considerarla ancora una bambina che ha solo bisogno di protezione, Ahmed. È cresciuta e vuole fare la sua parte ed essere messa al corrente delle tue scelte… e soprattutto, credo voglia proteggerti.
–Proteggermi? Da cosa?
–Non so. Da te stesso, forse.
– Se non ci riesco io stesso, come può pensare di farlo lei?…– China la testa, la voce ridotta a un mormorio. –Ci sono situazioni in cui nessuno può aiutarti tranne te stesso.– Poi è come se si ricordasse della mia presenza, e si sforza di comporre il viso in una finta allegria. –Comunque… può non piacermi come sono ora, ma è stata una decisione mia. E di certo non morirò per questo. Non far troppo caso a quello che ti ha detto, qualunque cosa sia. Comprenderà e le passerà. Bene, andiamo a parlare con gli agenti. Mi dirai tu stesso quali pensi che possiamo scegliere per fare la guardia. Hai deciso quando dovrà essere la falsa conferenza stampa?
–Domani. Alle dieci di sera. Al Palazzo dei Congressi.
Si avvia lungo il corridoio. Lo seguo, fissando la sua schiena. Si muove con apparente disinvoltura, ma si legge qualcosa di grave e fragile nel suo atteggiamento, al tempo stesso. E nel rendermene conto, la tristezza mi scende addosso.